August 2014

Il risveglio dell'autonomia

Fu mio zio, Severino Caveri, l'autore della definizione di un rischio per i valdostani e cioè che l'autonomia speciale, placebo rispetto ad una vera svolta federalista, agisse come una narcosi sui valdostani. In francoprovenzale si adoperava lo spettro dell'"endroumia" e cioè di un addormentamento della coscienza di un popolo. In mancanza di una vera libertà ci si sarebbe infine accontentati di quanto concesso, "octroyé", come appunto lo Statuto di autonomia.
Oggi, senza immaginare che tutto sia perduto perché sarebbe una resa, spiace constatare che nella stagione delle riforme il silenzio di troppi può essere davvero interpretato come un torpore o, in alcuni, persino come una cosciente sudditanza. Il valore dell'autonomia speciale non è un dogma, lo diventa se all'autonomia ci si crede, anzi la si considera sempre non un punto di arrivo su cui sedersi, bensì un punto di partenza verso nuovi e ambiziosi traguardi politici.

Augusto, il camaleonte

La statua di Cesare Ottaviano Augusto ad AostaHo sempre trovato risibile una certa pubblicistica che ha giocato in Valle sul proprio senso identitario, ponendo come punto di riferimento della valdostanità - in modo esclusivo e più rievocatore che sostanziale - gli antichi Salassi rispetto ai Romani invasori. La questione è certo più complessa, anche se il genocidio del popolo salasso resta nella storia come elemento di crudeltà, perché il problema di un popolo non sta nella purezza della razza (il termine "razza" è stato ormai all'indice dai genetisti che hanno confermato che siamo tutti uguali), ma nella capacità - nel flusso continuo nel tempo - di una cultura di prendere e lasciare elementi che ne formino infine i tratti di originalità. E i Romani hanno aggiunto molti elementi eminenti, fondendosi con quanto di preesistente e sappiamo come le occupazioni militari, se elemento stanziale e definitivo, finiscano poi per mutare in qualcosa di nuovo nel rapporto con il territorio.
Questo non vuol dire essere privi di memoria e accertare, attraverso l’archeologia, quanto di ricco ci fosse già prima e sia rimasto scolpito non solo nel "dna" delle persone, ma appunto nella civilisation valdotaîne dalla notte dei tempi fino alle immigrazioni contemporanee. Trovo interessanti le operazioni di "Restitution", se ci si mettono i soldi, come quella dell'incredibile e unico acquedotto di Pont d'Aël ad Aymavilles, che ha visto quest'estate folle di visitatori alla ricerca, in fondo, di una parte delle proprie radici. Spiace poi che una simile attrattiva, proprio per la sua unicità e fascino misterioso, finisca per essere chiusa al pubblico per ottuse logiche di bilancio. Mi riferisco a quei tagli orizzontali, che Aosta contesta a Roma, ma poi applica nello stesso modo e che deprimono il merito e fanno di tutta un'erba un fascio. Interessante, per altro, ma è argomento diverso come questo rapporto "Valle d'Aosta - Roma" persista ora come allora, anche se i romani di oggi nulla hanno a che fare con quelli di due millenni fa...
Come non pensarci oggi all'apporto romano alla formazione identitaria, nella data odierna del bimillenario dalla morte di Cesare Ottaviano Augusto, imponente figura storica, piena di contraddizioni e di debolezze, politico e guerriero, che ha pesato con le sue decisioni sulla storia locale, inserita nella sua epoca nella grande strategia di occupazione dell'Impero romano. Augusto è stato un gigante della Storia, che ha avuto la capacità di manipolare il futuro.
Ha scritto, per la "Zanichelli", il professor Andrea Ercolani. "Il tutto si complica quando si ha a che fare con una Intentionalgeschichte, una "storia intenzionale", ovvero un'operazione storiografica concepita non per ricostruire i fatti in maniera (almeno in pectore) obiettiva, ma per presentarli e rappresentarli con precise intenzioni (esaltare, giustificare, denigrare, eccetera). Augusto è un caso interessante da questo punto di vista, giacché offre la possibilità di cogliere il contrasto tra la ricostruzione storica in senso proprio, cioè quella fatta da un osservatore esterno, lo storico (si pensi per esempio a Svetonio, con la sua "Vita di Augusto", o a Cassio Dione, nel libro LIII della sua "Storia romana" - ma va ricordato che la storiografia antica attinge spesso dalle "autorappresentazioni" dei protagonisti) e la proiezione che di sé ha dato nelle res gestae. La divergenza tra proiezione di sé e valutazione esterna, nel caso augusteo, arriva a rasentare il paradosso: se le res gestae consegnano alla storia la figura di un Augusto lineare e coerente, l'imperatore Giuliano l'apostata, in un'operetta satirica intitolata "Il simposio ovvero i Saturnali", al paragrafo 309A-B, stigmatizza di Augusto proprio l'opportunismo e l'incoerenza (in linea, probabilmente, con parte della storiografia antica): "...ecco che si fa avanti Ottaviano, cambiando continuamente colore come i camaleonti: ora è pallido, ora è rosso, e poi nero tenebroso e fosco; eccolo ora votarsi ad Afrodite ed alle Grazie, ora voler somigliare al grande Helios con i suoi sguardi penetranti".
Fantastica e molto moderna questa immagine del politico come un camaleonte, che cambia pelle per sopravvivere al sopraggiungere e alla mutevolezza degli scenari in cui si trova ad operare.
Ricordo sulle nostre vicende di allora, anche se spesso dissentivo dalla sua visione, il deputato comunista francese, fiero di essere valdostano, Parfait Jans, che da politico era diventato fecondo romanziere e che scriveva con indignazione: "En l'an 25 Av.J.C. sur ordre d'Auguste, le général Térencius Varro Muréna lance la guerre d'extermination contre le peuple salasse. Feu et sang! En quatre jours (ce sont les scribes et historiens de l'époque qui l'écrivent) on comptent trente six mille morts ou vendus sur le marché d'esclaves d'Eporedia et huit mille jeunes salasses enrôlés de force dans les légions romaines. Tel est le sort subi par nos ancêtres, tel est le bilan de l'occupation romaine. Tel a été l'odieux comportement des Romains dans notre région. Il faut dire qu'ils avaient déjà vaincu tous les peuples des autres vallées alpines. Les Salasses étaient les derniers à résister ce qui devait accroître encore la colère des occupants".
E' bene ricordarlo, come elemento postumo per evitare che la Storia diventi oggetto solo di quanto scritto dai vincitori, sconfitti a loro volta dai "barbari" che si impadroniscono a diverse ondate della Valle d'Aosta.
Vale per un popolo quanto Henri Bergson applicava alle persone: "Que sommes-nous, en effet, qu'est ce que notre caractère, sinon la condensation de l'histoire que nous avons vécue depuis notre naissance".

Scopri l'intruso

Beppe FioroniOrmai bisogna abituarsi a tutto e le lettura quotidiana della cronaca politica consente di osservare fenomeni inaspettati e non ci si finisce mai di stupire. Ho l’impressione che ne vedremo delle belle dai "prossimamente" estivi, che ci annunciano la complessa stagione autunnale. Verranno al pettine a Roma i rapporti con Bruxelles e la "legge di stabilità" dovrà porre dei punti fermi, dopo il cicaleccio estivo. Penso che la tradizionale svagatezza della stagione non significherà oblio del mare di promesse in un periodo nel quale raramente alle dichiarazioni seguono i fatti o quantomeno quelli che erano stati annunciati. Sulla situazione politica ad Aosta stendo un velo.
Ma intanto le agenzie sfornano, come spunto, le notizie le più curiose. Così Beppe Fioroni, cattolico-popolare del Partito Democratico, viterbese mio coetaneo dall'immediata simpatia ciociara, con un "tweet" inviato al premier segretario Matteo Renzi ha proposto ieri al suo partito di dedicare la "Festa nazionale dell’Unità" ad Alcide De Gasperi. Conosco bene Fioroni, per le frequentazioni parlamentari, e ricordo che tre anni fa, di questi tempi, aveva picchiato duro sulle regioni più piccole, dicendo: «dobbiamo assolutamente riflettere non solo sull'abolizione o meno delle Province, ma anche riguardo le Regioni. Se la Germania pensa davvero di accorpare i Land, noi dobbiamo chiederci: ci possiamo permette il lusso di avere ancora Molise, Basilicata, Umbria, Valle d'Aosta e le province autonome di Trento e Bolzano?».
Ora questa sortita su De Gasperi («cosa strana», come ha detto la figlia dello scomparso), in occasione del sessantesimo anniversario dalla morte dello statista trentino, cui si deve nel secondo dopoguerra una parte di responsabilità del depotenziamento dell’autonomia come attesa dai valdostani.
Ovviamente il PD è libero di fare quel che vuole, ma trovo che questo fatto minore sia uno straordinario indicatore dei tempi attuali. A me viene in mente il giornalista e scrittore Giovannino Guareschi, che pochi mesi prima della morte di De Gasperi, per una causa di diffamazione per delle carte pubblicate sul giornale "Il Candido" sull'esponente democristiano, finì in galera per più di un anno. Guareschi - intendiamoci subito - fu un uomo pieno di contraddizioni, ma si deve alla sua penna - e poi alla trasposizione cinematografica con Gino Cervi e Fernandel - quella storia divertentissima della lite perenne, con sfondo di affetto, fra il sindaco comunista Peppone e il prete del paese Don Camillo nell'immaginario paese dell’Emilia-Romagna chiamato Ponteratto.
Quella coppia in discussione su qualunque cosa nell'Italia avvolta dalla "guerra fredda" era comunque significativa di un mondo in cui il bianco era bianco e il nero era nero. La Valle d’Aosta, in questo bipolarismo all'italiana trasformatosi poi lentamente, per via del proporzionale, in una babele di partiti e partitini, aveva una sua identità, dovuta al fatto che fra i vasi di ferro nacque e si sviluppò, come "vaso di coccio" in certi momenti, il mondo autonomista con la nascita dell’Union Valdôtaine. Una sorta di terza via in un’epoca fortemente ideologica.
Il "caso De Gasperi" è oggi significativo di una bussola che sembra non funzionare più. In Italia le "larghe intese", ma anche le molte anime del PD - ex Partito Comunista Italiano ed ex Democrazia Cristiana che convivono! - provvisoriamente domate da un Matteo Renzi "decisionista" assieme premier e capo del partito, fanno capire che esiste questa difficoltà per il cittadino di scorgere differenze in una sistema dei partiti che tende a diventare una massa omogenea nel nome delle diverse emergenze. Ma l’apparente uniformità dell’elegante prato all'inglese, tolta l’immagine di superficie, dimostra l’esistenza di una sorta di verminaio.
In Valle d’Aosta vale, per analogia, questa corsa al "tutti autonomisti", che fa sorridere pensando che alcuni autonomisti "de fero" (come dicono i romani) hanno trascorsi palesemente antiautonomisti, ma hanno capito come il mimetismo serva per fare gli affari propri o per ricavarsi uno spazio politico. Non è per nulla un "happy end", ma un fenomeno che deve preoccupare perché l’esercito autonomista troppo allargato potrebbe poi ritrovarsi, al momento buono, protagonista di una rovinosa sconfitta "alla Caporetto" per la diserzione di chi, avendolo già fatto, non ha problemi a tornare all'ovile di una visione antivaldostana, oggi nascosta sotto la casacca giusta per la bisogna. Per cui bisogna che si giochi con serietà al gioco "scopri l'intruso".

La babele di manifestazioni

PubblicoL'esempio che più mi viene in mente è il rischio cacofonico (stessa radice di "cacca", non a caso…), che può creare, con sgradevolezza di suoni, un coro nel quale il momentaneo impazzimento dei singoli membri portasse ciascuno a cantare un differente brano. L'effetto rischierebbe di essere disastroso per le nostre orecchie, oltreché per il coro, che gioca la sua forza sulla gradevolezza dell'eufonia.
Capisco che il tema che sto per trattare, rispetto alla ridda di problemi che ci assillano, farà sorridere e potrebbe apparire da inserire nella categoria dei problemi semiseri. Ma, quando si parla di federalismo e sussidiarietà, come modo di impostare la vita di una comunità, bisogna sempre intendersi sul fatto che questa capacità di tenere assieme alto e basso, orizzontale e verticale, grande e piccolo, crea degli equilibrismi che richiedono tenacia e coordinamento.
Pensate alle manifestazioni estive in un piccolo territorio come la Valle d'Aosta. In passato cercai io stesso, non riuscendoci, di trovare una modalità per fare in modo che le singole iniziative, da quella minuscola a quella gigantesca, avessero un minimo di coordinamento per evitare concentrazioni sulla stessa data, ridicole ripetizioni, fastidiose ricopiature e anche il rischio del "vuoto pneumatico" di certe cose. Già era titanico cercare di riassumere gli eventi programmati - e su questo alla fine il solco venne tracciato e mi pare che ci siamo almeno per l'informazione - ma resta il problema serio di capire come trovare quella nota che consenta di cantare tutti la stessa canzone: non si tratta di imporre niente a nessuno, come dicevo, ma di trovare modi per comporre un mosaico che appaia minimamente coerente. Partendo, se possibile, da chi fa che cosa, visto che in Valle d'Aosta esistono soggetti, anche parapubblici, che si occupano di tutto senza alcuna vergogna. Sono come meteore che vagano nello spazio, senza per nulla badare a quel che capita loro attorno, forti degli appoggi giusti e di finanziamenti cospicui, quando gli altri - e non è secondario - sono con le tasche vuote.
Così il residente e il turista si trovano con menu di proposte estive che, in assenza di qualunque forma reale di accordo bonario fra le parti, sono affidate al totale spontaneismo e sorgono - sempre per fare un esempio concreto - manifestazioni fatte con lo stampino che ruotano da un luogo all'altro, sagre di prodotti improbabili "tanto per magnà", iniziative di società di promozione che sembrano ignorare elementari requisiti di buon gusto e di attinenza. Nessuno discute che molto avvenga in assoluta buona fede, ma alla fine in questi rivoli e rivoletti finisce quel denaro pubblico che ormai scarseggia e di cui sarebbe bene fare un uso oculato.
So che mettere mano a queste questioni è come infilare il dito in un vespaio, perché si toccano abitudini, suscettibilità e pure presunzioni. Ci dovrebbero però essere obblighi di comunicazione, di condivisione, di raccordo e tutto questo per giungere allo scopo di avere calendari attrattivi. Pensiamo solo alla scelta di concentrare moltissimo nel mese di agosto: questo significa naturalmente lo sforzo di compiacere il turista che di certo si trova qui in quel periodo clou. Si sa, insomma, che qualunque cosa venga posizionato attorno al Ferragosto ha una ragionevole possibilità di successo, ma questo cozza con la tanto proclamata logica di destagionalizzazione.
L'altro giorno un amico ristoratore mi faceva i conti. Le certezze in una località turistica sono le vacanze di Natale, che si appostano sempre più a fine dicembre, poi una parte di gennaio e febbraio, marzo e piccola coda eventuale ad aprile, a seconda della Pasqua. Poi - parliamo sempre di sicurezze - c'è il mese di agosto.
Questa analisi conferma che sul resto dell'anno bisogna acquisire certezze e quindi le manifestazioni - comprese certo quelle culturali di vario genere - devono obbligatoriamente cercare di essere spalmate non solo dove si hanno i numeri, ma anche per cercare di riempire quei buchi che sembrano diventare sempre più grandi per la generale considerazione che il turista sceglie sempre più la tattica del "mordi e fuggi" con brevità di soggiorni, che sono tuttavia sempre meno stanziali e più mobili alla ricerca di attrazioni viciniore.
Non è quella di cui parlo una materia assoggettabile a regole scientifiche, esatte e ripetibili, ma neppure dev'essere soggetta al suo contrario.

Il vuoto pneumatico ad Aosta

L'Arco d'Augusto quando venne tentata la sua chiusura al trafficoConosco poco il sindaco di Aosta, Bruno Giordano. Quando uscì la sua candidatura come sindaco del capoluogo, ebbi un attimo di stupore, escludendo che potesse trattarsi del celebre giocatore di calcio ora allenatore e certo non poteva neppure trattarsi - invertendo nome e cognome - del famoso filosofo, morto di sicuro e persino sul rogo a inizio Seicento.
Il "nostro" Giordano è il frutto ormai più che maturo di quel che resta dell'accordo politico dell'Union Valdôtaine con il centrodestra ed è un figliolo politico di Bruno Milanesio (manovriero protagonista della scena locale, esempio di una politica al capolinea) e dunque venne imposto cinque anni fa dalla ritrovata alleanza degli ex socialisti, passati armi e bagagli all'Union, per il tramite del sempreverde Augusto Rollandin. Si dice che oggi non rientri più nei piani futuri, ammesso che ormai ce ne possano essere ancora, dell'inquilino di piazza Deffeyes e che all'interessato spiaccia l'idea di dover lasciare, la primavera prossima, il suo gradevole ufficio che dà su piazza Chanoux. Per altro il suo passaggio lì - esattamente com'era avvenuto negli anni precedenti alla sua discesa in campo - non verrà ricordato: i cinque anni di legislatura sono passati e, a dispetto della sua sicumera, nulla è stato fatto di significativo.
Plastica dimostrazione del nulla sono i buchi dei lavori in corso del teleriscaldamento, assegnato senza gara. Ma esemplare è l'alibi pronto a giustificazione di questo vuoto pneumatico del suo passaggio nell'amministrazione cittadina. Non dico in politica, perché quello presupporrebbe un pensiero proprio. La scusa è il "Patto di stabilità" che, a suo dire, gli avrebbe impedito chissà quali mirabolanti imprese. Maledetta Europa che ha bloccato la trasformazione di Aosta in Utopia.
Ho incrociato questo "Giordanopensiero" - e poi mi sono beccato qualche insulto da qualche groupie che presidia "Twitter" - poche ore fa. Osservavo garbatamente che ad Augusto, l'Imperatore romano non quello autoctono, nell'occasione del bimillenario dalla sua morte, sarebbe piaciuto forse che il suo celebre Arco smettesse di essere adoperato come una rotonda automobilistica, come previsto con il nuovo e sfortunato ponte sul Buthier dieci anni fa. Giordano si è incaponito e, senza filtri, mi ha rimbrottato così: "@BrunoGiordano54:non c'è bisogno di annunciare ciò che è già progettato! #patto di stupidità #silenzio assordante #Augusta praetoria ronanorum" (sic!)
Gli "hashtag" sono incomprensibili, tipo #silenzio assordante, che spero non sia riferito a chi come me contestava in sedi ufficiali il "Patto di stabilità", quando Giordano era un funzionario in Regione, ma mostrano comunque sia una qual certa coda di paglia fra annunci e realizzazioni. Non a caso immediatamente ritwittato da Andrea Paron, altro fu new entry della politica aostana, che fa parte della misteriosa corrente dell'estrema destra autonomista. Fa ridere solo scriverlo, trattandosi di ardita acrobazia, che neppure al "balilla" più atletico riuscirebbe.
Verrebbe da dire con un lessico noto ad entrambi "chissenefrega". In fondo il nervosismo di Giordano è dovuto al lento e maestoso addio, che è poi anche la fine di un progetto di svendita a Silvio Berlusconi di un patrimonio di credibilità. Così quel poco che resta dell'Union Valdôtaine ormai si sta squagliando come neve al sole per via della sistematica occupazione da parte di gruppi che nulla hanno a che fare con lo spirito originario del Mouvement. Chi cerca di cambiare (che finisce in realtà per difendere!) la situazione "dal di dentro" forse dovrebbe avere un sussulto di orgoglio. Non è solo una questione elettoralistica, ma un senso di dolore e di impotenza per un patrimonio messo in vendita senza pietà. Per questo, fra pochi mesi, l'assalto elettorale all'Hôtel de Ville di Aosta sarà pieno di significati e ricadute.
Un tempo si sarebbe detto per voltare pagina, ma quelle attuali risultano solo bianche.

L'estremismo islamico sull'uscio

L'inizio del terribile video che testimonia la morte del reporter statunitense James Foley, ucciso dall'IsisLa politica internazionale è un dedalo in cui bisogna fare attenzione a non perdersi e per questo sono sempre stato cauto. Ma ormai la mondializzazione ti porta i problemi sull'uscio di casa, come avviene di questi tempi in cui, per varie ragioni, l'Italia è purtroppo nel mirino del terrorismo degli estremisti islamici.
Mi ha segnalato, un amico, un articolo di Alberto Negri sul "Il Sole - 24 ore" su "Isis", questo gruppo armato estremista islamico che domina la scena con i suoi orrori. L'acronimo deriva da "al-Dawla al-Islamiya fi al-Iraq wa al-Sham", che si potrebbe tradurre come "Stato islamico dell'Iraq e di al-Sham".
L'inizio di Negri è storico e politico e parte da un assunto: "Il passato di rado può suggerire soluzioni politiche al presente ma racconta una storia da conoscere. Quella dell'Iraq e della Siria appartiene a un intreccio complesso".
Nella sostanza: sono Stati artificiali, nati dalla volontà colonialista e finiti nelle beghe eterne fra sciti e sunniti e poi in questo clima avvelenato dell'estremismo islamico.
Ma Negri così affonda il coltello: "Sia la Siria che l'Iraq oggi sono degli ex Stati, presenti in maniera virtuale sulla mappa geografica e nessuno né in Occidente né in Medio Oriente, a parte l'Isis, ha un piano politico alternativo al mantra dell'unità nazionale ripetuto in maniera stucchevole dalla diplomazia internazionale. Siamo quindi a un bivio: o si ricostituisce questa unità nazionale, evocata a ogni pleonastica conferenza mediorientale, oppure si deve affrontare la balcanizzazione del Medio Oriente. Gli europei, che hanno assistito senza fare nulla alla disintegrazione della Jugoslavia, sono in materia degli esperti. In Siria per mantenere in vita lo stato si deve trattare con il regime alauita: continuare a ripetere che Bashar Assad deve andarsene come fanno americani, europei, arabi e turchi, non serve e non è servito a nulla. Il crollo secco di un regime, come in Iraq e in Libia, trascina il Paese in un'anarchia ancora più profonda e in un caos che fanno soltanto il gioco del Califfato. In Iraq l'unica via è quella di riportare i sunniti al governo e dentro le stanze del potere. Rifare l'esercito con ufficiali sunniti nei posti di comando per evitare che intere divisioni si sciolgano come gelati al sole senza combattere davanti all'avanzata di alcune centinaia di miliziani. La soluzione di armare i peshmerga è utile soltanto a tamponare la situazione: i curdi possono difendere il loro territorio ma non imporre l'ordine nel resto dell'Iraq. Sono una minoranza non troppo popolare e per di più non araba".
Segue una spiegazione ancora più dettagliata, prima del finale provocatorio: "Ma c'è anche l'altra soluzione. Lasciare che il Califfato faccia il suo corso, annientando le minoranze religiose, sfidando l'Occidente e i regimi avversari per frantumare la regione. Adesso ci appare una soluzione orribile ma siamo sicuri che questa alternativa qualche mese fa non sia stata accarezzata in più di qualche cancelleria? Un articolo e una mappa pubblicati dal "New York Times" il 29 settembre 2013 - il Califfato era già in piena azione - prendevano in considerazione la possibilità che i conflitti e le rivolte in corso potessero provocare la frammentazione di alcuni stati arabi in unità più piccole. L'articolo di Robin Wright, ex corrispondente a Beirut ed esperta di relazioni internazionali, scatenò allora accesi dibattiti negli Stati Uniti mentre in Medio Oriente nascevano ipotesi su un nuovo piano dell'Occidente, di Israele e di altri soggetti malintenzionati per dividere gli stati arabi in entità più piccole e più deboli. Congetture? A pensare male si fa peccato ma spesso ci si azzecca, diceva qualcuno".
Insomma, tutto difficile.
A me, come cittadino, colpisce, fra tutte le questioni, questo tema dei giovani occidentali, quasi tutti di origine araba ma anche con dei convertiti alla causa, che partono per quei Paesi e diventano spietati assassini. Hanno scritto su "Repubblica" Alberto Custodero e Alix Van Buren: "Sono almeno quaranta i jihadisti partiti dall'Italia verso i fronti siriano e iracheno. E' allarme rosso, secondo i servizi segreti. I mujaheddin italiani vengono monitorati nel timore che nel futuro, radicalizzati e addestrati di ritorno dal Medio Oriente, organizzino attività ostili contro il nostro Paese. In più, con il "sì" delle Camere alle armi ai curdi, l'Italia è nel mirino dei terroristi. La probabilità di un attentato è altissima, avvisa l'intelligence. S'è già visto nel caso di Jarraya Khalil, di stanza a Zenica, arrestato a Bologna con l'accusa di guidare una cellula integralista islamica. O del genovese convertito all'Islam Ibrahim Giuliano Delnovo, ucciso mentre combatteva ad Aleppo con la "Brigata dei Difensori e dei Migranti" diretta dal ceceno Abu Omar".
Questo capita ancor di più in Paesi come Regno Unito (il boia che ha sgozzato il giornalista americano è cittadino britannico!), Stati Uniti e Francia. Il "caso francese", Paese colonialista, ha qualche analogia con le vicende italiane, così come si stanno sviluppando.
Ho letto, rabbrividendo, un reportage su "France24", che così inizia: "Salahudine est un djihadiste français, âgé de 27 ans et originaire de la région parisienne, parti combattre il y a sept mois en Syrie. Parce qu'il connaissait depuis plusieurs années notre journaliste Charlotte Boitiaux, il a accepté de se confier, à elle seule, sous couvert d'anonymat".
Ecco cosa dice in un passaggio dell'intervista: "Je vais mourir en Syrie. Bientôt, sûrement. Sur cette terre que je ne connais que depuis sept mois. Le djihad, c'est une façon de vivre - et de mourir. Mais avant de rejoindre Allah, j'aimerais bien laisser une trace de mon court passage sur Terre. (...) Un mois avant mon départ, je ne dormais plus. Allah m'a fait comprendre que ma terre n'était plus ici, en France. Il fallait que j'aille en Syrie pour racheter mes péchés. Avant, je sortais en boîte, je buvais de l'alcool, j'étais un mec de la dounia (qui n’est intéressé que par les biens matériels, ndlr). Le djihad est devenu une obligation. Je n'ai fréquenté aucun réseau, crois-moi. Je ne connaissais personne. J'ai préparé mon voyage tout seul. Pendant une semaine entière, j'ai retiré 1000 euros par jour à la banque. Puis ce fut le grand départ".
Poi, appunto, l'orrore, l'odio e la violenza, che non possono avere alibi e giustificazioni e che in Occidente dobbiamo contrastare: ne va della convivenza civile e della vite nostre e dei nostri cari.
Capisco che è una semplificazione, ma bisogna pur avere qualche punto fermo!

Attento che ti resetto!

Generazione attaccata allo smartphoneNon c'è bisogno di essere sociologi o etnologi per studiare la tribù dei diciottenni di oggi, è sufficiente essere papà ed aguzzare la vista. So che ci vuole cautela nel farlo: quando io avevo quell'età mio padre aveva più o meno la mia età di oggi, mia madre ne aveva meno di cinquanta, ma a me sembravano "vecchi come il cucco" (da Abacucco, personaggio biblico rappresentato come un anziano con lunga barba bianca) e scarsamente reattivi rispetto al mio mondo e ai suoi usi e costumi. Esisteva ancora quella definizione presessantottesca (il 1968 fu l'anno simbolo della "contestazione giovanile"), che "bollava" i vecchi e la loro incapacità di capire i cambiamenti come "matusa", derivando non per nulla - come già la parola "cucco"! - da un patriarca biblico, Matusalemme, morto all'età di 969 anni.
Per cui, se tanto mi dà tanto, dev'essere la stessa cosa, quando osservo i loro comportamenti come Charles Darwin guardava le specie trovate alle Galapagos, che loro provano per me, pateticamente antiquato, oltretutto con il vezzo della mia di generazione di un certo giovanilismo d'accatto. Ma, comunque sia, questo non cambia qualche pensiero sulle creature.
La constatazione generale è che sono molto assistiti da noi "genitori multitasking", pronti a risolvere con grande capacità protettiva ogni loro bisogno. Predichiamo in pubblico l'importanza dei "bagni freddi" (immagine figurata che non ha nulla con le patetiche docce gelate di moda ora per scopi benefici), ma in realtà abbiamo attrezzato nidi confortevoli per la nostra progenie. E' nato il "genitore autista", curiosa evoluzione della specie, che scarrozza i figli ovunque, considerando l'uso del mezzo pubblico come una sciagura. Altro esempio: i nostri genitori erano per formazione e partito preso a favore dell'autorità costituita. Era raro che, per i risultati scolastici o per qualunque altro caso, "parteggiassero" per noi, mentre noi siamo partigiani dei nostri figli ed esiste in alcuni persino una forma di complottismo, come se il figlio fosse perseguitato alla stregua del povero Calimero con la sua celebre frase «è un'ingiustizia però...».
Ma l'aspetto in cui l'abisso generazionale è chiaro riguarda l'uso del telefono. I ragazzi di oggi non telefonano agli amici. Anche di fronte alla necessità più impellente non usano la voce, antica conquista del primate uomo, ma usano il messaggino (oggi "Whatsapp"). Quando chiedo perché non lo facciano, mi guardano con lo sguardo che si può riservare ad uno che usi ancora oggi la "cartacarbone". Telefonino che ha due caratteristiche salienti. Se li cerchi con urgenza: a) non rispondono perché il telefono era scarico; b) non rispondono perché avevano messo il silenzioso. Ogni protesta e obiezione intelligente ti permettere di ricevere il solito sguardo compassionevole.
Ma l'apoteosi sono i "social". La generazione nata negli anni Novanta sarà oggetto di studi appositi per le conseguenze sulla socialità reale, cioè quella vera "faccia a faccia", derivata dalla socialità digitale di strumenti di cui resta capofila "Facebook". Ora è vero che sui "social" ormai ci vanno tutti, ma per i ragazzi di quegli anni si è creato un problema fra i rapporti umani veri e quelli nel mondo di Internet. Questo ha creato in loro nuove forme di timidezza e di vaga asocialità nella dimensione del contatto umano. Quando fai questa osservazione, la tesi finisce fra gli spam in un millesimo di secondo e ti spiegano con garbo che «non capisci un tubo», anche se magari l'espressione è un pochino più colorita.
Per cui, per quel che mi riguarda non brontolo più, uso semmai l'arma insidiosa dell'ironia e qualche battuta di spirito che mi conferma - ai loro occhi, ma con affetto - come un oggetto di studio per la mia ormai inguaribile vecchiezza. Potessero cercherebbero il tasto "off" per spegnermi un attimo o il buchino apposito per "resettarmi".

Macinare nuove memorie

Alcuni dei 45 giri che sono stati trovati dai ragazziChe i miei figli abbiano sequestrato "45 giri" vintage a casa della nonna è un'operazione mista fra il funebre e l'esoterico. La gran parte dei vinili, ormai inanimati per il peso dell'età in assenza di un giradischi o di una mangiadischi (chi li ha visti in azione sa di che cosa parlo, per i giovanissimi era un download analogico!), erano di mio fratello Alberto e risalgono ad un periodo a cavallo fra la fine degli anni Sessanta e l'inizio degli anni Settanta. Persino la firma di mio fratello dell'epoca, in particolare quella con uno sghiribizzo verso il basso che diventava un fiorellino, sa in tutta evidenza di naftalina. Evito titoli e interpreti per evitare l'aspetto lugubre del ricordo, quando sfiora la necrofilia. Non voglio finire come gli spettatori di certe trasmissioni televisive, nate all'insegna della memoria per un pubblico geriatrico e non solo per l'età anagrafica, che rischiano di alimentare la parte bella del proprio passato con operazioni di voyeurismo e di assoluta ripetitività.
Io sono per il culto della memoria di qualunque genere, ma aborrisco la logica museale e passatista. Trovo per questo insopportabile chi ripete all'infinito le stesse cose - stessi luoghi, stesse amicizie, stessi gesti - perché mi viene la barba lunga a pensare ad un film già visto all'infinito, che riprende da capo, consumandosi sino allo sfinimento. Eppure c'è chi lo fa, alla ricerca di sicurezze e conformismo ed è come stare avvinghiati all'infinito al pupazzo della propria infanzia, come argutamente osservavano le strisce dei "Peanuts" di Charles Schulz con Linus e gli sfottò per la sua copertina.
Certo che mi capita di tornare in posti evocatori. L'altro giorno sono finito al Crest, sopra Champoluc, uno dei comprensori sciistici più vecchi in Valle e la visione estiva, per me altrettanto evocativa di quella invernale, era percorsa da flash della memoria, fatti di luoghi e persone. Più passano gli anni e più capita di dover comparare questi ricordi alle modificazioni avvenute. Per dire lassù, se guardi l'ultima telecabina, questo confronto significa rievocare i primi ovetti anni Sessanta e il terribile incidente funiviario che seguii trent'anni fa da giovane cronista. Oppure una casa in mezzo ai prati, costruita e poi venduta da mio padre, dove passai momenti di festa indimenticabili e più avanti il pianoro dove piantai la tenda per passare una settimana un po' hippie. E ancora quel prato scosceso e roccioso che, in primavera con neve trasformata, diventava da ragazzo un muro da incubo da fare curva dopo curva fra mille attenzioni. Entri nell'unico bar e ricordi non solo come fosse l'antica disposizione del locale, ma rivedi i vecchi proprietari ormai scomparsi, i loro volti, la loro parlata nel patois di Ayas, fino all'evocazione di quella polenta concia, intrisa di burro e "Fontina", che ti torna fino alle papille gustative ingannate dal ricordo. Non c'è più lo skilift in basso, oggi sostituito dai soliti tappeti per bambini, ma è lì, a metà del prato, che a sette anni mi sono rotto la gamba e ricordo chi mi prese fra le braccia, mentre piangevo per il male.
Eppure il segreto sta proprio nel guardare avanti, godendo di questi ricordi - e pure quelli dolorosi si trasfigurano nel presente per i lenitivi che il nostro cervello sa mettere - senza aver mai la tentazione di ritenere che ci si debba crogiolare a questo sole caldo di pensieri del passato. Forse un tempo verrà in cui questa rievocazione e la forza tranquilla della routine mi avvolgerà, ma oggi - senza mai disdegnare rapide incursioni sul filo del ricordo - voglio continuare ad accumulare fatti, circostanze, luoghi e persone, come si può fare con i libri nella rincorsa infinita fra i classici e le nuove uscite.

Formule magiche e riforme

Il castello di 'Hogwarts', sede della scuola di Harry PotterLe formule magiche mi sono sempre piaciute. Pensa che forza c'è in «Apriti Sesamo!», o negli antichi «Sim salabim» ed «Abracadabra». Le parole hanno già normalmente una propria energia interiore, che diventa potenza nella disperata ricerca dell'uomo di poter dominare gli elementi e la propria vita con la semplice evocazione verbale. E' poi, in fondo, quel che facciamo quando ci scappa la pazienza e lanciamo sgradevoli improperi. Poi, per il mago che c'è in noi, ci ha pensato la saga di Harry Potter a dirci che con «Dissendium» possiamo aprire passaggi segreti, con «Expelliarmus» disarmiamo il nostro avversario, con «Rictussempra» facciamo il solletico e via di questo passo. Senza mischiare sacro e profano, anche nelle religioni - specie con la ripetitività della preghiera, spesso con parole misteriose, come poteva essere un tempo il latino - la parola assume un carattere ultraterreno.
Ci pensavo, riferito alla politica italiana di oggi, come la formula magica sia semplice e assieme potente nella forza rievocativa: «riforma!».
Come quasi sempre avviene, la parola viene dal latino "formare" e cioè "realizzando dando una forma" e ovviamente "riformare" significa tornare a modificare quanto già era stato fatto. Ma nella storia è parola impegnativa.
Lo storico del cristianesimo - e non è un caso - Alberto Pincherle (omonimo dello scrittore Alberto Moravia, nom de plume) ha così scritto sulla voce della "Treccani": "Questo termine, che ha finito con acquistare larga varietà di accezioni, viene generalmente applicato a innovazioni o mutamenti profondi nella vita dello Stato e della Chiesa, e dovuti - almeno per ciò che riguarda lo Stato - all'azione legittima e regolare dei poteri costituiti, agenti gradualmente secondo un programma predeterminato: tali le "riforme" introdotte dai principi negli organismi statali nel corso del secolo XVIII e per cui si parla anche di una "età delle riforme"; onde, contrapponendo queste riforme al moto violento della rivoluzione francese, in politica il concetto di "riforma" venne per lungo tempo considerato quale antitesi a quello di rivoluzione e s'ebbe, per esempio nel partito socialista italiano una frazione "riformista", in complesso legalitaria e opposta a quella rivoluzionaria o estremista. Per quanto concerne la Chiesa, si parla di "riforma" anche a proposito delle misure che gli ordini monastici e il papato attuarono, fra vivi contrasti, nel corso del secolo XI; ma più comunemente, e quasi per eccellenza, così nei paesi in cui la maggioranza della popolazione si distaccò dalla Chiesa cattolica, come in quelli nei quali le rimase, o le ritornò ad essere, fedele, "riforma" e "riforma religiosa" è chiamato quel complesso movimento, religioso politico culturale, che produsse appunto, lungo il secolo XVI, la frattura della cristianità cattolica medievale in diverse comunità, a loro volta poi più o meno soggette a un ulteriore processo di frazionamento o differenziazione».
Ecco perché questa breve spiegazione manifesta l’evidente contradditorietà nell'uso, che Matteo Renzi fa spesso ed è rinvenibile nella mail scelta per avere suggerimenti a Palazzo Chigi definita non a caso rivoluzione@governo.it, fra riforma (e moltissime riforme sono in corso o vengono annunciate a getto continuo) e rivoluzione (cui aggiunge talvolta l'aggettivo "culturale", ma "rivoluzione culturale" evoca addirittura Mao!), che stridono, per quanto adoperate in una logica, già evocata, della "formula magica".
Perché formula magica? Non per sterile polemica, essendo non ancora venuta meno la speranza che il renzismo non sia una bolla di sapone, ma perché lo slogan "una riforma al mese" o l'apertura contemporanea di cantieri che toccano Costituzione, giustizia, mercato del lavoro, sanità e scuola risulta francamente irrealistica.
Vien sempre buona la citazione di Massimo d'Azeglio: «Gl'Italiani hanno voluto far un'Italia nuova, e loro rimanere gl'Italiani vecchi di prima, colle dappocaggini e le miserie morali che furono ab antico la loro rovina; [...] pensano a riformare l'Italia, e nessuno s'accorge che per riuscirci bisogna, prima, che si riformino loro».

Il "caso Unterthiner"

Il 'post' di Stefano Unterthiner su 'Facebook'Non avevo voglia di scriverne e così mi ero ripromesso di far passare il tempo, aspettando che finisse la buriana. Ma ho poi notato che il piano inclinato della polemica rischiava di trasformare la "palla di neve" in "valanga" e non vorrei che alla fine tutto finisse in una sorta di rissa di fine estate con tifoserie rispettive. Se così fosse, saremmo di fronte a qualcosa di inutile e dunque provo, cogliendo l'occasione, a riassumere la questione, esprimendo una mia modesta opinione.
Mi ha stupito che il pacatissimo Stefano Unterthiner sia sbottato con un'invettiva molto forte e a largo spettro, invitando, in sostanza, i turisti a non venire più in Valle d'Aosta. Dichiarazione "tafazziana" ("Tafazzi" era il personaggio di Giacomo Poretti che si colpiva il bassoventre con violente bottigliate) nella sua semplicità.
Che Stefano sia un ambientalista convinto risulta evidente dal suo curriculum di fotografo naturalista, ma la scelta un po' luddista - e dunque inutile nel suo intento provocatorio - di boicottaggio immagino che sia frutto di un momento di rabbia. Penso anche, come gli ho detto direttamente al telefono dopo averlo letto, che su alcuni punti sarebbe bene discutere e evitare, in poche righe di un commento, di trattare temi meritevoli di essere presentati nella loro complessità. E' la differenza fra una foto istantanea e un reportage fotografico.
Leggo che l'Avvocatura regionale starebbe studiando il caso e lo farebbe - in tutta evidenza, non esistendo il "motu proprio" - con la possibile intenzione di denunciare chi è stato non solo testimonial della Valle (per scelta della Giunta Rollandin), ma ha proprio qui con i nostri selvatici sviluppato una parte significativa del proprio lavoro, poi allargatosi al mondo e a prestigiose pubblicazioni.
Non penso, infatti, che gli argomenti trattati siano alla fine risolvibili in un'aula di giustizia e che il perimetro delle opinioni espresse - forse con qualche foga di troppo e con qualche errore di valutazione - configurino chissà quale diffamazione o danno d'immagine. Ho visto nel tempo e anche di recente dichiarazioni ben più offensive sulla storia e cultura valdostana, cadute subito nel dimenticatoio, come se niente fosse, quando meritavano repliche brucianti e il pubblico ludibrio.
Penso, semmai, che sui temi ambientali sia giusto riprendere il dibattito, oggi che le venature ideologiche sono scomparse e si sono superate antiche contrapposizioni di un tempo e non ci sono più guardiani del tempio autoproclamatisi tali, ma vi è una coscienza diffusa sul tema senza troppi dogmi in campo. In fondo la sostanza è facilmente riassumibile ma assai complessa: quale sviluppo futuro per la Valle d'Aosta, territorio esemplare anche per gran parte delle Alpi?
Questo può consentire di discutere non solo dei singoli punti di esemplificazione del pensiero di Unterthiner quanto permettere di inserirli in un contesto più ampio, che riguarda il solito problema di come armonizzare le attività umane nella Natura e quale sia il bilancio fra costi e benefici di singole iniziative per evitare l'idea insana che qualunque attività economica sia, per dritto o per rovescio, nociva. Per evitare proprio che affermazioni "forti" sviliscano quanto già fatto.
In sostanza questa non è niente altro che la democrazia e da quando è nata si sa che il livello della discussione può essere concitato e a tratti eccessivo. Se si alzano troppo i toni bisogna fare in modo di addolcirli, perché il rischio di violenze - anche solo verbali o scritte - avvelena il pozzo dove tutti dobbiamo bere.
Ciò detto mi piacerebbe davvero che Unterthiner accettasse, in termini concordati, di confrontarsi con chi non la pensa come lui, perché l'occasione non finisse qui con la solita battaglia di trincea fra opposte fazioni in un'improduttiva e logorante guerra di posizione.

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