Il Calcio scopre l'acqua calda

Una recente immagine di Jean-Marc BosmanGuardando distrattamente qualche partita degli ultimi Mondiali di calcio, osservavo, nella discussione con gli amici "che se ne intendono" su di una materia in cui sono piuttosto cauto, come la grande differenza fra le squadre dei "grandi" Paesi e le squadre del Terzo mondo stesse in una logica evidente di neocolonialismo calcistico. Le squadre delle Nazioni più povere hanno un duplice vantaggio: da loro di "stranieri" non ne giocano per ovvie ragioni economiche e dunque proliferano bacini di giocatori locali, da cui poi la Nazionale pesca; inoltre i giocatori bravi emigrano verso i campionati dei Paesi più ricchi, migliorando la loro caratura tecnica nel confronto con partite più impegnative e con campioni che li fanno crescere.
Ecco perché mi fa ridere che ora, bastonati ai Mondiali in un ambiente calcistico che ha di fatto scelto la continuità e non il rinnovamento, fa sorridere che ci siano dichiarazioni indignate verso quello status quo che chi amministra il calcio di oggi ha contribuito a creare.
Domenica, mentre vedevo in televisione tre partite, facevo una riflessione: su sessantasei calciatori in campo, c'erano solo quattordici italiani.
«Non è più possibile andare avanti così». In questo modo si è espresso Carlo Tavecchio, nuovo presidente della "Federcalcio", ospite della trasmissione "Radio Anch'io" di "RadioRai". Tavecchio era quello che aveva detto, usando un nome di fantasia, che ricorda un calciatore juventino pure nato in Francia, questa stupidaggine: «Opti Poba è venuto qua che prima mangiava le banane e adesso gioca titolare nella Lazio e va bene così».
Aggiunge ora, chiuso quel capitolo, il criticato presidente: «Bisognerà sollevare il problema dal punto di vista tecnico-giuridico: nei ventotto Paesi dell'Unione europea, per effetto del principio della libera circolazione della manodopera, non si può intervenire. Undici giocatori comunitari su undici possono giocare. Diverso è con gli extracomunitari. Noi riceviamo una quantità industriale di questi giovani che vengono poi collocati: molti hanno fortuna, altri meno. Non credo che sia possibile porre limiti all'Europa, sebbene nei "Trattati di Nizza" si fosse parlato di modifiche. Bisognerà intervenire dal basso. La "Lega dilettanti" sta creando diciannove centri federali per poter offrire il bacino d'utenza di settecentomila giovani in maniera razionale e facendo sì che le società professionistiche, pur mantenendo i propri settori giovanili, possano attingere campioni dai centri federali».
Strana storia questa proposta di commistione, di cui mi sfugge la ratio, in un mondo calcistico che non ha mai digerito la madre di tutte le sentenze, la cosiddetta "sentenza Bosman" (dal nome di un calciatore belga Jean-Marc Bosman) della Corte europea di Giustizia.
La sentenza del 1995 mutò il sistema di "regole" che fino ad allora aveva governato la compravendita degli sportivi. In sostanza: un giocatore senza contratto può trovare una nuova squadra, senza che alla vecchia sia dovuto nulla, ma la Corte si spinse più in là con l'equiparazione del mercato calcistico (e degli altri sport) a qualunque altro mercato lavorativo comunitario. Perciò saltarono i "tetti" dei giocatori stranieri appartenenti all'Unione europea. Ma di fatto questo ha fatto saltare ogni restrizione anche sugli altri Paesi del mondo.
Ora che Antonio Conte allena la Nazionale, che da allenatore della Juventus ha ben profittato dell'apertura, si preoccupa del futuro degli Azzurri e così commenta: «Questo non facilita il mio compito. E' giusto che si facciano delle riflessioni, c'è bisogno che qualcuno metta me e le Nazionali giovanili nella condizione di avere più calciatori italiani a disposizione. Ho fatto presente a gran voce questo tipo di situazione che è sotto gli occhi di tutti. Mi aspetto una grossa mano, perché se andiamo avanti così c'è il rischio di diventare una brutta cosa». E così conclude: «Vedere le partite delle prime sette con pochissimi italiani è veramente allarmante. Bisogna dare più spazio ai nostri calciatori, farli maturare e tornare ad allevare dei campioni».
Non so come si aggiusterà il giocattolo, che a me sembra già rotto e pur segnalando che il problema esiste. Ma c'è il rischio - se affrontato con goffaggine - di creare una discriminazione pericolosa fra comunitari e stranieri di varia origine. Prudente in questo senso sarebbe, quantomeno, avere una posizione solida sul tema della stessa Unione europea per evitare che sia di nuovo la giurisprudenza comunitaria a fare chiarezza.

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