La fiducia sull'Italicum

Il risultato del voto sull'Italicum di mercoledì 29 aprileMi ha fatto simpatia, ma la ricostruzione è del tutto irrealistica, l'idea - in una scena della fiction "1992" sulla nascita di "Tangentopoli" e della Seconda Repubblica - che la truppa dei leghisti, che irruppero allora alla Camera (55 deputati, mentre nel 1987 ce n'era solo uno, Giuseppe Leoni, con cui condividevo gli uffici), facessero dei corsi di apprendimento dei regolamenti parlamentari.
Intendiamoci: non che studiare non fosse necessario, ma la verità è che il diritto parlamentare è fatto di regole scritte, ma ci sono anche prassi, consuetudini e precedenti (vale a dire come ci si comportò in situazioni analoghe), per cui rifarsi solo alle norme scritte - che poi consulti quando ti servono, senza impararle a memoria - è assai limitativo.
Io ho avuto la fortuna, come capogruppo e come segretario di Presidenza, di vivere molto la macchina dall'interno e di fare un apprendistato che mi ha consentito di smontare e rimontare il suo funzionamento sino alla più piccola rotellina.

L'ho fatto per un lungo periodo e in momenti anche di grande scontro politico. Resto, tuttavia, un convinto fautore della democrazia parlamentare, pur essendo persuaso che ci vuole coraggio nell'opera di rinnovamento per scardinare meccanismi desueti e polverosi che non corrispondono a certe necessità odierne.
Ma questo non significa stravolgere le cose e fare operazioni muscolari a colpi di maggioranza. Gli entusiasti delle riforme renziane sappiano che, con la nuova legge elettorale ("Italicum", una definizione che diventerà ridicola come il "Porcellum") e con la morte del Senato, oltreché con il rafforzamento dell'Esecutivo presente nella riforma costituzionale in corso, la Camera dei deputati passa in mano con facilità ad una maggioranza piuttosto risicata e con gran parte di onorevoli burattini perché scelti dal "Capo" (orrori dei partiti personalisti) e non dagli elettori in un novero di candidati. Si dirà che tutto questo (cui si somma la liquidazione del regionalismo con la nascita persino della minacciosa "clausola di supremazia" dello Stato!) serve a dare governabilità, a mettere le cose a posto, a evitare sprechi e ruberie, a dare le ali a progetti di rinascita, a smetterla con discussioni troppo lunghe nel nome dell'efficientismo.
A far capire che non bisogna fidarsi delle versioni buoniste degli avvenimenti in corso, è la scelta violenta e ingiustificata, perché per ridurre i tempi di discussione e votare ci sono modalità che lo consentono, di porre i soliti e ennesimi "voti di fiducia", persino sulla legge elettorale. E lo si fa dopo anni di rinvii e ritardi, sostenendo che si tratta dell'unica via per evitare trappole, per rispettare la volontà dei cittadini, «per fare in fretta». La verità è che c'è in tutta questo una voglia, quella di fare di Palazzo Chigi il centro solo e nevralgico del potere: tutto quello che la stessa Sinistra che in parte si piega a Matteo Renzi rimproverava con campagne fortissime a Bettino Craxi ed a Silvio Berlusconi. Ma Renzi lo fa con promesse e blandizie, con "carota e bastone", inventando un'Italia che non c'è, ma che sembra far colpo sugli elettori, spaziando da destra a sinistra, passando per il centro.
A me questa storia non piace e non mi piacciono gli atteggiamenti e certe bugie, che alla fine dimostreranno di avere le gambe corte.
Conviene stare attenti e vigili. Così il "caso Aosta", con le elezioni comunali, diventa un banco di prova per chi - l'Union Valdôtaine diventata un partito solo di potere con amministratore unico - già si era venduto (e io dissentii) armi e bagagli al berlusconismo ed oggi, con manovra ardita degna di uno yacht di "Coppa America", sceglie il vento del renzismo. Ma lo stesso Renzi ha già detto in passato che oggi - evidente il dispiacere - non ha, con l'attuale Parlamento, i voti utili per abolire le autonomie speciali. Come dire che, anche grazie all'Italicum, che premierà i fedelissimi, un giorno verrà per poter realizzare il progetto e la linea della soppressione è quella già affermata anche dai presidenti del Piemonte Sergio Chiamparino e della Toscana Enrico Rossi e pure dal ministro delle Riforme Maria Elena Boschi.
Facciamo pure gli scongiuri, ma non basta: agiamo contro certi rischi.

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