March 2020

La prova si fa sempre più dura

Chiusi a casa...Esistono per me due mondi rispetto al "coronavirus", questa minuscola creatura che minaccia le nostre vite. Il primo è stato ben rappresentato da chi ha passato settimane a sottostimare gli eventi ed anche in Valle d'Aosta ha passato il tempo a dire «venite in Valle d'Aosta, perché da noi non ci sono pericoli», cui bisogna associare anche chi alzava le spalle e affermava «poco più che un'influenza».
Dall'altra c'era chi, come chi scrive, non capiva certo ottimismo latente e cercava di scavare negli avvenimenti, avendo l'impressione che ci fosse un'evidente "dietro le quinte" e soprattutto che non ci fosse neppure da noi un'organizzazione pronta e decisori in grado di affrontare gli eventi. Quando, ad esempio, sentivo che non c'erano a disposizione i celebri tamponi necessari per accertare la malattia ti chiedevi legittimamente chi fosse alla guida del pullman su cui siamo tutti imbarcati.

La speranza è un rischio da correre

La 'superLuna' di questi giorniSuona quasi beffarda, ma molto consolatoria, la Natura che mi ha offerto due immagini di sé, che sembrano contraddire la tensione di queste ore. Tensione vera, non inventata, perché quello cui ci confrontiamo è da un lato la nostra evidente fragilità quando si sconquassa il ritmo abitudinario della nostra vita e, dall'altra, quando tutto avviene con una incredibile rapidità, dall'oggi al domani.
Da qui le due immagini. La prima era notturna: un'immagine della nostra vallata centrale illuminata dalla luna con un cielo azzurro cobalto fiabesco che lasciava senza fiato. La seconda, nel dormiveglia mattutino, è fatta di suoni: erano due uccelli che gorgheggiavano mentre albeggiava, come per annunciare la primavera che verrà.
Due pillole di speranza in un periodo di cattivi pensieri a causa - detto papale papale - di una malattia che ci minaccia e non si tratta di una battaglia personale, come capita quasi sempre, ma di una prova collettiva e, come tale, ancora più complessa.

Sui turisti e sugli italiani

Da ragazzo mio padre decise di mandarmi in albergo a Champoluc, assieme a mio fratello più grande di me, durante le vacanze natalizie e poi pasquali. Qualche anno dopo affittammo per anni un appartamento in paese e così salimmo sistematicamente nei finesettimana per parecchio tempo.
Fu lassù che passai momenti straordinari con una compagnia di amici provenienti da Milano, Torino, Genova ed altre città del Nord. Un'esperienza formativa importante, che mi fece crescere con questi "cittadini" confrontati a noi "indigeni".
Ogni tanto ripenso con nostalgia a momenti impagabili vissuti ed a quanto ci volessimo bene, crescendo assieme e forgiando i nostri caratteri, arricchendoci reciprocamente. Per questo, ma non solo, mai e poi mai potrei accettare questa campagna contro i turisti "untori" in parte sviluppatasi nei giorni scorsi in Valle d'Aosta e in altre zone alpine contro chi, salito a svagarsi sui monti, ha finito probabilmente per favorire qualche caso di "coronavirus".
Non si può passare in tre settimane dal «venite in Valle perché non c'è contagio» ad una specie di maleducazione per chi ci ha preso sul serio ed è salito, specie nelle seconde case, per svernare in attesa che nelle zone calde di pianura passasse l'epidemia.

Obbedisco...

L'ormai celebre immagine di Giuseppe Conte che firma il decreto dell'8 marzoOra si svolta e con le ultime decisioni sul "coronavirus" o la va o la spacca e non c'è più spazio per fare i furbi, pena il rischio di soccombere. Siamo giunti al redde rationem e vale la pena di tornare indietro sulla vicenda per guardare avanti.
Esiste una logica all'italiana, che mai ho condiviso, che riguarda la regola accompagnata sempre dalle eccezioni. Ricordo quando contribuivo alla scrittura delle leggi, dando il mio apporto come deputato in quei tavoli più ristretti - si chiama "Comitato dei nove" - dove si esaminano emendamenti e sub-emendamenti e, essendo senza rendicontazione, si scioglievano i nodi più delicati in discussione. Ebbene, mi accorgevo sempre che qualche collega parlamentare cercava sempre di allentare le corde, ad esempio con l'uso della formuletta "di norma", che voleva dire che "normalmente" valeva la regola, ma ci potevano essere casi particolari. Così si aprivano voragini interpretative.

Il coraggio e la felicità nel tempo del Coronavirus

Umberto EcoLa parola "coraggio" ha molti volti. Certo la definizione più usuale è grossomodo questa: "Forza d'animo nel sopportare con serenità e rassegnazione dolori fisici o morali, nell'affrontare con decisione un pericolo, nel dire o fare cosa che importi rischio o sacrificio".
Già così ne abbiamo da vendere di stati d'animo in atto. Penso ai due lati della medaglia: da un lato i pazienti che si trovano a sopportare un peso enorme, caratterizzato da un percorso pieno di insidie, fatto dai sintomi, dal famoso tampone con le sue attese e poi dalla speranza di uscire dal tunnel; dall'altra il lavoro dei sanitari, fatto di fatica e sacrificio ed anche dalla legittima preoccupazione di finire essi stessi colpiti dal virus.

Caro papà, ora tocca a noi

Le avvertenze per il 'coronavirus'Caro papà,
in queste ore ti ha raggiunto in Paradiso un tuo amico di Valtournenche, il dottor Oreste Maquignaz, che ho incontrato non molto tempo fa. Avevamo nell'occasione evocato le visite nel suo studio di ortopedico al Breuil-Cervinia per il mio primo gesso alla gamba da bambino e poi il legamento crociato e il menisco con successivo consulto con un altro vostro amico comune, Giorgio Vassoney, grande chirurgo ortopedico alla clinica "Pinna Pintor" di Torino. Proprio lui ti pagò il biglietto del treno da Ivrea ad Aosta, quando lo incontrasti per caso alla fine dalla tua avventurosa fuga dal campo di concentramento nazista nella primavera del 1945.
Con Oreste ci eravamo fatti un sacco di risate a ricordarti da vivo con il tuo spirito scherzoso che accompagnavi ad un'esemplare attività professionale, esattamente come la sua: una schiatta di professionisti sino ad età avanzatissima, tu per gli animali da buon veterinario, e lui per gli umani, specie sciatori e alpinisti.

#stareacasa

La tenda d'emergenza installata fuori dalla 'Rai' (foto di Davide Coletta)"#stareacasa": questo l'hashtag più famoso in questi giorni. Dovrebbe essere il simbolo di un riscatto di orgoglio a difesa della vita propria vita e di quelle altrui.
Sto prendendo molto sul serio questa necessità e penso che tutti dovrebbero farlo, perché è un dovere civico e esprimo tutto il mio disprezzo nei confronti di chi non si adegua per lassismo, strafottenza o stupidità, e sono ancora troppi a prendere la situazione sottogamba.
Certo continuo ad avere delle incombenze lavorative e salgo e scendo da Saint-Christophe, dove c'è la sede "Rai" ormai blindata e con tende allestite fuori dalla regia televisiva, dove opera personale che non ha contatti con gli altri all'interno. Ciò consentirebbe di trasmettere comunque in emergenza se il virus colpisse persone dentro la sede e ci fosse una paralisi da quarantena.

Riflessioni di fronte all’emergenza

Il presidente del Consiglio dei Ministri Giuseppe Conte in videoconferenza con la Commissione europeaOggi mi occupo di questioni collaterali, ma non troppo, rispetto all'epidemia in sé, ma comprenderete come non siano digressioni distanti.
Conosco degli evasori fiscali che di questi tempi, colpiti nel vivo dal dramma del "coronavirus" e spaventati di restar secchi se - qualora contraessero la malattia - non ci fosse posto nelle rianimazioni debordanti di pazienti, pontificano sulla sanità pubblica e sul dramma dei tagli ai finanziamenti del settore.
Basterebbe che tutti pagassero il dovuto ed avremmo il "Paese del Bengodi" e non solo con una riduzione per tutti di quanto paghiamo di tasse e migliorerebbe il funzionamento della Repubblica e quanto il Pubblico fa per i propri cittadini. Per la Valle d'Aosta, che gode del riparto fiscale, la gran parte dell'evasione significa l'impoverimento delle Casse regionali e non a caso nello Statuto speciale esisteva un coinvolgimento della Regione Autonoma negli accertamenti.

Amici e nemici in epoca di "coronavirus"

Il professor Antonio Maria BaggioSiamo abituati a dividere il mondo in "amici" e "nemici" e a cercare nelle parole una stampella per dare corpo alle nostre idee al modo di pensare.
Parlando del "coronavirus" che si è insinuato nella nostra vita e colpisce in mezzo a noi e ci minaccia senza pietà, è evidente come sia lui il "nemico numero 1" con cui fare i conti ed è nostro dovere combattere questa battaglia mondiale, che qualcuno ha definito con enfasi la Terza guerra mondiale. Ma il nemico riguarda anche i rischi derivanti dai nostri comportamenti individuali: per fermare il contagio bisogna seguire disposizioni che sono pesanti per ciascuno, perché condizionano la nostra libertà, ma lo sono anche in una logica collettiva fra chiusure, divieti e l'evidente ricaduta sull'economia in generale e per molti sulle proprie finanze personali.

L'antieuropeismo non paga

Mai come in questo momento l'antieuropeismo dilaga per varie ragioni di fronte all'epidemia in corso, esplosa per altro ormai in tutti i Paesi dell'Unione. Ci sono state - e le citerò - ragioni oggettive, perché le autorità comunitarie hanno preso sottogamba il virus e talvolta hanno fatto dichiarazioni sul "caso Italiano" nocive rispetto all'economia italiana e penose sul piano del sostegno morale.
Leggo nella newsletter "covid-19" del Movimento europeo un pezzo non firmato dedicato al "disordine europeo", che offre anzitutto un utile quadro di riferimento: "Il "progetto Spinelli", approvato dal Parlamento europeo nel 1984, aveva fatto propria l'idea di Willy Brandt di attribuire alla nuova Unione competenze e strumenti per realizzare una politica della società ("Gesellschaftpolitik") che, partendo dalla politica sociale, consentisse alla dimensione europea di garantire alle cittadine e ai cittadini beni pubblici che non potevano esserlo dagli Stati nazionali secondo una visione dinamica del principio di sussidiarietà.
Per il "progetto Spinelli", le competenze europee nella politica della società dovevano essere concorrenti - e non condivise - rispetto a quelle degli Stati nazionali ispirandosi alla costituzione federale tedesca dove l'azione degli Stati federati è possibile solo laddove e fino a quando non è intervenuto il livello federale
".

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