September 2014

La crisi, sempre la crisi

Ettore PetroliniIn molti si ricordano - grazie ai filmati d'epoca - di quella straordinaria maschera di artista, che è stato Ettore Petrolini. Attore di varietà e di quel genere, noto come "avanspettacolo", che ha dimostrato di essere altrettanto importante, specie per quanto ha inciso nel costume, del teatro "serio". Si deve a lui - e se ne trova ampia prova sul Web - una delle interpretazioni di quel motivetto, scritto e interpretato anche da un altro artista dell'epoca, quel Rodolfo De Angelis che frequentò pure ambienti futuristi. Canzone che, la sua orecchiabilità e l'evidente sfottò, ha attraversato le epoche e "bollato" le periodiche crisi.
Qui lo trascrivo, togliendo la ripetitività del tormentone:

Si lamenta l'impresario che il teatro più non va
ma non sa rendere vario lo spettacolo che dà
"ah, la crisi!"

Ma cos'è questa crisi?
Ma cos'è questa crisi?

Metta in scena un buon autore
faccia agire un grande attore e vedrà...
che la crisi passerà!

Un riccone avaro e vecchio dice: ahimè così non va
vedo nero nello specchio chissà come finirà
"ah, la crisi... mmh"

Cavi fuori il portafogli
metta in giro i grossi fogli e vedrà...
che la crisi finirà!

Si lamenta Nicodemo della crisi lui che và
nel casino di Sanremo a giocare al Baccarat:
"ah, la crisi sa... capirà la crisi oh..."

Lasci stare il gavazzare
cerchi un po' di lavorare e vedrà...
che la crisi passerà!

Tutte quante le nazioni si lamentano così
conferenze, riunioni, ma si resta sempre lì
"ah la crisi... eh..."

Rinunziate all'opinione
della parte del leone e chissà...
che la crisi finirà!

L'esercente poveretto non sa più che cosa far
e contempla quel cassetto che riempiva di danar
"ah, la crisi Signur!"

Si contenti guadagnare quel che è giusto
e non grattare e vedrà...
che la crisi passerà!

E perfin la donna bella alla crisi s’intonò
e per far la linea snella digiunando sospirò:
"ah, la crisi... oh signora la crisi"

Mangi un sacco di patate
non mi sprechi le nottate e vedrà...
che la curva tornerà!

Chi ce l'ha li metta fuori
circolare miei signori e chissà...
che la crisi finirà!

Trovo che ci sia un'intrinseca modernità in questa canzoncina, emersa agli anni inizi degli anni Trenta, quando il mondo era scosso dalla celebre crisi del 1929. Come e perché nella crisi ci siamo entrati - senza reali previsioni che questo avvenisse, se non con chi ex post ha mostrato di averlo vaticinato… - ormai lo sappiamo a memoria, ma quel che lascia stupefatti è l'altalena che ormai stiamo vivendo su come, quando, perché e se questa crisi finirà. Le migliori intelligenze sembrano essere sperse come noi mortali e per l'Italia che altri siano ripartiti è più motivo di depressione - con lo spettro in carne ed ossa della recessione - che di incoraggiamento.

"Non c'è bestia più pericolosa dell'uomo"

Hervé GourdelTagliare la testa con un coltellaccio ad un altro essere umano è un segno evidente di quanto di mostruoso possa esserci nella testa di una persona o di gruppo. Colpisce ancora di più quando il fatto casca vicino, a due passi da dove abiti e coinvolge una persona che poteva essere tranquillamente una tua amica. Non un militare o uno "007", che fa del rischio la sua scelta professionale, ma un povero cristo - guida alpina di professione - che va a farsi un trekking e finisce macellato come un montone, pagando un prezzo ingiusto su vicende internazionali di cui finisce per essere, malgré lui, un simbolo.
Vado così a cercare il sito di questa persona assassinata e ritrovo un mio coetaneo (più giovane di qualche settimana), che sorride nelle foto e scrive con semplicità: «Bienvenue sur le site de Hervé Gourdel, guide du Mercantour».
Segue la breve biografia: «Je suis né à Nice en 1959 et j'ai trèstôt découvert la montagne dans le Mercantour avec mon père et parcouru mes premiers sommets.
Dès lors je n'ai eu qu'une envie, y revenir le plus souvent possible! Lycéen, j'avais déjà en tête de devenir guide, mais c'est comme amateur passionné qu'avec quelques copains nous avons sillonné les Alpes maritimes en cyclomoteur pour nous rendre au pied des sommets et parois mais aussi pour découvrir nos premiers canyons.
Guide de haute montagne en 1987, j'ai avec quelques collègues ouvert le bureau des guides "Escapade" à Saint Martin-Vésubie où j'effectue mes saisons d'été depuis plus de 20 ans.
Mon expérience de formateur dans l'Atlas marocain m'a amené à mettre en place et diriger depuis 1995 des stages préparatoires à l'examen probatoire du Brevet d'Etat d'Aem (Accompagnateur en Montagne). Par ailleurs, j'ai conservé une pratique d'amateur assez régulière.
Je suis toujours friand de ces belles journées passées en montagne ou en falaise à partager en famille, avec des amis ou avec mes clients!»
.
In un'altra pagina la sua filosofia di vita: «La montagne fut tout d'abord une passion contractée très jeune puis vite dévorante. L'idée d'en faire mon métier s'est rapidement clairement imposée.Après mon Bac, j'ai fait une expérience à la fac de Sports de Nice mais je n'avais en réalité pas très envie de devenir professeur d'éducation physique. La découverte des gorges du Verdon au printemps 1981 m'a aidé à prendre ma décision et fut fatale à la poursuite de mes études ! Je ne regrette pas ce choix. En effet, le diplôme de guide m'a permis de gagner ma vie loin des bureaux en grimpant, en skiant, en parcourant des cours d'eau, en parlant de la montagne..., en transmettant un enthousiasme et des connaissances ! En "prenant de la bouteille", ce besoin de transmettre s'impose de plus en plus et me permet de préciser mes projets professionnels et personnels.
Ce métier donne aussi l'occasion de voyager, au Népal, en Jordanie, au Maroc et bien d'autres destinations.
Mais il n'est pas nécessaire d'aller aussi loin. Le voyage est aussi "intérieur" et peut commencer par une séance d'initiation à l'escalade ou au ski de randonnée, par la découverte d'un canyon, tout près de chez soi! Je partage mon temps entre Nice, Saint Martin-Vésubie etplus largement tout le massif du Mercantour et des Alpes Maritimes. "Pourquoi chercher ailleurs alors que l'ailleurs des autres, c'est ici même!" A bientôt j'espère le plaisir de passer ensemble une ouplusieurs belles journées d'évasion et de partage»
.
Ovviamente non potrà avvenire. Questa persona mite, che amava anche la fotografia e sul sito ne troverete di bellissime, in questo spazio alpino dove lavorava, sospeso fra montagna e Mediterraneo, è stata uccisa. A dimostrazione che, in giro per il mondo, ma sempre più a casa nostra, come si vede con i djaidisti che possiamo avere fra noi, l'orrore è vicino.
E il mio pensiero oscilla fra uno scrittore come Giovanni Papini, che annota: "L'uomo può esser più bestiale delle bestie, più porcino dei porci, più tigresco delle tigri, più velenoso dei serpenti, più flaccido dei vermi, più appestante di una carogna, ma è pur capace di spaziare con la mente fino agli ultimi confini del mondo, di misurare le stelle più remote, di scoprire i principi che reggono la natura, di assoggettare le forze della materia, di giudicare con la stessa morale gli stessi dei, di creare il Partenone e la cattedrale di Chartres, la Cappella Sistina e la Quinta Sinfonia, l'Odissea e la Divina Commedia, l'Amleto e il Faust".
E, invece, un terribile - nella sostanza non solo nella prosa e nel suo fondamento scientifico - Erasmo da Rotterdam e la sua invettiva: «Cane non mangia cane, i feroci leoni non si fanno guerra, il serpente non aggredisce il suo simile, v'è pace tra le bestie velenose. Ma per l'uomo non c'è bestia più pericolosa dell'uomo».

Il "distacco" dalla politica

Un momento dell'incontro con Alessia MoscaDevo alla cortesia del Partito Democratico la partecipazione ad un confronto, svoltosi ad Aosta, con la parlamentare europea Alessia Mosca, capolista e più votata nella scorsa tornata elettorale nel Nord Ovest. Mi riferisco all'enorme circoscrizione elettorale in cui è purtroppo inserita la Valle d'Aosta e questa situazione rende pressoché impossibile avere un eletto valdostano nel Parlamento europeo.
Se avessimo avuto più tempo, avrei spiegato alla nostra ospite che cosa fosse stato quel Palazzo settecentesco, l'Hôtel des États, per la politica valdostana del passato e lo stesso avrei potuto fare evocando - più vicina ai giorni nostri - quella personalità simbolo della storia contemporanea, Emile Chanoux, cui è dedicata la piazza antistante l'edificio. Ma il tempo era purtroppo tiranno.
Per cui, con il segretario del PD, Fulvio Centoz, e con Luca Barbieri, candidato alle scorse europee per la coalizione autonomista e progressista, abbiamo sottoposto all'onorevole Mosca diversi temi presenti nell'Agenda europea e chiesto spiegazioni su questo nuovo impegno politico che si trova ad affrontare. Penso che per il pubblico sia stata una chiacchierata interessante, pensando a quanto ormai la dimensione europea pesi su tutti noi e su cittadini le istituzioni valdostane.
Il pubblico - ecco il punto - era composto per lo più da addetti ai lavori ed a ranghi piuttosto ridotti. Come ormai è usuale per appuntamenti politici di questo genere, che marcano con evidenza un vivo disinteresse in quella che un tempo avremmo chiamata, con un'espressione tardo settecentesca, l'opinione pubblica per temi pure imprescindibili. Analogo appuntamento in passato, magari avendo la possibilità di tornare indietro di qualche decennio, avrebbe avuto più presenze.
Il fatto è che la politica resta in crisi e l'interesse è scemato sino a livelli di guardia. Così l'incontro pubblico, il comizio, la conferenza sono oggi strumenti scarsamente attrattivi, a meno che chi partecipa abbia un'enorme popolarità, specie di origine televisiva e tendenzialmente avulsa dalla politica o il tema risulti così coinvolgente da essere attrattivo e questo prescinde dalla reale importanza dal l'argomento trattato. Insomma: il vincitore di "X-Factor" che parla dello spiritualismo per guarire i calli dei piedi avrebbe avuto il pienone e lo stesso sarebbe valso per un cuoco famoso di una trasmissione televisiva che avesse parlato dell'aurora boreale.
Si tratta di un fatto meritevole di attenzione. Cosa sta capitando alla democrazia partecipativa e ai vecchi strumenti di militanza politica? Si tratta solo di un segno del fossato sempre più largo fra politica e società o sono le reti virtuali dei "social" ad aver scomposto i metodi usuali della socialità? O ancora: come spiegare che persino il talk show politico perde ascolti televisivi come dimostrato in questa stagione televisiva?
E' più facile fare domande che dare risposte. Ma anche in una piccola comunità come quella valdostana, eccettuati i casi di timori per la salute (la vicenda del referendum sul pirogassificatore) o problemi sociali (come il gran numero di persone lasciate a casa nella forestazione), la logica partecipativa si assottiglia e lascia i partiti come alberi dai rami spogli e ogni occasione pubblica diventa uno sforzo organizzativo per assicurare le presenze e queste vengono garantite solo a fronte di momenti assai particolari, come può essere per la serata clou di una campagna elettorale.
Altrimenti è dura e questo deve far riflettere su come la democrazia e il conseguente impegno civico assomiglino alla ginnastica. Ci si mette poco a trovarsi duri come dei baccalà e con il fiatone, se non esiste l'impegno di tenersi allenati.

Federalismo e piccole patrie

Massimo CacciariPer fortuna non ci sono solo pentiti del federalismo. La "nouvelle vague" non investe, infatti, il filosofo veneziano Massimo Cacciari. Nella sua rubrica su "L'Espresso" ribadisce quel che noi federalisti diciamo da tempo, tristemente inascoltati.
Ecco Cacciari all'attacco: "Assumere la vittoria del "no" a testimone di un mutamento di clima a proposito di micro-nazionalismi, indipendentismi e secessioni può voler dire soltanto insistere testardamente nel rifiutare di comprenderne le cause storiche e sociali, o ignorare come affrontarle".
Contro questa anacronistica visione "statocentrica" attacca Cacciari: "Sotto la pressione opposta e complementare delle potenze globali e dell'esplodere dei movimenti, fra loro diversissimi, alla ricerca di identità locali e nazionali, la via da percorrere non poteva che essere quella di un autentico federalismo, sia all'interno di ciascun Stato, che a livello dell'Unione. Non si è voluta neppure riconoscerla. La crisi economica, per sua natura fattore di scelte accentratrici, sembra averla definitivamente affossata. Col risultato che quelle che potevano essere governate, ancora due decenni fa, come rivendicazioni volte a ottenere un nuovo foedus, appunto, fra governo centrale e autonomie nazionali, regionali e locali, si sono trasformate in lotte dichiarate per una completa indipendenza".
Poi, più avanti, un vaticinio per il futuro, dopo la notizia certa dell'indizione del referendum in Catalogna, e quello che viene definito - gioisco e condivido - "il suo esito scontatissimo". Ecco Cacciari: "Comprenderanno le nostre nobili e antiche famiglie socialdemocratiche, popolari, gaulliste, che il vecchio Stato, col suo potere indivisibile e i suoi sacri confini, vive una crisi irreversibile da cui non si uscirà mai attraverso una sua riproduzione allargata su scala europea? L'unità politica europea diverrà un'idea spettrale, travolta da indipendentismi di ogni tipo, se finalmente non sapremo declinarla in chiave federalistica".
Poi, in chiusura, ricorda la "questione settentrionale" e la necessità, "perché non crepi l'intero Paese", che ci sia il federalismo. Applaudo convintamente e fischio tutti gli spergiuri che, al primo stormir di fronde, sono passati dal federalismo presunto al centralismo rampante.
E' singolare che nello stesso numero del settimanale sia il vecchio direttore Eugenio Scalfari, nel suo "Il vetro soffiato", che pone lo stesso problema da un'altra visuale.
Così dice, in un articolo ricco di suggestioni: "Questo delle piccole patrie è un sentimento che si va diffondendo in Europa sia con motivazioni di sinistra che di destra".
E aggiunge più avanti: "Il localismo non rinnega la società globale ma ne delinea in diversi spicchi. La globalità è la scorza dell'arancia, la localizzazione si identifica con gli spicchi che compongono, uniti insieme, la polpa del frutto".
Poi la conclusione, dove non si parla di federalismo, ma mi domando di cos'altro potrebbe trattarsi. Scalfari: "Ci troviamo insomma di fronte ad un duplice respiro del mondo: si allargano e si restringono i polmoni, aumenta il disagio di globalizzazione e resuscitano le piccole patrie. Quando fenomeni del genere sì mettono in moto eventi piccoli possono avere conseguenze impreviste e catastrofali. Perciò occorre non disconoscere il bisogno delle piccole patrie ma tener vivi i valori che aumentano lo spirito di umanità, di compassione e di fraternità della specie in tutte le sue varianti affinché esse apportino maggiore ricchezza e non guerre, negazioni e rovine".
Io riconosco nelle parole di Cacciari, ma anche nella visione umanista di Scalfari il disegno per la Valle d'Aosta di domani, ripartendo da idee e valori, offuscati in Valle in questi anni.

Binario triste e solitario

Un binario della stazione ferroviaria di AostaLa ferrovia valdostana sprofonda sempre di più in uno stato di abbandono e non sembra esserci la reazione necessaria ai ripetuti "sos". La sindrome "ramo secco" si accentua con il taglio di più della metà delle corse dei treni decisa da "Trenitalia" per questioni contrattuali (da vedersi semmai in un Tribunale e non sulla pelle dei viaggiatori). Una scelta discutibile che, se anche fosse scongiurata in extremis, resta indicatore evidente di confusione nella gestione del dossier da parte della Regione e dei parlamentari valdostani, ormai grandi assenti. Eppure la norma di attuazione sul trasporto ferroviario del 2010 disegnava con chiarezza il quadro pur complesso sia per esercizio, che per proprietà della linea e per investimenti infrastrutturali. Mai giocare, com'è avvenuto in Parlamento, con norme ordinarie incidenti sulle norme d'attuazione, perché questo indebolisce la nostra autonomia speciale. Inoltre, se lo Stato nicchia per l'applicazione, come avviene anche per la regionalizzazione del Catasto, va trovato il modo per rivolgersi in primis al Presidente della Repubblica, nel suo ruolo di garante della Costituzione e, in seconda battuta, bisogna introdurre una causa presso la Corte Costituzionale.
Certo sui trasporti ci vorrebbe un viaggetto a Lourdes per una salutare benedizione, perché non c'è un solo tassello che vada bene. Dalla ferrovia al trasporto su gomma, dall'aeroporto al settore funiviario, per non dire dei problemi legati al costo autostradale: in ogni settore ci sono criticità crescenti e sembra mancare un disegno complessivo.
Ma questa questione pone un altro problema: i rapporti politici con il Piemonte e con il Canavese. Con il Piemonte è presto fatto: esistono accordi formali fra Regioni che possono mettere in fila i diversi problemi comuni, evitando che tutto sia legato alla verbalità e alle strette di mano. Con il Canavese la questione è seria, perché la vicinanza è un dato geografico e storico, cui non si può sfuggire. Senza risalire a Salassi e Romani, all'epoca medioevale o al Département de la Doire di epoca napoleonica o alla Provincia di Aosta di epoca fascista, resta chiaro - pensiamo al caso "Olivetti" o ai problemi della sanità - di quanto siano stretti i rapporti di vicinato e necessari tavoli politici, di cui oggi la ferrovia in comune è solo la punta di un iceberg.
La vicenda della soppressione delle Province ha complicato le cose. Infatti Ivrea, senza reali alternative, genere la nascita in passato di una "Provincia Biella ed Ivrea" o di una "Provincia alpina", che avrebbe avuto un senso aggregativo ai nostri confini regionali, si trova oggi "assorbita" nella vastissima area metropolitana di Torino, dove - inutile contarsi storie - la forza demografica (e quindi elettorale) della città imporrà una sorta di marginalizzazione dei territori più distanti.
Questo però non significa affatto non dover ragionare con Ivrea in particolare, ma anche con quei Comuni a noi vicini, sia singoli che nella logica delle Unioni sostitutive delle vecchie Comunità montane. Non è solo una questione di fondovalle, ma il caso del Gran Paradiso dimostra come ci siano problemi comuni anche se la prossimità reale è assicurata da complicati collegamenti stradali.
Sarebbe assurdo impegnarsi in sacrosanti accordi di area vasta - come l'euroregione "AlpMed" o la gigantesca strategia per una macroregione Alpina - se poi non ci si occupasse dei temi più vicini a noi, nella chiave di una prossimità legata a problemi concreti dei nostri cittadini. In questo senso, la ferrovia è una priorità che va affrontata - avendo in passato studiato in modo minuzioso diversi scenari possibili e le problematiche ad essi collegati - ponendosi priorità immediate e un disegno complessivo di medio-lungo periodo. E' vero che siamo in un periodo di "vacche magre" (anzi magrissime: tra breve saremo - incredibile a dirsi - a circa metà del Bilancio che lasciai ai tempi della mia Presidenza!), ma far morire il trasporto ferroviario sarebbe una scelta miope e accentuerebbe quell'isolamento della Valle d'Aosta, che nel tempo non ha mai portato bene.

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