November 2014

Il paradosso della Val di Susa

L'ultimo diaframma del tunnel del raddoppio del FrejusL'Italia è il Paese del "Gioco delle tre tavolette". Ad un certo punto certi cambiamenti di direzione sono così rapidi da non permetterti di capire più nulla.
Pensiamo al destino incrociato fra la Valle d'Aosta e la Val di Susa, in tema di trasporti, a causa dell'ovvia collocazione geografica, oggi come nel passato remoto. La modernità, dopo i Colli alpini, sono stati i trafori. Si comincia nell'Ottocento con la ferrovia: tra il 1857 e il 1871, quindi si comincia sabaudi e si finisce italiani, viene costruita la galleria ferroviaria del Fréjus e questa scelta spiazza per sempre la speranza dei valdostani di avere un collegamento ferroviario internazionale verso la Francia sotto il Piccolo San Bernardo o sotto il Monte Bianco.
Pareggia la Valle d'Aosta nel 1965, quando invece vince la battaglia del tunnel stradale del Monte Bianco, mentre il "cugino" del Fréjus entra in servizio solo nel 1980. Per gli accessi lato italiano, negli anni successivi all'apertura all'esercizio, si aprono delle autostrade, riconoscendo che quella valsusina ha avuto un impatto distruttivo sulla vallata, mentre l'autostrada del Monte Bianco, prevalentemente in galleria, ha avuto un ben diverso esito sul territorio. I due trafori stradali viaggiano, comunque, in parallelo, nel senso che fissano tariffe analoghe e subiscono entrambi crescite di traffico impressionanti per alcuni anni nel traffico dei "Tir", oggi ridimensionato sia per la crisi economica, ma anche per logiche diverse nel trasporto delle merci.
Il gravissimo incidente al Bianco con il rogo la mattina del 24 marzo del 1999, che causa 39 morti, accende l'attenzione sulla sicurezza in questo tunnel di prima generazione. La susseguente normativa comunitaria fissa dei paletti estremamente severi. L'equipaggiamento del Monte Bianco rimesso a nuovo garantisce il massimo di sicurezza per un tunnel ad un solo tubo, prevedendo finalmente la possibilità certa per gli automobilisti di poter uscire attraverso appositi cunicoli collegati con i rifugi di sicurezza, dove affluire in caso di necessità. Per il Monte Bianco i soliti noti lanciano l'idea, subito cassata dalla nostra Regione (seguii la questione parecchie volte nei miei posti di responsabilità), di raddoppiare il traforo, accampando ragioni di sicurezza. Per reagire al "no" si cavalca successivamente il "cavallo di Troia" del "tunnel di sicurezza" (come quello, che è invece davvero di sicurezza, in corso di realizzazione al traforo del Gran San Bernardo).
Che fosse un pretesto oggi lo possiamo scrivere, perché al Fréjus si è percorsa ​questa strada: si annuncia la necessità di un nuovo tubo parallelo all'attuale, per sole ragioni di sicurezza, poi il progetto cambia ed entro il 2019 (ieri è caduto l'ultimo diaframma della galleria) si avrà il raddoppio vero e proprio. E intanto, come già avvenne al Monte Bianco con i privati diventati soci di maggioranza con la cessione della società pubblica "Autostrade" al gruppo privato Benetton, il "Gruppo Gavio" sta cercando di diventare socio di maggioranza al Fréjus con un braccio di ferro con il Comune di Torino. Questo passaggio completerebbe il disegno del duopolio autostradale privato, di cui ormai gli esiti per gli utenti e le comunità locali sono tristemente chiari, di avere autostrade e trafori nelle loro mani.
Resta il problema della ferrovia. Sono sempre stato favorevole alla "Torino - Lione", ritenendo - come da modello svizzero in corso di completamento con la galleria di base del Lötschberg - che solo il trasporto merci su treno potrà liberare, con l'uso dell'arma tariffaria e fiscale, dai rischi di troppi camion attraverso le Alpi. Ed è la ragione principale per cui si sta costruendo anche il nuovo traforo ferroviario del Brennero, sapendo che lì si concentra la maggior quantità di traffico dei "Tir" sulle Alpi.
Oggi sia l'evoluzione del traffico che le disponibilità finanziarie invitano ad una maggior prudenza sulla nuova ferrovia "Italia - Francia" e varrebbe davvero la pena di riflettere sulla proposta "NoTav" di una seria ristrutturazione della linea storica. O, almeno, per favore, si abbia chiarezza su costi e sui tempi, se prevarrà la logica di andare avanti con una scelta perigliosa.
Quel che è certo, a maggior ragione con il raddoppio che verrà del Fréjus (per altro in palese violazione del "Protocollo Trasporti" della "Convenzione Alpina" che bloccava l'espansione stradale), è che solo il trasporto merci su rotaia potrà fermare i camion e la lobby dei "Tir" cavalcherà l'avvenuto raddoppio. E il paradosso della Val di Susa è che, mentre la vallata ribolliva contro il nuovo tracciato ferroviario, sotto il loro naso è stato raddoppiato il traforo stradale.

Le periferie e l'immigrazione

La Polizia a Tor Sapienza, a RomaQuando leggo delle proteste di certe periferie romane, contro i centri di accoglienza degli immigrati e contro i "campi rom", mi viene in mente di quando, nei soggiorni romani, capitava di passare in quelle zone, spesso per evitare ingorghi epocali lungo le tangenziali, e vedevi un mondo di degrado e di abbandono.
Per questo quando sento parlare di Olimpiadi (ed è ora in piedi l'ennesima candidatura per il 2024) mi prende il mal di stomaco, pensando all'esito sulla città dei lavori per i Mondiali di calcio e di nuoto, per il "Giubileo" e per altri avvenimenti "eccezionali", che servono a trovare soldi e a sveltire le procedure. Poi seguono inchieste della Magistratura...
Quando vedi questi "borgatari" in televisione ti viene in mente, anzitutto, come questa parola sia già una croce e non a caso vorrebbe dire all'origine "chi abita in una borgata romana", ma ormai è diventato estensivo di "chi vive in condizioni di emarginazione nelle zone periferiche di una città".
Ha scritto Francesca Santucci sul più grande indagatore di quel mondo, Pier Paolo Pasolini: "affascinato dal vitalismo dei sottoproletari romani, dalla carica umana che, pur immersi nell'abbrutimento, i suburbi conservavano, da quella Roma marginale che aveva scoperto nella lunga frequentazione del popolo di periferia, Pasolini non mancò di denunciarne lo squallore, lasciandoci, in "Ragazzi di vita", romanzo del '55, e in "Una vita violenta", del '59, un fedele ritratto dell'epoca. In chiave naturalistica, che spesso induce a pensare al realismo ottocentesco ed a Verga, attraverso la vita di un gruppo di ragazzi dei suburbi, il loro vagabondaggio, gli atti di teppismo, la noia e le avventure minime, indagò sulla diversità sociale dei quartieri poveri di Roma, visti come luogo primordiale, quasi stato di natura, in qualche modo puro ed incontaminato come il mondo friulano contadino nel quale affondava le sue radici. (…) L'amore di Pasolini per il mondo descritto non lo allontanò mai dalla lucida visione della tragedia insita nel destino dei borgatari che, pur aderendo ai nuovi valori della società, esplosi col boom economico degli anni '60, soggiogati dal fascino del denaro e dei beni di consumo, ne restavano esclusi e subalterni".
Pasolini poi morì, in circostanze mai pienamente chiarite, proprio per mano di uno di quei "coatti" da lui descritti, nello squallore dell'Idroscalo di Ostia.
In queste periferie dolenti - e ciò vale per altre città come Milano o Torino - la situazione esplosiva è fatta anche di convivenza da lungo tempo con i "campi rom", come dimostrato ancora di recente proprio nella "banlieu" torinese, dove ormai si vive il paradosso dello scontro nello scontro fra "zingari" italiani a tutti gli effetti e chi arriva da altri Paesi, specie dalla Romania, membro dell'Unione europea, che spinge - con dome di xenofobia - all'emigrazione i propri concittadini "rom". In certi casi, come a Roma, a questa convivenza problematica si aggiunge il numero crescente di immigrati che, in seguito a disperazioni personali o collettive, lasciano i loro Paesi e si riversano sulle coste italiane, vittime di quelle Mafie dei barconi, chiedendo - se riescono - asilo all'Italia e poi in genere preferiscono emigrare altrove. Sanno bene che l'Italia è in crisi economica e spesso hanno familiari in altri Paesi europei o in Canada.
L'attuale flusso annuale di disperati alla ricerca di miglior fortuna è impressionante e non accenna a fermarsi. Per avere un assaggio delle problematiche basta leggere quanto presente in un sito come stranieriinitalia.it e si capisce che è un mondo enorme e ricco di temi difficili da affrontare.
Quel che è certo è che bisognerebbe evitare di buttare benzina sul fuoco delle periferie.
Aggiungerei una noticina per analogia: una certa logica regolatrice dei flussi andrebbe applicata anche nei Comuni della Valle d'Aosta, perché se si segue la logica dell'integrazione, pur nel rispetto ragionevole della diversità culturale, si sa che - superate certe percentuali di immigrati sulla popolazione totale - si rischiano incomprensioni. E' meglio prevenire, anche se capisco bene che più che norme cogenti di impossibile imposizione ci vorrebbe la "moral suasion" o più semplicemente il buonsenso.

La forbice fra Giustizia e Diritto

Stephan SchmidheinyLa notizia colpisce con violenza: il processo "Eternit" si chiude con una sentenza di prescrizione per l'ultimo imputato rimasto, il novantenne magnate svizzero Stephan Schmidheiny. I giudici di Cassazione hanno accolto la tesi della Procura Generale, espressa dal sostituto, Francesco Iacoviello, che ha sostenuto l'annullamento, motivando che i fatti risalirebbero agli anni '60 e, per tale motivo, prescrivibili. Questa la spiegazione della Procura Generale: «I fatti al centro del processo risalgono al 1966. Il processo arriva a notevole distanza di anni, è vero che la prescrizione non risponde alle esigenze di giustizia, ma stiamo attenti a non piegare il diritto alla giustizia. Di fronte a questi, il giudice, soggetto alla legge, deve scegliere il diritto».
In fondo è la Giustizia che affonda la Giustizia, pur con tutte le ragioni invocabili del caso. I fatti sono noti: nelle zone di Casale Monferrato, Cavagnolo, Rubiera e Bagnoli, gli stabilimenti della "Eternit", anche quando la pericolosità dell'amianto era nota, hanno continuato ad avvelenare dipendenti delle fabbriche e popolazione. Almeno 3.500 morti, che fossero operai o impiegati, le mogli che lavavano i vestiti, i bambini che giocavano nei cortili ricoperti dalla polvere perniciosa o i vecchietti che giocavano a bocce in campi dove inalavano le sostanze tossiche. Un killer silenzioso in grado di agire a decenni di distanza, come capita ancora oggi, con l'implacabile mesotelioma ai polmoni, che nel 2014 ha seppellito a Casale ancora una cinquantina di persone.
Processi analoghi si sono avuti altrove e c'è un procedimento in corso a Ivrea per l'"Olivetti", ma questo processo che si è chiuso al Palazzaccio di Roma aveva un valore esemplare per la battaglia civile condotta per decenni dai parenti delle vittime, ora beffate in punta di diritto. Interpreti in fondo di un caso esemplare, pensando appunto alle tante vittime che si sono avute anche altrove, come pure in Valle d'Aosta nella siderurgia e nell'edilizia proprio per gli usi protettivi e nelle costruzioni che si faceva dell'amianto. E l'Eternit è ancora lì minaccioso in molte costruzioni nella nostra Regione.
L'Arpa valdostana, a questo proposito, predispose studi accurati, con l'uso anche di tecnologie sofisticate, su quattro filoni: impianti industriali attivi o dismessi, presenza naturale (anche in certe varietà di marmo verde), edifici pubblici e privati e infine altre presenze di amianto in attività antropiche che mostrano come la sostanza venne usata in vario modo. Questo ha comportato morti più o meno note alla casistica medica.
Il caso più importante in Valle riguarda la bonifica in corso della miniera dismessa di amianto di Emarèse. Questa miniera, a cielo aperto e in galleria, venne scoperta nel 1872 ed è stata coltivata, a fasi alterne, fino al 1970. Inutile segnalare le conseguenze su chi ci lavorò e la necessità di chiuderla definitivamente per evitare la dispersione di sostanze nocive.

Le tendenze del turismo invernale

Le cime innevate di questi giorniPensando al turismo invernale, guardare le cime innevate è già elemento consolatorio e lo è anche la temperatura bassa (speriamo duri...), che consente comunque di accumulare neve programmata. Sembra una banalità, ma sappiamo come ormai l'arrivo delle nevicate giuste o almeno delle condizione per fabbricare neve sia una precondizione, che non sempre si è verificata in questi anni. Avendo anche la consapevolezza che, se si può, è meglio anticipare la stagione, perché lo stupendo sci primaverile non è più attirante, come invece dovrebbe esserlo per la sua bellezza.
In questa fase della stagione, le previsioni economiche che si guardano sono quelle che vengono diffuse dall'"Osservatorio italiano del turismo montano". I dati complessivi sono speranzosi. Per la stagione invernale 2014-2015 le previsioni e gli indicatori segnano in Italia un fatturato complessivo stimato pari a circa nove miliardi e novecento milioni di euro e parrebbe assai confortante, con un incremento di turisti del 3,2 per cento per gli arrivi e del 3,8 per cento delle presenze. E' un dato per l'intera montagna italiana e dunque, come tale, di difficile lettura e direi che non riesce del tutto a confortare gli addetti ai lavori, che sono in questa fase più tentati dal pessimismo, anche per una crisi economica che non accenna a fermarsi.

Quel che risulta interessante dalla lettura delle tendenze è, per punti:

  • Ci sono, oltre agli sportivi e famiglie, quelli che scelgono la montagna invernale senza essere praticanti in automatico di una disciplina sportiva. Vengono chiamati con il solito anglicismo "Slons - snow lovers no skiers", cui piace la montagna imbiancata con i suoi paesaggi, il suo versante enogastronomico, la cultura locale, lo shopping e via di questo passo. Ma non praticano sport invernali;
  • Paiono, nelle rilevazioni, destare interesse le località minori, più a misura d'uomo e anche più economiche a vantaggio in particolare delle famiglie, i cui costi standard per una sciata sono molto elevati e dunque si tira la cinghia. Conta anche il fatto che certe stazioni più piccole sono più "calorose" e c'è meno caos sulle piste. Le stazioni più grandi riescono a mantenere clientela nella misura in cui sappiano innovarsi e attirare i turisti con proposte originali;
  • Per tutti, comunque, l'attenzione è a risparmiare qualcosa nella loro vacanza: si cercano le soluzioni migliori nel rapporto tra prezzo e qualità sul complesso dei servizi richiesti. Perciò conta moltissimo saper comunicare bene e per tempo le promozioni che si intendono proporre ai clienti. Esiste poi la necessità di saper coccolare i bambini con proposte apposite, perché "spingono" il resto della famiglia, così come esiste una ricca clientela "al femminile";
  • Vale ormai il principio della prenotazione all'ultimo minuto, specie per i fine settimana, influenzati fortissimamente dalle previsioni meteo. Da qui - cosa ben nota - la speranza che anche nel prossimo inverno non ci sia il solito catastrofismo anche per una flebile nevicata...
  • Piace molto, così pare, l'idea di non prendere la macchina e spostarsi in treno. Dunque, su questo piano, la Valle d’Aosta è fuori gara.
  • Parrebbe che gli italiani tendano di nuovo ad allungare un pelino i soggiorni, mentre gli stranieri - salvatori di molte stagioni - tendano ad accorciare ma, comunque sia, il turista della neve ama flessibilità in arrivi e partenze e ama "costruirsi" un soggiorno (Internet!). Tutti sono comunque accomunati dal desiderio di vivere la natura e per questo si scelgono località con montagne mozzafiato (un punto per noi) e naturalmente le zone benessere, se non proprio termali, contano.

Niente di stupefacente, insomma, ma resta ovvio che gli aspetti previsionali restano fondamentali per evitare di muoversi a casaccio, senza una strategia reale.
Non vedo l'ora, intanto, di andare a farmi una bella sciata. Vantaggio di essere indigeno e di avere le piste a due passi.

Expo2015 fra attese e disillusioni

I cantieri dell'Expo a MilanoNon ho nessun gusto di passare per menagramo e mi auguro, perciò, che l'"Expo2015" a Milano si dimostri quello che viene descritto dagli entusiasti organizzatori: un affare colossale, che darà lustro all'Italia e farà girare il volano dell'economia.
Così si esprime il sito dell'Expo: "Expo Milano 2015 è un'esposizione universale con caratteristiche assolutamente inedite e innovative. Non solo una rassegna espositiva, ma anche un processo partecipativo che intende coinvolgere attivamente numerosi soggetti attorno a un tema decisivo: "Nutrire il Pianeta, energia per la vita". Un evento unico che incarna un nuovo concept di "Expo": tematico, sostenibile, tecnologico e incentrato sul visitatore. Dal 1° maggio al 31 ottobre 2015, 184 giorni di evento, oltre 130 partecipanti, un sito espositivo sviluppato su una superficie di un milione di metri quadri per ospitare gli oltre venti milioni di visitatori previsti".
Avevo già scritto in passato di come considerassi il baraccone che si occupa degli "Expo" un ente inutile. Mi riferisco al "Bureau international des expositions", che ha sede a Parigi e che è nato, sulla base di accordi internazionali, nel 1928, diventando funzionante nel 1931. Osservai che sono date mica tanto fortunate fra la crisi di "Wall Street" ed il misto di vicende che porteranno agli orrori della Seconda guerra mondiale.
Oggi a competere per avere questa manifestazione sono quasi esclusivamente Paesi emergenti, perché i Paesi occidentali rifuggono da macchine costose di questo genere, e ci sarà un suo perché in questa scelta. Ricordo a questo proposito che la candidatura di Milano nasce alla metà degli anni Duemila e si concretizza nel marzo del 2008, prima in sostanza che la portata delle vicende economico - finanziarie planetarie ci portasse alla grave e persistente situazione attuale. Chissà se, sapendolo, si sarebbe stoppata la macchina.
Ha scritto Roberto Perotti, economista di grande esperienza, in un pamphlet assai critico sull'operazione: «Né la corruzione né i ritardi sono il problema principale di "Expo 2015". Il problema principale è che l'Expo non sarebbe dovuto accadere. Esso è nato e cresciuto sull'onda di un'orgia di retorica (…) Sia chiaro: la decisione di fare l'Expo è stata prima di tutto politica ed emotiva, e sarebbe stata presa in ogni caso. Tuttavia questa ubriacatura collettiva è stata supportata e legittimata da stime economiche azzardate, che ne hanno avallato i voli pindarici. Accettate acriticamente dai mezzi di informazione, ripetute e tramandate poi in innumerevoli occasioni, sbandierate da politici e commentatori, queste stime hanno instillato il miraggio di centinaia di migliaia di posti di lavoro e di altri enormi benefici economici a costo zero».
Non entro nel dettaglio di come Perotti, dati alla mano, smonti "i voli pindarici". Mi limito ad un passaggio illuminante per chi ha lanciato, persino con il placet di Matteo Renzi, la candidatura olimpica per "Roma 2024", ricordando "Torino 2006": «Prendiamo per esempio la previsione di un incremento del turismo culturale e congressuale. Essa si basa esplicitamente su analoghe previsioni per Torino dopo le Olimpiadi. Senonché per Torino disponiamo ormai dei dati effettivi, e sfortunatamente non corroborano queste previsioni. (…) Nel 2007 e 2008, i due anni successivi alle Olimpiadi, gli arrivi e le presenze straniere furono più bassi che nel 2004 e 2005! Lo stesso andamento si è osservato nel Piemonte nel suo complesso».
Passo ad una riflessione conclusiva: «Per un politico e un amministratore è molto più appariscente ed appagante fare l'Expo che costruire delle piscine, togliere le buche dalle strade, o eliminare i graffiti dai muri. Ogni amministratore, ogni politico sogna di essere un grande statista. Ma non è di questo che hanno bisogno i cittadini. Soprattutto non se questi sogni di grandezza costano 14 miliardi di euro».
Ma ora a Milano c'è e dunque bisogna farsene una ragione. Anche se finora le cose non sono andate molto bene e mi riferisco alla curiosa situazione di fenomeni corruttivi addirittura in corso d'opera e l'Italia - Nord compreso ormai - resta il Paese dove c'è una fiorente criminalità organizzata, che ama i "grandi eventi".
Per altro aleggiano altri spettri. Quello dei vaghi tempi di realizzazione di tutte le opere necessarie e il loro dubbio utilizzo successivo, oltreché questioni spinose come i trasporti, la sicurezza in tempi di terrorismo islamista e di un conflitto sociale mica da ridere e si sono aggiunti di recente pure i rischi alluvionali.
Ma ormai basterà attendere per giudicare.

Il lato artigianale del giornalismo e dintorni

Io con Elena Meynet durante 'Pensieri e sentimenti'Capita, nella mia trasmissione radio del martedì sulle frequenze di "RaiVd'A", di trattare argomenti - da me scelti in tandem con Elena Meynet - che sono sia seri (tipo "libertà" o "senso del dovere") che leggeri (tipo "ottimismo" o "entusiasmo").
Ora ho in caldo una triade più nel verso leggero: dopo "golosità", appena trattata, verranno "ironia" e poi "allegria".
Mi diverte farlo, come addendo ad un lavoro diverso ma pur sempre inventivo su programmazione radio e televisiva. E' sempre istruttivo essere obbligati a riflettere con Elena, in questo ciclo di programmi, sul mélange di ospiti e cercare di cucinare un prodotto appetibile e soprattutto digeribile. Da quando cominciai a fare questo mestiere - era l'autunno del 1978, ma già prima ero al microfono di una radio locale - ho sempre applicato una regola e mi sono fatto sin da subito una convinzione.
La regola è stata, quando mi trovai a fare il notiziario per "Radio Reporter 93" di Torino, quella dell'attenzione, che nel giornalismo e dintorni è fondamentale per evitare di fare le cose male. Si può sempre sbagliare o non sempre il prodotto magari è come lo sia sarebbe voluto, ma conta essere vigili e sfuggire alla tentazione della routine. Cercare la notizia o comunicare le informazioni è una specie di "fuoco sacro", che hai o non hai. Ma funziona solo se si accompagna - e questa è la convinzione - ad una disciplina che assicuri costanza.
Ricordo nei telegiornali di "Radio Tele Aosta", televisione valdostana pionieristica, quell'impegno di trovare sempre notizie fresche e originali, che poi portai dal 1980 nel mio lavoro alla "Rai", in un'epoca in cui o le notizie te le cercavi o non c'erano agenzie di stampa o siti informativi che te le dessero.
Chi vede da fuori certi lavori "intellettuali", che hanno un fascino pure artistico, non sempre si rende conto che i buoni esiti derivano da conoscenze miste ad impegno, come in altre attività. Ma quel che può esserci di diverso è che quel sembra apparentemente semplice non lo è affatto.
Anche quando ero politico a tempo pieno, ho sempre mantenuto appuntamenti sui giornali e sulle radio a cavallo fra comunicazione politica e giornalismo. Ricordo per lungo tempo la rubrica sulla "Vallée", quella sul "Peuple Valdôtain", incontri settimanali su "Top Italia Radio" ed altre cose di questo genere. Quelle esperienze mi hanno confermato come l'accuratezza derivi dal fatto di prendere sul serio questi impegni.
Il Sito su cui ora mi leggete ha rappresentato, specie oggi nel l'incrocio con "Twitter", che ha rilanciato la logica del blog ormai cambiata dai "social", una tappa ancora diversa. Con il tentativo di scrivere tutti i giorni e di aggiornare il "Calepin" sulla pagina una volta la settimana assieme a qualche tweet quotidiani sull'attualità la più varia. Ringrazio i molti che lo frequentano e i molti che mi danno testimonianza del loro interesse.
Quel che è bello, in certi lavori, è proprio quel lato artigianale, che ti consente di vedere come autore, pur nella diversità dei linguaggi di ciascun media, tutti i passaggi con cui un certo progetto diventa realtà.

La coda di paglia

Il classico nano da giardinoL'espressione «avere la coda di paglia» fa parte del bagaglio del linguaggio in uso nella mia famiglia e dunque mi capita di adoperarla quando è necessario. Indica, come noto, una persona che sa di avere sbagliato e non ha la coscienza a posto.
A me viene in mente il mio atteggiamento per un certo periodo con Renato Brunetta. Era il 2001 - e ormai l'esempio può essere usato perché sono passati tanti anni e si può solo più sorriderne - ed i miei colleghi dei programmi della "Rai" decisero di fare un reportage sul fatto che lasciassi Roma da deputato, dopo quattro Legislature, mentre ero già europarlamentare. Con la troupe, guidata da Maria Luisa Di Loreto, l'appuntamento era davanti al celebre ristorante "Fortunato" al Pantheon poco dopo Mezzogiorno. Davanti al locale trovai Brunetta, già mio collega a Roma e in quel momento parlamentare a Bruxelles come me. Facemmo due chiacchiere e poi mi suonò il telefono: era Maria Luisa che stava arrivando dal Pantheon a due passi. Salutai Renato e andai loro incontro. Ci fermammo per accordarci per l'intervista di nuovo davanti al ristorante, dove non vidi più Brunetta. Per cui, improvvidamente e stupidamente, feci lo spiritoso, rivolgendomi ai colleghi: «Avete un giardino a casa vostra?». Alla risposta positiva la battutaccia: «in questo caso avreste potuto prendervi Brunetta, che era qui poco fa...». Non avevo ancora finito la frase che da dietro di una delle piante ornamentali in vaso di fronte al "Fortunato" spunta a pochi centimetri da me il faccione di Brunetta con i suoi grandi occhi. Fu il silenzio.
Nei mesi successivi ebbi la "coda di paglia" ogni volta che lo incontravo nei Palazzi europei. Poi ritornò tra noi l'assoluta normalità. Ricordo che il collega veneziano Paolo Costa mi disse di avere avuto anche lui la coda di paglia, quando il figlio piccolo di fronte allo stesso Brunetta - amico di famiglia - lo apostrofò: «Ma tu sei un bambino vestito da grande o un bambino vestito da grande?». Gelo.
E' interessante come l'"Accademia della Crusca" ricostruisce la storia del modo di dire: "La spiegazione tradizionale e largamente conosciuta si fonda su quella data da Costantino Arlia (in "Voci e maniere di lingua viva", Milano, P. Carrara, 1895), tratta da Fanfani e ripresa poi in molti dizionari etimologici, che faceva risalire l'espressione alla favola in cui una volpe che aveva perso la coda, per la vergogna, se ne sarebbe messa una posticcia di paglia. Molto più convincente la ricostruzione proposta da Ottavio Lurati ("Dizionario dei modi di dire", Milano, Garzanti, 2001) che fa riferimento alla pratica medievale di umiliare gli sconfitti o i condannati attaccando loro una coda di paglia con la quale dovevano sfilare per la città a rischio che qualcuno gliela incendiasse come gesto di ulteriore scherno. La coda naturalmente rappresenta il simbolo del degrado dallo status di persona a quello di animale. Questa origine sembra dar conto dei diversi e contemporanei stati d'animo che caratterizzano chi ha la coda di paglia: la consapevolezza del proprio errore, la vergogna e la diffidenza verso gli altri che possono rendere pubblica la colpa, aggravando il senso di umiliazione. Lurati cita un episodio specifico avvenuto nel Trecento e raccontato da Galvano Fiamma nella sua cronaca intitolata "Manipulus Florum": i prigionieri pavesi, sconfitti dai milanesi, sarebbero stati cacciati dalla città con una coda di paglia attaccata in fondo alla schiena".
Aggiunge ancora la "Crusca", dopo aver ricordato le diverse teorie, compresa la favola di Esopo: "La stessa espressione è presente in molti dialetti italiani e trova corrispondenti anche nel tedesco e in forme gergali francesi; la locuzione inoltre rappresenta il nucleo da cui si sono formate forme proverbiali, come il toscano «chi ha la coda di paglia, ha sempre paura che gli pigli fuoco» (proverbio registrato dal Giusti) o il pavese «chi gh'a la cua d paia, l gh'a pagüra che la gh brüsa»".
Interessante (anche se eviterei in francese di dire "la queue qui brûle...") e utile per usare in modo azzeccato l'espressione nella sua complessa storia, sapendo che le occasioni per adoperarla non mancano mai.

L'astensionismo come primo partito

Ogni elezione ha una sua storia, come nel caso di quelle di ieri per le Regioni Emilia-Romagna e Calabria. Ma di certo, a legare ogni competizione elettorale, c'è un "fil rouge" che riguarda non solo il risultato delle elezioni, ma anche lo stato d'animo degli elettori.
Quel che emerge dal test elettorale di ieri è, a mio avviso, un crescente fossato che divide la politica dai cittadini.
Lo dimostra il tasso incredibile di astensionismo, specie in una Regione "rossa" come l'Emilia-Romagna, dove il senso civico e l'oliata macchina del vecchio "Pci" avevano sempre spinto i cittadini alla partecipazione. In Calabria il calo si accompagna anche alla sfiducia di un cambiamento che non arriva mai e la 'ndrangheta sta bene in salute.

L'assoluzione di Rollandin e il problema politico

Augusto RollandinL'assoluzione di Augusto Rollandin, presidente della Valle d'Aosta, comunque la si guardi, rappresenta un punto a capo per la politica valdostana. Non mi riferisco agli aspetti giudiziari della vicenda, su cui il giudice monocratico ha ormai deciso, smontando tutta l'inchiesta e a questa sentenza per ora bisogna attenersi. Quanto, invece, all'aspetto politico, che resta tutto nella sua sostanza e i confronti politici si vincono nelle sedi ad essi deputate e non a colpi di "carta da bollo". Altrimenti, sarebbe un corto circuito fra poteri che debbono equilibrarsi fra di loro ("balance of power") e si sa che questo è talvolta avvenuto in Italia.
Rollandin ha attraversato, con alti e bassi, la politica valdostana dagli anni Settanta ad oggi. Lo ha fatto, contando su un forte carisma personale e con atteggiamenti senza scrupoli nei rapporti politici, usando le persone e il suo Movimento a seconda dei propri vantaggi, come fa Tarzan con le liane per attraversare in volo la giungla. Spesso ha rischiato di lasciarci "le piume" (politicamente, intendo), ma poi "per riffa o per raffa" - con una forza che nessuno può negargli, condita da un ego smisurato - è riuscito a zigzagare nelle circostanze della sua carriera con abilità e anche con fortuna.
Scrivo queste cose senza invidia o gelosia, come qualcuno potrebbe pensare io possa provare. Io ho fatto la mia strada, anche in sua compagnia per alcuni anni, avendo, per fortuna, la mia di personalità e le cose che ho fatto sono lì, nel bene e nel male.
Ed è proprio negli anni di esperienza accumulata, che ho maturato l'idea di quanto Rollandin, brillantissimo agli esordi, avesse nel tempo accentuato una sua sicumera, cui non corrisponde una reale visione strategica. Il fiuto nelle cose non basta, perché i problemi vanno approfonditi e ci vuole, in certi momenti, l'umiltà di capire i dossier e ascoltare i pareri. Il tempo poi è implacabile e, avanzando con l'età, certi metodi spicci, autocratici e clientelari segnano il passo in un mondo che cambia e, chi si ostina a riproporre modelli vecchi e desueti, prima o poi pagherà lo scotto delle sue scelte e la paralisi cui costringe la Valle.
Oggi sembra un "Superman", che non conosce la "kryptonite", ma posso ricordare un episodio in cui non era così, senza entrare troppo negli intrecci che hanno accompagnato le rispettive "carriere". Mi riferisco, dopo la sua batosta alle politiche, alla "resurrezione" con la Presidenza della "Compagnia valdostana delle acque - Cva" (nella vita si sbaglia). Se qualcuno non gli avesse teso la mano, ma dovrei fare come Muzio Scevola, la storia non sarebbe stata la stessa. Anche se l'interessato ha la memoria corta.
Quindi, in fondo, quel conta - ma poi ci tornerà la Storia - è che ora si vivano queste vicende per capire in profondità quanto nuoce alla comunità valdostana questa logica da disco rotto, che ci ha fatto sentire all'infinito una canzone ormai fuori moda, ferma per troppo tempo sullo stesso solco. Non so cosa avverrà, spero in futuro solo cose belle, ma già oggi, al di là di tutto, resto ottimista e impegnato per il futuro della Valle d'Aosta.
Siamo ormai al buio, in fondo ad un precipizio per la nostra autonomia speciale e si tratta di risalire la parete, guardando in alto, verso la luce.

Salvini studia da Le Pen

Marine Le Pen con Matteo SalviniLo spostamento a destra di Matteo Salvini, che ha avuto anche come elemento propedeutico la candidatura vincente nel centro Italia alle elezioni europee di Mario Borghezio in alleanza con "CasaPound", ha consentito alla Lega di poter dire alle elezioni regionali in Emilia-Romagna: «abbiamo vinto». In effetti ha raddoppiato i voti rispetto alle Europee, ma ha preso meno voti delle regionali del 2010, ma questa volta ha aumentato la sua percentuale a fronte del tanto discusso elevato tasso di astensionismo. Un virus, quello del "non voto", che può essere preso sotto gamba da chi nel breve ci guadagna, ma che apre baratri nelle democrazie meno mature, come quella italiana. C'è stato ovviamente, per la Lega, un "effetto traino" grazie al fatto che Forza Italia in Emilia-Romagna, scesa a livelli bassissimi nei consensi, aveva rinunciato al proprio candidato presidente in favore del leghista Alan Fabbri. Appare poi evidente che qualche iniezione di voti è arrivata dalla crisi profondissima dei "5 stelle" di Beppe Grillo.
La scelta della nuova Lega, incredibilmente uscita indenne dal "dopo Bossi" e dagli scandali annessi e connessi, era già stata sancita dall'alleanza europea con il "Front National" di Marine Le Pen attraverso un Gruppo comune al Parlamento europeo. Naturalmente questa scelta verso la destra dal sapore neofascista è del tutto incompatibile con quelle origini federaliste che la Lega vantava, che fossero le radici più profonde derivanti negli anni Ottanta dal legame fra Umberto Bossi ed il valdostano Bruno Salvadori o la parte più colta del federalismo del decennio successivo del politologo Gianfranco Miglio.
Salvini in sostanza ha studiato per diventare il "Le Pen" italiano, guardando più a Marine ed al suo tono mellifluo che al papà Jean-Marie, ormai fuori moda con le sue intemperanze verbali da ex parà. Per altro, come età, la leader dell'estrema destra francese non è distantissima dal lùmbard, visto che una è del 1968, mentre Matteo (nome cult della politica italiana...) è del 1973. Va detto con onestà che, nel caso italiano, pur con qualche differenza rispetto al modello francese, c'è uno spazio politico di una Destra che guardi alla destra estrema ma anche al Centro moderato, fatto di elettori spaventati da tante cose. Cavalcare le paure non è difficile: la vita è grama con la crisi, la disoccupazione è come un cappio che stringe, immigrazione "selvaggia" e campi rom sono un tema facile da cavalcare, così come incombe la criminalità piccola e grande. Il bisogno di Ordine e di Legge diventano slogan che piacciono e raccolgono favori in modo trasversale in una Politica ormai priva di riferimenti, come un terremoto dietro l'altro che abbatte ogni nuova costruzione. Una specie di prateria selvaggia in cui chi si comporta da pistolero del Far West, adoperando i temi populisti antichi come il mondo, raccoglie successi insperati. Stupisce che la Lega, che pure governa grandi Regioni come Lombardia e Veneto, riesca a giocare sul doppio registro: partito di lotta e di governo, come se nulla fosse.
La psicologia delle folle, così cara alle dittature, oggi corre attraverso la Rete e amplifica anche i sentimenti peggiori. I "social" mostrano in questo una grande tolleranza (ho visto roba orrenda mai "bloccata") e l'assenza, di fatto, di limiti di buonsenso dà la stura al Male .
Ci si può scandalizzare e scagliare verso chi manovra quella parte di opinione pubblica che si fa pilotare verso derive pericolose. Ma certi "pifferai magici" usano teorie rozze ma comprensibili, parlano più alla pancia che ai cervelli, semplificano in slogan questioni complesse, riempiono i vuoti della politica tradizionale ormai smarrita. La democrazia è una costruzione delicata, affidata allo strumento dimostratosi fallibile del suffragio universale, che può spingere l'elettore - se non fugge nell'astensionismo - a muoversi anche verso soluzioni estremistiche, quando certi urlatori sembrano offrire soluzioni pratiche contro l'immobilismo decisionale del "politicamente corretto".
Chi la spara più grande e persino chi la racconta di più rischia di piacere. Per cui, alla fine, non si capisce bene dove stiano, nelle democrazie moderne, dei muri di contenimento che sappiano difendere libertà e diritti civili dai veleni che rischiano di ammorbare la convivenza sociale. E' un equilibrio difficile, ma se in una discesa pericolosa non ci sono i freni, i rischi sono enormi.
Bisogna rifletterci anche in Valle d'Aosta, che fu - anche se la definizione non mi ha mai convinto - "isola felice".

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