August 2014

Mare Nostrum

Adesso, quando sento evocare per gli sbarchi dei migranti clandestini il nome del porto di Pozzallo, provincia di Ragusa, ho un riferimento visivo, avendo preso una nave da lì.
Essendo una delle propaggini estreme della Sicilia, come quell'isola di Lampedusa che conosco ancora meglio, quei luoghi sono una delle mete di quelle barche di vario genere che dalle coste africane approdano in Italia con i ben noti viaggi della speranza.
Un mese fa, i richiedenti asilo erano 67mila da inizio anno, ma il numero si è di certo incrementato in queste settimane in cui ogni giorno si verificano sbarchi, incrementati oltretutto da quando è in corso l’operazione nota come "Mare Nostrum".

Nuvole scure all'orizzonte

Nuvole scure all'orizzonteSi sentono già da distante i rulli di tamburo, accompagnati dalle solite anticipazioni, fatte da fughe di notizie ancora generiche ma propedeutiche, che servono cioè a preparare il terreno. Caso di scuola sono le "rivelazioni" sulle Partecipate, vasto terreno di coltura anche in Valle d'Aosta, dove sarebbe stato bene riformare quando c'erano sul tema le prime avvisaglie, senza doverlo fare - come avverrà tra poco - con il coltello alla gola. Per il Casinò di Saint-Vincent in particolare bastava un minimo di buonsenso per andare ad un cambiamento radicale, prima che l'indebitamento record saltasse all'occhio pure di Carlo Cottarelli, "Mister spending review".
Ci sono, comunque la si metta, ulteriori tagli in arrivo: meglio saperlo e non fare finta di niente. Non bisogna essere, infatti, degli indovini per capire che nuove misure draconiane incombono sulla nostra autonomia speciale, anche se solo nelle prossime ore si capirà bene in che modo si concretizzeranno e attraverso quali nuove astuzie. I conti pubblici non vanno bene e così, con un metodo ormai ben oleato, il sistema autonomistico è diventato ormai il "bancomat" dello Stato, che preleva a seconda delle necessità.
Quando c'è bisogno, in barba al rispetto dei ruoli nel quadro della stessa Repubblica, da Roma prendono forbici e ramazza e ci danno dentro, spacciando l'operazione come potatura del superfluo e come ripulitura da sacche di privilegio. Questo appunto avviene nel nome della lotta agli "sprechi", della razionalizzazione della spesa pubblica e del rientro dal deficit (che lo Stato continua bellamente ad alimentare) e dunque la reazione dovrebbe essere: «Zitto e mosca!». Non sono bastate le sentenze favorevoli - non tutte, purtroppo - a difesa degli ordinamenti finanziari delle Speciali, perché dal centro si prosegue nello sbancamento delle autonomie come la grazia di un bulldozer e da parte di chi è aggredito pare non esserci una vera reazione politica. Lo stesso Parlamento, che è diventato una fotocopiatrice dei decreti legge su cui viene posta la ghigliottina della fiducia, "prende e porta a casa" e questo va considerato oggettivamente come un fatto negativo, premessa a un possibile monocameralismo attraverso la famosa riforma costituzionale con decreto legge incorporato.
Manca in sostanza il rispetto di un principio fondamentale, quello della leale collaborazione, che dovrebbe coinvolgere tutti in un disegno ben definito e frutto del dialogo, alla ricerca del punto di equilibrio fra le diverse posizioni e gli interessi in gioco. Stupisce che questo non avvenga e che si aspetti che i provvedimenti vengano varati dal centro per "capire l'effetto che fa" rispetto all'impatto sulle finanze regionali. Così il principio dell'intesa, a salvaguardia dell'ordinamento finanziario, è saltato e non si capisce quale possa essere il vantaggio di fare finta di niente, affidandosi al solo contenzioso costituzionale come unica arma di protesta. La politica deve tornare ad avere un ruolo che ha perduto con una presenza a Roma ormai fantasmatica e incolore.
Un fatto è ormai certo: la speranza di reali attenuazioni del "Patto di stabilità" sul sistema delle autonomie è una mera illusione. Ogni tanto se ne parla, ma poi quel che contano non sono le promesse ma i fatti e quelli non si vedono. La logica della continua rosicatura ("grignotage") dell'ordinamento finanziario con i vari strumenti possibili ricade non in maniera astratta, ma ha conseguenze dirette sul funzionamento di poteri e competenze regionali. I contraccolpi impattano a pioggia sulla comunità e sui cittadini.
E quel che è grave, come dicevo, è l'assenza di un disegno chiaro, di uno studio degli impatti delle decisione assunte. Si usano logiche indiscriminate, basate sulla sola filosofia del taglio continuo e ripetuto, che risulta sempre più penalizzante per la Valle d'Aosta rispetto alle altre Speciali.
Una situazione inaccettabile e sempre più lesiva, rispetto alla quale l'accettazione della situazione e delle sue conseguenze è un «signorsì» che non può reggere, sono saldi di fine stagione che impoveriscono e preoccupano.
Perché, così facendo, si svuota l'autonomia speciale, che alla fine sarà come una conchiglia vuota e consunta. Per quel che mi riguarda, meglio non arrivare lì e darsi una scossa.
Com'era? «Les montagnards sont là...».

Il lardo DOP e il suo successo

Il 'Lard d'Arnad dop'D'estate in Valle d'Aosta potranno esserci cose che non funzionano, ma le sagre reggono e anzi si sviluppano anche su prodotti eccentrici o perché illogici con il territorio (penso alla mozzarella...) o perché sopravvivenza di un passato che non c'è più (mi riferisco alle rane...). Rassicura in questo senso la "Festa del lardo di Arnad", prodotto radicato e veritiero, che è un classico del periodo dell'estate declinante, sapendo che gli Arnayot sono bravi organizzatori e festaioli di gran livello.
Kermesse di enormi dimensioni - prendo per buoni il dato dei cinquantamila visitatori dello scorso anno, anche se un pochino mi stupisce - ruota attorno ad un prodotto antico e - come dire? - per nulla "light" in un periodo nel quale anche la salumeria del maiale cerca di allontanarsi dal grasso. Anche se poi, in dosi accettabili, come spiegò anni fa il dietologo Eugenio Nebiolo, con i presenti pronti all'abuso, la percentuale di colesterolo causata da questo alimento non è così terribile.
L'unico rischio, oltre al non esagerare nello strafocarsi, viene dal celebre detto "Tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino", che deve avere di certo a che fare con il rischio di taglio con le lame con cui si tagliavano le sottili fette della prelibatezza!
Il "Lardo d'Arnad" è "DOP", cioè "denominazione d'origine protetta", ed il label è stato ottenuto a tempo debito e questo ha consentito di legare la produzione tradizionale al territorio di Arnad, antidoto contro le imitazioni, che ogni tanto si manifestano, come mi è capitato di notare anche in Valle. Oggi Bruxelles ha reso più difficile l'accesso a questo riconoscimento e chi ce l'ha deve perciò tenerselo bel stretto.
Ricordo che il disciplinare, nel dettare le regole, prevede che "gli allevamenti dei suini destinati alla produzione del "Valle d'Aosta Lard d'Arnad" debbono essere situati nel territorio delle seguenti regioni: Valle d'Aosta, Veneto, Lombardia, Emilia Romagna e Piemonte.
I suini nati, allevati e macellati nelle suddette regioni sono conformi alle prescrizioni già stabilite a livello nazionale per la materia prima dei prosciutti di Parma e San Daniele"
. Chi si stupisce fa male, perché mai potrebbero esserci così tante porcilaie locali per coprire le necessità e il prezzo ambientale sarebbe enorme.
Ricordo che più avanti si ricorda che il lardo "è ottenuto dalla spalle e dal dorso dei suini di almeno nove mesi e all'immissione al consumo presenta uno spessore non inferiore a tre centimetri. Nel procedimento di salatura si impiegano, oltre alla salamoia composta da acqua e cloruro di sodio cristallizzato, aglio, lauro, rosmarino e salvia con l'eventuale presenza di altre erbe aromatiche ed eventualmente spezie non macinate quali ad esempio chiodi di garofano, noce moscata, grani di ginepro. Sia le erbe aromatiche che le spezie non devono comunque essere predominanti su rosmarino, aglio, salvia e lauro".
Poi le regole per la stagionatura e affini: "Il regime climatico dell'area di elaborazione è determinante nella dinamica del ciclo produttivo che è strettamente legato alle tipiche condizioni ambientali. Il lardo deve essere tagliato e collocato negli appositi contenitori di legno (Doils) dopo non oltre 48 ore dal giorno successivo alla macellazione Il legno usato per costruire i doils deve essere di castagno, rovere o larice".
Tralascio le successive e dettagliate prescrizioni, perché poi quel che conta è il fatto che un prodotto povero abbia raggiunto il risultato commerciale che è sotto gli occhi di tutti. Mi vien da ridere a pensare alla faccia di qualche grande manager di industria alimentare che si fosse trovato davanti a un prodotto così ruspante da dover rendere famoso: immagino che avrebbe scosso la testa con evidente diniego. Ed invece chi la dura la vince e mi è capitato spesso, anche in ristoranti stellati, di trovare pietanze con l'aggiunta - come se fosse una medaglia - del "nostro" lardo. Dico "nostro" non solo perché "DOP" valdostana, ma perché seguii con simpatia gli sforzi sul prodotto del mio amico Rinaldo Bertolin, persona purtroppo scomparsa anzitempo e celebrata oggi attraverso il suo marchio aziendale, per affermare - assieme ad altri del paese - il lardo sulla scena dei prodotti gastronomici di eccellenza, uscendo dalla piccola dimensione del consumo regionale.

Paternità

L'inizio dellla paternitàGeorge Brassens ci scherzava sopra: «Trouver son père sympathique, C'est pas automatique. Avoir un fils qui nous agrée, Ce n'est pas assuré». Il tema è certo di quelli da trattare con le pinze, ma con il necessario disincanto, perché l'evoluzione è in corso con rapidità sconcertante.
Che sia il più ufficiale "padre" (usato dal mio primogenito come sfottò) o il famigliare "papà" ("babbo" non fa parte del mio vocabolario), lo status genitoriale non cambia. Nessuno ti spiega mai bene e con anticipo qualcosa attorno alla paternità, che con la mamma, diventa assieme "genitorialità". Ho letto qualcosa sul tema prima di diventarlo, ma poi - ognuno con i propri limiti e, purtroppo nel mio caso, per troppe assenze a causa dell'attività politica - si agisce per istinto, per imitazione e anche battendo il naso. Si tratta, comunque sia, di un lavoro delicatissimo e fa sorridere che in questo mondo ogni formazione dei genitori sia in realtà facoltativa e spesso solo confessionale.
Non dico che ci vorrebbe un patentino, come avviene persino per la guida per dei motorini, ma guardandomi in giro talvolta mi viene sin sulla punta della lingua di dire, finendo male se mi scappasse: «ma chi vi ha dato la patente?». Ma appunto la patente non c'è e talvolta purtroppo non viene da sorridere, quando vediamo certi orrori combinati su figli innocenti da genitori criminali o pazzi, che hanno concepito e cresciuto figli senza che ci fosse alcuna accortezza.
Personalmente sono un papà, la cui gamma di figliolanza oscilla fra il 1995 e il 2010, cosciente di quanto questo comporti gioie e di preoccupazioni, che mutano nel tempo con la loro e la tua età. Giunto a tre pargoli e fermatomi per ovvie ragioni, osservo con speranza la loro crescita, augurandomi di aver fatto quanto andava fatto, cosciente che ogni nostra azione è lastricata di errori e il legame con i figli è un percorso tortuoso.
Noto, nel perimetro delle conoscenze personali e nelle esperienze della famiglia, come molto stia cambiando. Esiste un vero abisso fra il pater familias tradizionale del passato (ma non così distante da noi) e le versioni più moderne dei "mammi", cioè il modello più recente del papà che scivola lentamente in forme non di piena consapevolezza del proprio ruolo nel rapporto coi figli, ma in precario equilibrio sul saponoso terreno di surroga della mamma. Per carità, nessun "j'accuse" e neppure "divertissement" verso i maschi che possono fruire dei diritti di maternità e dell'allattamento, ma penso sempre che qualche ruolo reciproco - non sempre così intercambiabile - offra un quadro di chiarezza.
Certo ognuno poi, nel farsi dei giri di testa, pensa al proprio di papà e a quella profezia di Gabriel García Marquez: «Un uomo sa quando sta diventando vecchio perché comincia ad assomigliare a suo padre». Qualche avvisaglia esiste - ad esempio nel battutismo del mio vecchio, che da giovane mi faceva preoccupare per il rischio gaffes e che mi ritrovo ora - ma mi tengo sotto controllo. Così come - ma loro lo sapranno solo fra tanti decenni - noto nei miei figli caratteristiche, pregi e difetti di quella che con poesia si chiama "air de famille", ma noi più prosaicamente sappiamo essere la genetica e la formazione culturale che li forgia con il contributo centrale, se giocano un ruolo, di mamma e papà.

Giochi

Il parco giochi al Crest, ad AyasQuest'inverno avevo esaltato l'invenzione e l'ormai rodato funzionamento degli "snowpark", quei parchi giochi sulla neve che avviano i bimbi alle disciplina dello sci attraverso attrazioni, svaghi e tappeti meccanici ben più facili dei vecchi "skilift". Sono ormai un complemento indispensabile per le stazioni sciistiche e alcune piccole località hanno trovato nel genere una propria vocazione di avvio alla montagna invernale, specie per le famiglie, che poi sono quelle che indirizzano verso certi sport piuttosto che altri. E non ripeto la solita tiritera sul fatto che in Valle d'Aosta vanno bene anche gli sport più eccentrici e esotici, ma un'occhiata di riguardo sarebbe saggio darla agli sport della montagna che ci circonda. Lo spaesamento va bene ma può essere pure un pizzico ridicolo?
Anche l'estate ormai, per lo svago dei bambini, non scherza. I vecchi giochi collettivi per bambini erano divisibili in due grandi categorie. La prima era quanto inquadrabile in "fare di necessità virtù". Bastavano alcune biglie, tappi di bottiglia, sassolini, magari un gessetto o solo l'uso di di poche regole per rincorrersi, star fermi, nascondersi. Si potevano adoperare scatole di cartone, cassette di frutta, pezzi di vecchia bicicletta: la logica era ingegnarsi, specie con gli amici del cortile, del paese, con la compagnia di dove si passavano le vacanze. C'era un clima meno apprensivo e maggior controllo sociale di quanto capiti oggi, anche se poi - lo dico perché il reato per me è caduto in prescrizione - l'uso di cerbottane e soprattutto di fionde rendeva la vita piuttosto spericolata. Non cito bicicletta e pallone, perché per quelli ci vorrebbe un'intera enciclopedia. Esistevano poi i giochi pubblici, assai ristretti, genere uno scivolo e qualche altalena, ma erano appunto poca cosa e in più in genere roba ferrosa piena di insidie e frutto di disegni rozzi. Sfoghi veri erano le giostre, quando in pochi giorni, in genere attorno alle date delle feste patronali, arrivavano cose mirabolanti: dal vecchio "calcio in culo" alle macchinette elettriche, dai tiri a segno ad altri giochi d'abilità.
Oggi, invece, i parchi giochi pubblici esistono quasi dappertutto e sono in certi casi come delle "Ferrari" per la loro bellezza comparate alle nostre "500" del tempo, anche se il design è in certi casi così ardito, che devi studiare come il bimbo possa salire sulla scivolo. Sembrava brutto fare delle semplici scale, per cui l'accesso è talvolta degno dei disegni di Vassily Kandinskij. Questi parchi finiscono per essere una delle "cartine di tornasole" della capacità di spesa dei propri Comuni d'apparenza. Se i giochi per i bimbi sono penosi sappiate che gli amministratori hanno malfunzionato e non meritano più la vostra fiducia, anche se ovviamente la valutazione non è da fare solo con questo elemento.
Ma oggi la grande rivelazione ad uso bambini, per residenti e turisti, sta nelle aree giochi - legittimamente a pagamento, a condizione che non sia "strozzinaggio" - sono i parchi giochi dotati di gonfiabili, "tappeti elastici" ed altre amenità che mettono alla prova la "valentia" dei nostri figli. In genere sono aree colorate e allegre, alcune inserite bene nel paesaggio montano, facendo stare i bimbi "en plein air" e consentendo loro di fare i matti senza rischi e scaricando debitamente le loro pile a vantaggio del benessere dei genitori. Alcuni di questi posti sono così bellini e attrattivi che verrebbe voglia di tornar bambini e approfittarne, magari scendendo dallo scivolo del castello fatato o saltando sui tappeti elastici sino a sfinimento.

Registrazione Tribunale di Aosta n.2/2018 | Direttore responsabile Mara Ghidinelli | © 2008-2021 Luciano Caveri