L'abisso della memoria

Un fotogramma del finale di 'Blade Runner'In questi giorni, una studentessa universitaria, che sta lavorando sulla storia politica in Italia, mi chiede notizie sul sistema dei partiti nella mia esperienza parlamentare.
Lo fa perché stenta da sola a raccapezzarsi, guardando all'intrico della partitocrazia dell'epoca e ai passaggi difficili da capire nel dipanarsi della matassa in un percorso raramente lineare. Anzi, nel caso in esame, fra dopoguerra e anni Novanta, è davvero un saltabeccare fra la vita e la morte delle formazioni politiche e il parossistico susseguirsi delle formule politiche dei Governi che duravano talvolta lo spazio di un mattino.
Occasione per me per ripensare a tante tappe che si sono susseguite e certo «di cose ne ho viste» come il celebre replicante Roy Batty di "Blade Runner" con la suo monologo che comincia con «ho visto cose che voi umani...». Sono così entrato a curiosare nell'archivio di "Radio Radicale" e mi ha fatto impressione trovare 46 pagine di registrazioni a partire da un primo intervento del marzo del 1987, quando - ancor prima della politica - ero un giovane del "Comitato di redazione" della "Rai" di Aosta e poi via via sino agli interventi più recenti che attraversano la mia vita da allora dedicata alla politica.
Fa impressione riascoltare sé stessi guardando dentro una sorta di abisso profondo che neppure torna con facilità alla propria memoria. Ogni tanto mi faccio impressione da solo per la miriade d'argomenti affrontati e di cui talvolta appunto neppure mi ricordo. Ciò avviene con le numerosissime persone incontrate e spesso rischio delle terribili gaffe perché non sempre lo ricordo.
In effetti negli ultimi venticinque anni si sono susseguiti grandi rivolgimenti, come l'ordito assai complesso di un tappeto che - nel disegno ricco e nei molti ghirigori - è cambiato restando paradossalmente lo stesso. Ciò è caratteristico in un'Italia dove "Tutto cambia affinché nulla cambi", come nella Sicilia del "Gattopardo".
Forse in questo continuismo sta il limite dei "tecnici" del Governo Monti, gran parte dei quali sono "grand commis" di Stato tutt'altro che "nuovi" e inseriti in tutto per tutto in un sistema autocentrato e impermeabile ai cambiamenti veri.
E' difficile trasmettere questo senso fatalistico di far parte di un'Italia che sembra destinata - lungo il filo sottile dell'immobilismo e della paura delle innovazioni - a passare da un emergenza all'altra, senza quell'equilibrio che dovrebbe essere rappresentato dalla normalità. Questo ci ha riservato il destino, come un'inquietudine continua e febbrile, che forse - evidente paradosso - finisce per essere la normalità, ma è come se fosse una maledizione.

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