September 2014

Dare i numeri

Numeri...Sapete perché si dice «dare i numeri»? La spiegazione è semplice e non ha nulla a che fare con aritmetica o matematica, ma con quella materia fumosa, perché infondata, che è l'astrologia.
Scriveva il grande Charles-Louis de Secondat, baron de La Brède et de Montesquieu, noto come Montesquieu, vissuto fra la seconda metà del Seicento e metà Settecento, quando la gran parte delle persone credevano in questa pseudoscienza: "L'entêtement pour l'astrologie est une orgueilleuse extravagance. Il n'y a pas jusqu'au plus misérable artisan qui ne croie que les corps immenses qui roulent sur sa tête ne sont faits que pour annoncer à l'Univers l'heure où il sortira de sa boutique".
Ebbene, quel "dare i numeri" si riferisce - e resta tristemente d'attualità che, malgrado l'Illuminismo avesse già spazzato via certe baggianate, ai presunti maghi che tentano di ricavare dai sogni e dai racconti di quelli che si rivolgono loro i numeri giusti da giocare al Lotto. Ecco perché si è associata questa fabbrica di sogni al concetto di dire stupidaggini, quasi al limite di un pizzico di innocua follia.
Ci pensavo, riferendolo al rischio di chi dà i numeri dei visitatori a qualunque luogo o manifestazione senza alcuna chiarezza, come si deve obbligatoriamente fare per i sondaggi, sul metodo utilizzato. Per capirci: un conto è contare i biglietti venduti per una mostra, un altro è mettere un meccanismo tecnologico che si limiti a contare chi passa, senza fare la tara di chi passi per lavoro e di chi vada avanti indietro nello stesso luogo da chi transita una tantum come reale "cliente". Non sarebbe male, perciò, che in Valle, per evitare cifre del tutto dissonanti fra di loro, si sincronizzassero gli orologi, parlando tutti la stessa lingua per evitare che ci siano coloro che ci cascano in buona fede o fanno la ruota come i pavoni senza ragione. Capisco che non è pura solo credulità o vanagloria: serve a motivare finanziamenti pubblici e a caricare di meraviglia gli sponsor privati che mirano ad un risultato che cresce a seconda dei numeri fatti. Poi, si sa, che in certi casi si associano i numeri a parametri di effetto moltiplicatore sull'economia locale: più e alto il numero di base e più grande sarà l'esito della moltiplicazione. Sembra la vecchia storia dei cortei e delle manifestazioni di piazza, quando a ridimensionare i numeri dei protestatari ci pensa la Questura...
Certo quando si realizza un'opera di qualunque genere (penso alla ristrutturazione del Forte di Bard o alla futura funivia del Monte Bianco, di cui tra l'altro aspetto con interesse i costi finali rispetto a quelli previsti in appalto) è bene - come per una manifestazione, pur con il rischio meteo - capire anzitempo quali saranno le ricadute. I costi complessivi di funzionamento sono ovviamente da rapportarsi anche al pubblico che affluirà e questo obbliga a logiche previsionali e a trasparenza sugli esiti reali.

Bibendum

Io con 'Bibendum'In questo mondo di loghi e di marchi commerciali, sembra strano pensare che ci fosse un tempo in cui erano piuttosto rarefatti, prima cioè che dalla "réclame" in punta di piedi, di cui il "Carosello" con le sue ministorie era esempio, si passasse alla "pubblicità" (pur sempre un francesismo) intesa come enorme dispiegamento di forze. Fra i simboli più buffi - di cui ho una memoria infantile - c'è il marchio della "Michelin", azienda che ho di recente visitato in quel "Aventure Michelin", museo multimediale nella città natale dell'azienda, Clermont-Ferrand in Auvergne. Il termine "avventura" riflette esattamente la straordinaria intuizione che ha fatto da "fil rouge" per un'impresa nata nella Francia più profonda e che combatte sul mercato e anche nella città di origine per mantenere - pur a fronte di forti ristrutturazioni - quell'industria manifatturiera che resta fondamentale per ogni Paese. Calo un velo pietoso sulla situazione italiana, ma anche sulla crisi industriale valdostana di questi anni.
Il susseguirsi di sale, attigue allo stabilimento, raccontano - dalla fondazione nel 1899 con gli inizi sino ad oggi che la società è ormai una multinazionale - in particolare delle gomme e del loro successo, dagli esordi alle nuove tecnologie, dei diversi mezzi di locomozione (biciclette, carri, treni, aerei, auto sportive, utilitarie...) alle sperimentazioni attuali per le auto elettriche e a idrogeno. E danno anche conto delle famose "Guide Michelin", guide turistiche diventate anche un riferimento per i migliori alberghi e ristoranti (premiati con quelle stelle che tengono sulle spine gli chef di grido), ma anche delle mappe cartacee e di quelle multimediali (compresa la App che calcola i percorsi).
Conobbi, nella mia esperienza europea in cui mi occupavo di trasporti, l'allora capo della azienda, Edouard Michelin, erede dei fondatori, morto annegato nel 2006 durante una battuta di pesca nelle acque della Bretagna, purtroppo a conferma di una vena di sfortuna che colpisce i Michelin nel tempo. Era un uomo simpatico e brillante, che teneva ad un rapporto con il Parlamento europeo e con la Commissione che presiedevo, spiegando come l'evoluzione delle tecniche di costruzione delle gomme fosse preziosissima per la sicurezza stradale e il risparmio energetico. Alcuni esperimenti e filmati sul tema sono nel museo assai istruttivi assieme a prototipi che proiettano con chiarezza nel futuro.
Edouard è stato un innovatore che incarnava con piglio la tradizione familiare, sapendo appunto quanto la ricerca contasse per stare al passo con i tempi, ma senza rinunciare alla propria storia (mi viene da pensare a Sergio Marchionne e alla scomparsa di "Fiat" con la complicità di quel che resta o meglio avanza della proprietà...). Rideva di gusto - a questo proposito - quando gli dicevo che per me, da bambino, quando mi portavano in gita in Francia, il vero vessillo francese non era il tricolore o il galletto, ma l'omino fatto di camere d'aria delle gomme simbolo della "Michelin", visibile in ogni garage degno di questo nome e non solo Oltralpe. Il simpatico personaggio era stato creato nell'1898 dall'artista francese O'Galop (pseudonimo del disegnatore Marius Rossillon). Penso che in molti sappiano che si chiama "Bibendum", nome divertente ma attenti alla apparenza, perché è in realtà un colto riferimento alla celebre frase del poeta latino Orazio: "Nunc est bibendum". Venne usata come slogan da "Michelin" all'inizio del secolo scorso. Si trattava di prendere atto del successo in corso, visto che vuol dire «Ora si deve bere» ed è un motto da usare tra amici, dopo qualche vittoria, per brindare assieme.
E di vittorie, in tutti i campi, questi Michelin - partiti con il caucciù - ne hanno avute.

Orsi e lupi

Devo dire che alla Provincia autonoma di Trento, che da anni persegue con un progetto comunitario "Life Ursus" il ripopolamento del proprio territorio con gli orsi, che ormai sono più di cinquanta, non manca la sfortuna.
E' di oggi la notizia della morte inaspettata della famosa orsa Daniza a causa della narcosi che le è stata effettuata per catturarla. Una scelta, quella di catturarla, che conseguiva ad un avvenimento - che aveva appunto dato notorietà all'orsa - del Ferragosto scorso, quando l'animale, in presenza dei propri cuccioli, aveva aggredito e ferito nei boschi di Pinzolo nel Trentino un cercatore di funghi, che aveva scampato la morte per la sua prestanza fisica.
Questo aveva causato manifestazioni contrapposte fra i montanari - per lo più per la cattura e preoccupati dal pericolo del ritorno dell'orso - e gli animalisti, invece favorevoli al reinserimento e addirittura fautori di un boicottaggio del turismo trentino. Che pare un paradosso perché senza la Provincia autonoma gli orsi non sarebbero tornati...

Le scuole nei ricordi

Cartelle d'antanIl ricordo del primo giorno di scuola e più in generale delle scuole frequentate nel lungo ciclo di parte essenziale della propria vita sono inversamente proporzionali all'età. Io non ho fatto l'asilo - il perché mia madre, a proposito di memoria, non sa dirmelo - per cui per me lo shock, nel lontano 1964, con l'avvio della prima elementare, fu notevolissimo.
Biondino con il mio grembiule nero, pare che recitai la parte del disperato e per tutto l'anno fu guerriglia, dopo aver scoperto che il mal di pancia simulato e qualche lacrimone ad hoc mi davano la possibilità di stare a casa. Finito questo rodaggio e archiviata nei cassetti la prima immagine in bianco e nero della mia classe, sono le fotografie "Kodak" del tempo a restituire gli anni successivi, in cui risulto sempre sorridente e questo è segno che mi era passato il magone. Di allora mi appaiono fugaci immagini di quella scuola, oggi distretto Usl: quando ci entro, benché ci siano degli uffici, è sempre un colpo al cuore. Mi rivedo mentre tolgo le scarpe e mi metto le ciabatte e tornano alla memoria quei lunghi esercizi di apprendimento, maestri e maestre che si succedettero e naturalmente i compagni di classe che - in quanto coscritti di Verrès - rivedo periodicamente così come il tempo ci ha modificati. Resta, come ben sanno tutti quelli che frequentano i compagni di classe del tempo che fu, quella indicibile magia che ti fa tornare bambino nelle cene di ricordo e ho degli amici d'allora che, a differenza mia, che ho solo dei flash, ricordano per filo e per segno degli avvenimenti a me sfuggiti.
Delle Medie - e ne faccio ammenda - ricordo più i "fuori onda" degli intervalli, delle gite, dei primi amori, ma dalle lezioni vere e proprie emerge la burbera professoressa Maghetti di Lettere, che poi venni incaricato - me ne vergogno ancora, in occasione della festa dei coscritti del diciotto anni - di svegliare nel cuore della notte per una burla telefonica. Altro fatto impressionante che spunta: quando - chissà per quale marachella - venni chiamato dal preside Luigi Barone, che all'epoca non sapevo fosse stato partigiano e consigliere regionale del Partito Comunista Italiano dal 1954 al 1968. Mi sgridò, come da copione, ma mi sembrava che ciò avvenisse con un guizzo di divertimento negli occhi.
Le Superiori a cavallo fra Aosta ed Ivrea, dove arrivai dopo una bocciatura inaspettata perché un rimandato di due materie, che ho poi scoperto essere stata concordata con i miei genitori per "cambiare aria", visto che ad Aosta c'erano stati episodi di proteste studentesche in cui ero stato coinvolto. Se già ad Aosta, al di là della batosta presa, sempre salutare, ricordo la scuola solo intrecciata alla vita (ottenimento del motorino a quattordici anni, autentico "punto e capo"), lo stesso vale a maggior ragione per l'esperienza eporediese, in una città ancora molto viva per via della "Olivetti". Si deve, a quel tempo, l'esperienza radiofonica a Radio Saint-Vincent, che mi consentì di scegliere di fare il giornalista, prima che - anni dopo - arrivasse, inaspettata, la politica. E devo dire che mi è sempre piaciuto, specie nelle veste parlamentari, andare nelle scuole di ogni ordine e grado, perché - se riesci a spezzare il ghiaccio - hai la fortuna farti trasmettere per un attimo un po' dell'energia che la giovinezza comporta.
L'Università non è già più esperienza rapportabile al "primo giorno di scuola". Si è fuori dalla disciplina, dalle dinamiche di classe, dalle ore scandite e dai professori che si succedono. Altra storia, che poi ho fatto da "studente lavoratore" e quindi senza neppure godere del cima universitario stricto sensu.
La scuola non mi manca, perché il rimpianto non è un sentimento che mi appartenga, semmai può esserci un pizzico di nostalgia e una minuscola briciola di invidia per chi, avendo la vita davanti, come vedo - pur con differenza di età fra loro - con i miei figli, per i quali spero si realizzino le cose più belle.
Sono le stagioni della vita, che non si fermano e non c’è trucco e non c'è inganno che lo possa fare. C'è quella bella immagine del poeta Louis Aragon, che dice: «Ouvre si tu peux sans pleurer ton vieux carnet d'adresse».
Resta la constatazione che i fantasmi esistono e mi fanno tenerezza e non paura. Ogni volta che passo davanti ad una mia vecchia scuola li vedo, perché non sono niente altro che le immagini liberate da una parte della nostra memoria.
Uno di questi ha la mia faccia.

Quando sui Social si eccede

Alcuni 'tweet' sulla questione 'Daniza'Guardavo l'altro giorno, nell'attesa in coda al traforo del Monte Bianco, le mucche trasportate su un camion. Erano bovini francesi importati in Italia per l'abbattimento. La sosta è stata lunga e le mucche non solo muggivano da dietro le sbarre, ma mi guardavano. So bene, come tanti animali domestici destinati al nostri consumo alimentare, che si tratta di creature che hanno intelligenza ed emozioni.
Eppure - mea culpa - sono un carnivoro. Conosco persone vegetariane e vegane, ma mi sento - malgrado abbia letto per curiosità le teorie di chi, poco o tanto, aborrisce il consumo di proteine animali - un onnivoro e sarei ipocrita a non dire che, qualche minuto prima della precedente osservazione al tunnel, mi ero mangiato con viva soddisfazione e senza sensi di colpa una buona tartare di carne cruda. Analogamente non mi sono mai posto il problema dell'origine di capi in pelle, che fossero scarpe o giacconi, pur sapendo come si fanno e lo stesso vale per la miriade di prodotti in qualche maniera legati ad un'origine animale.
Sarà, con un padre veterinario, che ho frequentato il mondo contadino, di cui è ben noto l'atteggiamento realistico verso il proprio mondo animale. Gli allevatori seri accudiscono i propri animali e lo possono fare anche con affetto, ma questo non significa affatto non rendersi conto del loro impiego utilitaristico, a beneficio della loro economia e nella logica, pur cinica ma esistente, della catena alimentare.
Ecco perché non condivido certi eccessi legati alla celebre vicenda dell'orsa Daniza, di cui qui ho già parlato e che ricapitolo. Questa orsa è purtroppo morta nel corso del tentativo di sedarla per una cattura che la Provincia di Trento riteneva necessaria per la pericolosità dell'animale, manifestatasi in particolare, ma non solo, con l'aggressione ad un fungaiolo, che aveva avuto la sfortuna di incappare nell'animale con due piccoli. Montanaro - sia detto per inciso - che ha ricevuto, benché fosse in giro a piedi legittimamente nel suo habitat, minacce di morte da esseri umani e non da degli orsi.
L'uccisione dell'orsa, benché colposa, ha portato al calor bianco le polemiche precedenti e il Web, prima degli editoriali dei giornali, è diventato il Far West dell'insulto verso la Provincia autonoma di Trento, che certo ha gestito tutta la questione senza grande efficacia comunicativa fino al vero e proprio tonfo nella tragedia della morte del plantigrado.
Lo sdegno, la rabbia, l'odio, il disprezzo: questi sentimenti - a vario livello di virulenza - si sono di conseguenza scatenati, troppo spesso in verità con una carica di violenza incompatibile con l'afflato d'amore che veniva dimostrato verso la morte dell'orsa. Non solo, come pare ideologicamente logico, da parte di chi fa dell'animalismo il suo credo, ma anche di chi nella vita di tutti i giorni ha un uso senza problemi del mondo animale, mostrando in questo caso un atteggiamento non del tutto coerente. Ma soprattutto - e questo vale per molti - c'è chi scrive e riscrive sul tema non avendo mostrato in passato la stessa foga per vicende tragiche della nostra umanità. E di vicende "forti" ne abbiamo a bizzeffe: basta scorrere la cronaca nera dalla pagina locale al mondo.
Non vuol dire non restare sgomenti della morte dell'orsa, dispiacersene e sperare che per i due cuccioli si faccia il possibile. Per altro nulla venne detto quando gli svizzeri spararono all'orso trentino noto come "M13" in Val Poschiavo nel febbraio del 2013.
Comunque sia, bisogna prendere sul serio chi pone il problema di convivenza dei predatori con gli esseri umani e con le attività pastorali e non pensare che sia (leggete il "Calepin" qui a fianco) qualcuno da disprezzare. Chi conosce la Natura sa che la visione disneyana, zuccherosa e sentimentale, è un abbaglio: l'umanizzazione degli animali, attraverso processi antropomorfi, genera l'impressione di un mondo in cui tutti sia amano. Mentre invece nel mondo animale la violenza esiste e ci si mangia a vicenda senza tante storie. Anche noi facciamo parte di questo sistema, anche se nelle nostra capacità di astrazione e di fantasia tendiamo ad indorare la pillola.
Per cui, forse, come si dice, "il troppo stroppia" ed il mito dell'orsa Daniza rischia di rappresentare un mondo diverso da quello della realtà e dimostra il limite intrinseco dei "social" e di chi invoca una "democrazia 2.0" in cui gli umori popolari si riversino d'emblée sulle istituzioni. L'emotività e gli eccessi sono quelli che sono serviti in passato a mettere in moto patiboli e ghigliottine. Per cui ci vuole cautela e buonsenso e capire che i "social" sono una meravigliosa possibilità per sfogare i propri pensieri, ma il dialogo e il confronto non sono da racchiudere nelle poche righe dei commenti, così come sono consentiti da queste innovative e stimolanti agorà elettroniche.

Il "retroscenismo"

VentilatoriIncomincio a soffrire di allergie. Da piccolo l'unica che avevo, che mi dava una leggero prurito sulla pelle, mi veniva se mangiavo le fragole. Oggi mi viene tutte le volte in cui leggo i "retroscena", che sono un vizio crescente del giornalismo con punte di particolare altezza senza eguali in Italia. Dove al vizio di mischiare notizia e commento, per cui devi raccapezzarti fra avvenimenti e loro interpretazioni, si somma il piacere estremo di rendere noto il "dietro le quinte" e il misterioso "dessous", compresa tutta la branca della dietrologia. Questo significa guardare dal buco della serratura, profittare di "notizie del diavolo" fornite da chi ne abbia interesse "contro", dar spazio a informazioni "Cicero pro domo sua" o anche dar sfogo alla propria inventiva o al piacere di creare scenari infilando pezzi di puzzle anche dove non si sa neppure se ci siano. Comprate quattro o cinque giornali di diverso schieramento e vedrete come ci sia in questa logica il chiaro paradosso di ricostruzioni, talvolta dissimili sullo stesso identico fatto, come se i cronisti fossero andati a vedere dei film diversi.
Chiariamoci subito: nei limiti delle norme penali e della deontologia professionale ognuno può scrivere quel che vuole e non solo perché lo dice la Costituzione. Un'informazione libera e consapevole dei propri diritti e doveri è uno di quegli indicatori che dimostrano o meno l'esistenza della democrazia. Poi, visto che siamo stati cacciati dal Paradiso terrestre, è evidente che il giornalismo non è chiuso in una stanza asettica, i giornalisti non sono dei santi, i soldi per le imprese non crescono sugli alberi e la rete di interessi di vario genere non è un grazioso roseto.
Ma anzitutto il compito dell'informazione dovrebbe essere informare e dunque dare delle notizie. E invece cresce e si sviluppa, come rami della stessa pianta, il giornalismo militante travestito da indipendente e, come dicevo, si diffonde - e lo trovo peggiore perché quello militante ci sta - il gusto di dire che cosa avviene nelle "segrete stanze" e nei corridoi con un giornalismo previsionale più che fattuale. Questo raggiunge il suo apice nel settore della politica, che rischia non solo di camminare sulle gambe della cronaca e dei commenti, ma di strisciare nel fango del «si dice», del pettegolezzo e dello sputtanamento. Essendo come scrivo sempre la politica "sangue e merda" (ricordo spesso questa espressione del Ministro socialista Rino Formica), capisco che la "merda nel ventilatore" finisca per essere possibile oggetto di cronaca, ma - pur non essendoci nel giornalismo nulla di educativo - non vorrei neppure che si facesse credere che l'offerta sia solo il frutto di una domanda che viene dai cittadini.
L'allergia si accentua quando, in salsa valdostana, i retroscena veri li conosci e allora sei in grado di apprezzare o disprezzare ancora di più i collegamenti logici e le tournure di pensiero. Se in buonafede capisci che, in fondo, si segue una moda che assorbe il giornalismo odierno, se in malafede, invece, è difficile la logica dell'"ego te absolvo". Anzi devo resistere alla tentazione di dire io per quali retroscena e per quali vantaggi si costruiscano certi retroscena o si tacciano particolari preziosi e illuminanti non perché si lascino per sbaglio nella penna.
I fatti, in fondo, contano più di mille retroscena.

Il vandalismo non è arte

Uno dei graffiti vandalici ad AostaNeanche se in futuro diventerai Pablo Picasso sei autorizzato, a quindici anni, a deturpare la tua città a colpi di bomboletta, ed è un peccato che la tua lingua non possa togliere la vernice che tu hai usato, altrimenti bisognerebbe fartela adoperare come una gomma per cancellare.
Questo è il primo immediato pensiero, forse sopra le righe, leggendo la notizia su 12vda, ambientata ad Aosta, ma potrebbe essere successo ovunque, che così viene raccontata: "Gli agenti della "Digos" della Questura di Aosta hanno identificato e denunciato "Kato" e "Sappy", due quindicenni aostani che, negli ultimi mesi hanno devastato il centro storico con diverse scritte effettuate con le bombolette spray sui muri dei fabbricati del capoluogo regionale, anche di pregio storico, come il Municipio o la Cattedrale di Aosta".
I due, convinti chissà come e perché di essere due artisti, avevano anche, in ultimo, dipinto su due pullman turistici i loro ghirigori, detti "tag", come atto finale prima dell'identificazione da parte della Polizia e "fine delle trasmissioni" di questa storia, che non ha nulla a che fare con l'arte e con la libertà di espressione. Si tratta con chiarezza di una serie di atti vandalici che vanno risarciti e soprattutto non possono essere ascritti a delle semplici ragazzate, perché sarebbe troppo comodo in un età in cui quel che fai lo sai benissimo, specie se ripeti il gesto finché non ti beccano.
Ricordo un caso analogo, anni fa, con ragazzi più o meno coetanei di quelli di oggi. All'epoca i genitori furono grandi difensori dei loro ragazzi, come se aggirarsi - così era in quel caso - nel cuore della notte con bombolette spray fosse in fondo un peccato veniale o forse solo una simpatica goliardata. Mentre io penso che su atti del genere - come su tanta microcriminalità - ci debba essere "tolleranza zero", perché è un modo stupido e inqualificabile per esprimersi, danneggiando un bene comune e proprietà private nel nome della street art, che è altra storia, non bastando scimmiottare.
In verità non ci sono scusanti per loro e neppure penso che ce siano per i loro genitori. A questo proposito: la copertura dell'anonimato protegge i due minorenni e evita per loro quella censura pubblica che altrimenti li colpirebbe. Ma questa mancata possibilità di identificarli risulta comoda anche per i genitori, che non hanno vigilato abbastanza sui figli. Perché se ho un figlio "writer" - così si chiamano gli autori dei graffiti murari - e non ho fatto nulla per farlo smettere: o non me ne sono accorto perché ho gli occhi ricoperti di "pelle di salame" ed ho omesso un mio obbligo di vigilanza o, peggio ancora, me ne sono accorto e non l'ho fermato per tempo, di fatto coprendolo. Poi chissà che cosa ha innescato gli avvenimenti...
Sarebbe bene, qualunque sia stata l'esatta dinamica, che i genitori scrivessero alla comunità, magari sottoscritta dai pargoli, una bella lettera di scuse da inviare, tramite i giornali, alla comunità valdostana. Sarebbe un bel gesto per loro e per i figli, che aiuterebbe i ragazzi a crescere - visto che si vantavano delle imprese su "Facebook" e questo ha contribuito a farli scoprire! - e ad essere più rispettosi di quanto si siano dimostrati a colpi di bomboletta. Insomma, una lezione esemplare.

Aspettando l'equinozio

Un ippocastano aostano, a settembreE' vero che l'autunno arriverà solo martedì, con l'equinozio d'autunno, ma basta guardarsi attorno e vedere come i colori delle montagne siano già quelli della stagione ormai imminente. Lo si vede dalle cime (anche se su quelle più alte la neve ha passato in parte indenne il periodo dello scioglimento) e soprattutto dai boschi con le piante che si preparano a dare spettacolo (rubiamo il termine "feuillage" al Québec e facciamone un'attrazione turistica!), oltreché dall'aria che si fa frizzante la mattina.
Per un certo periodo, questo momento di passaggio era stato scelto, per via dei molti significati, sia laici che religiosi, del 7 settembre, come "Festa della Valle d'Aosta", ma poi la Festa è stata abrogata (la ragione principale fu l'abolizione della festività dei patroni come San Grato, che poi non è mai stata concretizzata davvero). Per cui settembre - finché durerà la moda - è ormai un mese legato alla sfacchinata del "Tor des Géants". Si vede che, almeno per chi ci governa, lo sport "tira" di più delle celebrazioni ufficiali, che sarebbero nel solco di quella Storia valdostana importante per l'identità dell'autonomia speciale. Ma gli ideali, si sa, sembra meglio che siano tenuti in polverosi armadi...
Le giornate ormai sono clamorosamente più corte e il sole basso sull'orizzonte, quando si ha la fortuna di vederlo tramontare, assume quella luminosità settembrina, che è calda e avvolgente a dispetto dell'estate che se ne va. "Estate" è certo, quest'anno, un parolone, perché ormai - a conti fatti - questa stagione estiva è stata una fregatura e non consola il fatto che siamo piombati dentro un record di maltempo e di pioggia, che difficilmente rivedremo nel corso della vita, trattandosi di una bizzarria secolare.
Eppure una qualche riflessione sul turismo estivo andrebbe fatta. Non basandosi solo sulla "cattiveria" della climatologia, ma cercando di capire come reagire sia sulla clientela italiana (abbandonarla al suo destino sarebbe un delitto) sia sulla clientela estera (scegliendo bene dove posizionarsi e senza troppi voli pindarici su clientele strane, tipo i cinesi che ormai vanno forte per le sale del Casinò e per le turbine di "Cva"). Gli studi non mancano, anche se certi esiti, almeno quelli più recenti, dimostravano che gli esperti esterni - utili per avere una visione più distaccata delle nostre cose - non sempre si erano applicati a dovere e dunque si era evidenziato il rischio di "prendere lucciole per lanterne". In sostanza poi, anche con l'attesa nascita dell'Office du Tourisme, tutto è rimasto più o meno tale e quale con un pubblico in cui le responsabilità di chi faccia che cosa restano indefinite e l'occasione della riforma degli Enti locali potrebbe in questo risultare utile (compreso capire a che cosa serva nel settore la misteriosa "Chambre Valdôtaine", Camera di Commercio che sopravvive come elemento superfluo rispetto al sistema istituzionale valdostano). Il privato, invece, stenta ad avere un suo ruolo sia che passi attraverso la rete associazionistica sia che definisca proprie strategie.
Eppure, in barba a quei politici che amano dire che passano qui tutta la loro vita senza andare in vacanza o in visita altrove, resta sempre un caposaldo l'osservazione - oggi ancora più importante in vista di quel 2015 che dovrebbe segnare la nascita della macroregione alpina con la sua strategia unitaria - di quanto stanno facendo gli altri, posti anch'essi di fronte ad un'epoca di profondi cambiamenti.
Così tocca riflettere, prescindendo dal tempo avverso che ci ha mezzo lo zampino, sull'estate in montagna, ma anche di come mai stagioni autunnali di bellezza così straordinaria registrino uno scarso successo e dunque significhino, nelle nostre stazioni turistiche, il fatto di non poter neppure prendere un caffè al bar (chiuso).

Non c'è una maledizione della montagna

L'articolo di 'Der Spiegel' sugli incidenti sul Monte BiancoUn'estate terribile. Persino il tedesco "Der Spiegel" ha intitolato in questi giorni: "Morire in montagna: la maledizione del Monte Bianco".
Ovviamente non esistono maledizioni e non mi stancherò mai dire - scusate l'ovvietà, ma è per i titolisti - che le montagne non hanno né comportamenti né sentimenti umani, ma vi è latente un'intrinseca pericolosità della montagna, che si accentua per le condizioni meteo, per i cambiamenti climatici in atto che accelerano fenomeni negativi e anche per l'inettitudine di parte degli alpinisti che l'affrontano. Il campionario estivo assomma le solite storie: persone senza giusta attrezzatura, chi sale in orari sbagliati, persino il caso opportunamente filmato di gente sul ghiacciaio che non viaggiava legata in cordata fra i crepacci.
Strana storia: se parli con vecchie guide alpine ti confermano, in modo comparativo, la diminuzione di appassionati che scelgano certe vie classiche assai frequentate in passato. Ma certe vette - ed il Monte Bianco spicca - restano come il miele per le api e si sa, specie sulla via francese, quanto ci siano rischi oggettivi dovuti alle condizione fisiche del territorio che si attraversa. E la "Gendarmerie" che fa da filtro agli accessi è utile ma non risolutiva in assenza - e mai ci saranno - di parametri oggettivi che possano distinguere chi può e chi non può tentare la salita. Tranne ovviamente casi macroscopici e carenze grossolane.
Così come quest'anno - basti pensare al Monte Cervino, che di morti ne conta ogni anno - ci sono state montagne che hanno avuto una livrea estiva proprio per il maltempo che porta gelo e neve in quota. Questo accentua, al di là dei dati finali che avremo, la negatività delle cifre vanno comunque registrate in un perimetro di salite in parte ridotto.
Ma è vero appunto che su tutti i massicci, comunque sia, si sono contati morti, spesso per questioni banali dovute ad uno scivolone o ad una scarica di sassi, talvolta perché emergono nuovi sport, come la tuta alare, o "wingsuit" in inglese, in cui basta un batter di ciglia per finire male. Anche questo fa statistica, come i troppi interventi di soccorso alpino svolti a lieto fine, che dimostrano come in molti affrontino con sufficienza le scalate, confidando ormai sulla efficacia dell'azione delle guide con l'ausilio dell'elicottero. Per altro, tranne rari casi, l'elicottero sul nostro versante - a differenza della Svizzera dove pagando si obbliga chi va in montagna ad avere le necessarie assicurazioni - risulta un intervento gratuito a carico del servizio sanitario e dunque è facile il rischio d'abuso.
Resta dunque il grave problema dell'educazione alla montagna, che è fatta non solo di conoscenza del territorio, ma anche di una pianificazione della salita e pure - per questo ho ammirato il nostro Simone Origone quest'estate quando ha lasciato a poco dalla cima del K2 - di saper rinunciare se non si sta bene in salute o se si è minacciati per un possibile cambiamento del tempo.
Sembra sempre strano e difficile da spiegare a chi sia completamente digiuno di montagna come possa essere possibile che l'estate possa essere così foriera d'incidenti. E invece chi conosce l'ambiente alpino sa che questa è una caratteristica delle alte quote.
Mentre nel fondovalle, a pochi chilometri di distanza, si sta sereni e tranquilli, lassù in una bufera o per un qualche altro evento naturale si rischia o persino si perde la vita.
Fa parte delle regole del gioco ed è per questo che, per non affidarsi troppo all'azzardo, certe regole non vanno sfidate, aumentando i rischi.

Prostituzione senza legge

Quando la sera, ma può capitare purtroppo anche di giorno, passi per strada a Saint-Vincent - paese dove abito, scelto come semplice esempio - osservi l'esito di non aver mai voluto risolvere, con una legislazione al passo coi tempi e nel solco degli standard europei, l'annoso problema della prostituzione.
Anche in una cittadina relativamente piccola, pur resa più grande dalla presenza di un Casinò, si nota così il fenomeno squallido dell'attesa delle "professioniste" dei clienti lungo le vie e con qualche bar di riferimento per bere un bicchiere.
Capisco che altrove, specie nelle grandi città, la situazione è ben peggiore, ma questo non deve suonare come un fatto consolatorio. Nelle questioni di questo genere non è vero che "mal comune mezzo gaudio".

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