May 2020

Il mio regno per un cavillo

Il Re d'Inghilterra Riccardo III«Il mio regno per un cavallo» (dell'inglese «My kingdomfor a horse»), è la frase che che William Shakespeare fa pronunciare al Re d'Inghilterra Riccardo III durante la battaglia di Bosworth, quando viene disarcionato dal suo destriero e nella quale finirà per essere ucciso. Il Re, crudele nel corso del suo regno, è disposto ora - con l'umiltà frutto della paura - a cederlo in cambio di un cavallo che lo che lo porti via dallo scontro. La sua è la disperazione di un uomo che offre tutto ciò a cui tiene di più in cambio della propria vita.
Tutto ciò, opportunamente modificato in «Il mio regno per un cavillo» assomiglia all'aggrovigliarsi di chi a Roma come ad Aosta tiene a mantenere il proprio posto, destreggiandosi fra Dpcm, decreti legge, leggi regionali, ordinanze, linee guida e circolari esplicative a fronte di una crescente rabbia popolare che fa tremare il loro posto di potere. Ma ormai ritengo che sia tardi e neppure una pioggia di denaro potrebbe fermare qualche cosa di ancora più profondo del disagio economico.

Ci mancava "ZeroZeroZero"

Un'immagine da  'ZeroZeroZero'Per capire, al di là di ogni retorica, quanto certi italiani fossero una vergogna nel mondo ci avevano già pensato i film della saga de "Il Padrino" o serie come "I Soprano", che mostravano come certa retorica sull'emigrazione italiana abbisognerebbe di qualche distinguo. Ma erano prodotti "Made in USA", cui sono seguite produzioni o coproduzioni anche italiane.
Avevo già raccontato in passato del mio stupore misto a dolore, seguendo in televisione - con l'aiuto della sottotitolazione perché il dialetto campano adoperato in larga parte mi è impossibile capirlo – le diverse serie di "Gomorra".
Un lavoro, nato da un'idea di Roberto Saviano, e liberamente tratto dal suo omonimo bestseller che da Napoli mostra personaggi che si muovono globalmente in altre località legate alla camorra, tipo la Spagna, la Germania, l'Honduras e la Bulgaria. Questi tizi si destreggiano come poliglotti nelle lingue di quei Paesi, quando non sanno farlo neanche in italiano.

La sfida del Turismo

L'area 'Grand Place' di Pollein, la 'spiaggia' valdostana, riaperta al pubblicoIl quadro resta pieno di incertezze. In parte è comprensibile ed in parte no. Il Turismo, attività capitale per la Valle d'Aosta e per gran parte delle Alpi, aspetta chiarezza, mentre molte evidenze arriveranno con il contagocce e forse per la prossima stagione si tratterà di improvvisare in breve tempo, secondo le circostanze fauste o infauste che arriveranno. Una duttilità mentale ed un'operatività incisiva per nulla facile che deve contare sulla forza dell'imprenditoria e sull'appoggio incondizionato del pubblico. Più si lavora e più gira il tassametro del riparto fiscale per evitare una Valle d'Aosta che rischia di fare i conti con un crollo delle proprie entrate.
Devo dire, osservando lo scenario, che mi pare che sarebbe stato bene avere idee "a geometria variabile", a seconda di che cosa si potrà fare. La cautela non ha nulla a che fare con l'incapacità e soprattutto con una necessaria ma mancante visione d'insieme di un comparto turistico che finisce, in modo onnicomprensivo, per investire larga parte dell'economia e della società della Valle.

"Lavarsi le mani" versus "Lavarsene le mani"

Laviamoci le maniPar di capire che il vecchio ammonimento di mamme e nonne, che è stato un tormentone della nostra infanzia, con il «lavati le mani!» ripetuto di generazione in generazione, avesse un grandissimo valore. Lo confermano il "coronavirus" ed il rischio di contagio.
Ora, come un mantra ma su basi scientifiche, ci viene ripetuto in ogni appello la necessità di tenere pratiche igieniche responsabili per noi e per gli altri.
La scrittrice Silvia Nelli ha osservato con sagacia: «Le mani, sono il primo passaggio di molte cose spesso inosservate, ma di grande valore: la stretta di mano, simbolo di conoscenza. Il tendere una mano, sinonimo di aiuto. Una carezza, la dimostrazione di affetto. Tenersi per mano, la paura di perdersi. Battere le mani, simbolo di approvazione. Usiamo le mani per tutto questo ricordandoci di non usarle mai contro qualcun altro, perché quello è l'unico modo negativo che hanno di mostrare qualcosa».

Le Sindromi manzoniane e la Valle d'Aosta

Don FerranteE' bene rifarsi ai classici, intesi come libri fondamentali che vivono di luce propria, attraversando i secoli e restano sempre un bel supporto per i ragionamenti. Bisogna farne tesoro, perché ad essere onesti viviamo nella logica attuale del "mordi e fuggi", in cui molto spesso la conoscenza viene vituperata a favore di un generale e tragico appiattimento mentale e culturale.
Ho letto, nella geniale rubrica di Stefano Albertini, docente universitario negli Stati Uniti, sul sito "La Voce di New York", un articolo illuminante, intitolato "Vengono da Manzoni le nuove sindromi psico-caratteriali da coronavirus".
L'elenco godibile e sagace parla di alcuni personaggi manzoniani applicati al "coronavirus" ed alle su vicissitudini e sono Don Ferrante, Don Rodrigo, Fra Cristoforo, Don Abbondio, Perpetua, Gertrude e il Conte Zio.

La storia del ribaltabile

I sedili della 'A112'Si può di questi tempi occuparsi di qualcosa di scherzoso? Oppure siamo votati alla monocultura del pensiero invadente e assolutista del "coronavirus"?
Oggi provo timidamente a reagire occupandomi di una vicenda avvincente, per quanto del tutto superflua. Mi riferisco al sedile ribaltabile, alla sua storia e ai suoi utilizzi.
Carlo Cavicchi su "La Repubblica": «Accadeva settant'anni fa in un'America uscita senza le ossa rotte dalla Seconda guerra mondiale. La "Nash", una delle case automobilistiche più popolari del tempo, avviata nel giro di pochi anni ad unirsi con la "Hudson" per dare vita al più importante accordo industriale degli Stati Uniti sotto il nome di "American Motors", lanciava il suo ultimo modello, la "Ambassador Airflyte". La "Nash Ambassador" era un'autovettura prodotta già dalla "Nash" dal 1927 e il modello di cui parliamo appartiene alla 3ª serie e, per curiosità, l'auto nella versione berlina - e sotto il nome di "Louise Nash" - compare nel film "Cars 3"».

Perché l'aula è insostituibile

Non so se sia chiara la sfida che riguarda il mondo della scuola in vista della riapertura a settembre. Appare ormai chiaro come, a differenza di altri Paesi colpiti dal virus, da noi non si aprirà nulla, e anzi, la tentazione pare essere quella di formule miste (aula e collegamento digitale) che rischiano alla ripresa di creare un mostro contro i nostri figli, nel nome di non si sa bene che cosa, se non di paure ridicole e di interessi corporativi.
Leggo su "La Stampa" Donatella Di Cesare, filosofa, saggista ed editorialista, che ha sottoscritto l'appello di sedici intellettuali contro la prospettiva di un "modello di scuola in remoto".
Quel che dice è quel che penso anch'io e lo scrivo da settimane, trovando ridicolo chi mi chiede se mi conviene politicamente, indicandomi chi in Valle d'Aosta dice il contrario per bieca convenienza elettorale, perché gli insegnanti sono una cospicua massa di voti e di tessere sindacali.
Dice l'articolo: «La didattica a distanza avrebbe dovuto costituire un ripiego temporaneo - solo qualche settimana - ed essere perciò considerata con tutte le precauzioni. Adesso, con il passare del tempo, vengono alla luce tutti i limiti. Anzitutto è ormai evidente che si finisce per perdere il contatto proprio con gli scolari delle famiglie più disagiate, quelli che non hanno il wifi, che vivono in condizioni di sovraffollamento domestico. La distanza accentua le discriminazioni. Ma il punto è inoltre che la scuola non può essere concepita come un flusso di nozioni che passano attraverso il web e raggiungono l'obiettivo, cioè chi dall'altra parte dovrebbe imparare. Questo significherebbe travisarne completamente il ruolo, il significato, lo scopo. E bisogna dire che in questo momento è altissimo il rischio, nel nostro Paese, che tutto il sistema formativo scivoli nel baratro».

Il mare

Una panoramica di Porto MaurizioQuasi mi vergogno di scrivere di quanto mi manchi poter viaggiare. E per viaggio non intendo neppure luoghi lontani, ma anche brevi incursioni di prossimità.
Il viaggio è come una fisarmonica che può estendersi ed accorciarsi. Per me vale la curiosità di visitare luoghi mai visti e pure di ritornare a vedere posti dove sono già stato, perché loro magari sono uguali, ma ad essere cambiato negli anni sono io.
Odio la retorica patriottarda del turismo locale come inebriante soddisfazione. Conosco bene la Valle d'Aosta e capita ancora e spesso di trovare un posto, uno scorcio, un panorama ed anche delle persone che non avevo mai visto o frequentato. Ma puzza certa logica solo autarchica di chi, ogni estate, quando il settimanale "La Vallée" chiede a certi big che cosa facciano in vacanza pensano di piacere agli elettori, affermando garruli: «Qui, sempre qui, nel luogo natio!».

Il trionfo della stupidità

Il libro di Armad FarrachiQuando si legge un pamphlet, cioè uno scritto catalogabile in questa definizione per il suo tono polemico, lo si valuta per due aspetti: uno razionale e uno di pancia. Così è stato per me per il libro di Armad Farrachi "Il trionfo della stupidità" (titolo originale "Le Triomphe de la bêtise"), in cui miscelando cervello ed intestini sortisce quel che ci vuole con un libello di questo genere: una scossa elettrica, che vale per le parti condivise e per quelle sulle quali non si è d'accordo.
Farrachi, intellettuale francese, classe 1949, è professore di Lettere e lo si vede dalle citazioni, è un ambientalista-animalista che scrive con tono ora iroso, ora brioso, ma certi suoi dubbi aprono un confronto con le proprie convinzioni.

Come morì Émile Chanoux

La copertina del libro di Patrizio Vichi e Leo Sandro Di TommasoNon è un'operazione di archeologia storica occuparsi ancora oggi di Émile Chanoux. In un'epoca nella quale uno stupefacente entusiasmo popolare accompagna anche il passaggio in Valle d'Aosta delle "Frecce Tricolori" (cui va il mio massimo rispetto), con un’evidente logica "panem et circenses", riflettere su di un personaggio chiave dell'Autonomismo valdostano è importante. Non per assecondare chissà quale logica contrapposta ad una simbolistica "italiana" (ognuno fa quello che vuole), ma per far capire che esistono ragioni profonde per credere in aspetti identitari propri, per nulla morti e sepolti, pur in epoca di mondializzazione. Anzi, mai come ora - per chi crede nel federalismo, di cui Chanoux resta uno dei fari - le diverse identità devono convivere come elemento arricchente e la sovranità diffusa con la sussidiarietà resta fondamentale per una democrazia matura.

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