May 2020

La mediocrità in Politica

"Il giorno della civetta" di Leonardo Sciascia lo lessi per la prima volta in quarta Ginnasio e feci una figuraccia quando - della mafia sapevo poco - dovetti illustrare il libro alla classe e dissi che il capomafia del libro, don Mario Arena, era un prete, ingannato dal titolo di "don", che in Sicilia è appannaggio di chi ha ruoli di comando nella malavita.
Ma il libro, per il resto, mi era piaciuto molto e spesso nella mia vita è tornata quella citazione, messa in bocca proprio ad Arena nel colloquio con il capitano dei Carabinieri Bellodi, emiliano ed ex partigiano, uomo che crede fermamente nei valori di una società democratica e moderna.
Dice Arena: «Io ho una certa pratica del mondo; e quella che diciamo l'umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz'uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà... Pochissimi gli uomini; i mezz'uomini pochi, ché mi contenterei l'umanità si fermasse ai mezz'uomini... E invece no, scende ancor più giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi... E ancora più giù: i pigliainculo, che vanno diventando un esercito... E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre... Lei, anche se mi inchioderà su queste carte come un Cristo, lei è un uomo».

Le mucche con la mascherina?

Il prototipo della mascherina per muccaDelle volte uno si crea delle convinzioni e poi basta leggere un articolo di giornale per scoprire che non è così. In soldoni: non vi è nulla di più placido e di più in comunione con la natura di una mandria di mucche al pascolo.
In primavera nella nostra piccola Valle d'Aosta ne vedi in tutti gli angoli ed iniettano una dose di buonumore. Poi, più ci si avvicina al cuore dell'estate, è più vedi questo nostro bestiame salire di quota e raggiungere quegli alpeggi dove l'aria si fa più sottile a due passi dal cielo e giusto sotto le vette alpine. L'apoteosi della purezza dell'aria!
Ma poi, da anni, si racconta una storia diversa. Strano ma vero: inquina di più allevare mucche che guidare automobili. Lo dice un rapporto della "Fao" (l'organizzazione delle Nazioni Unite per l'alimentazione e l'agricoltura) e lo sostiene con la certezza dei numeri: il settore dell'allevamento di bestiame (bovini, maiali, pecore, piccoli ruminanti e volatili) produce più gas serra rispetto al sistema mondiale dei trasporti (il 18 per cento contro il 14 per cento), inserendosi tra i principali responsabili del riscaldamento globale del pianeta.

Silvia-Aisha e la sua terribile vicenda

Silvia Romano dopo il suo ritorno in ItaliaSono contento che ci siano molte persone che sul caso di Silvia Romano abbiano le idee chiare e certezze granitiche e ciò avviene spesso più per contrapposte ragioni ideologiche, piuttosto che per un esame freddo e calcolato degli eventi che hanno portato la giovane rapita da estremisti islamici ad essere liberata con il pagamento di un riscatto. Pagamento che, scelta umanitaria comprensibile, non è seguita in punta di diritto dagli altri Paesi occidentali per evitare che i propri cittadini vengano rapiti. La stessa linea, insomma, prevista dalla legislazione italiana per le vicende interne e che, con il blocco dei beni in caso di rapimento, ha stoppato il fenomeno in Italia: non rapisci nessuno, se nessuno ti paga per ottenere la restituzione della vittima.
Si può cominciare dall'inizio o dalla fine, con una premessa: la giovane che si è messa nei guai lo ha fatto con generosità e perché ha il cuore buono, inseguendo un suo sogno africano, ma ha peccato di improvvisazione e di ingenuità, perché la zona dove operava in Kenya era nota per essere infiltrata dagli islamisti.

L'Antropologia e le mascherine

Elisabetta Dall'ÒColpisce sempre quando "cervelli" della Valle d'Aosta non solo scavano nella realtà valdostana, ma dimostrano poi doti e capacità che consentono loro di svettare nelle loro professioni. Preciso che sono da sempre attratto, non solo per esami universitari dati ma per un mio interesse personale, dal vasto mondo di quella materia poliforme che è l'Antropologia.
Ecco perché ho avuto una piacevole sorpresa nello scoprire dell'interessante attività di Elisabetta Dall'Ò, trovata per caso grazie ad un amico e lamento una mia colpevole distrazione per non essermene accorto prima.
Ho trovato una minibiografia folgorante sul Web: «"Elisabetta Dall'Ò, Ph.D in Cultural and social anthropology, è una giovane antropologa culturale formatasi tra Milano (Bicocca) e Parigi (Sciences-Po). Si occupa di ambiente, sostenibilità, novel food, Antropocene, e climate change. In una parola: di "futuro"».

Autonomia: prima che sia troppo tardi

Il gonfalone della Regione autonoma Valle d'Aosta in piazza Chanoux ad AostaDa bambino, in spiaggia, giocavo con i miei coetanei a costruire una piccola montagnola di sabbia alla cui sommità si piantava lo stecco in legno del gelato. Poi a turno si toglieva dalle pendici un pochino di sabbia, sino a quando il legnetto cadeva e il colpevole dell'ultimo letale scavo perdeva la sfida.
Mi pare che questo gioco somigli terribilmente al destino in corso dell'Autonomia speciale della Valle d'Aosta e il presente che stiamo vivendo mostra una perdita di efficacia che si sposa con l'assenza di valori e di idee, con grandi "scavatori" in azione.
Di conseguenza la costruzione autonomista datata 1945 rischia di crollare. E non avviene questa volta per i molti agenti esterni che son dagli esordi in poi - ad ogni piè sospinto - hanno messo in discussione le sue fondamenta ed i suoi contenuti, ma per azioni interne che sono come quelle manate che fanno crollare lo stecchetto nel gioco da spiaggia.

Ricordando il "Rendez-vous valdôtain"

La prima pagina della 'Vallée' di sabato 9 maggio che ricorda i 'Rendez-vous'Mi è capitato raramente in questi anni di tornare nella palazzina stile western ex "Esso" di Avenue des Maquisards sede dell'Union Valdôtaine, dove ho trascorso - nel mio ufficio al primo piano lato strada - molti anni per il mio lavoro di parlamentare. Ovvio che fosse così, dopo la mia rottura con il "Mouvement", non c'era ragione per tornarci, se non per rare riunioni fra forze politiche.
Ma ad essere fonte di ricordi era tutta quell'area dove per anni ho partecipato ai "Rendez-vous valdôtains", la versione unionista di quanto faceva il vecchio Partito Comunista con le "Feste dell'Unità". Una vasta zona dove si allestiva la festa, di recente rasa al suolo per costruire delle abitazioni ed è come se d'incanto sparisse un luogo della memoria. Memoria che si perderà inevitabilmente.
I "Rendez-vous", sin dalla fine degli anni Settanta, erano per me un luogo ameno di distensione e di divertimento, quando cominciai a fare il giornalista senza impegni politici.

«La legge non ammette ignoranza», ma...

Il manifesto 'Tacete' di Boccasile«Il nemico vi ascolta. Tacete!». Questo vecchio slogan di epoca fascista, nel solco di una politica liberticida, è stato ripreso nei comportamenti da tutti quelli che, a fronte della pandemia, si sono messi nelle condizioni di censurare ogni legittima critica nei confronti delle diverse Autorità preposte all'emergenza, sentendosi in dovere di ergersi a difensori d'ufficio.
Intendiamoci: ci stava che nei momenti più drammatici del contagio, quando il "coronavirus" è piombato nelle nostre vite e ha sconvolto società ed economia, ci dovesse essere una sorta di tregua ed il superamento di polemiche e bagarre. Ma questo non ha mai significato per me l'impossibilità di esercitare un legittimo diritto di critica. Un conto è il dovere di essere collaborativi, un conto è essere collaborazionisti con chi sbaglia e di errori ce ne sono stati tanti. Una seria riflessione ex post sarà davvero utile per essere più pronti e capaci nella reazione ad emergenze sanitarie come questa.

Resta dura la partita contro il coronavirus

Giuseppe Conte durante la conferenza stampa nella serata di sabato 16 maggioStanchi siamo tutti stanchi. Non è una stanchezza fisica, ma mentale. Il confinamento e le sue regole varie e soprattutto invasive e persino minacciose (ai posti di blocco ci batte il cuore, come se fossimo dei banditi) hanno occupato la nostra vita manu militari, facendola deragliare dalle sue più elementari abitudini ed in sostanza rendendola peggiore, in barba alla retorica di cui ho piene le scatole.
E questa storia ha investito tutte le età: dai più vecchi che hanno rischiato la pelle perché più esposti e con la sgradevole sensazione di poter essere sacrificati se necessario, senza una Rianimazione per salvare la pelle ai più piccoli che si sono trovati senza scuola e oggetto di dispute, persino sindacali, tra chi avrebbe voluto qualche tentativo di rientro a scuola e chi non ne voleva neppure sentir parlare, sostenendo che la "didattica a distanza" sarebbe un nuovo modo di fare scuola (aiuto!). Per non dire di categorie come gestori di bar, ristoranti, barbieri e pettinatrici diventati gli ultimi della fila e trasformati in geometri nella gestione degli spazi dei loro locali in queste ore concitate in cui le regole arrivano, come sempre, all'ultimo minuto con riunioni fiume e dichiarazioni contraddittorie.

Il presidente Testolin non risponde

Raramente sulla pagina locale de "La Stampa" viene pubblicato un editoriale ed oggi il fatto che ne sia uno indirizzato al presidente della Regione, Renzo Testolin, appare come un messaggio forte, che mette in gioco due cose: il diritto dei valdostani di sapere e il diritto-dovere dei giornalisti di svolgere a pieno il proprio lavoro di informare.
Una posta in gioco essenziale in una democrazia e par di capire che i silenzi del presidente, che si sommano a sconcertanti atteggiamenti che l'editoria ricorda bene, abbiano raggiunto un livello tale da obbligare ad una presa di posizione senza peli sulla lingua e mi auguro che Ordine dei Giornalisti e Sindacato Stampa Valdostana facciano sentire la propria voce a tutela della libertà di stampa.
Nessuno può essere sordo o tirare dritto quando una crisi come quella del "coronavirus" colpisce una comunità, perché questa situazione, che già ha sospeso molte libertà, non mi risulta abbia sospeso la libera informazione e gli obblighi di rispondere alle domande poste.
Già i meccanismi delle conferenze stampa mi avevano lasciato perplesso, ma la fotografia definita dall'editoriale della pagina valdostana del quotidiano torinese, diretta da Stefano Sergi, non lascia ombre o dubbi sul giudizio da dare.

Ricordare Papa Wojtyla e il suo amore per la Valle

Io con Papa Wojtyla a Les CombesIn molti hanno ricordato in questi giorni i cento anni dalla nascita del Papa polacco, Karol Wojtyla, il primo Pontefice - ormai Santo - in visita in Valle d'Aosta. Una terra che Giovanni Paolo II amò sinceramente e divenne luogo preferito per le sue vacanze estive, nel buon retiro a Les Combes di Introd, dove incontrava con piacere le persone, specie durante le sue escursioni.
Era la sera di una splendente giornata di fine estate, il 6 settembre del 1986, quando il Papa arrivò per la prima volta ad Aosta e parlò in una piazza Chanoux gremita di folla. Io ero là per fare la telecronaca "Rai" e mi occupai, la domenica dopo, della diretta in nazionale della messa celebrata nel prato di Montfleury (dovetti studiare parecchio per non fare sbagli).
Negli anni successivi, per le dieci vacanze papali, ho avuto il privilegio di incontrare il Papa, nei diversi ruoli pubblici che ho ricoperto, ed ho delle bellissime fotografie del fotografo ufficiale del Vaticano anche con i miei figli piccolissimi. Ricordo il primo incontro, quando mi disse: «Un deputato giovane, bene, bene!».

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