January 2023

Arriva la Foire!

Ci vorrebbe una squadra affiatata per uno studio approfondito su quel vero e proprio fenomeno che è la Foire de la Saint-Ours. Servirebbe a spiegare come in un secolo questa manifestazione aostana sia passata da piccola fiera prevalentemente con oggetti utili per l’agricoltura all’enorme fiera odierna, che non ha eguali in tutte le Alpi per il suo gigantismo e la varietà di proposte.
Uno storico potrebbe tracciarne la parabola ascendente dal dopoguerra ad oggi, originata fin dalla notte dei tempi o almeno da quando certi documenti medioevali la citano. Un sociologo potrebbe raccontare come venisse vissuta la sua presenza nel solo Bourg in epoca di una società contadina che scendeva da alcune vallate nel cuore della città “borghese” e segnalare come sappia oggi conquistare tutti nei due giorni. Un antropologo potrebbe spiegare come questo rito collettivo abbia dato vita ad oggetti artistici e no con uno stuolo di espositori che mostrano la varietà umana del mondo valdostano e anche la capacità di integrazione avuta.
Tutto ciò nel nome di un mitico Santo e guaritore di cui non si sa molto e che ha superato in popolarità - ed è anche questa una sorta di paradosso - i Santi valdostani più importanti e autorevoli come Sant’Anselmo e San Bernardo. Misteri della fede.
Comunque sia, questa Foire ha due pelli: la prima è quella diurna, che significa uno snodarsi in superficie di quello che ormai è un pigia pigia nelle strade del centro con centinaia di espositori di cui si vedono i banchetti spinti dalla folla. I più accorti arrivano non a caso presto al mattino e possono incontrare e guardare con una certa calma, godendosi la varietà di proposte e parlando con artigiani (termine che assume mille sfaccettature) ancora “freschi”.
Vi è poi - seconda pelle - la dimensione notturna, che per gli habitué è prevalentemente sotterranea nelle famose cantine, un tempo più aperte alle visite e oggi appannaggio di combriccole di amici o a pagamento per frequentatori che sanno godersi la notte fonda. Bere bisogna saper bere e cantare anche, sapendo che l’indomani ci saranno conseguenze, ma è un prezzo da pagare per questa trasgressione.
Ho seguito ormai un sacco di edizioni e alcune sono state memorabili. Penso di aver lasciato un piccolo graffio personale nella pellaccia dura della Foire. Ero Presidente della Regione quando chiesi per curiosità come mai la Foire si inaugurasse il 31 e cioè il secondo giorno e non il 30. Nessuno - anche i più conoscitori della storia della manifestazione - seppe darmi una riposta e allora proposi di fare la cosa più logica: inaugurare il 30 e non il 31! Da allora è così e sono fiero di questo cambiamento. Come inaugurare una fiera dopo un’intera giornata e nottata?
L’altra curiosità è che la Chiesa festeggia Sant’Orso il 1 febbraio, dunque a Foire finita e quel giorno la tradizione mischia il santo con le…previsioni del tempo. Dice il proverbio, parlando dell’indomani dei giorni canonici della Foire: "Se féit solèi lo dzor de Sen t-Ors, l'iver dure incò quarenta dzor" ("Se fa bello il giorno di Sant'Orso, l'inverno dura ancora per quaranta giorni") ed in altra versione questo maltempo si esplicita perché l'orso mette fuori a seccare al sole il pagliericcio e poi torna di nuovo a dormire.
Da notare appunto come nella tradizione popolare per questi detti si mischi il Santo con l'orso come animale simbolo della forza della Natura. Certo é che la Foire si lega con sicurezza a festività analoghe di questo periodo, a metà dell’inverno astronomico, fra il solstizio d'inverno e l'equinozio di primavera. Già lo facevano i Celti con la festa nota come "Imbolc" (che vuol dire "in grembo" con riferimento alla maternità pecore, anche se si celebrava la luce), i romani con le celebrazioni della dea Februa (Giunone) con le calende di febbraio e la "Candelora" (festa cattolica così definita anche perché si benedicono le candele), che in parte torna nel Nord America con il "Giorno della marmotta" (altro animale simbolico del risveglio).
Insomma: tutto si mischia, nulla si butta via e ognuno ricicla in chiave moderna quanto lo ha preceduto, inseguendo il ritmo delle stagioni.
Intanto quel che conta è andarci alla Fiera!

Fuggire da Whatsapp

Sembra ormai di parlare del tempo delle caverne. Eppure io lo ricordo quel primo sms - eravamo negli anni Novanta - che comparve sul mio telefonino e l’emozione che si passasse dall’orale della telefonata allo scritto. Non potevo sapere quanto sarebbe capitato oggi rispetto a quel misero messaggino.
Oggi siamo schiavi della messaggistica sotto diverse forme e il più inquietante - perché è pure parlante e consente videochiamate - è Whatsapp. L’origine la traggo dal sito di Fastweb: ”L'applicazione di messaggistica istantanea è stata creata nel 2009 da due ex dipendenti di Yahoo, Jan Koum e Brian Acton. I due vogliono creare un'app che dia la possibilità agli unteti di scambiarsi i messaggi gratuitamente utilizzando il proprio numero di telefono e la rete Internet. Dopo alcuni mesi di lavoro, i due programmatori danno vita a WhatsApp: il nome è la fusione tra le parole inglesi "what's up?" (come va?) e app (da application)”.
Oggi non so quanti gruppi abbiate collezionato e con quante persone singole intratteniate conversazioni. Non li conto per carità di patria e ogni tanto tento di fare pulizia o di far finta di essere morto con chi dimostra un eccesso di invadenza a qualunque ora del giorno o della notte. Di grande soddisfazione è anche il profilo temporaneo, quasi sempre scherzoso.
Il fatto certo è che questa "cosa” ci invade la vita e il peggio sono ormai i vocali, che creano in me un senso di ripulsa senza eguali e noto in chi indugia per minuti una sorta di sadismo verbale.Il vero incubo sono certi gruppi per l’infantile ripetitività dei contenuti.
Un vero eroe di questi giorni è risultato Thomas D’Orazio, 51 ans, che vive in Pennsylvania. Ho letto su di lui il racconto di Magali Cartigny su Le Monde. D’Orazio ha annunciato alle sue figlie ventenni di voler uscire dal gruppo creato con loro perché non ne poteva più: “Ironie de l’histoire, en tentant de reprendre son destin numérique en main, ce père de famille a engendré un buzz mondial, sa fille aînée ayant publié une capture d’écran de son message sur les réseaux. Les enfants sont merveilleux. Résultat : 16 millions de vues et des milliers d’humains, conscients de leur propre aliénation, exprimant sur Internet leur soutien à ce geste de bravoure et défendant le droit à la déconnexion”.
Scrive la giornalista, dopo aver dato le cifre che dimostrano la nostra schiavitù: “Thomas D’Orazio nous pose donc cette question : pour se préserver, faute de pouvoir quitter une messagerie professionnelle, peut-on démissionner d’un groupe rassemblant sa famille? Ne serait-ce pas considéré comme une preuve de désintérêt, pire, de désamour, ou comme un acte de misanthropie socialement inacceptable?”.
E aggiunge: ”Les groupes de discussion WhatsApp seront peut-être étudiés par les anthropologues du troisième millénaire pour tenter de percer le mystère de l’Homo iphonus. Tels les historiens d’antan décryptant les hiéroglyphes, ils se gratteront le haut du crâne face à ces tombereaux de messages vocaux, mèmes de Hugh Grant ou de John Wick (tueur à gages interprété par Keanu Reeves) et échanges absurdes liés au décalage entre intervenants (« A quelle heure on se retrouve? – Oui, je prends le train gare de Lyon »)”.
Già, il trionfo della banalità digitale e mi autoaccuso pure io di un abuso!
Condivido la conclusione ironica dell’articolo: “Dans son dernier spectacle, Gad Elmaleh confie son désarroi face à ces discussions multipartites. «On fait des groupes pour la moindre occasion, pour n’importe quoi. On organise un simple dîner, on crée un groupe. J’en peux plus, j’en ai marre, je sors des groupes». Le plus redouté étant celui des parents d’élèves, quand «maman Bérénice» lance son «alerte poésie» à la classe de CE2, à 22 heures, pour récupérer le texte de La Grenouille et le Crocodile, dont la récitation est prévue le lendemain”
Capita esattamente così, se non di peggio, e posso confermare la medesima invasività che si subisce sotto diverse forme, che si insinuano nelle mie multiformi chat che quotidianamente trillano giulive sul mio portatile. Ci sono pure apparizioni improvvise di chi - senza invito alcuno - ha scovato il mio numero e mi chiede pure se…disturba.

Scuola, formazione e la sfida culturale

Sono stato alla celebrazione di Don Giovanni Bosco nella scuola di Châtillon dei salesiani. Una struttura cresciuta nel secondo dopoguerra sino ai numeri imponenti di oggi, che in realtà era nata ab origine come orfanotrofio.
Negli anni la Regione ha assecondato questo sviluppo, prima nel nome dell’istruzione tecnico-professionale e poi della formazione professionale. La logica, sin da subito manifestatasi nei confronti delle scuole cattoliche e di altri strutture private non confessionali (ad esempio il Liceo linguistico di Courmayeur), è sempre stata nel nostro ordinamento quella di una considerazione piena dell’istruzione paritaria senza barriere ideologiche, com’è invece avvenuto altrove.
Il Don Bosco, con l’aiuto finanziario della Valle, ha seguito un filone fruttuoso nel solco scuola-lavoro, assicurando a tante generazioni di giovani una facilità nell’accesso professionale dopo la scuola e non è poco. Questa è stata una delle chiavi di successo: la nomea di una scuola “utile” è assolutamente fondamentale, che sia per un lavoro una volta finiti gli studi o come anticamera verso l’Università.
Questo esempio virtuoso del Don Bosco, ma si potrebbe citare anche l’Institut Agricole di Aosta, va usato come punto di riferimento, ma dimostra una necessità su cui lavorare per minimizzare l’abbandono scolastico e anche – e talvolta è persino peggio – per contrastare la triste constatazione di come spesso i ragazzi si infilino, con qualche responsabilità delle famiglie, in un percorso scolastico senza un’esatta pesatura delle proprie ambizioni e persino delle proprie capacità. Ancora oggi, a poche settimane dall’inizio della scuola al primo anno delle Superiori, si assiste ad un valzer di spostamenti in altri istituti. Oppure peggio ancora si scopre – a me è capitato di constatarlo con alcuni studenti della Scuola Alberghiera – che c’è chi, già avanti con gli studi, non entrerà malgrado il percorso prescelto nel mondo turistico e questo è oggettivamente uno spreco di risorse in un settore dove c’è fame di dipendenti o di imprenditori.
Una nuova legge regionale dovrà fissare dei paletti ormai indispensabili nel rapporto fra istruzione tecnico-professionale (competenza primaria da Statuto d’autonomia) e formazione professionale (ben finanziata dall’Unione europea), tenendo conto dell’obbligo scolastico sino ai 16 anni ancora sfilacciato dalla possibilità di poter lavorare davvero in parallelo agli studi per normative nazionali astruse.
Resta, tuttavia, una mia speranza che riguarda tutti gli ordini dei percorsi più professionalizzanti a maggior o minor gradiente di cultura generale. Qualunque disciplina si scelga, comprese quelle più mirate verso un lavoro specifico, bisogna che ci sia sempre attenzione e spazio per certe materie umanistiche. Mi riferisco alle Lingue, alla Storia, alla Letteratura, alla Filosofia e a quella che un tempo si chiamava Educazione Civica, che a mio avviso comprende rudimenti del Diritto e dell’Economia. Non so bene dove mettere la Geografia, terribilmente vilipesa, ma fondamentale.
Quel che conta dunque non è solo – nell’importanza anche delle varie discipline scientifiche – pensare giustamente al lavoro che verrà, ma anche alla formazione di un cittadino che abbia coscienza di sé stesso grazie a basi culturali solide, che lo nobilitano e lo rendono cosciente e partecipe.
Dico sempre che se già questo è sempre stato importante va detto quanto lo diventa ancor di più con la crisi demografica che desertifica la nostra gioventù e dunque nessuno deve essere lasciato indietro e bisogna fare in modo che siano opportunamente assecondate vocazioni e ambizioni nella linea della propria natura e delle proprie caratteristiche.

Registrazione Tribunale di Aosta n.2/2018 | Direttore responsabile Mara Ghidinelli | © 2008-2021 Luciano Caveri