September 2014

Se a Saint-Vincent si discute

Il 'Palais Saint-Vincent'Ho sempre seguito la storia del "Casinò de la Vallée", ritenendola anche parte integrante - nel piccolo, naturalmente - della storia politica della mia famiglia.
Fu mio zio Séverin, nel marzo del 1947, quando era presidente della Valle nel periodo pre-statutario, a tirare fuori dal cassetto il celebre provvedimento e ad aprire - nella più totale incertezza di come avrebbe reagito Roma - la Casa da gioco.
Per decenni, nelle difficoltà del riparto fiscale con "politica del rubinetto" (apri e chiudi secondo convenienze romane), i soldi derivanti dalle vincite (tutti di provenienza esterna, perché solo di recente larga parte del gioco è stata aperta ai valdostani) hanno alimentato un’autonomia speciale nascente, in un periodo post bellico fatto di investimenti essenziali in un momento di ristrettezze e in cui non si facevano "voli pindarici" ma si stava con i piedi per terra con governanti galantuomini.
Ancora sotto la mia Presidenza, saltando agli anni Duemila, il Casinò era una macchina, che già manifestava problemi impostati per soluzioni poi non percorse, ma che allora ancora macinava utili. In questi anni, dopo il ritorno presunto “salvifico” di Augusto Rollandin (votato a man bassa anche alla Casa da gioco), i conti sono andati peggiorando e non bastano comunicati stampa e grandi sorrisi a nascondere la realtà di una situazione ormai catastrofica, bilanci alla mano. Altrove, con questi risultati e usando un esempio calcistico, si sarebbero cambiati allenatore e squadra. Invece appaiono, come fulmini in una giornata con una bufera disastrosa, delle perle come l’inseguimento alle comunità cinesi italiane, l’avventura verso i ricconi con società di Macao, clienti inibiti del passato che spadroneggiano, ospitalità estive che gonfiano le presenze alberghiere ma sul gobbone dei conti pubblici, meccanismi perversi di promozione del gioco. Questa débacle ha avuto ripercussioni gravi nel paese e, con la costosissima realizzazione degli alberghi e del rifacimento del Casinò con il "Resort" - e l'esito è di dubbia qualità - si è chiuso al proprio interno, come se fosse un forte sotto assedio, rompendo il cordone ombelicale con Saint-Vincent.
Il "Palais" è stato chiuso, il "Billia" fa concorrenza agli esercizi locali, il commercio langue e via di questo passo. In parallelo il rilancio delle Terme (ma senza usare in modi nuovi le celebre acque della "Fons Salutis") non ha funzionato, con un project financing fermo al palo, e con una gestione attuale che nulla ha che fare con una "Spa" élitaria come era stata prevista e la scelta sanitaria d’intesa con la Regione, nel campo della dialisi, si è dimostrata debole rispetto ad altri progetti ben più attrattivi, ma non graditi a Palazzo.
Il Comune - come entità amministrativa - ha dimostrato incapacità di reazione rapida e oggi si sente per la prima volta anche in parte della maggioranza comunale una presa di coscienza, compresi i meccanismi di mancato finanziamento regionale che sono cessati per volontà politica, facendo sprofondare il bilancio comunale in una forte violazione dei meccanismi di spesa del "Patto di stabilità".
A fronte di questa situazione, con un moto d’orgoglio, una parte del paese, comprendendo anche Châtillon in una logica comprensoriale apprezzabile, perché i campanilismi non portano da nessuna parte, sono nati spontaneamente dei gruppi di lavoro - democrazia di base, direi - che stanno sortendo un dibattito che concerne in profondità la comunità e non solo la categoria vasta e assai differenziata nota come "politica".
E’ una storia interessante, che supera la logica del mugugno e le trappole dell'antipolitica e non è da collegarsi, come qualcuno fa già, ad un semplice meccanismo "causa ed effetto" per le elezioni comunali di primavera. Direi che si può parlare di una crescente consapevolezza che lamentarsi e rimpiangere il passato della "Riviera delle Alpi" è un esercizio sterile e solo in modo auto-centrato, con conoscenza del territorio e delle sue potenzialità, si può ripartire. Ma ovviamente bisogna che al Casinò si faccia l’opportuna pulizia e che si riprenda in mano con la "Bonatti" la progettualità delle Terme, comprese quelle vecchie e l’albergo "Source" con destinazioni affinate rispetto al cambio dei tempi.
E’ vero che ci sono meno soldi di un tempo - e questo archivia ogni idea di spese milionarie, quando sarà già difficile mantenere la gestione dell’esistente - ma le idee possono anche consentire di trovare buone soluzioni low cost.
Basta uscire dalla logica desueta dell’"one man show".

Maledetti imprevisti!

Il mio specchietto rottoAspettando l'esito del referendum scozzese, perché ne vorrei scrivere con calma ma con dati conclusivi (anche se - ma faccio gli scongiuri! - butterebbe male per l'indipendenza), che oggi volevo raccontare un fatterello.
Che brutta storia gli imprevisti! L'altro giorno, poco dopo le 17, ero in macchina a Lyon. In mezzo ad un gran traffico, ero fermo in una fila ad un semaforo, quando un furgone nella corsia alla mia sinistra è arrivato a tutta canna, urtando di netto il mio specchietto esterno con il suo specchietto. Una botta secca che mi ha tolto il fiato e ha danneggiato di brutto il retrovisore. Essendoci ancora il rosso, sono riuscito a inseguire a piedi il mezzo che mi aveva urtato, obbligando l'autista ad accostare per parlare. I fatti mi parevano evidenti, ma il giovane interlocutore negava una sua responsabilità, sostenendo che la colpa fosse mia. Tutto questo è avvenuto in modo civile e senza alzare i toni, perché tanto bisticciarsi non avrebbe cambiato la sostanza della situazione.
Che fare? La cosa più furba sembrava essere chiamare sul posto qualcuno che rilevasse l'incidente, per cui chiamo il numero della Police, il 17, che annuncia che arriveranno sul posto. Intanto scatto qualche foto allo specchietto penzolante e al suo danneggiato (compreso il vetro a terra). Poi, finalmente, posso provare l'assistenza telefonica della mia assicurazione auto. Chiamo il numero per fatti avvenuti all'estero: una signora dall'accento piemontese mi propone, come unico supporto, di chiamare un carro attrezzi. Se chiedo altro, tipo come comportarmi nella circostanza, si scoccia e mi dice di chiamare l'ufficio sinistri in orario di ufficio. Amen. Molto gentile, invece, la mia assicurazione di Aosta, che sconsiglia di compilare - come il Tizio proponeva, ma ribadendo di non voler per nulla assumersi la benché minima responsabilità - una constatazione amichevole. Si rischierebbe di pregiudicare il risultato.
Confido nella Police, che richiamo e vengo rassicurato che la pattuglia sta arrivando. Aspetto e mi preoccupo di come riparare il retrovisore, visto che il mio viaggio deve proseguire. Ho un'auto tedesca con servizio mobilità tedesco: perché preoccuparsi? Chiamo il numero: chi risponde propone un carro attrezzi, ma non sa nulla di eventuali riparazioni. Bisogna chiamare per quello un'officina a Lyon, ma il numero che mi ha dato non risponde. Intanto il guidatore dell'altro mezzo - è passata un'oretta - arriva con una bimba piccola in braccio, che dormiva sul mezzo. Dice: «io me ne vado». Fotografo la sua patente e ci salutiamo. Metto assieme quel che resta dello specchietto, che più tardi sistemo con del nostro isolante e riesco a vedere dietro quel che necessario.
La mia assicurazione, al rientro, mi dice: vedremo, studiamo la pratica, ma non nascondono per nulla la difficoltà di venirne a capo. Ieri ho fatto aggiustare lo specchietto e ora, fattura alla mano, aspetto fiducioso.
Ho capito, però, che i vantati numeri di assistenza servono poco e che la materia degli incidenti stradali in Europa resta piuttosto flou. Tutto questo parlando francese: non oso pensare cosa sarebbe capitato a chi non fosse stato in grado dì parlarlo. Resta il fatto, infine, della Police, gentilissima le due volte in cui ho chiamato, ma che sul luogo dell'incidente - per carità, non era grave - non è arrivata.
Sarebbe stato meglio dirlo.

Mi spiace per la Scozia

Il primo ministro scozzese Alex SalmondIn Scozia vincono i "no" e dunque sfuma l'ipotesi di un nuovo Stato autonomo. Spiace scriverlo, ma questa è la legge della democrazia e va riconosciuto al Regno Unito di aver consentito il referendum senza troppe storie. Altri, come la Spagna con la Catalogna, cincischiano su una scelta analoga, forse perché in quel caso sulla scelta indipendentista dubbi non ce ne sarebbero. Mentre quando il Regno Unito concesse di esprimersi sul principio di autodeterminazione, gli inglesi contavano sulla freddezza degli scozzesi, mentre poi avevano scoperto che il risultato non era poi così scontato. Così per il "no" si sono battuti come dei leoni i governanti inglesi, istituzioni internazionali di vario genere e i Governi europei, compreso il Governo Renzi in linea però con nientepopodimeno che Obama. Un atteggiamento utile da conoscere e che dimostra quanto federalismo parolaio si sia fatto in Italia, senza alcun fondamento, in larga parte del centrosinistra italiano. Resta poi il mistero di come la Lega spinga per gli scozzesi e flirti con Marine Le Pen: altro che convergenze parallele! Quando c'è da scegliere lo si fa e non si tengono aperte porte mai comunicanti. Una constatazione utile anche per il dibattito in Valle d'Aosta dove la tendenza ad un autonomismo diffuso cela in realtà visioni diverse e scelte solo opportunistiche e a svelarlo ci sono ormai tanti fatti e molte circostanze. Ci vorrebbe una DOP per i federalisti contro i troppi tarocchi.
Resta la speranza delusa dei miei amici scozzesi, che ho frequentato al Parlamento europeo e anche in manifestazioni al "Comitato delle Regioni". Penso che ci avessero sperato in questi ultimi tempi, immaginando che - pur avendo contro una potenza di fuoco incredibile - il piccolo Davide potesse infine sconfiggere politicamente il gigante Golia. Immagino che, come per il Québec, la fiamma non si spegnerà. Ci saranno momenti e circostanze che un giorno favoriranno una scelta diversa.
Intanto sarà interessante vedere come si concretizzeranno le grandi promesse di più autonomia, maggiori libertà e più soldi che i governanti inglesi hanno fatto per evitare l'indipendenza scozzese.
Resta il dispiacere per l'esito, che avrebbe dato uno scossone forte al centralismo dell'Unione europea, uno scossone agli Stati nazionali nel loro assetto attuale e proposto una possibile nuova geografia politica rispondente ad una visione federalista rispettosa dei popoli. Le idee in proposito restano e si tratta, per chi ci crede, di proseguire il cammino, dopo aver visto quanti nemici ci sono nel momento in cui bisogna scegliere fra un voto favorevole o contrario.
Resta il fatto che in Scozia i giovani hanno votato per l'indipendenza e dunque la partita non si chiude oggi e ci saranno in futuro nuove tappe di una lunga storia.

Regionalismo, Roma e Aosta

Un'immagine dello storico film 'Torna a casa, Lassie!'Le inchieste sulle spese dei Gruppi dei Consigli regionali in tutta Italia e i molti Presidenti di Regione inquisiti, a vario titolo, hanno dato un colpo molto forte alla credibilità del regionalismo (e anche da noi si aspettano gli esiti). Questa circostanza, alimentata da una contemporanea reazione centralistica esattamente contraria al precedente moto pseudofederalistico, ha creato a sua volta un movimento mica da ridere, fatto di giuristi, giornalisti, imprenditori che hanno indicato e indicano sempre di più le Regioni come il peggiore di tutti i mali. Per altro, chi segue la storia del regionalismo dall'Unità d'Italia sino ad oggi, sa quanto è successo. Dal "no" iniziale a una nascita di Regioni, ai ritardi nell'applicazione del dettato costituzionale che le istituì, sino al livore anti-regionalista che andava e tornava: una vecchia storia, per non parlare dell'odio passato ed oggi crescente verso le autonomie speciali sino agli anni Settanta unico regionalismo sulla scena. E' indubbio che questo atteggiamento statocentrico sia rinvenibile - nella sostanza e non delle dichiarazioni di facciata che hanno spesso un altro verso - in una parte dell'azione politica del Governo Renzi, come uno dei segni tangibili del "nuovismo" che si trova ad interpretare.
Ogni difesa del sistema regionalistico è talvolta difficile da sostenere anche per chi ne ha fatto una delle ragioni del proprio impegno politico, ma vale, al contrario, l'asserzione che se il regionalismo non funziona lo statalismo, cioè l'idea che un'invasività istituzionale dello Stato sia una garanzia che tutto funzioni meglio, fa sobbalzare e assieme preoccupa perché si tratta di una finzione senza fondamenta. La macchina dello Stato non è per nulla competitiva e certamente non in grado di prendere in pugno i poteri e le competenze delle Regioni, per altro esercitati con livelli di capacità ed efficienza assai diverse a seconda dei territori.
A questo attacco in grande stile, che dura da una parte dell'azione del Governo Berlusconi ed è stata ancor più perseguita dal Governo Monti, il contrattacco regionalista sembra un fucile a tappo contro un'arma nucleare. Lo si è visto con la controriforma del Titolo V della Costituzione che riduce il regionalismo italiano a una sorta di macchietta e la clausola di salvaguardia per le Speciali rischia di essere un pannicello caldo o meglio una formula apodittica senza fondamento nel contesto complessivo.
Uscito di scena il presidente dei presidenti, l'emiliano Vasco Errani - uomo di grande spessore politico e umano - per una piccola vicenda giudiziaria (ma forse c'erano anche questioni più politiche), il testimone del regionalismo è stato preso da Sergio Chiamparino, che la materia la conosce ma rischia di soffrire delle difficoltà di chi arriva sulla scena del delitto all'ultimo momento senza forse una piena conoscenza delle "puntate precedenti". Ma Chiamparino è un mastino piemontese e, se saprà evitare il rischio di ragionare da sindaco con quel municipalismo che spesso porta ad essere diffidente verso le Regioni, potrà contrastare - con alcuni presidenti di Regione o di Provincia autonoma consapevoli ed onesti - questa deriva che sembra far precipitare il regionalismo verso una disfatta.
Non è un tema di poco conto, visto dalla prospettiva di un'autonomia speciale come quella valdostana, dove - in questi tempi difficili - il progetto delle opposizioni noto come "Renaissance", che tracciava una svolta nel governo della Valle, rischia di finire su un binario morto per l'aggressiva e per molti versi incomprensibile - a meno di scendere analogamente sul terreno delle illazioni - campagna di certi esponenti di Alpe contro l'Union Valdôtaine Progressiste, che è un venticello che tende, se non si avrà l'intelligenza di ripartire nella reciproca chiarezza, a diventar burrasca. E qualcun altro ne godrà, visto che prende un granchio chi ipotizza - rubo l'espressione ad un "progressista" di spicco - un «torna a casa, Lassie» (celebre film del cane pastore che torna dal suo padrone dopo mille vicissitudini). Altrimenti detto: non c'è nessun "bue grasso" da uccidere, perché non c'è, come avviene invece nella celebre parabola, un "figliol prodigo" in cammino verso la nota palazzina di Avenue des Maquisards.
Ma eccoci di nuovo al tema generale: è vero che parte del regionalismo ha finito per svilirsi da solo nel giochino delle Regioni Ordinarie contro le Speciali, in cui la logica infantile è stata quella non di far salire di più l'asticella del regionalismo per tutti ma l'idea balzana e autolesionista di far scendere chi si trovasse più in alto. Tipo il famoso tipo che si taglia le p***e per far dispetto alla moglie.
Sarebbe ora che ci fosse una grande assise del regionalismo, che dimostri che esiste un sistema responsabile, pronto a ripulirsi da tutte le scorie e le immondizie. Altrimenti la valanga arriverà implacabile, violenta e senza speranza di sopravvivenza. Altro che ulteriore devolution, come per la Scozia. Qui siamo fermi al "Roma doma".

Dalla pellicola al digitale

I due dvd dei filmini realizzati da mio padreUna volta le tecnologie rivoluzionarie mettevano un sacco di tempo ad imporsi e ciò non permetteva ai contemporanei di godere delle scoperte, se non in rari casi. Per cui i mutamenti derivanti dalle novità attraversavano in genere la vita, anche perché più corta, di tante generazioni.
Oggi le innovazioni si affermano subito e ti travolgono e, se non stai al gioco, finisci per essere buono per essere messo nella teca di un museo, come la "Mummia di Similaun".
Posso dire di aver vissuto il periodo della florida vita della pellicola (lei, la striscia di celluloide!) e poi di aver vissuto l'avvento dell'elettronica e delle tecnologie digitali ancora in espansione, che l'hanno di fatto seppellita nell'uso comune.
Da bambino, c'era ancora l'uso domestico dei filmini. Si potevano - credo che i primi che ho visto fossero in 8 mm - vedere in casa o su di uno schermo o sul muro attraverso apposito proiettore ed erano muti. Ricordo tanti fumetti e quelli che un tempo si chiamavano le "comiche", tipo "Charlot" o "Stanlio e Ollio". Ricordo poi che negli anni Settanta, a Champoluc, un giovanissimo Isidoro Bosco, figlio dei proprietari all'epoca di una grande azienda di carne piemontese, deliziava i suoi ospiti con la proiezione dei film in copie da 16 mm, che era una vera sciccheria da "vip".
Ovviamente la pellicola dominava anche la fotografia: ricordo bene i primi apparecchi - prima delle piccole compatte della "Kodak" - con cui dovevi capire in modo intuitivo i tempi d'esposizione a seconda delle circostanze, prima che gli automatismi, via via sempre più sofisticati, intervenissero. Un anno, nel 1976, lavorai d'estate da un fotografo di Imperia, Rosolino Mangiapan. Scoprii i segreti dello sviluppo e di impressione della pellicola in bianco e nero (comprese le fototessere da ritoccare con la "matita grassa"), mentre il colore veniva già trattato in appositi laboratori. Mangiapan vendeva anche costose macchine fotografiche, di cui mi spiegava il funzionamento.
Ma quel che più ho vissuto è la pellicola in movimento. Nei giorni scorsi mi sono fatto riversare su dvd la vastissima produzione filmica fatta da mio papà a partire dalla seconda metà degli anni Sessanta con cineprese prima in 8 e poi in "super 8" senza pista audio. Sono filmini familiari, con soggiorni montani e marini, gite varie, feste, ricorrenze e anche soggetti paesistici e di vita rurale che mio papà girava nella sua attività di veterinario. Assieme al corposo ma disordinato insieme di foto di famiglia, queste pellicole - in cui figuro in varie età sino ad esaurimento della passione paterna - sono divertenti e commoventi, talvolta noiose per una certa ripetitività.
Certo l'arrivo dell'elettronica, sino ai palmari che fanno i video, ha cambiato tutto, anche se molto materiale nel cambio degli standard elettronici sparisce di scena e si deteriora ben diversamente da pellicole conservate all'asciutto.
Nel mio lavoro in televisione ho seguito progressioni del tutto simili: sono arrivato che la pellicola spariva e sopravveniva un'elettronica ancora costosa. Ricordo la telecamera "Thompson" da cinquanta milioni di lire comprata da "RTA - Radio Tele Aosta", oggetto di muta adorazione. Poi la straordinaria esperienza "Rai" con tecnologie in continua evoluzione e questo a breve dovrebbe portare anche in Valle alla digitalizzazione della parte produttiva.
Saranno pensieri nostalgici, ma sia chiaro che l'evoluzione tecnologica è un gran bene. Non è come il rimpianto gusto d'antan della "Fontina" o il sapore indicibile delle pere martine di quel certo albero.

Arriva l'autunno

Alberi e cielo d'autunnoEccoci alle porte dell'Equinozio d'autunno 2014, cioè l'attimo in cui la durata del giorno è uguale a quella della notte. Questo avverrà, tanto per essere precisi, alle ore 2.29 di domani. Scatterà così ufficialmente l'autunno e si assesta la possibilità - devo dirlo con il sorriso? - di una class action contro Madre Natura per l'estate scippata! Alla fine ci scherzi sopra, ma quando parli con gli operatori turistici capisci quanto l'argomento sia serio e la speranza è che le condizioni meteo non siano il segno di un cambiamento climatico, pur ciclico. Se così fosse, alle angosce attuali su inverni più o meno nevosi, si aggiungerebbe l'attesa per un'estate che incomincia a perdere i colpi.
Viene in mente, pensando all'autunno, la prima parte di Charles Baudelaire con "Chant d'automne":
"Bientôt nous plongerons dans les froides ténèbres;
Adieu, vive clarté de nos étés trop courts!
J'entends déjà tomber avec des chocs funèbres
Le bois retentissant sur le pavé des cours".

A me, come ho più volte segnalato, l'autunno - ammesso che non diventi anch'esso vittima della melassa climatica - piace. E, forse perché non sono poeta, ma al côté malinconico, trovo che ci sia nell'autunno una tranquillità tutta da godere.
Ed è quanto osserva Fernando Pessoa ne "Il Libro dell'inquietudine":
"Non è ancora autunno, nell'aria non c'è ancora il giallo delle foglie cadute o la tristezza umida del tempo che più tardi si farà inverno. Ma c'è una traccia di tristezza anticipata, un dolore indossato per il viaggio, nel sentimento in cui siamo vagamente attenti ai diffusi colori delle cose, al tono diverso del vento, alla quiete più grande che, quando scende la notte, si diffonde nella presenza inevitabile dell'universo".

Capisco che il suo è un volo molto in alto, ma mi pare che renda questa atmosfera di mezzo dell'autunno, che è in montagna molto variabile. Ieri a certe brume dei giorni scorsi si è sostituita la limpidezza dei contorni delle montagne con colori netti, già declinanti verso le sfumature di stagione, che quest'anno - volendomi prendere per questa osservazione il tempo dovuto - vorrei davvero osservare con maggior attenzione e senza distrazioni. Trattandosi davvero di una sinfonia cromatica che in certe zone della Valle d'Aosta meriterebbe applausi, quando i paesaggi sono davvero dei capolavori da ammirare.
Senza cadere nella spiritualità, dove stento ad arrampicarmi per la sua vastità, mi limito a notare come la stagione si presti alla riflessione. Forse perché, rispetto anche alla vita, questo periodo che suona per la Natura come una parte di pienezza (pensiamo alla vendemmia e poi alla vite spoglia), che poi appunto svolta verso l'immobilismo e il gelo dell'inverno, è una sorta di ammonimento per le stagioni della nostra stessa esistenza.

Attenti al Clima

Chi l'avrebbe mai detto che un giorno ci sarebbero state manifestazioni popolari per il problema del clima e i suoi cambiamenti. Invece, piano piano cresce una generale consapevolezza, per cui in decine di Paesi del mondo, indirizzandosi ai rispettivi Governi, è salita una richiesta di prendere sul serio un problema con delle di azioni concrete per tagliare le emissioni nocive e ciò dovrebbe avvenire nell'ennesimo Summit sul clima, che si terrà la prossima settimana alle Nazioni Unite.

Terme di Saint-Vincent: come ripartire

Il 'Grand hôtel Source' a Saint-VincentSe Jean-Baptiste Perret, scopritore delle acque che hanno fatto la gloria delle "Terme di Saint-Vincent", tornasse in vita sarebbe stupefatto. Esperto di chimica, quel prete, notò nel giugno del 1770 - per via di mucche che al pascolo venivano attratte da quest'acqua - la particolarità di quella sorgente, che divenne poi la "Fons Salutis" (che oggi ha ancora problemi di captazione delle acque, ma gli esperti assicurano che ce n'è in abbondanza nel sottosuolo). Fu il "Duché d'Aoste" a finanziare la nascita del primo stabilimento, che è stato a partire dalla fine del Settecento un motore di sviluppo per la cittadina.
Senza metterci a trattare in dettaglio la storia prestigiose di queste acque (ricche di bicarbonato, acido carbonico, solfato di sodio e cloruri), resta indubitabile che la scritta "Terme" che ancora campeggia e il label conseguente derivano proprio dalle cure idropiniche e inalatorie che sono state il cuore dei trattamenti. Oggi - e questo stupirebbe l'Abbé Perret - questa attività prosegue, ma in tono minore, nel quadro della ristrutturazione dello stabilimento termale - che ho avuto modo di seguire nei suoi sviluppi, nei ruoli che ho ricoperto - sulla base di un project financing, ma con corposo finanziamento sotto forma di mutuo agevolato della Regione, che ha iniziato la sua concretizzazione con l'apertura del settembre 2010. La parte ristrutturata riguarda quella parte "nuova", risalente al 1959, che non è ancora stata del tutto completata, come invece ancora promesso pochi mesi fa.
Mancano all'appello, anche per una generosa proroga data dal Comune (lo stesso che ha accertato la congruità della cifra spesa nella parte finanziata dalla Valle) il completamento del primo lotto e la realizzazione degli allestimenti della cosiddetta "zona grigia" (quella dove, per intenderci, avrebbe dovuto sorgere la "baby Spa", annunciata ai media come la rivoluzione del mondo del benessere), la ristrutturazione delle vecchie Terme e del "Grand hôtel Source". Immobile storico che rischia di crollare è che fu appositamente trasferito al Comune dalla Regione per consentire un project financing nella sua completezza. Ma lo smantellamento dei cantieri della "Bonatti" - avvenuto subito dopo l'apertura dello stabilimento, nell'estate 2012 - insieme con la scelta del Comune di appoggiare, in corsa, il cambio di destinazione delle altre due parti da ristrutturare, oltre che del crono-programma per la realizzazione delle opere, rischia di inficiare l'intera operazione. Permane, e lo dico con la consapevolezza della complessità della gestione amministrativa, anche una legittima perplessità sul fatto che un semplice atto di Giunta comunale possa stravolgere i contenuti di convenzioni e contratti redatti in studi notarili e sottoposti a ratifiche del Consiglio comunale.
Intanto la parte ristrutturata, con una nuova gestione a sostituire quella precedente che aveva accumulato notevoli perdite d'esercizio e generato una generale insoddisfazione, punta su un rilancio della "Spa" (dove le acque sono quelle del rubinetto) con una formula molto popolare e per nulla legata ai progetti iniziali di un centro benessere di classe. Per altro, negli accordi figuravano impegni per le assunzioni di personale locale, purtroppo mai realizzati, oltreché previsioni considerate attendibili sul volano economico che le "Terme" avrebbero rappresentato per lo sviluppo del paese. Inutile dire che allo stato attuale la bilancia dei rapporti e degli aiuti tra paese e stabilimento pende totalmente dalla parte delle "Terme", che molto hanno preso e praticamente nulla hanno dato. Del resto, l'assenza di qualunque tipo di attività di marketing sia nei progetti passati sia in quelli presenti, la dice lunga sulla volontà dei gestori di investire nell'attività. Anzi, la scelta del concessionario "Bonatti" di cedere la gestione dello stabilimento al gruppo riconducibile alle "Terme di Genova" praticamente a costo zero, è significativa della volontà di entrambe le parti di affrontare con serietà un qualsiasi progetto di sviluppo di lungo periodo. Il concessionario preferisce non guadagnare dalla cessione della gestione, piuttosto che continuare a perdere per via dell'incapacità propria di avviare solidamente la struttura (affidata per più di un anno ad un direttore quantomeno improvvisato), mentre il nuovo gestore punta a massimizzare i ricavi, riducendo all'osso le spese e la qualità in un approccio che rischia di concretizzarsi nella grande scuola economica - già vissuta in Valle nell'industria - del "prendi tutto e scappa".
La linea, aspettando gli eventi, è: nessun progetto di sviluppo, fine di qualsiasi manutenzione, riduzione del personale all'osso e fine di tutto ciò che viene considerato superfluo, inclusi servizi come la funicolare (consuma energia, ma è stata rifatta con soldi pubblici nel 1995!), la luce del parcheggio (risparmio!), la fornitura di accappatoi e asciugamani. La ristrutturazione del "Grand hôtel Billia" - ciliegina sulla torta - ha compreso anche all'interno della parte alberghiera una bella "Spa", doppione di quella appena fatta alle "Terme".
Il confronto con le "Terme di Pré-Saint-Didier" (ristrutturate con project financing a conduzione regionale), dove per altro si è puntato tutto sul benessere e non sugli aspetti curativi, pure possibili per l'antico uso benefico per diverse patologie delle acque dell'Orrido, è davvero impietoso. Mi riferisco al successo enorme che ha avuto la gestione della "Quadro Curzio" di Bormio, che evidentemente ci sanno fare, compresa quella conoscenza dell'ambiente montano, scontata per chi abbia cominciato operando a Bormio in Valtellina. Dimostrazione come una stessa legge regionale possa sortire effetti positivi o effetti dubbi, a seconda di chi si trovi a gestire il project financing, soprattutto durante e di chi si trovi poi, in concreto, ad operare nelle strutture rinnovate.
Aggiungiamo che la parte sanitaria a Saint-Vincent, accanto alla convenzione pubblica sulle cure con le acque, ha riguardato un centro nefrologico, che consente la dialisi anche ai turisti e che non sembra aver avuto quel volano che si diceva all'inizio. Altre idee del passato avrebbero certo dato un stimolo diverso a questa parte sanitaria afferente le "Terme". Inutile naturalmente "piangere sul latte versato" od infilarsi in complessi giochi su reciproche responsabilità, conta alla fine immaginare che si debba lavorare su alcuni filoni. Il primo: far ripartire il resto del project financing. Il secondo: capire dove si vuole andare con l'attuale gestione. Terzo: che fare delle "Vecchie Terme" e del "Source" per evitare doppioni con l'esistente.
Far finta di niente - almeno così emerge perché nessuno sa se esistano carteggi comunali riservati - non porta ormai più da nessuna parte.

La guerra all'Isis e la paura

Abu Bakr Al BaghdadiOgni volta che si parla di estremismo islamico confesso disagio e paura. Disagio perché la materia è complessa e la rete di alleanze richiede per noi occidentali il rischio di non capire niente e di prendere degli abbagli nella comprensione e soprattutto nelle azioni. Paura perché, nel momento in cui si entra in guerra ed è quanto sta avvenendo contro l'Isis (uso questo acronimo per comodità ma la definizione può variare), lo Stato Islamico dell’Iraq e della Siria, si sa bene che la vendetta opererà qui da noi e con meccanismi di spettacolarità e spietatezza che creano forti preoccupazioni. Non si ha che fare con persone pronte a chissà quale compromesso: siamo infedeli da sradicare dalla faccia della terra e chi lo fa, se muore, finisce dritto nel loro paradiso.
Dunque, con il beneficio d'inventario, anche l'Italia ha oggi di fronte, un avversario che minaccia in particolare Roma, con la simbologia ben più vasta derivante dal Vaticano. A farlo - con farneticazioni purtroppo da prendere sul serio - è questo gruppo terroristico di natura jihadista guidato da Abu Bakr Al Baghdadi. E' un gruppo, fattosi ormai esercito militante, che deriva da "Al Qaeda": Al Baghdadi successe ad Abu Musab Al Zarqawi, capo di "Al Qaeda" dopo la morte in azione americana di Osama Bin Laden, dopo l'11 settembre "nemico pubblico numero uno". Quando Al Zarqawi morì in Iraq, Al Baghdadi divenne il capo dell’Isis e da questa leadership sanguinaria nasce quanto stiamo vivendo, per ora distante geograficamente, ma temo che ci saranno fatti terroristici che ci ricorderanno come ormai ogni cosa abbia ormai una portata globale.
I jihadisti vogliono un Califfato stabilizzato come Stato e chi minimizza, dicendo che in fondo è una "scelta interna", che dimensiona diversamente quegli Stati nati per le nostre scelte colonialistiche, deve ricordare che questi invasati mirano ad un controllo del mondo, cui imporre la "Sharia", ovvero la legge islamica nella sua versione rozza e brutale. Lo si è visto - solo per fare un esempio - con quanto sta avvenendo contro i cristiani ed altre minoranze religiose e anche con lo stillicidio di morti per decapitazione dei poveri ostaggi occidentali, ammazzati per propaganda in favor di telecamera. Questo avviene con giubilo di troppi nel mondo islamico e anche con silenzi che sanno talvolta di una sorta di simpatia.
Anche per questo quel che più preoccupa è il fatto che la rete dell'Isis si sia allargata oltre il già proclamato Califfato attraverso anche i soldi derivanti dal pagamento dei riscatti e dai soldi del Qatar, dove andare a fare i campionati del mondo di calcio del 2022 - pure comprato - sarebbe da cretini.
L'aspetto più oscuro è proprio il proselitismo verso gli occidentali, non tutti di origine araba ma anche dei convertiti, che sono reclutati grazie all'azione di propaganda sul Web e da predicatori che convincono a unirsi alla "guerra santa" e non solo andando laggiù ma anche stando qui. Gli arresti, per altro segretissimi, nella vicina Svizzera, sono un segno evidente e lo sono le molte inchieste svolte in Italia e finite in Tribunale troppo spesso con un nulla di fatto e terroristi tornati in circolo, che potrebbero essere quelli che ci colpiranno da qualche parte.
Per altro, è certo che la partecipazione italiana all'azione internazionale contro l'Isis accresca i rischi. In altre occasioni, l'uso della guerra mi aveva visto assai dubbioso e lo stesso caso iracheno, come si è sviluppato sino ad oggi, per non dire della Siria, mostra come l'Occidente si muova spesso con goffaggine e facendo danni. Tuttavia questa volta confesso di non capire bene quale potrebbe essere l'alternativa a fronte di un nemico violento e irragionevole, che se potesse ci ammazzerebbe tutti o - nella migliore delle ipotesi - ci obbligherebbe ad abbracciare la loro religione. L'uso della forza è in certe circostanze l'extrema ratio, quando il "piano B" personalmente mi sfugge.

L'ottimismo

Winston ChurchillNei prossimi mesi farò una trasmissione radio dedicata ai sentimenti e agli stati d’animo. L'azzardo è stato quello di cominciare con le sabbie mobili dell'ottimismo. "Vaste programme", mi dovrei dire da solo con la necessaria autoironia, parafrasando quel sarcasmo del generale Charles De Gaulle che osservava lucidamente sul tema: «L'optimisme va bien à qui en a les moyens».
Non so perché sia avvenuto: sarà che, come sa bene chi mi segue, sono un inguaribile ottimista e la considero questa attitudine come una medaglia sul petto. Capisco il rischio di proclamarlo: un professore universitario, che tiene conferenze motivazionali in tutta la Francia sul tema dell'ottimismo (segnalando come su "Google" in una ricerca sulle parole "ottimismo" e "pessimismo" prevale la prima parola), Philippe Gabillet, ricorda una frase di Georges Bernanos, che dice così: «L'optimiste est un imbécile heureux. Le pessimiste un imbécile malheureux». Cui fa eco un "interprete" di tante generazioni, Lorenzo "Jovanotti" Cherubini, quando - accanto al celebra brano "Io penso positivo" - ha spiegato che forse il termine giusto per chi "si butta" ogni giorno con un sorriso è "vitalità". Concordo. La vitalità è quella benzina che ci fa andare avanti e quando finisce siamo davvero pronti per andare al Creatore. Ricordo, con vena di mestizia, quando il mio povero papà a 86 anni ammetteva, sottovoce, che «non ce la faceva più». Lui che trasmetteva energia e pure ottimismo, pur venato da una sorta di "spleen" che teneva nascosto dietro una simpatia manifesta. Ogni tanto sembrava gridare questa sua vitalità, appunto, come il poeta romagnolo Tonino Guerra nello slogan della celebre pubblicità: «l'ottimismo è il profumo della vita!».
In questi anni gravidi di problemi, con umori al ribasso e angosce di vario genere, compreso lo spettro di guerre che agitano tutti noi, l'ottimista è messo a dura prova. Una sorta di cimento quotidiano, ma in fondo ho sempre pensato che guardare i lati buoni delle cose e confidare in esiti positivi sia una posizione privilegiata per guardare il mondo e per non sprofondare nella voragine che in ogni momento rischia di aprirsi sotto i nostri piedi.
Nella trasmissione radio c'erano poi – intervistati da Elena Meynet - due visioni dell'ottimismo, quella, con una vago mugugno ligure, di Fabio Fazio, presentatore televisivo ad ampio spettro e quella letteraria e colta del matematico e scrittore Piergiorgio Odifreddi. Il primo - e trovo che abbia ragione - ha ricordato come la televisione, anche nel suo versante ottimista, resti ancora un medium "usa e getta", il secondo - partendo dalla posizione filosofica di Lucrezio - ha finito poi in modo conseguente per arrivare al "Candide" di Voltaire e alla sua polemica contro "il migliore dei mondi possibili" di Gottfried Wilhelm von Leibniz. Questo per dire che il quotidiano confronto fra chi vede il bicchiere mezzo pieno e chi mezzo vuoto ha lombi nobili.
Io mi diverto, come ottimista, ad osservare chi ha una visione del mondo piuttosto agra, come il grande politologo Norberto Bobbio, che così fulminava: «non dico che tutti gli ottimisti siano fatui. Ma certamente tutti i fatui sono ottimisti». Allora mi viene in soccorso Winston Churchill, che mi è rimasto con i nervi saldi anche quando i nazisti minacciavano l'invasione il Regno Unito con Londra bombardata dai razzi tedeschi, che diceva: «L'ottimista vede opportunità in ogni pericolo, il pessimista vede pericolo in ogni opportunità».
Capisco che di questi tempi la figura del "balengo da bar" - ottimista ma "cacciaballe" - descritta con arguzia da un altro ospite, quel Bobo Pernettaz, che ha raccontato con commozione di come una parte del suo ottimismo sia stata la reazione, dopo non aver parlato per un anno per il dolore, alla perdita anzitempo del suo papà, quando aveva solo dodici anni. Ma interessante è stata anche la spiegazione di Carlo Chatrian, valdostano che dirige il "Festival del Cinema" di Locarno, di quel personaggio di Charlie Chaplin, noto come "Charlot", sognatore con bombetta e bastone, romantico e certamente ottimista nei primi anni del cinema, quando ancora era muto.
La prossima volta, tema da far tremare i polsi, la libertà.

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