May 2015

Ciclismo e Alpi, aspettando il Giro d'Italia

Le classiche biglie dei ciclistiIl "Giro d'Italia" attraverserà tra poche ore la Valle d'Aosta e la memoria torna indietro. Il "Giro", nel mio passato e credo per tanti come me, aveva almeno tre valenze. La prima: segnava per noi studenti l'avvicinarsi della fine dell'anno scolastico attraverso le straordinarie cronache radiofoniche o le più moderne immagini televisive (le telecronache di Adriano De Zan erano straordinarie). La seconda: più di oggi le gare avevano un ampio seguito popolare, io conoscevo da ragazzino nomi e caratteristiche dei ciclisti e d'estate sulle piste di sabbia (forgiate con il sedere, se opportunamente trascinati) si combattevano battaglie epocali, come facevo con mio cugino Luca, io con la biglia di plastica con la foto di Felice Gimondi, lui con quella di Gianni Motta. La terza era, quando capitava, il passaggio del "Giro" in Valle. Mi piazzavo davanti a casa mia, a Verrès, prima aspettando la "carovana", che lanciava gadget in un crescendo di clamore da circo fra auto e furgoni, poi con il passaggio sullo stradone della circonvallazione dei ciclisti, sempre in gruppo e con una velocità che li concedeva alla vista, con una certa delusione, solo per una frazione di secondo.
Il ritorno del "Giro", insomma, mi riempie sempre il cuore di gioia. Domani la tappa sale al Breuil-Cervinia, omaggio ai 150 anni dalla prima scalata della "Grande Becca", mentre l'indomani si parte da Saint-Vincent con direzione Sestrière.

Aosta: stessa spiaggia, stesso mare...

Augusto Rollandin e Fulvio CentozVorrei scrivere del cielo azzurro, dell'attesa dei ciclisti del "Giro d'Italia", del fatto che scopro alla mia verde età di avere un'allergia alle erbe dei prati falciati, del desiderio indicibile di mare o altre questioni leggere che mi facciano godere del mese di giugno che incombe. Ma poi - maledizione - ti arriva il virus della politica e comincia a scrivere, al posto tuo, sulla tastiera. Così cedo e lascio il filone del tempo libero, cercando il filo che parte dalla celebre frase «La politique est l'art de rendre possible le nécessaire», scritta nelle sue memorie da Armand-Jean du Plessis de Richelieu, a tutti noto – per il suo ruolo alla Corte di Francia fra la fine del Cinquecento e l'inizio del Seicento – come Cardinale Richelieu.
La tempesta perfetta del cambiamento per il Comune di Aosta sembrava basata, nella sostanza dei fatti, sul Partito Democratico del "renzismo", incarnato dal nuovo leader locale, Fulvio Centoz, che scelse il giovane fiorentino nel momento in cui sembrava che il suo sole fosse già al tramonto e invece era il sol dell'avvenire. Anche la fortuna è importante nelle carriere politiche, come si suol dire: essere nel posto giusto al momento giusto.

Elezioni regionali senza regionalismo

Un chiaro messaggio a favore dell'astensionismoSi vota nelle prossime ore in alcune delle Regioni a Statuto ordinario. Sono incuriosito, anche perché i sondaggi non prendono più un canale, dall'esito del voto, che pare piuttosto incerto. Non è un caso se i leader si sono spesi sino all'ultimo e con un presenzialismo che dà il senso della posta in gioco. Prevedibile che saranno pochi quelli che ammetteranno la sconfitta, ma di certo non si potrà far finta di niente su questo test elettorale, comunque vada a finire. E' da supporre che il primo partito sarà, anche questa volta, quello degli astensionisti e delle schede bianche e nulle (nelle ultime comunali valdostane amici scrutatori mi hanno raccontato di pittoreschi improperi rinvenuti). Per cui, a essere realisti, chi vince e pure chi perde rischia di farlo solo per un pezzo dell'elettorato e questo nella democrazia rappresentativa suona come un campanello d'allarme. Lo scrittore francese Robert Sabatier ha osservato caustico: «C'è un'azione peggiore che quella di togliere il diritto di voto al cittadino e consiste nel togliergli la voglia di votare». Sarà bene applicarsi all'argomento, smettendola di far finta di niente o anzi di esaltare la mancata partecipazione come segnale di democrazia matura in cui il suffragio universale diventa uno strumento old style.

L'uomo solo in politica

Matteo Renzi con John Elkann durante la visita allo stabilimento 'Fca' di MelfiMichele Ainis è un acuto costituzionalista che scrive editoriali sul "Corriere della Sera" ed ha una rubrica su "L'Espresso".
Apprezzo il suo anticonformismo e il fatto che non sia affetto, come molti intellettuali italiani, dal vizio di accarezzare il potere emergente. Così Ainis osserva il renzismo con freddezza e ironia.
Sull'ultimo numero de "L'Espresso" così esordisce: «Ogni stagione della storia alleva uno spiritello che le soffia nell'orecchio. Si chiama Zeitgeist, lo spirito del tempo. E questo è il tempo della decostruzione, o meglio della rottamazione, per usare lo slogan di Matteo Renzi. Il suo successo sta tutto in questa chiave, nella capacità d'intercettare e dare sfogo a una pulsione collettiva. Dunque via le vecchie classi dirigenti, le vecchie istituzioni, le vecchie prassi sociali. Del resto succede in politica come nella vita: c'è un tempo in cui si costruisce e un tempo in cui si demolisce. Anzi: le ruspe servono per far spazio ai muratori, così come il divorzio è indispensabile per contrarre un nuovo matrimonio. Ma quale futuro si proietta dal presente? Qual è il segno della prossima stagione?».

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