October 2018

Quando l'informazione è sotto attacco

Uno striscione dedicato ai giornalisti durante una manifestazione di 'grillini'Sono ormai - maledizione! - uno dei più vecchi giornalisti professionisti della Valle d'Aosta, visto che faccio questo lavoro dal 1979, anche se l'esame di Stato arrivò qualche anno dopo.
Ho dunque quasi - mancano tre mesi... - quarant'anni di lavoro e anche se per ventidue anni ero stato in aspettativa politica dalla "Rai", fra il 1987 ed il 2009, avevo continuato a scrivere ed a fare radio ed ormai da quasi vent'anni ammorbo i miei lettori nell'impegno quotidiano sul mio blog caveri.it, che mi dà molte soddisfazioni.
Quando ero ventenne, fui il primo presidente della "Associazione Stampa Valdostana", staccatasi dalla "Subalpina" di Torino e modificai la legge ordinistica da deputato per dare vita all'Ordine della Valle d'Aosta.
Solo per dire dell'affezione che ho sempre avuto non solo per questo lavoro ma anche per la comunità di colleghi di cui faccio parte.

L'oblio sulla politica per la montagna

Il Mont Emilius in questi giorniLa politica per la montagna è sempre stata un mio rovello dovunque abbia avuto un ruolo istituzionale e, visto che non si vive solo di cariche elettive, continuo ad occuparmi di questa questione. Ciò avviene - e penso di non doverlo dimostrare perché preclaro - per la semplice ragione che chi è valdostano sa come, prima che emergesse il problema linguistico, a partire dal Regno d'Italia in poi (il bilinguismo valdostano era precedentemente francese-francoprovenzale), questo era dato fondante dell'Autonomia valdostana. Questa fu tema centrale nel rapporto millenario con Casa Savoia di cui seguimmo i destini politici sino alla nascita della Repubblica si basava su "privilèges" che avevano in larga parte - come ragion d'essere - il particolarismo di un territorio interamente montano.

Ad un secolo dalla fine della Grande Guerra

La copertina del libro e della mostra di Stefano TorrioneSi avvicinano quelle date che portarono un secolo fa alla fine della Prima Guerra mondiale. Solo cent'anni - che sono una bazzecola con i tempi della Storia - ci dividono da quegli avvenimenti ed invece, morti i protagonisti di quella guerra irta di battaglie terribili con armi nuove assolutamente letali e con le popolazioni civili colpite dalle nuove modalità del conflitto, sembra che la celebrazione sia rimasta solo in termini ufficiali, direi retorici, senza suonare come un ammonimento nel ricordo dei fatti e soprattutto delle tragedie. Una mancanza di memoria collettiva che, invece, sarebbe stata preziosa e non andava sprecata, come avvenuto, in questo periodo in cui l'Europa rischia grosso, disgregandosi in nuovi nazionalismi roboanti e talvolta aggressivi, che rischiano di minare alle sue radici il percorso che - dal 1918 in poi - grazie anche alla capacità visionaria dei federalisti ha portato a un processo d'integrazione europea, acceleratosi dopo la Seconda Guerra Mondiale.

I consigli di Steve Jobs

Steve Jobs, inventore di "Apple" ha, con il suo lavoro e le sue "invenzioni", rivoluzionato la nostra vita. Leggendo i libri su di lui emerge l'immagine di un antipatico di grande talento, forse addolcito quando la malattia che lo colpì gli rese evidente quanto la sua vita fosse arrivata al capolinea.
Tuttavia tutte le storie di successo passano attraverso alcune intuizioni di chi diventa capofila di rivoluzioni di qualche genere e nel solco della rivoluzione digitale e della sua discesa nella vita quotidiana di ciascuno di noi Jobs ha pochi rivali.
La sua è stata una vita "fortunata": madre svizzera, papà siriano, viene adottato da una famiglia californiana e deve il successo ad una vita febbrile, spesso con andirivieni, che dimostrò soprattutto, oltre ad una certa bizzarria, un evidente fiuto imprenditoriale.
E' uscito un libro in Francia, "Trouver un job grâce aux conseils de Steve Jobs - Trente idées pour décoller", pubblicato dalle "Editions Eyrolles", di Hervé Bommelaer, di cui Quentin Périnel su "Le Figaro" riassume le idee forti, specie a vantaggio dei giovani, ma non solo.

Il sapore del "Pan ner"

Uno dei tanti 'Pan ner' valdostaniLa storia del pane - parola che deriva dal latino "pascere", cioè nutrire, da cui originano anche "pasto" e "pastore" - ha accompagnato da sempre quella della civiltà umana fin dai tempi più remoti. Ottenuto grazie alla cottura delle farine derivate dai diversi cereali impiegabili che erano legati alle condizioni delle coltivazioni e all'espandersi dei semi delle diverse specie, questo alimento ha rappresentato nei secoli la base dell'alimentazione, tanto che il controllo dei forni è stato spesso un aspetto essenziale del potere e ha caratterizzato molte ribellioni popolari.
Naturalmente - ma credo che sia un'esperienza comune per chiunque abbia viaggiato - questo significa molte varianti, che hanno basi simili ma seguono le condizioni locali e le varianti dell'ingegno delle popolazioni. Trovo che sia interessante assaggiare i prodotto più vari e già solo in Italia basta spostarsi di poco per vedere come ci siano sotto lo stesso nome prodotti per tutti i palati.

Una cabinovia per Aosta

Il 'Metrocable' di MedellinQuando nella primavera del 2008, nel quadro dei fondi comunitari, spuntò l'ipotesi del "Cablò" ci furono favorevoli e contrari. Si trattava di una cabinovia della "Leitner" che avrebbe consentito di superare in poco tempo la barriera costituita dalla stazione ferroviaria di Aosta che, ancora attualmente, blocca un collegamento diretto fra il centro cittadino e gli immobili e le aree ex "Cogne" ed anche dai parcheggi di questa vasta area da valorizzare a peno, nota come "F8", adiacente allo stabilimento vero e proprio. Compreso il grande parcheggio pluripiano, oggi realizzato ma poco utilizzato. La logica era quella di riavvicinare la città alla vasta zona oggi troppo "isolata" dalla vecchia viabilità e creare così anche un unico sistema di trasporto integrato che, nel raggio di poche centinaia di metri, avrebbe legato autostazione, ferrovia e telecabina per Pila.

La politica valdostana e l'impasse

Lo stallo negli scacchiChi mi conosce sa che non fanno parte del mio carattere né il pessimismo né la demoralizzazione, ma questo non vuole dire mettersi la "pelle di salame" sugli occhi quando le cose si complicano con il rischio di ingripparsi. Così sta avvenendo nella complessa vicenda politica valdostana, avviluppatasi su sé stessa in una crisi in Regione che causa un serio rischio di impasse. Ne osservo da settimane gli sviluppi con una buona dose di preoccupazione e persino qualche lampo di stupore, specie quando sento scricchiolare il "minimo sindacale" della ragionevolezza. Aggiungerei anche che compartecipo alla fatica di larga parte dell'opinione pubblica valdostana ormai stufa di un clima di incertezza, fluidità e ambiguità.
Segnalo in aggiunta come non si debba mancare di senso pratico o essere ipocriti, per cui certuni che oggi in politica fanno gli indignati e si atteggiano a "salvatori della Patria" ben sapevano che alcuni meccanismi causa/effetto esistenti (partendo dalla legge elettorale) ci avrebbero portati sino a qui e scaricare la responsabilità sugli altri non è mai un gesto nobile e neppure assolutorio.

Ridere per pensare contro le Mafie

Il cast della fiction 'I topi'In questo periodo ed ormai da qualche settimana sono senza televisione. Mi sono trasferito di casa e - per via di una storia di allacciamenti alla fibra ottica - non ho ancora collegato l'apparecchio. Ragion per cui guardo la televisione su un tablet, comportandomi cioè come fanno molti ragazzi, che si costruiscono la loro programmazione personale via Internet nella logica del podcasting con cui si rivedono - in un "on demand" casalingo - le registrazioni delle trasmissioni.
Così - per caso, grazie alla segnalazione di mio fratello - sono finito su di una sitcom geniale.
Una premessa, però, è d'obbligo. C'è un celebre motto che suona così: «Una risata vi seppellirà». Anzi, a dire il vero, l'espressione è più complicata: «La fantasia distruggerà il potere ed una risata vi seppellirà!».

La frattura fra Nord e Sud

Angelo PanebiancoSolo chi vivesse in un improbabile Paradiso terrestre, a riparo dalla realtà del mondo che noi viviamo quotidianamente, potrebbe avere l'anima così candida da pensare che il mondo dell'informazione viva in una camera bianca estranea a tutto.
Ci pensavo rispetto al "Corriere della Sera", giornale di evidente autorevolezza, espressione sin dalla nascita della grande borghesia e del capitalismo italiano, finito di recente nelle mani di Urbano Cairo, che è anche proprietario de "La 7", una televisione che si è molto strutturata negli ultimi anni. Cairo viene considerato un editore puro e certo i suoi mezzi d'informazione, specie la televisione ma anche il quotidiano, hanno dimostrato una certa sensibilità verso Lega e Cinque Stelle. Ora l'impressione, almeno per il "Corriere", è che la luna di miele stia finendo e cresce tra l'altro il tam tam di chi vocifera che, proprio in alternativa ai gialloverdi al Governo, potrebbe - in area moderata, anche tenendo conto della veneranda età di Silvio Berlusconi e di un Partito Democratico in coma - spuntare proprio Cairo.

L'antieuropeismo becero va combattuto

Un giorno verrà in cui ci potrà essere una rilettura critica degli anni che hanno preceduto una grave crisi della democrazia in Italia che è in corso in tutta evidenza, per quanto gli esiti finali siano ancora incerti.
Chi ha soffiato sul fuoco della Politica solo come espressione della famosa "Casta" e chi ha cavalcato l'antieuropeismo più becero siederà sul banco degli imputati per avere imbeccato quella parte crescente di popolazione italiana che ha seguito l'onda in modo passivo, lasciandosi trascinare contro la scogliera del populismo più gretto. Alcuni mostrano già tardivi pentimenti dopo aver fatto montare rabbia e ignoranza come miscela esplosiva.
Ognuno, compresi i popoli, ha quello che si merita e gli italiani già in passato hanno battuto il naso anche per proprie colpe per poi - come il fascismo - far finta che si trattasse di una sorta di parentesi sfortunata, mentre si trattò di una piaga purulenta anche a causa di un'adesione massiccia ad una dittatura.
In troppi, in poco tempo, divennero da "fascistissimi" ad "antifascisti" e nel secondo dopoguerra la Repubblica nacque con la stessa muratura burocratica e amministrativa del Ventennio con le conseguenze ben note.

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