July 2017

Il lato solare della nostalgia

Il dettaglio di un antico jukeboxQuando si cercano le parole giuste bisogna sempre riflettere se nel loro uso siamo precisi. A me, per esempio e so che non è così per tutti, mi sento di dare alla parola "nostalgia" un'accezione intima che non mi dà sofferenza o dolore rispetto a persone, cose, luoghi del passato. Anzi, dovessi dire è una sensazione che mi scalda il cuore e mi conforta.
Chi ha scavato nel termine, dalla sua origine dal greco antico sino a fare una cavalcata in diverse lingue europee è stato Milan Kundera. Seguite il flusso del suo ragionamento: «In greco, "ritorno" si dice "nóstos". "Álgos" significa "sofferenza". La nostalgia è dunque la sofferenza provocata dal desiderio inappagato di ritornare. Per questa nozione fondamentale la maggioranza degli europei può utilizzare una parola di origine greca ("nostalgia", "nostalgie"), poi altre parole che hanno radici nella lingua nazionale: gli spagnoli dicono "añoranza", i portoghesi "saudade"».

Ora e sempre grembiulino...

Non c'è nulla di più evocativo delle vecchie fotografie. A casa dei miei genitori, in un cassettone di uno scrittoio, sono state stipate foto di varie epoche. Da paesaggi di Pila anni Trenta a foto "Kodak", quelle foto grande foto piccola a colori della mia infanzia, da foto dei miei genitori - matrimonio compreso - ai battesimi miei e di mio fratello con parenti ormai scomparsi che ci auguravano una buona vita. Una specie "di tutto un po'", senza alcun tipo di classificazione, in cui ogni tanto mi immergo, ritrovandomi a diverse età.
Ci sono foto topiche, come quelle delle elementari, dove esibisco i miei grembiulini e l'aria che, con il passare degli anni, da spaurita si fa più spavalda. Preciso che in prima elementare non avevo alcuna intenzione di cominciare la scuola, proprio perché non capivo perché dovessi andarci, stando bene a casa.
Per cui nelle prime settimane mi ritrovai - era il 1964 - con inspiegabili mal di pancia, evidentemente simulati con capacità attoriale mica da ridere. Una volta appurata che dovevo starci il mal di pancia passò ed ho bei ricordi della scuola.

Volubili, a dir poco...

Emmanuel Macron con Paolo Gentiloni«ciao, ciao» con la manina.
Una straordinaria lezione di vita, specie per chi come me, alla fine, non riesce più di tanto a portare rancore. Il "voltagabbana", insomma, che si rifanno ad una definizione precisa, che deriva dal nome con cui era chiamato il soprabito largo e lungo, senza cintura, spesso con cappuccio ed a volte foderato di pelliccia, che in passato era indossato principalmente dai militari, ma anche per lavoro da operai e contadini: la "gabbana" appunto, derivazione di "gabbano", che viene dall'arabo "qabā, lungo soprabito". La "gabbana" poteva essere rivoltata (era cioè "double face") ed indossata anche al rovescio, motivo per cui i militari che disertavano l'esercito, utilizzavano questo stratagemma per non essere riconosciuti durante la fuga. Così si usa il temine "voltagabbana" per indicare, con una connotazione negativa, qualcuno che cambia spesso e con leggerezza opinione o atteggiamento, per ottenere vantaggi personali.

Il famoso dialogo in Valle d'Aosta

Un megafono...Ci vorrebbe - ma per scritto purtroppo non viene bene - un rullo di tamburi prima di cominciare e ciò per attirare per un attimo l'attenzione. Vorrei dire alcune cose, restando nel perimetro delle buone maniere. La drammatizzazione e la rissa continua, ormai cifre indelebili di una politica italiana avvelenata e rissosa, finirebbero proprio per far piacere a chi ama - anche in Valle d'Aosta - alzare i toni, mentre una risata ferisce più di una spada e soprattutto evita l'acidità di stomaco.
Proviamo brevemente a ricapitolare di che cosa si tratti con brevi cenni, che disegnano il puzzle complessivo di certe mie preoccupazioni, che riguardano il clima del confronto, certo indispensabile e aperto, ma guardandosi negli occhi e con serietà d'intenzioni.

Il Silenzio

Rumore nel centro storico di AostaIn queste settimane in Radio mi sono divertito con i contrari come filo conduttore di una trasmissione estiva. Uno degli ultimi argomenti - "Crudo e Cotto" - mi ha ricordato un libro "Le Cru et le Cuit" dell'etnologo francese Claude Lévi-Strauss, che aveva osservato come - nelle tribù che aveva studiato in Sud America - non esistesse la parola "cotto" per la semplice ragione che non cuocevano gli alimenti, ma neppure, poiché non c'era la nozione di cottura, esisteva la parola "crudo", non essendocene bisogno perché i cibi erano... crudi e null'altro. Solo esperienze nuove permettono di creare - questa la sostanza - permettono di sviluppare nuovi paradigmi.

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