La crisi dell'industria

Il presidio dei lavoratori della 'Olivetti I-Jet' ad AostaLa chiusura della "Olivetti I-Jet" viene in questi giorni duramente contestata dai lavoratori della fabbrica di Arnad. E - caso raro - si è aperta una polemica sugli accordi fra impresa e sindacati confederali da parte dei partiti di centro-sinistra che ritengono che ci sarebbe stata troppa acquiescenza nel «chiudere la trattativa», come si dice in sindacalese.
La sostanza sarebbe che le nuove tecnologie sfruttate nello stabilimento, immagino nel solco dello sviluppo delle testine a getto per le stampanti che per anni sono andate per la maggiore, reggerebbero il mercato e dunque la chiusura sarebbe ingiustificata e, oltre a chiudere l'ennesimo pezzo di storia rimasta di "Olivetti" e danneggiare chi ci lavora, mortificherebbe quella parte di ricerca finanziata anche dai fondi della Valle d'Aosta.
Posso testimoniare che più volte negli anni si era parlato di chiusura d'Arnad e dunque chi fa lo stupito è fuori posto, ma ogni volta il pericolo si era allontanato. Ora, invece, la chiusura c'è stata e riporto il comunicato ufficiale dell'azienda - straordinario del suo linguaggio - del 1 giugno: "Olivetti, preso atto dell'inarrestabile e sempre più accentuato calo del mercato dei fax e della contestuale difficoltà di raggiungere, in tempi economicamente compatibili, risultati apprezzabili nei settori di mercato adiacenti dove la tecnologia i-Jet avrebbe potuto essere utilizzata, ha deciso di cessare le attività industriali e commerciali nel settore e ha avviato l'iter per la liquidazione della sua controllata "Olivetti i-Jet". La decisione si inquadra all’interno del piano di riposizionamento di "Olivetti" sul mercato dell'Information Communication Technology, avviato negli ultimi anni, che ha visto la Società proporsi in misura sempre più rilevante come solution provider nei settori tecnologicamente più avanzati di tale mercato. L'evoluzione della nuova offerta richiede peraltro una forte focalizzazione e la necessità di concentrare su di essa tutte le risorse disponibili"
E' triste da dirsi ma non mi stupisco della scelta, perfettamente in linea con la storia - tutta italiana - specie dagli anni Novanta in poi del declino e dello smembramento dell'Olivetti. La "Telecom Italia", oggi azionista di quel che resta della fu multinazionale eporediese, è un esempio plastico del capitalismo all'italiana: leggerne la storia è avvincente come un feuilleton. Contano più gli svolazzi finanziari, fra cordate e contro-cordate spesso in ambienti opachi, che le realtà produttive.
Nel caso della Valle d'Aosta si chiude così un lungo sodalizio con l'Olivetti che diede anche frutti importanti, ma soprattutto prosegue un fenomeno di crisi industriale e di difficoltà di re-industrializzazione delle aree dismesse - da Aosta a Pont-Saint-Martin passando per Châtillon e Verrès - che deve farci riflettere su politiche e strumenti (comprese le partecipate) di cui ci siamo dotati.

Commenti

Mi permetto...

un ragionamento bovino (in fondo siamo in VdA).
Sul territorio regionale ci sono idee innovative, come lo testimonia il polo universitario di Verrès, che potrebbero diventare start up per imprese. Perché non fare impresa cercando investitori che siano coinvolti stabilmente in Valle d'Aosta?
Continuo a "bovinare", non credo che sia difficile con le dovute scriminanti, visto che se non sbaglio a due passi dalla nostra Valle stiano costruendo un capannone che sarà sede di impresa per il fotovoltaico.
Penso che investire in questo senso sia premiante invece che cercare soluzioni che ammortizzino socialmente la mancanza di lavoro.

Dovessi dirti...

  • con il Politecnico gli accordi, esattamente sul punto, ci sono. Ignoro dove siano spariti.
  • idem per l'attrazione di imprese: c'è stato ai miei tempi lo studio Ambrosetti. Mancano "piazzisti" capaci delle nostre aree.

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