November 2014

L'Expo e le Alpi: occasione mancata

L'Expo gate, in centro a MilanoPer non sapere né leggere né scrivere comprerò il "pacchetto famiglia" per l'"Expo2015". Come ho già scritto, la manifestazione è per me piena di incognite, che potrebbero trasformarla in un "buco nero", ma è saggio - anche se una cosa la si critica - verificare di persona pro e contro a fatti compiuti. Per cui, tolta la ressa iniziale e esclusi i torridi mesi estivi lombardi, andrò a vedere «l'effetto che fa», come diceva Enzo Jannacci in "Vengo anch'io, no tu no". Lui, milanese caustico, si sarebbe divertito con il gran trambusto e con i corrotti in galera a cantieri ancora aperti.
Il "Cibo" è il tema cardine dell’Expo e si presta moltissimo a declinazioni originali e innovative. Devo confessare di provare un certo dispiacere che non si sia colta l'occasione per seguire una pista interessante. Mi riferisco a quell'essere ancora inanimato, dal punto di vista istituzionale, che dovrebbe diventare la "macroregione alpina", che fra il lavoro della Commissione e il placet del Consiglio, su spinta di Stato e Regioni dell'Arco alpino, dovrebbe urlare il primo vagito proprio l'anno prossimo.
Immagino che per l'Expo gli Stati dell'Arco alpino - la Svizzera previdente sta completando la costruzione dei padiglioni - e anche qualche Regione, come la Valle d'Aosta a budget risicato e immagino da centellinare in modo oculato e "risparmioso", avranno una loro presenza. Sarebbe risultato interessante fare sistema e immaginare un luogo d'incontro a Milano, che si sarebbe potuto denominare "Alpi" (che da Milano, in certe circostanze, si vedono), che desse il senso agli europei ed a chi verrà dagli altri Continenti, della funzione storica di questo vasto massiccio montagnoso. Specie ora che una "Strategia alpina" si disegna, lavorando sulla straordinaria ricchezza, fatta di affinità e diversità, conoscendo per altro il valore simbolico che il territorio alpino ha rispetto a tutti i massicci montagnosi del mondo. Tant'è che l'aggettivo "alpino" ha finito per avere un uso più estensivo rispetto alle Alpi stesse.
Il cibo in zona alpina è molto interessante: qui esistono delle linee che tagliano l'Europa. Pensiamo a quella fra l'olio ed il burro o a quella fra la birra ed il vino. Il formaggio è protagonista, attraverso l'intero arco alpino, di incredibili variazioni sul tema, specie laddove l'altimetria non ha rivali. Così per gli insaccati del "Re maiale" e per la cacciagione. Pensiamo alle contaminazioni culturali per prodotti arrivati dalle Americhe e subito diventati patrimonio proprio, come la patata o il mais. Vanno poi citate le antiche tradizioni, ad esempio nell'uso sapiente delle erbe curative e dei prodotti orticoli particolari. Mi riferisco ancora alla ricchezza dei distillati od a prodotti multiformi come i cereali tipici o la castagna. Il terreno è fertile anche per i dolci e pure per il gelato, un tempo fatto con le nevi.
Come sarebbe stato bello trovare - con il cibo come elemento aggregante - i fili sottili che avvolgono come una ragnatela unica i territori delle Alpi, spezzati, spesso in modo arbitrario, da quegli Stati che restano, purtroppo, i protagonisti assoluti dell'Expo2015.

Call center che migrano

Un call centerUna volta il mondo legato ad un serie di servizi era a portata di cittadino. Che fosse il telefono, l'acqua, il gas, l'assicurazione o qualunque cosa del genere esisteva uno sportello cui rivolgersi. Oggi tocca, nella gran parte dei casi, quando si ha un problema, rivolgersi ai "call center" (l'italiano "centro chiamate" non ha mai preso piede), nati negli anni '90 come evoluzione dei primi "uffici reclami" telefonici. Ed oggi sono diventati troppo spesso gli interlocutori unici per le diverse necessità nel rapporto fra il cliente e le aziende. Anzi, ad essere precisi, la gran parte dei "call center" sono affidati a società esterne in - altro anglicismo - "outsourcing" e questo vale anche per il settore pubblico, che affida con appalti all'esterno dei servizi informativi di vario genere in favore del cittadino. In Valle penso che l'unica struttura dedicata anche a questo sia la "Engineering" di Pont-Saint-Martin.
I call center possono spazientire: anzitutto perché trovo irritanti le attese, le scelte da fare sulla tastiera telefonica per trovare l'interlocutore giusto, il rimando da un operatore all'altro, ma anche perché preferisco vedere le persone negli occhi, quando ho un problema da risolvere. Trovo poi grave questa scelta crescente in Italia di affidare i servizi a società che operano in chissà quale Paese. Rispetto i lavoratori in Italia e all'estero che svolgono questa attività: si sa che esiste una logica che definire "fordistica" fa sorridere e, se già in Italia certe forme di sfruttamento fanno drizzare i capelli, figurarsi cosa avviene laddove non esiste neppure uno straccio di tutela contrattuale e sindacale. Da notare ancora che certe logiche aziendali di "remotizzazione" delle informazioni colpiscono a maggior ragione zone considerate marginali, perché demograficamente e dunque commercialmente poco interessanti, come può essere la Valle d'Aosta, dove mai e poi mai per certe aziende - pensiamo a "Telecom" una volta ben presente sulle tracce della vecchia "Sip" - hanno sul territorio un essere umano con cui interloquire.
Leggevo giorni fa sul "Corriere della Sera": "per gli 80mila lavoratori dei "call center" italiani quella di oggi sarà una giornata di sciopero nazionale seguita da una "notte bianca" per attirare l'attenzione dell'opinione pubblica, ma soprattutto del Governo, sulla loro progressiva estinzione. Una fine che sopraggiunge per paradosso proprio quando il lavoro precario per eccellenza, per il settanta per cento svolto da donne, stava cominciando a assicurare, grazie alla regolamentazione normativa, un certo standard retributivo, qualche diritto in più e persino una qualche stabilità".
E poi la spiegazione vera e propria: "il colpevole è l'azienda che apre in Italia per sfruttare la de-contribuzione triennale e poi chiude facendo ricorso ad ammortizzatori sociali che non ha contribuito ad accumulare, non avendo versato nulla. Il killer è l'impresa che delocalizza e partecipa alle gare nostrane, anche pubbliche, potendo consentirsi il massimo ribasso perché il costo del lavoro in Romania o Albania è un quinto di quello italiano e da noi non vige alcuna "clausola sociale" che garantisca il mantenimento del posto di lavoro in caso di cambio del titolare dell'appalto".
La concorrenza è un fondamento del Mercato, ma esistono ormai forme di concorrenza sleale di cui bisogna assolutamente tenere conto. Se penso a tutta la retorica che si spende sulla difesa dei "prodotti nazionali", mi vien da sorridere a pensare, invece, come in questo caso, come in altri casi di delocalizzazione industriale, non ci sia una vera e propria ribellione da parte del consumatore.
Vorrei, da questo punto di vista, che ci fossero elementi di chiarezza. Oggi, nella scelta di un operatore telefonico, essendo chiaro anche ad un bambino dell'asilo quanto sia esile la differenza fra le offerte, ingenerando il legittimo sospetto che ci sia alla fine una sorta di cartello che rende omogenei i prezzi, credo che sarebbe importante sapere, fin da subito, dove si trovi il "call center" che presterà le diverse di assistenza. Questo consentirebbe di aggiungere anche questo tipo di opzione alla contrattualistica proposta.
In fondo la storia assomiglia a quella dei prodotti di vario genere marchiati "Made in Italy". Ancora recenti inchieste, dimostrano come famose "griffe" che giocano sul tasto del prodotto italiano nella moda, svolgono gran parte delle lavorazioni dei prodotti in Paesi sempre più distanti, dove il costo e le condizioni del lavoro consentono di lucrare al massimo. Scelta legittima di qualunque imprenditore, nella logica di massimizzare i profitti, ma diritto anche per il cliente di capire bene, senza alcun dubbio alcuno, quanto di realmente "Made in Italy" ci sia nel prodotto che acquista.
Questa trasparenza consentirebbe, in fondo, di scegliere in coscienza.

Grillo fa un passo indietro

Beppe GrilloBeppe Grillo fa un passo indietro dalla politica. Non è un fulmine a ciel sereno e con lui, nella scelta, c'è il suo principale consigliere (i giornali hanno usato spesso il termine "guru") Gianroberto Casaleggio ed il figlio Davide, assai influenti verso il leader e decisivi nella gestione della rete organizzativa e mediatica.
Dopo le ennesime espulsioni di parlamentari "non in linea", Grillo ha scritto sul blog quanto segue: «Quando abbiamo intrapreso l'appassionante percorso del Movimento 5 stelle ho assunto il ruolo di garante per assicurare il rispetto dei valori fondanti di questa comunità. Oggi, se vogliamo che questo diventi un Paese migliore, dobbiamo ripartire con più energia ed entusiasmo. Il M5s ha bisogno di una struttura di rappresentanza più ampia di quella attuale. Questo è un dato di fatto. Io, il camper e il blog non bastiamo più». Aggiunge poi: «Sono un po' stanchino, come direbbe Forrest Gump. Quindi pur rimanendo nel ruolo di garante del M5s ho deciso di proporre cinque persone, tra le molte valide, che grazie alle loro diverse storie e competenze opereranno come riferimento più ampio del M5s in particolare sul territorio e in Parlamento. Oggi le propongo in questo ruolo per un voto agli iscritti, in ordine alfabetico: Alessandro Di Battista, Luigi Di Maio, Roberto Fico, Carla Ruocco, Carlo Sibilia».
Il referendum sul sito ha confermato questo "direttorio", ma il suo funzionamento era già stato inquadrato dallo stesso Grillo: «Queste persone si incontreranno regolarmente con me per esaminare la situazione generale, condividere le decisioni più urgenti e costruire, con l'aiuto di tutti, il futuro del Movimento 5 stelle».
Insomma: Grillo, pure contestato di fronte alla sua villa al mare in Toscana da alcuni militanti e protagonista di un ruvido "faccia a faccia" con alcuni deputati, fa un passo indietro e oggi molti editoriali sul giornale si spingono più in là delle sue stesse dichiarazioni, dando al suo gesto il senso di un vero e proprio abbandono, che mi pare prematuro non fosse che per la circostanza che molte chiavi del Movimento (simbolo e sito, ad esempio) sono saldamente nelle sue mani. In più i repentini cambi d'umore sono nelle corde del comico genovese, creatore dal nulla di un Movimento che alle ultime politiche aveva avuto un successo clamoroso. Da allora, però, i problemi si sono succeduti e le cose complicate, sino a ieri e all'epilogo, di cui sarà il tempo a dire gli esiti sul Movimento e sugli eletti a Roma come in "periferia".
Resta la constatazione di come resti difficile, nella politica, volere la botte piena e la moglie ubriaca. Avere cioè un partito personalista, legato al carisma di un Capo, ed immaginare che questo si possa conciliare con nuove e più democratiche forme partecipative "popolari". E' difficile altresì far convivere forme di mobilitazione tradizionali come la piazza e i comizi di un tempo in cui infiammare le folle e in contemporanea usare Internet come nuova forma di agorà in cui non solo accendere dibattiti e fornire dossier e tracciare linee politiche, ma anche determinare decisioni concrete con forme di consultazione via Web. Ultima contraddizione: entrare massicciamente con eletti in quelle medesime Istituzioni e Palazzi che a voce si contestano in modo radicale e con violenze verbali che Grillo ha usato con una logica di eversione democratica nella linea di uno stile comico diventato tribunizio nelle sue performance oratorie, cui appunto si sommavano le nuove frontiere dell'uso in politica del mondo digitale.
Questo miscuglio, di cui va riconosciuta l'originalità e la forza di cambiamento insita, ha sin da subito posto problemi di democrazia interna e equilibrismi fra scelte difficili da conciliare in un crescendo di polemiche. Sino alle novità delle scorse ore, che creano nuovi scenari nella malconcia politica italiana e fanno riflettere ancora una volta sulla crisi dei partiti vecchi e nuovi alla ricerca di formule più confacenti alla nostra società e ai suoi cambiamenti. La democrazia deve cambiare ma non è facile, come dimostra la crisi di Grillo verso il suo stesso Movimento, percorrere strade di rinnovamento efficaci.

Limonte? No, grazie!

Roberto Formigoni e Raffaele CattaneoE' stato il presidente del Consiglio regionale della Lombardia, Raffaele Cattaneo, a tirare fuori dal freezer una proposta già fatta in passato dal suo mentore politico, il più volte presidente della Lombardia, Roberto Formigoni. Entrambi democristiani, passati a Berlusconi, ora pascolano dalle parti del Nuovo Centrodestra nella componente che fa riferimento a "Comunione e Liberazione".
La proposta è quella di accorpare le attuali Regioni in nove "macroregioni" e la Valle d'Aosta finirebbe nella Regione "Limonte" (sembra il nome di un ghiacciolo), perché saremmo "fusi" con Piemonte e Liguria.
Il prodotto è surgelato perché chi pensò a questo scenario fu per primo Gianfranco Miglio, costituzionalista e federalista eminente negli anni Sessanta, ripreso poi negli anni Novanta in epoca di "Bicamerale" per le riforme quando andava d'accordo con il leader padano Umberto Bossi, che poi lo mollò con code di definizioni volgari che il professore non meritava («Miglio, una scoreggia nello spazio»). Si trattava di una versione più estrema di quella di cui si discute con tre sole macroregioni: Nord, Centro e Sud.
Naturalmente "a tu per tu", Miglio, caro amico e grande personalità, mi diceva sempre che noi valdostani non saremmo dovuti "annegare" nella macroregione del Nord per le nostre specificità che ben conosceva, ma Formigoni e ora la sua pallida fotocopia, riprendendo l'idea - fatta propria in passato anche da quella bizzarra creatura che è la "Fondazione Agnelli" per ora non ancora trasferita da Sergio Marchionne - non hanno fatto dei distinguo di nessun genere e naturalmente me ne dolgo ed è segno di insensibilità, visto che Cattaneo dice di averla presentata ai suoi colleghi presidenti dei Consigli spero che il nostro lo abbia pubblicamente spernacchiato. Noto, per altro, che ad Est verrebbero accorpati senza scrupoli anche sudtirolesi, trentini ed il Friuli - Venezia Giulia al Veneto con la rozzezza degna dei confini tracciati dai colonialisti europei nel Continente africano.
Io non voglio che l'identità culturale, politica, geografica della Valle d'Aosta muoia nell'ambito di questo "mostro" che il presidente lombardo ripropone, come già fecero quelli che cavalcarono prima di lui analogo progetto (che nulla ha a che fare con la "macroregione alpina", che è una strategia a livello europeo, di cui proprio domani a Milano si farà il punto).
Penso che su questa posizione da "suicidio assistito" per la Valle d'Aosta non sia neppure da aprire un dialogo: il "no" deve essere secco e deciso e semmai si tratti di rilanciare con grande decisione il fatto che per uscire dalla sceneggiata all'italiana del regionalismo attuale nel solco ormai di un neocentralismo imperante non esista altra strada che il federalismo. Principio che non si fa con logiche di grandezza, ammazzando i più piccoli.
Restano, dunque, tutte le buone ragioni che impediscono ai valdostani di finire dentro la bizzarria chiamata "Limonte". Spetta a noi e non ad altri essere artefici del nostro futuro, perché l'autodeterminazione non è una barzelletta, ma uno strumento che incombe quando equilibri faticosamente raggiunti vengono di continuo posti in discussione.

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