November 2014

Ora, in Catalogna, un referendum ufficiale

Una manifestazione a favore dell'indipendenza in CatalognaGli "Stati Nazione", a dispetto della brevità della loro storia rispetto all'avvicendarsi delle istituzioni politiche da quando l'umanità ha deciso di organizzarsi in comunità sempre più consapevoli, sono convinti di essere potenze eterne e invincibili. Le guerre mondiali sono state un esempio evidente della carica di violenza generata e oggi l'impotenza delle istituzioni democratiche, laddove gli Stati sono più accentrati, sono un ulteriore elemento.
Per questo considero con favore il risultato del referendum in Catalogna, purtroppo privo di un valore costituzionale, ma dalle evidenti implicazioni politiche. La Spagna, nella logica deviata dello statalismo padrone, ha fatto bocciare il referendum ufficiale nel nome della legge e ritenuto illegittima anche la consultazione di ieri con due milioni di persone alle urne. Capisco che sui dati (ottanta per cento a favore dell'indipendenza) si può discutere: un conoscente mi ha scritto prima che ne scrivessi, con una specie di bonario ammonimento, sostenendo che, essendoci in Catalogna cinque milioni e mezzo di potenziali votanti ha vinto di fatto il "no". Posizione che rispetto, ma non condivido, perché partecipare ad un referendum non ufficiale - e anzi gravemente ostacolato da Madrid - non era per nulla banale. Per cui, conoscendo la storia e la cultura di quel popolo, sono spassionatamente con loro e penso che la loro indipendenza sia ormai, anche e proprio con l'esito di ieri, solo questione di tempo. Quando ci sarà il referendum "vero", vedremo se avrò o meno ragione.
Spero che per giungere a questo pronunciamento ci sia buonsenso da parte del Governo spagnolo e la considerazione che l'autodeterminazione dei popoli non è un principio a corrente alternata, ma un caposaldo irrinunciabile del diritto internazionale. Che i diritti interni dei Paesi furbeggino sul punto offre il senso del degrado del diritto e della politica.
E in Italia? Lo Stato Nazione, benché ridotto sul lastrico e con una politica "inciuciona" per propria sopravvivenza, mostra i muscoli alle Regioni, comprese quelle - come la Valle d'Aosta - dove una Regione autonoma coincide con un comunità politica maturata nei millenni. Quando lui, lo Stato Nazione, neppure esisteva.
Immagino che da noi un referendum ufficiale come quello scozzese sia da considerarsi inimmaginabile da parte dello Stato e lo stesso varrebbe per un referendum alla catalana. Immagino che chi si facesse promotore di certe iniziative - non solo con effetti annuncio o con scene da folklore, ma con fatti politici e giuridici - finirebbe in fretta in galera e la reazione repressiva sarebbe espressione dei tempi. Se sta morendo il regionalismo ordinario e anche quello speciale, mentre gli Enti locali funzionano solo come emanazione di Roma, figurarsi guardare più in su della situazione attuale. Chiunque, come chi vi scrive, si dichiari con fierezza un federalista rischia di finire in fretta nella lista degli eversori.
Eppure basterebbe un pochino di buonsenso nel Parlamento attuale, che asseconda un disegno di riforma costituzionale centralista del Governo Renzi in continuità con Berlusconi e Monti, mostrando che non è più solo un problema di schieramento, per capire che il rilancio del centralismo statalista è anacronistico e potenzialmente persino autoritario.
Scriveva di questo federalismo interno il professor Lucio Levi, prematuramente scomparso sulle nevi valdostane tanti anni fa: "La crisi dello Stato nazionale si manifesta anche in una direzione opposta, che si esprime nei movimenti per l'autogoverno regionale e locale, cioè nella tendenza al superamento degli aspetti accentratori e autoritari dello Stato nazionale. Soprattutto nelle società industriali avanzate, coinvolte nella rivoluzione scientifica, la quale crea nuove forme di società e di economia, si stanno creando le condizioni per sviluppare una forma di organizzazione dello Stato pluralistica e decentrata e per rinnovare, in relazione ai problemi della società postindustriale, le strutture del federalismo classico. Rispetto ai cambiamenti, che ho illustrato sopra, la vecchia concezione del federalismo, intesa come teoria puramente istituzionale, si è rivelata del tutto inadeguata. Essa ha indubbiamente carattere riduttivo. In primo luogo, perché la conoscenza di uno Stato non è completa se non si prendono in considerazione le caratteristiche della società, che permettono di mantenere e di far funzionare le istituzioni politiche. E quindi, se lo Stato federale è una formazione politica dotata di proprie caratteristiche, che la distinguono dagli altri tipi di Stato, dobbiamo ipotizzare che abbiano qualche carattere federale i comportamenti di coloro che vivono in questo Stato".
L'Italia di oggi sta facendo il contrario e questo accentuerà la crisi politica e non aiuterà a risolvere la crisi economica e finanziaria. I catalani sono dunque alleati naturali anche dei valdostani, oggi stretti alle corde da tagli finanziari e da attacchi a poteri e competenze regionali. E sono in tanti ad agitare lo spettro dell'abolizione della Regione autonoma.
La miglior difesa è l'attacco, nel solco democratico del federalismo.

Il vergognoso Toto-Quirinale

Laura Boldrini e Giorgio NapolitanoIl Presidente Giorgio Napolitano, con il suo aplomb, non ha nulla del napoletano verace, così come viene rappresentato con una caricatura. E' la sua, invece, la Napoli colta e intellettuale, direi cosmopolita. Ma il suo tratto apparentemente severo non gli impedisce - per chi ha avuto la fortuna di conoscerlo - un umorismo tagliente e una capacità di giudizio implacabile. La "scuola comunista" di un tempo, come una Chiesa, formava i futuri cardinali con uno spessore di conoscenza raro e questo prescinde da qualunque legittimo giudizio politico sulla sua carriera. A me, comunque, i "miglioristi", di cui Napolitano è stato leader, sono sempre piaciuti per il tentativo di dare una sterzata socialdemocratica e in parte liberale al vecchio Partito Comunista Italiano.
Ma torniamo al punto: immagino che il Presidente in queste ore, oltre ad avere tutte le ragioni per essere arrabbiato per una sorta di sepoltura anzitempo, la prenderà con spirito e magari con un pizzico di scaramanzia partenopea contro la congerie di menagrami.
I fatti sono noti: rieletto nell'aprile 2013 Presidente della Repubblica - caso unico nella storia repubblicana - aveva detto subito che accettava l'incarico "obtorto collo", ma precisando che se ne sarebbe andato anzitempo dal Quirinale senza aspettare la primavera del 2020.
Esiste di certo una sua scelta anagrafica in questo, essendo del 1925, ma penso che pesi anche un crescente disamore per certa politica. Non compartecipo - e sono sicuro che lo stesso Napolitano concordi - al rimpianto di alcuni per la "Prima Repubblica", ma certo gli attuali chiari di luna non rappresentano una miglioria sostanziale. Anzi certi accordi più o meno segreti fanno il verso al peggio del peggio del passato.
Per cui penso che il Presidente ne abbia le scatole piene di fare da argine a mille situazioni e immagino - ma è una mia speculazione - di essersi accorto che in troppi si nascondono dietro la sua persona per fini non sempre nobilissimi. Voglio bene al Presidente e lo stimo profondamente. Il che non significa che certi passaggi dell'ultimo periodo mi abbiano convinto, come alcuni silenzi su un eccessivo svilimento del Parlamento da parte del Governo Renzi, così come quella parte anti-regionalista della riforma costituzionale in corso, che il federalista Napolitano non credo possa condividere.
Quel che appare agghiacciante in queste ore, quando si è sparsa ad arte la notizia di un suo abbandono alla fine dell'anno, è come tutti si siano lanciati nel "Toto-Presidente". Una gazzarra indegna, cui hanno partecipato anche coloro i quali erano tenuti al rispetto e alla prudenza, come la magniloquente presidente della Camera, Laura Boldrini, che si è affrettata a dire che il nuovo Presidente dovrà essere donna. Spero che Napolitano l'abbia chiamata per dirle che «il silenzio è d'oro» in certi frangenti, anche se la posizione ufficiale si è limitata al Quirinale a un sobrio «né falso, né vero». Segno che Napolitano vuole uscire di sua sponte e senza... spinte (scusate la battutaccia).
Ma questa è l'Italia del cortocircuito fra politica e informazione. Contano più i retroscena della sostanza, più i pettegolezzi delle notizie. Per fortuna sui giornali ci sono ancora editorialisti di rango, che giustificano, con le loro riflessioni, l'acquisto dei quotidiani, quasi tutti impegnati alla caccia delle notizie segrete, clamorose o piccanti, considerando - come facevano i venditori di elisir delle fiere di piazza - che solo la straordinarietà soddisfi il palato del lettore. Quando bastano e avanzano le notizie e i commenti, magari non mischiando le due cose in quei "pastoni" politici degni forse della vecchia "cronaca rosa".
Comunque sia, per ora e sul punto, che si lasci perdere tutto lo starnazzo sulla successione a Napolitano.

Le castagne sul fuoco

C'è stato un tempo in cui, per vaste zone di fondovalle e di media montagna della Valle d'Aosta, la castagna era una delle basi dell'alimentazione. E quando dico "basi" non esagero: senza la castagna e i suoi diversi derivati, nella logica «non si butta via niente», non ci sarebbe stato da mangiare a sufficienza. Poi il declino, che ha portato ad un lento abbandono di buona parte dei territori vocati e della conseguente filiera di trasformazione.
Oggi cresce la retorica sull'agricoltura a "chilometri zero", ma nel caso della castagna si parla in buona parte del tempo che fu. Per altro, nel menù quotidiano la castagna non è più protagonista, ma la sua è diventata una sporadica apparizione da agriturismo per qualche prelibatezza, chiaramente definita come d'antan.

L'aeroporto Corrado Gex

L'aerostazione in costruzione a Saint-ChristopheQuando penso alla situazione dell'aeroporto "Corrado Gex", dedicato al deputato valdostano, che capì per primo le potenzialità del volo aereo per la Valle d'Aosta, mi prende male. Tutte le mattine passo davanti all'aerostazione in costruzione e ormai in decadenza e trovo che sia il simbolo della situazione, con buona pace del fatto che a progettarla sia stata la grande architetta Gae Aulenti.
Se si fosse rispettato il cronoprogramma nella successione degli interventi, così come previsto una decina di anni fa, oggi il piccolo scalo valdostano, completati i lavori dell'aerostazione, funzionerebbe nei suoi diversi compiti. Un numero ridotto e ragionevole di collegamenti commerciali, specie charter per gruppi turistici e il solito volo per Roma, senza escludere velivoli "vip" per clientela di rango; i voli turistici degli Aeroclub, in particolare quelli con l'aliante, che scelgono la Valle per salire in alta quota e in mezzo alle montagne; una base per la protezione civile (con l'attigua nuova caserma dei Vigili del Fuoco, cui si è rinunciato) con gli elicotteri, caposaldo anche per il soccorso in montagna e per certa sanità di emergenza; infine con "Agusta" era pronta una scuola per piloti di elicotteri di montagna, progetto abbandonato anche questo senza ragioni.
L'aeroporto, con pista allungata e illuminata e con i sistemi di radioassistenza ormai completati, garantiva un uso plurimo, che dotava la Valle di una struttura importante, pensando che in tutta Europa operano scali di terzo livello e pensando al rango e al ruolo della nostra Regione.
Gli studi compiuti e ancora disponibili, fatti da esperti del settore, dimostrano le potenzialità e sostanziano il fatto che non si trattasse di un salto nel buio. Si aggiunga come l'alluvione del 2000, senza strade percorribili per uscire ed entrare dalla Valle e con la ferrovia spazzata via in certi tratti, dimostrò quanto risultasse prezioso un aeroporto funzionante. Ma alcuni hanno la memoria corta.
Sul progetto, compresi gli aspetti finanziari e gestionali, si discusse numerose volte in Consiglio Valle e l'esito fu una condivisione. Oggi noto che non tutti se lo ricordano. Per cui fa sorridere che un percorso politico e amministrativo chiaro (ma da sei anni non ho responsabilità di Governo!) oggi diventi una specie di progetto personalistico. Caveri come un Faraone egizio voleva il "suo" aeroporto. Panzanate, come direbbe qualcuno.
Perché l'aeroporto oggi non funziona? Anzitutto il dossier è di fatto rimasto fermo per anni ed è finito nel mezzo di una guerra giudiziaria fra Regione e la società "AirVallée" (gestore di maggioranza nella società aeroportuale) con una nuova proprietà che iniziò subito a litigare con il nuovo Governo regionale. Il volo per Roma è stato oggetto di continui ritardi e errori da parte di "Enac". Il manager che se ne occupava, competente e impegnato, non era considerato "amico" dal Palazzo e questo ha rallentato tutto. E' chiaro, inoltre, che le vicende vanno seguite con impegno e mantenendo i rapporti necessari a Roma e questo vale per tutto il settore Trasporti.
E perciò quello che poteva essere un fiore all'occhiello, pur sapendo che il lavoro per una buona gestione sarebbe stato impegnativo, è diventato un fiore putrefatto.
Se si sceglierà la strada dell'abbandono e non del rilancio, sarà un'occasione persa. Certo condivido l'idea che, qualunque sarà la strada presa, bisognerà prima fare un punto e a capo, ma con cognizione di causa e non seguendo logiche ideologiche.

Viticoltura e Terroir

Le storiche vigne della famiglia CerettoIl mondo della viticoltura mi ha sempre affascinato, almeno per tre ragioni. La prima è facile: la Valle d'Aosta ha un rapporto millenario con la vite e per comodità ci si assesta sui romani, ma probabilmente si scoprirà che qualcosa c'era già prima. Dall'ingresso in Valle sino poi al limitare del Monte Bianco ci si accorge di come, nella vallata centrale, il paesaggio sia stato lavorato dalla viticoltura e gli stessi toponimi di tante località sono il segno tangibile di come quest'attività agricola fosse fortemente ancorata alla comunità.
Ma quel che stupisce ancor di più è come il vino (qualcuno l'ha paragonato al petrolio, all'oro e al caffè) abbia ormai creato, con una diffusione sempre più vasta nel tempo, una rete di produzione in zone nuove (complice - lo si vede anche in Europa - del progressivo riscaldamento del pianeta) e soprattutto aumentano i consumatori, pur tenendo conto di chi, per motivi religiosi, non consuma alcolici. Mentre per noi cristiani il vino è elemento fondamentale della Messa.
Il terzo interesse riguarda l'evoluzione tecnologica di questo mondo, che sembra ricercare il meglio delle tradizioni del passato con l'impiego, tuttavia, di tecniche moderne che forgiano i vini di qualità. Ieri ad Alba ho visitato due delle cantine della famiglia Ceretto. E colpisce come la prospettiva di una viticoltura biodinamica, con meno chimica e trattamenti, fatta di attenzione alle piante anche con la riacquisizione di vecchie tecniche, ad esempio per la fertilizzazione l, si sposi con l'utilizzo di attrezzature moderne per il processo di vinificazione, che evitino l'uso di lieviti e altri "correttivi".
Siamo nelle Langhe e nel Roero, angolo straordinario del vicino Piemonte e la stessa proclamazione - con il Monferrato - di Patrimonio dell'umanità dell'Unesco è solo un'aggiunta ad un lavoro di valorizzazione del territorio, contando da tempo, anche senza bisogno di un label, sul proprio patrimonio culturale nel senso più vasto del termine.
Ma l'italiano "territorio" non rende a pieno parlando di vino, prodotti e cibo quel "Terroir", che così può essere definito da dizionario "Région, province, pays considéré(ée) dans ses particularités rurales, ses traditions, sa culture, ses productions et du point de vue du caractère des personnes qui y vivent ou en sont originaires".
Questa amalgama è rinvenibile nei vini dei Ceretto con la capacità inventiva di dar vita, ad esempio con l'"Arneis" chiamato "Blangè" o con il rosso chiamato "Monsordo" ("Cabernet", "Sauvignon", "Merlot" e "Syrah"), a vini originali, cui si accompagnano "Dolcetto", "Barbera", "Nebbiolo", "Barbaresco" (per me il meglio!), "Moscato" ed "Asti spumante" in diverse declinazioni.
La tavola, nel senso di ristorazione, e assicurata in piazza del Duomo a Alba dallo chef stellato, Enrico Crippa, e dal ristorante piemontese dalla denominazione che è già un programma, "La Piola".
Non mi soffermo sugli altri prodotti del territorio e sui "Terroirs" di altri Paesi europei da cui i Ceretto importano e neppure sulle loro azioni di mecenatismo in campo culturale proprio per evitare di farne un ritrattino che paia "pubblicitario", di cui per altro non hanno alcun bisogno. Assaggiate, con calma e con spiegazioni competenti, i loro vini e saranno loro a dirvi più quanto si possa scrivere. Trovo che il vino di qualità questo sa trasmettere.
Si tratta, dunque, di capire come queste storie di successo, che hanno anche in Valle d'Aosta degli esempi, possano consentirci sempre più di riflettere come il nostro angolo di Alpi, per mille ragioni, sia un "Terroir" dalle enormi potenzialità, che vanno messe a sistema e che sono uno dei potenti antidoti contro la crisi incombente e il ruolo decrescente del settore pubblico.

Il povero Parlamento e la strana coppia

Silvio Berlusconi e Matteo Renzi, in un fotomontaggioSe oggi fossi un parlamentare, mi guarderei allo specchio per capire che cosa mi stia succedendo, al di là degli schieramenti e delle personali convenienze. Questa XVII Legislatura, iniziata formalmente nel marzo dello scorso anno, sta assumendo caratteristiche che devono fare riflettere. E' vero che non nacque sotto una buona stella: a causa del sistema elettorale e delle sue bizzarrie nessuno vinse quelle elezioni politiche, che ebbero come caratteristica la vittoria del "Movimento 5 stelle" di Beppe Grillo.
Il succedersi delle vicende mostra, nel volgere di un periodo breve, le complicazioni della politica italiana, in questa lunga stagione di transizione, che per altro mi sfugge dove porterà. Direi che si "naviga a vista" e il mare è procelloso.
I fatti parlano da soli nella cronologia degli eventi. Viene, anzitutto, "bruciato" malamente il leader del Partito Democratico, Pierluigi Bersani, alla Presidenza del Consiglio dei Ministri; viene poi riproposto al Quirinale Giorgio Napolitano, che assume un ruolo di dominus nel caos generale; nasce in seguito il Governo Letta che si spegne in pochi mesi; si afferma infine, prima nel PD e poi per Palazzo Chigi, il giovane Matteo Renzi. Intanto, Silvio Berlusconi perde il ruolo di parlamentare per le sue vicende giudiziarie e perde anche una parte di Forza Italia da cui esce Angelino Alfano con il suo "Nuovo CentroDestra". Renzi e Alfano sono i cardini del nuovo Governo, ma la vicenda non si chiude qui, perché emerge un asse evidente - del tutto extraparlamentare, perché avviene fuori dalle Camere e dalle dinamiche dei lavori parlamentari - fra Renzi e Berlusconi. I due si erano conosciuti e piaciuti all'epoca in cui Renzi era ancora sindaco di Firenze e sulla base di quel feeling precedente nasce il patto (stavo per scrivere il Partito...) "del Nazareno", all'inizio del 2014, che orienta ancora oggi le decisioni governative. Dalla riforma costituzionale, purtroppo centralista e anti-regionalista, alla nuova legge elettorale, quell'"Italicum" (se possibile pure in peggioramento rispetto al primo testo), che poche ore fa ha visto risorgere dalle proprie apparenti ceneri l’asse fra Matteo e Silvio. Ci sono poi aspetti ignoti, che - malgrado certi documenti scritti pubblicati e rassicuranti - alimentano il gossip politico e che un giorno conosceremo nei dettagli e forse ci stupiranno per la varietà di temi messi in cottura.
Cosa c’entra un parlamentare medio? Mai come oggi le Camere contano un fico secco. Le leggi importanti passano attraverso il meccanismo perverso del "decreto legge", spesso senza la necessaria "straordinaria necessità e urgenza" e la chiara definizione delle materie oggetto del provvedimento. Il voto finale viene sveltito quasi sempre con l'uso del voto "di fiducia". Persino la riforma costituzionale ha previsto la decadenza di gran parte degli emendamenti per fare in fretta, attraverso l'impiego di una norma "tagliola" del regolamento del Senato. I Gruppi parlamentari, come i partiti, prendono atto delle decisioni assunte autonomamente dai leader, che fanno e disfano, in una personalizzazione della politica e dei meccanismi di marginalizzazione del Parlamento, che hanno raggiunto vette mai scalate prima. Così come accordi che sfidano, per la loro arditezza, le antiche "convergenze parallele", mentre il semestre di Presidenza italiana del Consiglio europeo sprofonda in un mare di polemiche con ritorni negativi al mittente.
Il tutto si svolge in una logica del genere "tocca pazientare", perché quella attuale pare essere "l'ultima occasione buona". Per carità, anche io ho abbondato negli atteggiamenti pazienti e comprensivi nell'osservazione del panorama, specie perché in tempo di crisi economica bisogna avere senso di responsabilità, ma confesso di avere esaurito le munizioni e soprattutto questa logica da "ultima spiaggia" perenne, assieme al crescente "effetto annuncio", non mi conforta. Per cui oscillo nella visione delle vicende romane fra scelte intimiste da focolare domestico, perché tutto è perduto, e idee ribelliste, che mi agitano per non subire gli avvenimenti.
Strano misto di sentimenti contrastanti.

La voluttà del tartufo

Tartufo pronto ad essere gustatoL'altro giorno ero nella via principale di Alba, la Capitale storica delle Langhe. Una città più grande di Aosta come territorio, ma leggermente meno popolata, ma con un "air de famille", che viene dalla comune storia di occupazione romana (ma prima, come da noi, c'era una popolazione celto-ligure) e da certe similitudini medioevali. Mi piace, ogni tanto, qualche gita fuoriporta in queste cittadine piemontesi, ricche di storia e di cultura. Dei vicini di casa con i quali ci si ritrova volentieri.
Percorrendo appunto la via "della passeggiata", via Vittorio Emanuele ma per gli autoctoni "via Maestra", si apprezza la ricchezza architettonica e la robustezza del tessuto commerciale. Spiccano in questa stagione nei negozi gastronomici o, in appositi banchetti espositivi con tanto di folkloristico venditore-ricercatore, come i preziosi nelle vetrine dei gioiellieri, i tartufi di tutte le taglie e conseguentemente di tutti i prezzi (che quest'anno sono "convenienti"). Io, ovviamente, non ho occhi che per quello "bianco di Alba", cui è dedicata, ancora in questo finesettimana, la 84esima "Fiera Internazionale".
Perché il tartufo sia, ab origine, così terribilmente e amabilmente profumato è un segno ben noto della necessità di perpetuare la propria specie, attirando quegli animali, come cinghiali, volpi o ghiri, che - allettati dall'odore penetrante (in frigo va imprigionato in una "burnìa" con il riso, che poi potete cucinare e magari metteteci delle uova, perché a contatto si aromatizzano anch'esse) - trovano il fungo sottoterra e se lo mangiano. Poi, con le loro deiezioni, spargono le spore: potenza del mondo vegetale, che noi umani sottostimiamo, non comprendendo i sottili fili che ci tendono per imprigionarci, fatti di colori, forme e sapori. Noi pensiamo di "catturarli", mentre le prede siamo noi.
Gli antichi pensavano, invece, come Giovenale, che il "tuber terrae" nascesse per via di un fulmine di Giove, noto tombeur de femmes, posizione nota che serviva anche a propagare la notizia che il tartufo avesse preziose qualità afrodisiache. Provare per credere.
Per molto tempo i linguisti, nello studiare l'etimologia della parola, partivano dal tardo latino "terrae tufer", mentre oggi pare certo che la parola viene dalla somiglianza - notata in epoca medioevale - fra il tubero e il tufo, la ben nota pietra porosa, da cui la catalogazione naturalistica "terra tufule tubera". Da lì anche il piemontese "trifula" e il cercatore "trifulau" con il suo indispensabile cane da ricerca. Parola poi emigrata in Francia con "truffe" ed in Inghilterra con "truffle". Faccio notare, a proposito dei cani, che il naso dei cani viene chiamato "tartufo". Non mi si dica che è un caso...
E' un mondo interessante quello del tartufo - e per un valdostano lo è per il naturale matrimonio con la fonduta di "Fontina" - di cui mi occupai, scrivendo una legge di tutela del prodotto e dei consumatori. Attorno al tartufo, mondo fiorente per via delle quotazioni, c'è come dappertutto un sottobosco inquietante, che gli onesti combattono, fatto di sofisticazioni ed uso spregiudicato persino di idrocarburi nocivi. Vale la regola darwiniana che ai truffatori corrispondono i fessi che ci cascano, per cui bisogna su certe questioni un po' indagare ed un po' rassegnarsi.
Amo il tartufo, dunque. Anche per quella logica di parsimonia, visto il prezzo, che ti porta al momento in cui lo si affetta, con apposito strumento, a non perdere neppure una delle sfoglie che cadono sul piatto prescelto per la loro morte. Personalmente gusto il cadavere del fungo-tubero con grande piacere, così come viene proposto al "Grenier" di Saint-Vincent, dagli chef Stefano e Bruno Mazzotti. Un loro cliente svizzero aveva loro segnalato uova al tegamino (definite nel menu uova "alla busacca") un po' particolari, con il bianco montato a neve e naturalmente salato e con il rosso d'uovo cotto a parte e poi assemblato per il consumo e per godere della "spruzzata" di tartufo in una piccola cocotte.
Trattasi di alimento divino, come intuito dai romani. Non a caso il celebre medico di origine greca, Galeno, scrisse: «il tartufo è molto nutriente e può disporre della voluttà».

Fortuna che non ho fatto l'astronauta

Da destra, l'astronauta italiana Samantha Cristoforetti con i colleghi della missione 'ISS Expedition 42-43 Futura' Terry Virts ed Anton Shkaplerov e la navicella 'Soyuz'Per le generazioni degli anni Cinquanta - a "domanda risponde" degli adulti molesti al quesito «cosa vuoi fare da grande?» - la scelta a colpo sicuro era: «l'astronauta!». Nel mio caso la speranza era in un comitato disposto. Da una parte ero vittima del celebre e visionario libro di Jules Verne (leggete la storia della sua vita, del tutto in linea con i suoi romanzi), intitolato "Dalla Terra alla Luna", datato 1865. Ma anche del film impressionante del 1902 "Il viaggio nella Luna" di Georges Méliès, che vidi nella vecchia televisione in bianco e nero con il razzo conficcato in un occhio della luna con il faccione. Dall'altra mi sono beccato, eccettuato il primo "Sputnik" perché non ero ancora nato, larga parte dei momenti pionieristici dell'astronautica. Il mio primo cane lupo fu chiamato "Laika" dai miei genitori in onore della cagnetta che finì abbrustolita nello "Sputnik 2". Dalla televisione vedevo sia i razzi sovietici che partivano da Baikonur, sia quelli americani da Cape Canaveral (mi viene subito a mente la voce inconfondibile del mio amico Ruggero Orlando). Apoteosi fu l'allunaggio avvenuto il 20 luglio 1969 con l'"Apollo 11", quando avevo dieci anni e non mi capacitavo in una notte imperiese della corrispondenza fra quelli lassù e la Luna sul mare.
Per fortuna, direi, non ho seguito la carriera di astronauta: per seguire avventure davvero da brivido bisogna guardarsi i film di fantascienza, perché in questi anni gli astronauti hanno fatto - con tutto il rispetto per il loro lavoro e per chi ci ha lasciato purtroppo la vita - i "travet", in particolare in quella sorta di speculazione edilizia spaziale, che è stata dal 1998 ad oggi la "Stazione spaziale internazionale". Accrocchio tecnologico che orbita da meno di vent'anni sopra la nostra testa ed è abitata, con turni tipo "multiproprietà", dal novembre del 2000.
Ecco perché mi ha dato un brivido che il piccolo robot - tipo lavatrice - sia riuscito, con gran merito per una volta di un progetto targato Unione europea, ad atterrare (mi manca il verbo giusto, genere "accometare") sulla cometa "67/P Churyumov-Gerasimenko", che mai diventerà meta di vacanze sia perché i luoghi non paiono ameni, ma anche per la difficoltà di pronuncia della località da sottoporre al proprio agente di viaggio. L'aspetto che più mi piace di questa avventura spaziale è che finalmente, se dovesse arrivare una schifezza dal buio dello spazio per far scomparire l'umanità, come avvenne probabilmente con i dinosauri, basterebbe spedire una bella lavatrice, con qualche carica nucleare per far scoppiare l'asteroide assassino. Déjà vu nel solito film.
Però resta un però: e gli astronauti? Capisco che i robot non siano mortali (in realtà lo sono, ma non è una mortalità umana...), ma non si può pensare che le nuove Frontiere non vedano degli uomini o donne in pelle e ossa con la loro sensibilità e quelle intuizioni, che per ora ci appartengono ancora in parziale esclusiva. C'è chi in sostanza ricorda che la fragilità della nostra Terra dovrebbe prevedere vere e proprie esplorazioni che ci assicurino, come capita anche in un cinema di periferia, un'uscita di sicurezza. Classico caso in cui spetta alle generazioni attuali pensare a che cosa ne sarà dei nipoti dei nipoti dei nostri nipoti.
Poi magari la nostra pigrizia interstellare sarà colmata in fretta dall'arrivo degli alieni a cavallo dei loro "Ufo". In quel caso speriamo che tutto il filone catastrofista imboccato dalla fantascienza sia solo una panzana, altrimenti non ci sarà assicurazione antinfortunistica o sulla vita che tenga. I lumaconi spaziali o chissà quale altra eccentrica forma di vita (ma chissà come siamo brutti noi per loro) ci faranno vedere i sorci verdi.

Attese e prospettive della politica valdostana

Il drappo valdostano visto da Palazzo regionaleChi da molto tempo percorre le "praterie" della politica diventa, giusto o sbagliato che sia, un interlocutore per chi pensa che tu sappia tutto su quanto bolle in pentola.
Così avviene in questo strano autunno valdostano, in cui la politica vive di attese e di prospettive. Mi chiedono e io rispondo, tratteggiando scenari flou e sentendone, in cambio, di tutti i colori.
Le attese sono negli occhi rivolti al Palazzo del Tribunale di Aosta per due questioni. La prima va a giudizio e riguarda, fra gli altri, il presidente della Regione, Augusto Rollandin. Qualora condannato, verrebbe sospeso dalle sue funzioni ai sensi della "legge Severino" e questo movimenterebbero parecchio. La seconda, ancora nella fase della richiesta di rinvio a giudizio (ma con un consigliere che ha già scelto, con condanna, di chiudere il suo caso), riguarda alcune spese dei Gruppi del Consiglio Valle e nove consiglieri sono risultati della partita all'atto della chiusura delle indagini preliminari. La richiesta pare avverrà ad horas e poi si vedrà. Anche in questo caso, ma con un orizzonte più in là, ci potrebbero essere delle sospensioni dal Consiglio.
Dalle attese alle prospettive: la maggioranza regionale, frutto del pre-accordo previsto dal sistema elettorale in vigore, vede diciotto consiglieri di Union Valdôtaine e Stella Alpina reggere la maggioranza. Questa maggioranza è ormai in crisi e lo ha ammesso alla fine lo stesso presidente Rollandin, che è dominus della Giunta sin dall'inizio della Legislatura, ma è già stato costretto ad un rimpasto per andare avanti. Lui stesso, dopo che nei mesi scorsi ha avuto "franchi tiratori" in varie occasioni e pure un tentativo di farlo cadere che non andò a buon fine (si dimisero gli assessori, ma lui restò, facendo tornare a casa unionisti dissenzienti o presunti tali), ha spinto i due partiti al governo ad aprire un dialogo con le opposizioni "per allargare la maggioranza".
Questo, malgrado gli incontri avvenuti e tenendo conto delle attese gravide di significato di cui ho detto, vuol dire tutto o non vuol dire niente, a seconda delle varianti possibili e su cui ormai si è sentito di tutto.
I partiti di opposizione, legati a suo tempo dal progetto "Renaissance", vivono vicende varie, che fanno sì che Union Valdôtaine Progressiste, Alpe, Partito Democratico e "Movimento 5 stelle" abbiano dinamiche ondivaghe che si avvicinano e si allontanano con una qual certa fibrillazione. La politica è fatta di idee, ma anche di persone ed è più facile dividersi che conservare momenti di armonia, spesso a causa di personalismi con pregiudizi. L'antidoto è il senso del dovere.
Mi pare che nell'opinione pubblica - quella ancora interessata alla politica, che temo abbia avuto un tracollo partecipativo - le vicende siano seguite con curiosità ma anche con sconcerto.
Nessuno può avere la presunzione di avere sul punto delle certezze e sapere dove si andrà alla fine a fermare l'asticella. Comprendo anche che in tempo di crisi economica e della stessa politica sembra alla fine che non vada bene nulla. Non va più bene una figura presidenziale che occupa troppo la scena e disdegna ogni gioco di squadra, tenendo conto che con Roma le cose vanno male e l'autonomia speciale declina, oltretutto strangolata da "tagli" alle finanze pesantissimi. Non va neppur bene una maggioranza debole e senza mordente su qualunque dossier e che sembra slavata in lavatrice. Intanto, l'opposizione ha fatto per un periodo il muro contro muro verso la maggioranza e parrebbe che essere minoranza potrebbe non essere capito, specie se passa il messaggio grottesco propagandata dalla maggioranza del «non ci viene consentito governare»... Ma, all'opposto, neppure un "inciucio" in piena regola sarebbe capito. Nel mezzo del tavolo - e dei due atteggiamenti - ci stanno i grandi temi su cui eventualmente far confluire energie comuni, ma gli elettori di chi si è scannato sino a poco tempo fa capirebbero questa "chiamata alle armi" o sembrerebbe la solita storia di una politica che trova alla fine accordi impossibili "Cicero pro domo sua"? Non è facile uscirne senza dare il senso gattopardesco "cambia tutto, perché non cambi nulla". Ma non escludo che ci si possa riuscire a certe condizioni ben definite. In più, ad accrescere la confusione, ci sono i soliti pettegolezzi su accordi segretissimi e scenari futuribili. E poi - legittime perché siamo uomini - ci sono le ambizioni personali, che sono una forza che può agire in positivo o in negativo, a seconda di come la si cavalchi.
C'è chi ipotizza, infine, anche uno scenario di elezioni anticipate, ma per arrivarci ci vogliono i numeri e chi firmi per andarci. Mi pare improbabile che questo possa avvenire.
Insomma, non resta che attendere, sapendo che il tempo varia, come cantava Georges Brassens:
"Il y a deux sortes de temps,
Y a le temps qui attend,
Et le temps qui espère"
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L'orrore delle decapitazioni

Vanno o no mostrati gli orrendi filmati propagandistici del sedicente Stato Islamico con cui si documentano le selvagge decapitazioni?
La prima risposta è: "no", non vanno mostrati.
L'effetto voluto è proprio in una duplice intenzione: spaventare noi "infedeli" e caricare le truppe eccitate da tanta violenza, che da ideologica diventa aggressione fisica. I montaggi dei filmati mirano evidentemente a questo. Si usano elementi retorici e sin dall'inizio si mira allo scopo: la conquista islamista del mondo, con tanto di carta geografica e commento musicale in crescendo. Poi l'eroismo dei combattenti, la mostruosità dell'Occidente, le predicazioni accorate e poi il sangue.
Sì, proprio il sangue, usato come acme dell'esaltazione.

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