Expo, la tour Eiffel e Parigi

La 'Tour Eiffel' a ParigiChissà che fine faranno le costruzioni realizzate per l'Expo di Milano, che sono sinceramente curioso di visitare per crearmi una mia opinione di persona, malgrado abbia una serie di pregiudizi infiniti. Par di capire, ad esempio nella logica di "passata la festa, gabbato lo santo", che l'area sarà destinata alla fine dei sei mesi di apertura a diversi altri scopi - laddove ci si riuscirà - e quel che è stato costruito, pur stupefacente che sia, sparirà. Un effimero che fa impressione e ci si domanda davvero se questa filosofia "usa e getta" sia ancora in linea con i tempi e con il fiume di retorica che scorrerà nella Capitale lombarda attorno al Cibo. Con il paradosso, chiaro anche ad un bambino, di Paesi dove si muore di fame, di sete e di povertà che hanno innalzato costosi padiglioni per la gloria delle loro élites di governanti corrotti. Eppure un silenzio imbarazzato incombe.
Ma volgiamola diversamente, segnalando come in sostanza mancherà qualcosa di analogo alla longue durée ed al successo sempre vivo della "Tour Eiffel" di Parigi, che inghiotte una media impressionante di sette milioni di visitatori l'anno. La celebre e da me amatissima Tour, cui mi legano ricordi familiari e sentimentali senza eguali, venne innalzata, fra molte polemiche dei "Nimby" (sigla di Not in my back yard - non nel giardino dietro casa mia) di allora per l'esposizione universale del nuovo secolo, il 1900, e servì per la commemorazione del centenario della Rivoluzione francese.

Per essere stata concepita come un "vuoto a perdere", da smontare dopo l'uso, non era male come opera: ferro forgiato eretto a forma di croce diviso in 18.038 pezzi e fissati da due milioni e 500mila rivetti per 7.300 tonnellate per un altezza di 312,27 metri (saliti a 324 con le antenne radiotelevisive), che confermano la struttura aerea resa ancora più affascinante la notte da sistemi sempre più sofisticati d'illuminazione.
Non è morta, come era stato previsto, sull'onda di un successo che l'ha trasformata in un'icona e in uno di quei luoghi che - in un ideale "Grand Tour" di qualunque cittadino del mondo - non si può mancare, come visita obbligata, almeno per una volta nella vita.
Io ci sono salito e risalito sopra con compagni di classe del liceo, con amici di gozzoviglia, con morose e mogli, con i miei figli e pure da solo. Perché non potrei concepire di andare a Parigi senza farci un salto, se non in cima, almeno ai suoi piedi e bermi nei paraggi un buon champagne, essendo che si vive una vita sola.
Io invecchio e cambio approccio, lei non invecchia affatto, maledizione!
Parigi per me ha un'attrazione significativa per due ragioni. La prima ha a che fare con l'avo più antico della mia famiglia, il cartografo Nicolò Caveri, nato verso la seconda metà del XV secolo a Genova nella contrada di Quinto. Il suo lavoro conosciuto, su note di Cristoforo Colombo, di cui fu amico, si trova - ecco il legame - negli archivi del Servizio idrografico della marina in Parigi.
Si tratta di un planisfero a colori su pergamena di ampie dimensioni (115 × 225 centimetri), del tipo nord-sud, disegnato secondo il metodo delle "rose dei venti", caratteristico delle carte tardomedievali e rinascimentali, con l'indicazione dei gradi di latitudine (da 71° lat. Nord a 57° lat. Sud). A sinistra in basso si legge la dicitura "opus Nicolay de Caverio ianuensis".
Ma Parigi è anche la città simbolo dell'émigration valdôtaine per un flusso che ha segnato la Valle e che ha avuto momenti storici interessanti, specie negli anni della nascita della nostra Autonomia speciale, che ricordiamo di questi tempi per il settantesimo anniversario e che videro fra i protagonisti mio zio Severino Caveri, altra combinazione che mi lega a questa città.
Assieme ai ricordi tutti miei, che mi frullano nella testa e mi fanno compagnia, sempre con la voglia di tornare.

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