August 2014

Quelle mucche senza alpeggio

Mucca in osservazioneSeguo sempre gli avvenimenti nel mondo agricolo, come scrivevo qualche giorno fa, perché è, oltreché un interesse ovvio, una sorta di legame per ricordare mio papà. Penso di aver già scritto di un episodio: nel maggio 1945, al ritorno dalle avventure della deportazione in Germania, Sandrino, come lo chiamavano tutti, si presentò da suo papà, ex Prefetto giubilato dal fascismo e poi amministratore dell’allora "Ospedale Mauriziano", all'epoca quasi ottantenne, per dirgli che avrebbe lasciato gli studi già avviati in Giurisprudenza. Quello che aveva visto nella vita da internato lo aveva convinto della caducità del Diritto. Papà avrebbe voluto fare il medico, ma - così diceva - costava meno fare Veterinaria e così fece. Questa scelta ha fatto sì che per oltre mezzo secolo papà abbia esercitato la professione e questo ha significato una sua full immersion quotidiana nel mondo agricolo valdostano e noi familiari con lui nel rapporto con allevatori e clienti animali. Civiltà contadina rispetto alla quale aveva un approccio molto chiaro: gli stavano grandemente "sui cosiddetti" tutti coloro che dipingevano di rosa il mondo rurale del passato. Mentre lui dava sciabolate a certa retorica e raccontava dello stato di povertà e di prostrazione di una parte significativa del mondo contadino più povero, al quale, con discrezione, non faceva mai mancare il suo appoggio materiale. Poi i tempi son cambiati.
Quel mondo, con il declinare che porta l’invecchiamento anche rispetto alle novità emergenti, mi pare che non lo capisse più tanto. L’allevamento diffuso era stato via via sostituito da "megastalle" e la politica comunitaria connotata dalla "filosofia degli aiuti", incrociata anche agli interessi politici e elettorali che facevano dei contadini un importante bacino di voti, hanno portato ad una logica di contributi "a pioggia", che hanno fatto gonfiare il settore e trasformato alcuni dei protagonisti in imbattibili cacciatori di sovvenzioni. Che sia chiaro come questa responsabilità derivi da colpe collettive e da patti non scritti, che hanno tenuto il settore sotto protezione rispetto ai rischi reali della concorrenza delle pianure e hanno favorito una generale modernizzazione, ben visibile in settori di grande successo, come la viticoltura. La tutela dell’agricoltura montana - e anche di quell'eccesso di zootecnia, che ha creato una forte dipendenza dalla filiera monocolturale, per così dire, "latte-Fontina" - non è una storia, ma una realtà di tutela di un settore produttivo antico con ricadute su ambiente e territorio.
Ma oggi la stretta della cinghia colpisce duro sull'agricoltura e forse chi in passato se n’è fatto paladino applaudito, guarda oggi ad altri interessi e altre fedeltà proprio per il declinare del peso politico del settore. Per cui, quando si usa la forbice per i risparmi, chi un tempo aveva sempre chiesto e ottenuto, oggi si ritrova in ribasso e questo significa sacrifici e un settore che deve obbligatoriamente cambiare, ma l'alternativa non può essere fra vivere e morire. Dunque la circostanza, che potrebbe anche avere aspetti salutari per tornare al mercato, ha anche ombre inquietanti per le conseguenze di una scelta precisa: adoperare i fondi comunitari, ma soppressione di certe risorse aggiuntive regionali nel "Piano di sviluppo rurale".
Bisogna sempre leggere con attenzione la stampa specializzata e così, scorrendo le pagine del periodico di "Coldiretti", "Agriculteur Valdôtain", in un piccolo riquadrato a firma EM (che immagino sia il direttore, Ezio Mossoni), leggo quanto segue: "Con il sostegno ridotto il pericolo non è solo quello dell’abbandono delle aziende minori (le maggiori ne potrebbero recuperare parzialmente terra e animali) ma la trasformazione della nostra agricoltura. Le piccole aziende iniziano a tenersi i capi in fondo valle anche d’estate e gli alpeggiatori faticano a trovare capi per salire. Vuol dire squilibrio nella gestione dei pascoli (il foraggio viene a mancare un basso e eccede in alto) così come squilibrio nella gestione delle deiezioni (viceversa troppo letame in basso e troppo poco in alto) e prima o poi chi tiene le vacche in basso potrebbe chiedersi perché allevare una razza come la nostra - che la natura sembra abbia creato per l’alpeggio - se in alpeggio non le manda più e le altre razze mangiano uguale ma producono molto di più...".
La considerazione finale va davvero soppesata: "La nostra non è semplicemente agricoltura ma è "un sistema" complessivo che, grazie ad una visione strategica lungimirante, abbiamo voluto mantenere e alimentare. Il rischio che si trasformi è rilevante. L’ho già detto e lo ripeto, spero di sbagliarmi... ai posteri l’ardua sentenza".
Non c'è davvero nulla da aggiungere.

Caro Anticiclone ti scrivo

Cielo nuvoloso con l'azzurro in fondoGentile Signor Anticiclone delle Azzorre,
dopo aver a lungo atteso il suo ritorno, ora le scrivo per avere spiegazioni. Pare, infatti, che il suo mancato arrivo sul Nord Italia e in particolare sulle Alpi sia un dato ormai assodato e mi sia permesso chiederle, con tono accorato: perché?
Ho imparato a conoscerla da bambino, quando una persona gentile e sorridente, il Generale Edmondo Bernacca, appariva in televisione per le previsioni del tempo e diceva agli italiane che lei, proprio lei ci portava l'estate, spiegando la sua presenza protettrice su di una grande carta. Io non sapevo che cosa fosse un anticiclone, poi ho capito che - questione di isobare - se c'è splende il sole, sennò c'è il tempo infame come quello di questi mesi. Ho sempre saputo, invece, sin da ragazzino - per una passione per la geografia - dove si trovassero queste Azzorre, un Arcipelago dell'oceano Atlantico, regione autonoma del Portogallo e questo come valdostano mi è sempre parsa un'incoraggiante similitudine. Capisco che la sua terra natale si trovi piuttosto distante, a circa 1400 chilometri coste europee, ma questo sinora non le aveva mai impedito di venire.
Ma veniamo al punto: che cosa le abbiamo fatto? Questa specie di gigantesca "nuvola di Fantozzi" che ammorba la mia Valle d'Aosta a che cosa è dovuta?
Di getto una risposta ce l'avrei, ma implicherebbe spiegazioni sulla situazione politica locale e dovrebbe ipotizzare una sua perfetta conoscenza dei fatti. Così la scelta di non farsi vedere per tanto tempo sarebbe da considerarsi come un "aiutino" della Natura per sbloccare la situazione, magari per giungere a quelle dimissioni attese - come una fastidiosa stipsi - che non vengono mai. Il suo ritorno e quello conseguente del bel tempo sarebbero l'ideale per festeggiare il salutare punto e a capo...
Insomma: i responsabili sono i complessi cambiamenti climatici, come se le avessero mutato le abitudini della vita di sempre, rendendola latitante. Così lei, Signor Anticiclone, ha smesso di farci da scudo contro le violente perturbazione in arrivo da Ovest, andandosene più a Nord. In sua vece, spunta ogni tanto - con inutile calura africana - l'anticiclone libico, che già inquieta per il posto da dove viene.
Siamo sfiniti, stanchi di queste piogge e non ci consola l'attesa ondata di cinesi al Casinò di Saint-Vincent che dovrebbe portare l'arcobaleno e neppure la notizia, pubblicata in un paginone di un settimanale locale, che la gran parte dei politici valdostani resterà in vacanza in Valle, trattandosi per alcuni di loro semmai di un'aggravante, che potrebbe spingerla, Signor Anticiclone, a non venire mai più e persino a scatenarci contro il "Niño". Speravo in Matteo Renzi, ma non essendo mai la Valle d'Aosta appartenuta al Granducato di Toscana temo che non interverrà con quel suo tocco magico, che pare guarisca anche dalla scrofolosi i malati e dai brufoli i boy-scout. Resterebbe da spedirle a prenderla il nostro esercito di montagne, che sarebbero bei guai per lei, ma resta la circostanza che i loro sono movimenti che si sviluppano lungo milioni di anni e la durata delle nostre vite non coincide con le ere geologiche.
Per cui non resta altro che pregarla sinceramente di tornare: pensi ai nostri bambini pallidi, ai vecchietti con i reumatismi, ai turisti inzuppati e anche alle povere mucche in cima ai prati alpini con il cappello a pon pon per proteggersi dal freddo.
Torni, la prego. Le garantiamo prelibatezze della cucina regionale, la bellezza dei nostri panorami se baciati dal sole, la nostra riconoscenza eterna e pure la Presidenza di qualche cosa e l'assunzione di qualche suo parente - genere cumulonembo o cirro - in qualche società di scopo attraverso un'emergente società di lavoro interinale. Anzi, non è che ci toccherà costituirne una apposita - tipo "VdA Anticiclone" - per agevolare la sua rentrée?
Aspettiamo riscontri.
Con viva cordialità.

Le tante piaghe

Pensavo, qualche settimana fa, visitando a Malta la Concattedrale di San Giovanni Battista, chiesa barocca con uno stupefacente Caravaggio, come quest'isola - Stato dell'Unione europea - sia impregnata dalla storia di tutte le vicende legate al susseguirsi delle Crociate.
Queste "avventure" sono state, nel nome della religione, la palese dimostrazione di come anche una religione d'amore, come il cristianesimo, possa sprofondare nella violenza e basta aggiungerci l'Inquisizione, le guerre di religione e le stragi degli eretici di varia epoca per tracciare un quadro desolante.
I Papi degli ultimi anni, ormai dentro la modernità, hanno saputo ricostruire fatti e avvenimenti, dimostrando - con una presa di distanza forte - come certi avvenimenti drammatici e terribili siano oggi fuori dal nostro perimetro di idee e di comportamenti.

"Le désir de la mer"

Una scritta al castello di IssogneIeri, complice il tempo su cui ormai stendo uno speranzoso velo pietoso, sono stato in visita educativa - viva la "Civilisation valdôtaine"! - con il più piccolo dei miei figli al castello di Issogne, maniero rinascimentale. Comoda la prenotazione fattibile on line e ottima la visita con guida espressiva e competente. Segnalo la necessità di restauri conservativi delle celebri lunette degli artigiani e del corpo di guardia, che sono fra le poche testimonianze visive della Valle d'Aosta a cavallo fra Quattrocento e Cinquecento. Per non dire dello stato della celebre "fontana del Melograno" nel cortile, simbolo di fertilità e delle radici della famiglia Challant, pure già sottoposta a significativi interventi di restauro.
L'ultima volta ero stato nel castello, in cui da bambino arrivavo in bicicletta e scorrazzavo con una certa libertà, con Massimo Cacciari, che - dalla profondità della sua cultura classica - sapeva leggere con facilità e ricchezza inusuali ogni simbolo e allegoria, com'è possibile fare ad esempio con le fattezze della straordinaria scala elicoidale e nella sala della Giustizia riccamente affrescata da un anonimo artista fiammingo.
Questi nostri monumenti del passato, che mostrano come la Valle facesse parte di un mondo europeo ben vasto (lo dimostrano ad Issogne anche i graffiti multilingue tracciati nei secoli sui muri), sono un esempio consolante di una storia millenaria. Ogni tanto mi dolgo di una grottesca "damnatio memoriae" dell'attuale politica, che scrive la storia contemporanea sulla falsariga di un fenomeno nato nell'antica Roma. Si tratta della condanna decretata contro personaggi dei quali si voleva cancellare ogni memoria (effigie, iscrizioni e altro), che è diventata proverbiale rispetto a chi, in tutti i tempi, vuol far dimenticare il lavoro dei propri predecessori.
Ma, in fondo, il flusso storico ha tempi più lunghi di certe miserie umane.
Resta, tuttavia, la necessità di conoscere il proprio contesto, naturale e culturale, per evitare di essere estranei, come rischia di ritrovarsi chi vive sospeso in uno stato di ignoranza, nel suo significato etimologico di "che non sa". Mi domando talvolta se su questo capitolo alla fine si sia fatto tutto il necessario. Ognuno, me compreso - penso al tentativo di riempire di significati il passaggio alla maggiore età con il "rendez-vous citoyens" - ha dato il meglio. Infatti e purtroppo persiste una forma di grave smemoratezza, che appare ancora più negativa perché l'autonomia speciale la si deve supportare con una coscienza piena della propria identità.
E' da poco trascorso il settantesimo anniversario dalla scomparsa dell'aereo e del suo pilota, quell'Antoine de Saint-Exupéry creatore unico di figure retoriche (ma sempre poetiche!) di successo. Ricordo questa: "Quand tu veux construire un bateau, ne commence pas par rassembler du bois, couper des planches et distribuer du travail, mais reveille au sein des hommes le désir de la mer grande et large".
Ciò vale per il futuro di qualunque popolo. Si tratta di dare solidità alle speranze future, ma avendo consapevolezza di quanto si è costruito in passato per avere certezze nel guardare la linea piena di inquietudini dell'orizzonte.
Vale se si riesci a non interrompere il passaggio fra generazioni.

I criminali non sono eroi

Il cast di 'Romanzo Criminale 2'Sarà pur vero che la televisione perde colpi di fronte alla rivoluzione digitale e al palinsesto che ognuno può crearsi e personalizzare con Internet. Ma lo strumento si sta adeguando con inaspettata flessibilità alle nuove sfide tecnologiche e, come ha periodicamente fatto la radio ogni volta che le si cantava il suo "De profundis" e risorgeva dalle proprie ceneri, penso che non si debba pensare ad un superamento della televisione, ma accettare con serenità le trasformazioni in atto e quelle che verranno. Chi non si adeguerà sarà fuori e anche per questo, nel mio lavoro, predico modernizzazione della televisione regionale della "Rai" per evitare di ritrovarsi dei naufraghi sopravvissuti in braghe di tela, perché nessuno si ferma o torna indietro a recuperarti, se non usi i nuovi strumenti di comunicazione.
Ma, sia chiaro, come la televisione resti un mezzo potente e da maneggiare con molta cura e attenzione. Mettete un bambino davanti a una televisione e resta, indelebile, la capacità ipnotica della "televisiùn" (come la chiamava, per sfotterla, il grande Enzo Jannacci).
In questo periodo, ho guardato su "Sky" la seconda serie di "Romanzo criminale" e ho visto di recente "Gomorra". La prima è una storia tutta romana, ambientata dalla fine degli anni Settanta, che riguarda la nota "Banda della Magliana" e la serie è tratta dal romanzo del magistrato Giancarlo De Cataldo, in un incrocio fra criminalità rampante, politica corrotta ed affarismo. La seconda, ispirata al celebre libro, di grande successo internazionale, di Roberto Saviano, si occupa della Camorra, della sua ferocia e del radicamento in Campania ma anche in Europa.
Ricordo, per analogia, la lunga serie della fiction sulla Mafia, "La Piovra", che dal 1984 al 2003 ha avuto un grande successo sul piccolo schermo. Come i prodotti successivi, oltreché un successo in Italia in termini di ascolto, questi sceneggiati hanno avuto enorme eco nei palinsesti delle televisioni di tutto il mondo. Ricordo anche - lo fece tra gli altri Silvio Berlusconi - le polemiche sul rischio di esportazione di un'immagine eccessiva e fuorviante dell'Italia. Ma è la triste fotografia della realtà, che sarebbe stato illogico e autoassolutorio censurare o edulcorare.
Guardando questi ultimi prodotti, ho l'impressione che ne "La Piovra" le caratterizzazioni e i ruoli ben chiari esplicitassero, senza troppi ammiccamenti, i buoni e i cattivi. Sarà un modo rozzo di rappresentare la realtà, che è più sfumata, ma in fondo si evita di fare dei mafiosi degli eroi o persino delle vittime con cui simpatizzare. Chi segua "Fox Crime" e le diverse proposte americane sul tema può confermare come non esistano mai ammiccamenti o eccessi di comprensione per chi delinque in filoni di evidente gravità.
Invece, nelle due operazioni - "Banda della Magliana" e Camorra - tutto appare più sfumato e si manipola il pubblico che assiste, se viene posto di fronte ai personaggi senza un minimo di conoscenza dei fatti. Si rischia, per capirci, che la presentazione dei personaggi e la loro "umanizzazione" finisca alla fine per creare un flusso di simpatia, che metta in ombra la realtà di assassini e delinquenti, che non hanno diritto a rappresentazioni che suonino come parzialmente assolutorie o "comprensive".
Giocare con il fascino perverso della criminalità non serve a nessuno, specie in un mondo in cui già in troppi casi vi è una sublimazione della violenza.
Penso ai bambini degli estremisti islamici fotografati con in mano la testa mozzata del "nemico" di papà.

I gufi di Renzi

Uno degli ultimi 'tweet' di Matteo RenziPer il premier Matteo Renzi il modo più espressivo e invero inusuale nella politica italiana è l'utilizzo, specie per delle frecciatine, di "Twitter". Un suo utilizzo consente di certo spontaneità e immediatezza, ma ha la caratteristica di lasciare traccia anche di quanto si scrive d'impulso o anche di quando si assume un impegno, di cui prima o poi si chiederà conto.
Nei 140 caratteri consentiti dal "social", Renzi spesso utilizza un termine contro gli avversari per lui meritevoli di essere fulminati: "gufo", riferendosi proprio al noto uccello rapace notturno. Ancora ieri ha detto: «Non lasceremo il futuro ai gufi».
E allora, come talvolta faccio, diamo un'occhiatina a come nasce questo termine, "gùfo", risalente all'inizio del secolo XIV.
La parola è romanza di origine latina, anzi del latino tardo "gufōne", che - con sottrazione del falso suffisso accrescitivo - diventa appunto "gufo". Nel latino classico era "būbo", in quello rustico si usava "būfo". E' chiara dunque l'origine imitativa dal verso del volatile e lo era anche nella tradizione indoeuropea, come dimostrano il greco "býas" e l’armeno "bu", che trovo meravigliosamente sintetico. Evidente che anche il francese "hibou" fa parte della stessa storia.
La definizione "gufàggine" risale, invece, a metà Ottocento e va collegata ad una "persona di umore tetro", mentre "gufàre" - che piace di sicuro a Renzi nel più recente significato di "portare sfortuna" - arriva dal XV secolo e voleva dire "beffare soffiando nel pugno per imitare il gufo". Insomma, uno sfottò. Ricordo che da bambino era un giochino che si faceva ma senza malizie.
Matteo Renzi ha classificato, con l'appena citata definizione di "menagramo", come "gufo" chiunque lo critichi, prevedendone poi tre varianti: "gufi indovini", "gufi professori" e "gufi brontoloni".
E' stato il settimanale "Panorama" a sostenere che, fra i "gufi indovini", va annoverato, come esempio, Renato Brunetta. Nella categoria "gufi professori" c'è Stefano Rodotà, mentre Stefano Fassina è uno dei "gufi brontoloni". A ciascuno definire, caso per caso e polemica per polemica, con quale esatta classificazione vengano impallinati dal "fiorentino".
A me - per il poco che conta e a sua difesa - il gufo piace: l'ho appena rivisto al "Parc animalier" di Introd assieme ad altri volatili simili, come civetta (nota per essere con la sua presenza presagio di morte) e barbagianni (anche lui associato alla sfortuna). Trovo molto bello il raro gufo reale ("bubo bubo"), presente anche in Valle, dove gode di speciale protezione proprio a tutela di quella tranquillità che gli è necessaria.
Certo questi uccelli notturni - e la notte inquieta noi mammiferi dormiglioni e paurosi - si portano dietro secoli di superstizione, dovuti alle loro fattezze, alle espressioni del muso (specie gli occhi ipnotici), ai versi sinistri e forse anche al modo di volare. Comunque sia, quando ne leggi le abitudini, hai la conferma che si tratti di uccelli timidi e riservati, ben distanti da quella logica antropocentrica di farne dei porta sfortuna. Sostenere che qualcuno porti male - lo dico immaginando la vita terribile di chi si trovi a portare la croce di questa nomea - non solo è una cattiveria, ma è anche un'evidente sciocchezza. Ma chi è superstizioso è da sempre pronto a tutto ed è una brutta storia.
Per cui è vero che "gufo" non è una parolaccia, ma nasconde una serie di pregiudizi e di credenze di cui si può fare a meno, soprattutto se ci si scherza, ma con quella punta di veleno che ferisce.

Augusto anche a Ferragosto

Pierre Lucat nello spot della mostra pariginaIn questi giorni si ricorda la morte di Cesare Ottaviano Augusto ed quanto per altro si sta facendo da un annetto, ad esempio con una mostra prestigiosa al Quirinale, che si è tenuta a Roma e poi è stata spostata a Parigi (dove lo spot televisivo è stato fatto, nelle vesti di Augusto, dall'attore valdostano Pierre Lucat, che, come potete vedere sotto, doveva apparire stranito di fronte alla città moderna). In Valle - con la storia della "spending review" che ha azzerato il settore cultura - il programma dei festeggiamenti è striminzito e messo assieme all'ultimo, anche se la data era nota da alcuni secoli...
Il Nostro - agli onori con il celebre Arco nella nostra Aosta - morì duemila anni fa, il 19 agosto del 14 d.C. a Nola, anche se poi ovviamente venne seppellito in un mausoleo a Roma. Aveva 77 anni, età di tutto rispetto nell'antichità, tenuto conto che sin da giovane era pieno di acciacchi. Ma, si sa, che i dittatori tengono duro...
Giorni fa notavo come il caso, più che un eccentrico legame culturale che non vedrei nelle corde della "Protezione civile", abbia collegato quella cittadina del napoletano con la nostra Valle, legata già nel suo nome al Princeps (Aosta è Augusta Prætoria, città coloniale, nata dopo la sconfitta dei Salassi, popolo montanaro, vittima della crudeltà dell'augusto Augusto). Se il Vesuvio esplodesse, infatti, i trentamila abitanti della città dove morì il primo imperatore, se davvero sfuggissero al dramma dell'eruzione in tempo, verrebbero trasferiti armi e bagagli - nella ripartizione per Regione degli sfollati - in Valle d'Aosta. Strana liaison.
Pensavo ad Augusto, che è stato un creatore di un imbattibile culto della personalità e di una manipolazione della storia scritta a sua esaltazione, proprio in riferimento al mese che stiamo vivendo e alla giornata di oggi. Qui siamo davvero di fronte ad un "uno-due" senza eguali. Agosto trova, infatti, la sua origine nell'antica Roma, e nasce per volontà del già citato Augusto, che pure passò da una decisione nell'anno 8 a.C. assunta formalmente dal Senato romano. Ma fu Augusto, in realtà, che volle intestarsi questo mese, dedicandoselo. E fu lui stesso a togliere un giorno a febrarius, febbraio, in modo che il mese con il suo nome avesse lo stesso numero di giorni di quello di Giulio Cesare, così il mese di luglio ed agosto sono gli unici due mesi contigui che contano trentun giorni. E ciò ha resistito sino ad oggi e ormai si è assestato, dando ad Augusto anche questa posterità.
Ma gli arriva, di riflesso, anche la seconda esaltazione rimasta ai posteri, il Ferragosto. Infatti la parola Ferragosto deriva dal latino, "Feriae Augusti", la festa pagana, introdotta in onore dell'imperatore romano Augusto, con cui, dal primo giorno del mese di agosto si celebrava la raccolta dei cereali. Tale celebrazione che di solito veniva festeggiata più avanti in settembre, alla fine del ciclo della stagione estiva, venne spostata sempre da Augusto all'inizio del mese che porta il suo nome.
Le "Feriae augusti" si dipanavano tra riti collettivi e banchetti, bevute e momenti erotici libertini, a cui tutti potevano partecipare, comprese schiavi e serve.
Queste festività che raggiungevano il loro picco il 15 del mese, dunque come oggi in una sola giornata a bagordi limitati.
Feste così radicate che la Chiesa decise, come in altri casi tipo Natale, di cristianizzarle, piuttosto che provare a sradicarle. Così, nel secolo VI, le "Feriae augusti" vennero assorbite e trasformate nella ben più seria celebrazione dell'Assunzione in cielo di Maria Vergine che, terminata la sua vita terrena, fu elevata alla gloria celeste.
Oggi la parte pagana della festa è il Ferragosto, giorno di vacanza con grigliate, bevute e, per chi è lì, gavettoni in spiaggia, mentre la parte cattolica celebra appunto la Madonna.
Ma dietro a tutto c'è lo zampino di Cesare Ottaviano Augusto e il suo sforzo riuscito di imprimere dove poteva il suo nome.
Si dice che prima di morire avesse recitato in greco la formula di rito, pronunciata di solito alla fine delle commedie: «Se la commedia è stata di vostro gradimento, applaudite e tutti insieme manifestate la vostra gioia». Sapeva di avere recitato bene la propria vita, anche se la rilettura storica fissa con chiarezza i lati oscuri meno visibili.
Buon Ferragosto!

Perché la pareidolia

Il presunto 'alieno' sulla LunaAvrei voluto parlare della "pareidolia" già nei giorni scorsi, poi ho scritto d'altro. Ora un nuovo spunto viene dalla Rete con la storia di una foto della Luna in cui risulta un alieno o presunto tale che passeggia sul nostro satellite. Non si capisce cosa starebbe a farci, visto che la località non pare molto amena.
Come tutti i fatti di questo genere, tipo una enorme faccia vista su Marte, anche questo è diventato virale e mi ha fatto venire in mente la "pareidolia".
La definizione più sintetica del fenomeno si trova in "Wikipedia": "La pareidolia (dal greco "είδωλον - immagine", col prefisso "παρά - simile") è l'illusione subcosciente che tende a ricondurre a forme note oggetti o profili (naturali o artificiali) dalla forma casuale". Per capirci subito vale il caso, praticato da tutti da bambini, di vedere nelle nuvole oggetti singoli o associati, plasmati dal movimento di quelle formazioni di vapore acqueo. Gioco che a me piace fare anche da adulto e giuro che una sera ho fatto credere a mio fratello che le luci sparate in cielo dal Casinò di Saint-Vincent, associate a una strana formazione nuvolosa tipo astronave, fosse lo straordinario arrivo dei marziani!
Tutti, da bambini, abbiamo visto una faccia nella Luna piena, come quella del "Viaggio sulla luna" dei fratelli Lumière, per fare un altro esempio.
Nel sito "Disinformatico" dello scienziato e "smontabufale" Paolo Attivissimo si legge: "Una delle spiegazioni più intriganti per il fenomeno della pareidolia, ossia la tendenza a riconoscere forme familiari in immagini che in realtà sono solo forme pseudocasuali (le macchie nel muro scambiate per Madonne, per esempio), è che si tratti di un meccanismo nato dalla selezione naturale. La tesi, in sunto, è questa: se un nostro antenato primitivo non si accorgeva che nell'erba alta c'era nascosto un predatore, finiva mangiato e quindi non si riproduceva. Gli umani che avevano una maggiore propensione a riconoscere le forme dei predatori mimetizzati, invece, non venivano mangiati e quindi si riproducevano. A lungo andare, questa selezione avrebbe promosso gli individui che avevano maggiormente questa sensibilità e anche quelli che l'avevano in eccesso, perché chi scappava anche quando la macchia a forma di predatore non era un predatore ma soltanto una macchia aveva più probabilità di cavarsela rispetto a chi diceva «tranquilli, quello non è un leone, è soltanto una macchia» tre secondi prima che la "macchia" se lo portasse via fra le zanne".
Insomma: il fatto che questa predisposizione si manifesti sarebbe dovuto al fatto che l'evoluzionismo ha privilegiato chi ha colpo d'occhio unito a fantasia. Per cui non sembri eccentrico, ma c'è chi coglie figure umane in un lavandino, nelle facciate delle case, nei tronchi di legno e avanti di questo passo. Naturalmente esiste anche chi non usa l'approccio visivo ma adopera quello uditivo. Ci sono trasmissioni radio che mandano, ad esempio, brani anche famosi in inglese che sembrano nascondere parole o intere frasi in italiano, spesso di significato buffo.
Dei due fenomeni ha scritto anche, nel suo trattato sulla pittura, lo stesso Leonardo da Vinci con il linguaggio della sua epoca: «E questo è: se tu riguarderai in alcuni muri imbrattati di varie macchie o pietre di vari misti, se arai a inventionare qualche sito, potrai lì vedere similitudine de' diversi paesi, ornati di montagnie, fiumi, sassi, albori, pianure, grandi valli e colli in diversi modi; ancora vi potrai vedere diverse battaglie e atti pronti di figure, strane arie di volti e abiti e infinite cose, le quali tu potrai ridurre in integra e bona forma. E interviene in simili muri e misti come del sono di campane, che ne' loro tocchi vi troverai ogni nome e vocabulo che tu imaginerai».
Per chi ami l'inverno, con la neve e il ghiaccio, il fenomeno non stupisce: capita di scorgere nel gelo figure quasi umane o di sentire nel frusciare del vento in montagna suoni che paiono voci.
Non siamo matti, ma frutto assai maturo dell'evoluzione!

Se l'orso non è Yoghi

L'orsa 'Daniza' con i suoi due cuccioliLa premessa è che viviamo in un mondo che troppo spesso ragiona alla rovescia e purtroppo non riesco a rassegnarmi alla circostanza, anche se certi fatti avvengono sulle Alpi e nelle meravigliose Dolomiti.
Amo la cronaca locale. Così scrive le campanedipinzolo.it di due giorni fa: "Grande sconcerto in tutta la Rendena per la notizia dell'aggressione di cui stamattina è rimasto vittima Daniele Maturi Carnera di Pinzolo, battipista dipendente delle Funivie Pinzolo. Mentre cercava funghi in località Maniva alta, si è trovato di fronte due cuccioli di orso. Percependo subito il pericolo, ha cercato di allontanarsi rapidamente ma è stato aggredito dall'orsa, preoccupata per i suoi piccoli. Colpito da una zampata alla gamba e al braccio, ha cercato di difendersi dall'attacco e solo dopo una breve colluttazione è riuscito a fuggire. Ora è ricoverato all'ospedale di Tione dove è stato medicato".
Bello anche l'incipit di giudicarie.com: "Si è salvato solo perché è il più forte del paese. Questa la voce che circola a Pinzolo da stamattina. Daniele Maturi Carnera è stato aggredito questa mattina dall'orso. La voce è iniziata a circolare in paese verso le 10 e confermata dal fratello Emanuele. Stava raccogliendo funghi nella zona tra Maniva e Circinà, sopra Pinzolo quando ha visto due piccoli di orso. Si è subito ritirato sapendo che poteva esserci nei paraggi la madre. Ma non ha fatto in tempo a farlo che è stato aggredito dall'orsa che gli ha inferto una zampata colpendolo ad un braccio e ad una gamba. Daniele ha cercato in tutti modi di difendersi, è stato colpito altre volte sul braccio e sulla gamba, ma è riuscito a far perdere l'equilibrio al plantigrado e a darsi alla fuga. Maturi è stato ricoverato all'ospedale di Tione dove sono stati riscontrati vari traumi ma non è in pericolo di vita".
Ed ecco dall'Adige cosa dice "il Carnera del Trentino", un soprannome che dimostra tra l'altro che, come il celebre pugile e per sua fortuna, l'aggredito è un marcantonio: "«Ho avuto paura di morire». Daniele Maturi, il 38enne di Pinzolo aggredito ieri mattina nei boschi di Pinzolo, è ancora spaventato per quello che gli è accaduto. Dopo essere stato visitato e curato al Pronto Soccorso di Tione, abbraccia parenti e amici. «Stavo camminando - spiega - quando mi sono trovato di fronte mamma orsa e due cuccioli. Sono scappato e, non so come, ho avuto la forza di allontanarla e salvarmi»".
Tutto nasce per cercare di risollevare le sorti dell'ultimo nucleo di orso bruno delle Alpi italiane, quando nel 199 prese avvio, mediante finanziamenti "Life" dell'Unione Europea, il "Progetto Ursus" - tutela della popolazione di orso bruno del Brenta, più noto come "Life Ursus". Oggi nella zona ci sono una cinquantina di orsi (ad uno, nei Grigioni, gli svizzeri hanno sparato per la manifesta pericolosità, come hanno fatto con dei lupi) e questo sta creando problemi mica da ridere e non a caso, giorni fa, la Giunta provinciale di Trento aveva deciso che in casi estremi si potesse giungere sino alla soppressione. Per "Daniza", l'orsa che ha aggredito il povero Carnera, si è prevista la sola cattura e immagino che si debba anche trovare una soluzione per i cuccioli che allatta. Bisogna dimostrare un atteggiamento umano e intelligente, ma non raccontare storie genere che il Tizio aggredito volesse portarsi via gli orsetti!
Ma anche questo si legge nell'"apriti cielo" sui "social", dove evidentemente si ragiona ormai a compartimenti stagni: il cattivo diventa l'uomo, mentre l'orsa è un idolo, degno di una "sindrome da orso Yoghi", rappresentazione da cartone animato di un orso ben distante dalla realtà con il suo amichetto Bubu.
Esce fuori in certi gruppi un concetto distorto della Natura, che sembra ormai un'entità autonoma dalla presenza umana. Questo parrebbe l'atteggiamento politicamente corretto, anche se poi - a dimostrazione che i "social" non sono il mondo reale - certi estremismi ambientalisti prendono ormai gran legnate alle elezioni.
Non mi stupisco affatto che ci sia, comunque, questo penchant antiuomo, come le terribili mine. In molti, se potessero riscrivere la fiaba di Cappuccetto Rosso, terrebbero senza dubbio per il Lupo non più cattivo, considerando la ragazzina una rompiscatole viziata e leziosa e la nonna una vecchia bacucca. Il cacciatore che le salvò e uccise il lupo non troverebbe neppure un difensore d'ufficio...
Orsi e lupi sono ormai nella categoria buoni per definizione, mentre noi esseri umani - e ce lo diciamo da soli - siamo brutti e cattivi. Inutile tentare di ragionare, purtroppo, anche se la soluzione è nel buonsenso della convivenza con predatori, ma in territori adatti e con regole chiare.
Io tengo sempre per i montanari, che non possono certo girare armati come nel Far West a tutela dei propri animali domestici e pure della propria pellaccia. Al primo turista morto stecchito si solleverà, invece, l'umano mondo e magari gli stessi che oggi sono buonisti agiteranno il cappio.

Se la pianta ti fa l'occhiolino

Il 'flower power' della 'Parrot' per gestire le piante con un'appInvidio chi ha il "pollice verde": ne sono del tutto privo e la mia mancanza di dimestichezza nell'interazione con il mondo vegetale non è inimicizia, ma goffaggine.
Tempo fa, ho letto un articolo sul tema di quel divulgatore competente che è il giornalista scientifico e scrittore Piero Bianucci de "La Stampa", sul tema - che vagamente mi inquieta perché non vorrei apparire maleducato con piante e fiori che incontro - del comprendonio degli organismi vegetali. L'incipit spazza via gli eccessi di chi esagera sul punto: «C'è chi parla alle piante, e persino chi crede di riceverne risposta. Sono comportamenti animistici, viziati da una visione antropomorfica della natura diffusa nel pensiero new age. Eppure non si può negare che qualche fondamento scientifico ci sia».
Insomma un'apertura timida ma razionale. Segue il racconto del cammino delle scoperte: «Vent'anni fa Daniel Chamovitz, biologo dell'Università di Tel Aviv, ha scoperto che nel nostro patrimonio genetico abbiamo un gruppo di geni che esiste identico nelle piante. Nel 2009 i biologi sono riusciti ad accertare che quei geni regolano la risposta alla luce non solo negli organismi vegetali ma anche negli animali e nell'uomo. Stiamo parlando, in sostanza, di geni comparsi in un'epoca remota, così fondamentali per la vita che l'evoluzione biologica li ha conservati intatti dalle alghe a "Homo sapiens"».
Ecco poi gli elementi sintetizzati in un libro: «Se le piante sono nostre cugine, sia pure alla lontana, è lecito domandarsi fin dove si spingano le affinità dovute a questa parentela. Forte del prestigio conquistato con la sua scoperta dei geni comuni, Daniel Chamovitz ci offre la risposta nel libro "Quel che una pianta sa: guida ai sensi nel mondo vegetale" (Raffaello Cortina, 180 pagine, 18 euro). Ebbene: le piante vedono, annusano, toccano, comunicano e odono. Basta mettere le virgolette a questi verbi per evitare la deriva new age».
Ho cominciato a leggere il libro, che ho trovato in francese come ebook. Ma intanto penso ad amori e odi verso le piante che mi stanno vicine. Anni fa mi avevano regalato un "ficus benjamin" che avevo messo nel mio ufficio in Consiglio Valle: viveva placida. Quando l'ho spostata alla "Rai", forse per la luminosità maggiore, deve aver pensato di vivere nella foresta amazzonica, crescendo a dismisura sino a finire in uno spazio comune. Rischiavo di spostarmi nella stanza con una liana come Tarzan.
Il disprezzo, invece, credo che lo colga, con un fremito di paura se ha memoria dei miei "strappi", il rampicante presuntuoso che dalla casa dei vicini si diffonde verso la mia e se non intervenissi farei la fine di un tapino strangolato da una piovra.
Ma l'apoteosi del rapporto fra vegetali e umani è certamente l'orto, sintesi del nostro tentativo riuscito di addomesticamento. Io compro frutta e verdura in negozio, ma sono circondato da diverse persone che sono per il jardin potager come Niccolò Paganini era per il suo violino. Produrrebbero nel deserto o su una pietraia. Quel che colpisce è che la passione si trasforma presto, con ansia di prestazione, in una produttività che farebbe impallidire il famoso minatore russo A. G. Stachanov (1906-1977), che nel 1935 segnò un primato nella quantità di carbone estratto individualmente. Da lui il termine "stakanovista", ideale per definire chi di orto colpisce, facendo del suo pezzo di terra il luogo dove cresce ogni ben di Dio da distribuire a parenti e amici. Non solo perché chi produce ha un'anima buona e una logica ridistribuiva, ma perché - con il passare degli anni - l'orticoltore coltiva e coltiva sempre più a dismisura, finendo in genere per avere una produzione equiparabile a un piccolo Stato europeo.
Invidio chi coltiva un orto o cura un giardino, perché come ha scritto Erik Orsenna: "Tout jardin est, d'abord, l'apprentissage du temps, du temps qu'il fait, la pluie, le vent, le soleil, et le temps qui passe, le cycle des saisons".

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