July 2014

La Via Francigena

Alcuni pellegrini lungo la 'via Francigena' valdostanaLi vedo, viaggiando sulla Statale, mentre lungo la strada macinano la loro tappa quotidiana. Sono i pellegrini che percorrono la "via Francigena". Li riconosci dall'abbigliamento, dal sacco sulle spalle e dalla camminata spedita, sono in gruppo o da soli. Ogni tanto li ho incontrati anche mentre ero in giro a piedi: spesso chiedono informazioni, perché la segnaletica non li aiuta e chi è esperto mi ha spiegato - e pare che lo sappiano anche le autorità competenti, che fanno "spallucce" - l'esistenza di almeno cinque errori nelle indicazioni sul suolo valdostano, che portano i pellegrini fuori strada...
Ma riprendiamo il tema da capo. Chi sono i pellegrini? Come talvolta capita su questa pagina partiamo dall'etimologia, che dice più di tante cose: "latino tardo pelegrīnu(m), variazione di "peregrīnus". "straniero, forestiero, esotico" con dissimulazione della prima -r-, derivato dell'avverbio "perĕgre", "fuori città, all’estero" (letterale "per i campi"), da "ager", "campo" - francese "pèlerin", occitano "pelerin", catalano "pelegrí"; passato dal latino medievale nel tedesco "piligrim" (tedesco "Pilger", inglese "pilgrim"). Il termine, che indicava in origine chi proveniva o si avventurava al di fuori del territorio ("ager") romano, nel Medioevo è passato a indicare chi si recava in viaggio a Roma in quanto capitale della cristianità".
Eccoci, invece, a "via Francigena" o "Franchigena", "Francisca" o "Romea": è una serie di vie che conducevano dall'Europa centrale, in particolare dalla Francia, a Roma e poi pare ci fosse chi proseguiva verso Gerusalemme. Nel decimo secolo il vescovo Sigerico descrisse il percorso di un pellegrinaggio che fece da Roma, a cui era giunto per ricevere dal Pontefice il "pallium", per ritornare verso Canterbury nel ruolo che sarà poi del nostro Sant'Anselmo. Per curiosità mise 46 giorni a raggiungere Aosta da Roma. In realtà questa rete dei pellegrinaggi ha moltissime varianti e copre il Vecchio Continente come una ragnatela in diversi percorsi della fede.
Sul nostro territorio il pellegrino si affaccia dal Gran San Bernardo e finisce la tratta valdostana in poco tempo uscendo a Pont-Saint-Martin. Purtroppo, al di là della cattiva tracciatura, ci sono problemi di pernottamenti e di pasti: manca cioè un sistema specifico, che altrove è invece nato a sostegno del pellegrino e tenendo conto delle forti potenzialità turistiche di questo percorso. Qualche sforzo, caduto nel vuoto, era stato fatto per il "Giubileo" del 2000, compresa la costruzione di un ostello in Aosta, di proprietà della Curia, mai funzionante e che ha cambiato destinazione nel frattempo.
Osserva a questo proposito Monica D'Atti, priore della "Confraternita di San Jacopo di Compostela", essendo il confronto con il famoso e ben organizzato "Cammino di Santiago" del tutto impietoso: «I soldi pubblici sono arrivati, tanti, quasi quanti ne ha avuto la Spagna per il "Cammino". Ma in Spagna i soldi sono stati usati per ospitali, ponti e messa in sicurezza del percorso con camminamenti. Qui sono già stati adoperati in parte per consulenze, convegni, siti web, riviste patinate…».
Penso che sia inutile affondare ulteriormente la lama. Aggiungerei solo - per quel che riguarda la Valle - che manca una registrazione di chi siano i pellegrini in transito. Questo darebbe la possibilità non solo di forme di assistenza e informazione mirata per lasciare un buon ricordo in occasione del loro transito (e si sa quanto nel turismo conti il "passaparola", oggi alimentato dai commenti di vario genere su Internet), ma anche consentirebbe azioni di marketing del tutto interessanti, specie perché l'organizzazione di gruppi potrebbe alimentare molte strutture, anche alberghiere, specie nel fondovalle, che oggi boccheggiano di fronte ad una crisi del turismo che solo chi è miope si ostina a negare.
Sono stato in Galizia a Santiago de Compostela: l'ho trovato un luogo molto interessante e tra l'altro la "specialità politica" e amministrativa della Galizia e il particolarismo culturale della sua popolazione creano similitudini su cui riflettere con la Valle d'Aosta. E' un luogo evocatore che mi è rimasto nel cuore per la carica umana e certo anche mistica dei luoghi, compreso questo Oceano che mette paura. Ma la "via Francigena", nel suo svilupparsi attraverso l'Italia, ha delle attrattive e una varietà che non teme il confronto con il "Cammino". E usare poco questa potenzialità non aiuta e noi, come Valle d'Aosta, siamo il primo biglietto da visita del resto del percorso in questa parte "d'ingresso" delle Alpi e non bisogna, come avviene per larga parte oggi, sfigurare.

Il Capo, i patti e le promesse

Matteo Renzi entra a Palazzo Chigi«Un chef n'est pas obligé de dire tout ce qu'il va faire. Mais il est tenu de faire tout ce qu'il a promis». Così diceva lo scrittore e storico del Mali, Massa Makan Diabaté, che discendeva da un'antica stirpe di griots, i depositari della culture orale africana, piena della saggezza delle antiche popolazioni tribali.
Questa sua considerazione è importante e riguarda l'aspetto più significativo della politica e cioè la necessità che i leader siano onesti nei loro propositi e naturalmente nei loro comportamenti. Il mancato rispetto di quanto detto è oggi il principale fossato che si è creato con l'opinione pubblica, che basa alla fine buona parte del castello dell'antipolitica sul mancato rispetto di quanto promesso nell'enunciazione dei programmi su cui si basa ogni avventura politica. L'attesa, se tradita, crea una situazione che, prima o poi, arriva al punto: non si sfugge alla verità, per quanto si sia bravi ad edulcorare e a strumentalizzare la realtà. Anche i giocolieri più capaci, specie se esagerano con i loro virtuosismi, pagano con l'errore e la figuraccia l'eccesso di rischio.
"Pacta sunt servanda", "I patti devono essere rispettati": la celebre massima, attribuita al giurista romano Eneo Domizio Ulpiano, insegna come non ci si possa liberare unilateralmente dagli obblighi assunti per contratto. Attualmente, il brocardo si applica in particolare nel diritto internazionale, per indicare l'obbligatorietà dei trattati, ma l'ammonimento vale - eccome! - anche per il patto stipulato fra cittadini ed eletti.
Matteo Renzi è stato un elemento di cambiamento: ha affrontato di petto mille dossier con forza e talvolta con atteggiamento guascone. Al suo arrivo ha annunciato un cambio di ritmo con lo slogan impegnativo di "una riforma al mese". Come tanti, benché incarognito da certe esperienze del passato, ho pensato che un credito andava aperto. Così abbiamo visto che il cronoprogramma dei "cento giorni" è poi realisticamente, ma anche disinvoltamente e facendo finta di niente, slittato ai "mille giorni". I sondaggi mostrano che queste dissonanze fra il dire e il fare per ora non scalfiscono il carisma del premier, che può sui tanti fronti aperti reggere le sfide per quella fiducia di cui gode.
Ma lo slogan "molti nemici, molto onore" non portò bene al suo inventore e ancora oggi - malgrado la facilità di dialogo diretto del leader carismatico con i suoi elettori - alla fine l'apertura di troppi dossier non porta bene. Specie se si usa, alla fine, lo strumento delle elezioni anticipate come minaccia o, come in questi ultimi giorni, nell'idea che fare il pieno di consenso consentirebbe di ripartire da capo e pure - con le liste bloccate - di far fuori chi nel Partito Democratico non è "renziano".
Lo spiegava bene ieri Antonio Polito nell'editoriale sul "Corriere della Sera": «Ora ci sono due strade percorribili. La prima è rimettere la testa sulle carte e ripartire dal rompicapo di sempre: le riforme di struttura. La Spagna le ha fatte e ha ripreso a crescere e a creare occupazione. Ha messo a posto le sue banche e soprattutto ha fatto una vera riforma del mercato del lavoro, più facile licenziare e più facile assumere. Noi del "jobs act" sentiamo parlare da quando Renzi faceva la "Leopolda" e ancora non sappiamo se affronterà finalmente il nodo fatidico dell'articolo 18».
L'esempio può piacere o meno ma indica la necessità della "politica del fare".
Ed ecco, secondo Polito, la seconda strada: «Di fronte alle difficoltà dell'economia Renzi può decidere di sfruttare la riforma elettorale e costituzionale che riuscirà a portare a casa per rinviare la resa dei conti pubblici con l'Europa, rilanciandosi con una fase 2.0 e con un Parlamento più fedele. La prima strada porta a fare un discorso di verità al Paese, la seconda ad annunciare sempre nuovi traguardi e cronoprogrammi che poi non possono essere rispettati. Per quanto entrambe legittime, la prima strada ci sembra quella più diritta».
Concludo con quello che oggi - in Italia e anche in Valle d'Aosta, se al posto di scrivere PD si scrive Union Valdôtaine - il problema: il berlusconismo è stato l'apoteosi del partito personalista e abbiamo visto dove si è finiti; il PD non può permettersi di diventare un partito personalista, perché questo comporterebbe le stesse identiche fragilità. Nessuno nega le leadership, perché sappiamo che in democrazia ci vogliono dei volti anche nei ruoli di vertice, ma la vecchia idea dei "gruppi dirigenti", che uniscano alla rapidità di decisione il confronto e l'analisi sui problemi, evitano quella solitudine del Capo, che ad un certo punto rischia di perdere la tramontana, come si diceva dei navigatori che sbagliavano rotta, quando non individuavano più la stella polare. Facendo di questo fallimento un dramma collettivo e l'affondamento del proprio partito.

L'Europa già dimenticata

Un momento dell'incontro con Lara Comi, che ho condotto ad AyasFinita la buriana delle elezioni europee e il "gran tramestio" per la Presidenza italiana del Consiglio, sull'Unione europea sembra sia calato il silenzio. L'Europa, in Italia, è adoperata in gran parte come pretesto, alibi, copertura delle beghe delle politica interna. E mi pare che, allo stato, ci sia una fibrillazione nella politica italiana, che non è più neppure patologica, ma insita nel sistema. Sul voto sulla riforma costituzionale in Senato e sulla nuova legge elettorale si va avanti e indietro come in un infinito "cha cha cha".
Ci riflettevo su questa Europa dimenticata in occasione nella manifestazione "Montagne en rose", organizzata ad Ayas, quando mi è stato chiesto - e l'ho fatto volentieri - di parlare dei temi europeistici, caso raro in una Valle ormai tristemente ripiegata su sé stessa, con due parlamentari europee, elette per altro nella circoscrizione nord-ovest, di cui anche la Valle d'Aosta fa parte.
La prima è Lara Comi, lombarda di "Forza Italia", assai giovane ma già alla seconda Legislatura. Mi è parsa sinceramente impegnata nelle tematiche comunitarie e direi che l'aspetto più significativo è stata una sua giusta osservazione sull'incapacità dell'Italia di fare sistema. Chiunque abbia vissuto in ambito europeo, sa che altri Paesi, in primis la Germania, che ha pure occupato posti chiave nella burocrazia di Bruxelles, organizzano riunioni periodiche in cui il Governo detta la linea sui grandi interessi tedeschi. Capita anche per i francesi e per gli inglesi e, maggior ragione, per Paesi più piccoli. Mentre gli italiani navigano a vista, portando in Europa le beghe nazionali e - peggio ancora - perpetrando il vizio italico della mancanza di una "vision" sui grandi temi in discussione. Per poi piangere sul latte versato...
La seconda parlamentare, che ho avuto l'occasione di presentare al pubblico, è stata Renata Briano del Partito Democratico. Frequentatrice da molti anni di Cogne, dove ha ricordato aver maturato quella sensibilità verso l'Ambiente che ha connotato i suoi studi e la sua azione amministrativa, prima nella Provincia di Genova (le ho ricordato che il primo presidente di quella Provincia fu Antonio Caveri, fratello del mio bisnonno!) e poi nella Regione Liguria. Il suo, in Europa, è un esordio e quindi si trova ancora nella fase - tutt'altro che semplice - dell'apprendistato in quella strana istituzione, che è il Parlamento europeo. Mi sembra che, comunque, abbia colto la necessità di specializzarsi e di scegliere dei temi su cui concentrare il proprio lavoro. Ne abbiamo discusso uno, fra gli altri affrontati, quello del cambiamento climatico, di cui la Briano è stata testimone, occupandosi - nel suo ruolo di assessore ligure alla "Protezione civile" delle terribili alluvioni nelle Cinque terre - ed è lo stretto legame, da ben spiegare in Europa, fra cambiamento climatico in corso e disastri idrogeologici che affliggono in egual misura le coste marine e le nostre montagne.
Ma il momento più stimolante, proprio durante la breve discussione finale, è avvenuto su due domande poste da Enrico Montrosset, direttore artistico della rassegna "en rose". La prima riguarda che cosa significhi, dal punto di vista culturale, quella possibilità di interscambio fra i rappresentanti dei diversi Paesi membri dell’Unione europea. La seconda è perché c'è l'impressione che l'Italia, a differenza degli altri, viva sempre con l'affanno sulle emergenze vere o presunte.
Non potevo rispondere lì e lo faccio qui. Il confronto e l'apprendimento con "culture altre" sono il sale dell'Unione europea. Chiunque entri e stia per un certo periodo nelle Istituzioni comunitarie esce arricchito da visioni differenti, che ti migliorano giorno per giorno. In questo senso - seconda risposta - si soffre ancor di più di questa tendenza italiana alla drammatizzazione del presente, spesso con incendiari che vogliono dimostrare di essere bravi pompieri o con temi posti come immediati e ineludibili per fare della fretta una cattiva consigliera. Urgono per l'Italia ripetizioni in Europa, dove si fissano agende, si predispongono programmi, si declinano le questioni e anche le urgenze non sono fatte con il fiatone del passo del bersagliere o con l'esposizione rischiosa genere "caso Mogherini".
La normalità sarebbe davvero eversiva...

Il giorno in cui conobbi Bich

Marcel BichHo conosciuto Marcel Bich nel 1991, quando aveva 77 anni, in occasione della consueta festa estiva degli émigrés valdôtains. Quell'anno si svolgeva a Châtillon, io ero deputato e fu il mio collega senatore, César Dujany, che lo conosceva già, a presentarmelo.
Benché nato a Torino, le sue radici erano valdostane, visto che i Bich - con illustri esponenti - sarebbero arrivati in Valle nella seconda metà del Trecento, chiamandosi "Bicchi" o "Bichi", per sfuggire alle sanguinose vicende fra guelfi e ghibellini (e loro, senesi, erano di questa fazione, favorevole all'Impero) nella Toscana del tempo.
Lo trovai all'inizio piuttosto scontroso, ma in realtà quel giorno scoprii due cose. La prima: era fiero delle sue radici valdostane. Carattere difficile e gran lavoratore non versato alle relazioni pubbliche, aveva ostentato negli anni Settanta il suo "essere francese" finanziando, senza successo, la barca a vela "France" nella "Coppa America". Non a caso si vedono delle belle foto in cui è vestito da lupo di mare, anche se la sua passione più forte era il golf. Da distante guardava la comunità valdostana a Parigi, inviando premi per la "Tombolà" (accento sulla a) annuale dell'"Arbre de Noël" de Paris. Per capire il fenomeno dell'émigration basti il dato impressionate del mezzo milione di francesi di origine valdostana!
Poi, con l'invecchiamento, Bich cominciò a tornare in Valle e ad apprezzare queste sue montagne di origine e, da buon Barone, anche le ereditate radici nobiliari e l'illustre lignaggio. Tornò, insomma, da dove erano partiti i suoi avi, regalando alla Regione di Ussel con una dotazione per rimetterlo in sesto. Purtroppo nel 1998, quando il maniero ristrutturato venne inaugurato era già morto da quattro anni. Oggi il piccolo castello che domina Châtillon è chiuso al pubblico per la "spending review".
Secondo fatto: Bich aveva accettato quel giorno di essere intervistato, come segno di simpatia verso la Valle d'Aosta. Non avveniva da quasi venticinque anni, dopo aver avuto un'esperienza negativa con un giornale, che aveva, a suo avviso, travisato il suo pensiero. Fece un'eccezione per Daniele Amedeo della "Rai", ma purtroppo una parte di questo documento è rovinato nell'audio dalle campane della chiesa parrocchiale che suonano in contemporanea.
Bich era un genio: aveva reso funzionante la penna a sfera, comprando il brevetto dall'ungherese naturalizzato argentino László József Bíró, che aveva avuto l'idea ma senza concretizzarla con un prodotto all'altezza. Bich divenne miliardario, Bíró morì povero, ma in italiano la "biro", come parola esiste, a suo imperituro ricordo.
Bich inventò poi l'accendino per eccellenza e anche il rasoio usa e getta. Passò in pochi anni da una fabbrichetta a una multinazionale, cavalcando il boom economico in epoca di grandeur francese. Nikita Chruščёv, bizzarro leader sovietico, in visita a Parigi nel 1959 si complimentò con Charles de Gaulle per l'utile invenzione di Bich!
Guardate il sito dell'azienda e vedrete che continua ad essere un potenza sotto l'ala di alcuni degli eredi. Una delle figlie frequenta Courmayeur nel solco dell'amore paterno per la Valle.
Per il marchio industriale tolse la "h" dal nome di famiglia, ma anche in Valle ci sono dei "Bic", capendo che la dizione in francese (genere "biche", che è "cerva" o "cocchina") o peggio in inglese ("bitch" sarebbe "baldracca").
Bich amava la Valle, ma scelse di essere sepolto in un piccolo Comune francese dell'Oise, département della Picardie.
Il perché lo spiegava ieri "Le Parisien": "L'histoire raconte que Marcel Bich a eu l'idée de ce stylo jetable révolutionnaire dans son jardin du Manoir Saint-Germain, sur l'ancienne route de Verberie, à Rhuis. Installé dans l'Oise depuis 1939, Marcel Bich était attaché à la région. Il a restauré le manoir qui était alors en état de ruine avancée. L'église de l'ancien hameau de Saint-Germain ayant disparu, le baron Bich la remplaça par la chapelle Saint-Cyr du hameau de Lèvemont, rachetée auprès de la commune de Hadancourt-le-Haut-Clocher. En 1970, Marcel Bich la fit démonter et reconstruire dans sa propriété de Rhuis. Décédé en 1994, il repose au cimetière de Rhuis".
Ieri erano i cento anni dalla nascita, ma sono anche passati vent'anni dalla sua scomparsa.

Primum vivere?

Anche io, come molti, ho il mio latinorum, ma non lo uso "alla Azzeccagarbugli" (il personaggio manzoniano stereotipo del leguleio da strapazzo, che vuole confondere le acque), ma perché spesso certe espressioni che arrivano da un passato remoto mi sembrano più efficaci di tante espressioni contemporanee.
E' il caso di "primum vivere, deinde philosophari" ("prima si pensi a vivere, poi a fare della filosofia"). Si tratta di un ben noto richiamo ad avere maggiore concretezza ed a una maggiore aderenza agli aspetti pratici della vita. Un'espressione di successo nel suo uso, che viene in genere attribuita al filosofo inglese Thomas Hobbes (1588-1679), trattandosi invece probabilmente di un modo di dire molto più antico. Non c'è da stupirsi: nell'evoluzione del pensiero umano è bene non buttare mai via niente ed è del tutto naturale che una frase di successo finisca poi per rimbalzare durante i millenni.

Quei predatori che tornano sulle Alpi

Mariano AlloccoAmo gli animali, che siano domestici o selvatici. E' una passione dovuta non solo al papà veterinario, ma anche ai tanti cani e gatti che ho avuto ed a quei libri illustrati dell'infanzia che raccontavano degli animali in maniera non fuggevole, perché potevi tornare mille volte sulle stesse pagine, quando la televisione era a dosi ridottissime e Internet non c'era. Cresciuto in un mondo meno globalizzato, il mondo animale era - con un fil rouge di specie in specie - una possibilità di capire e di conoscere, che attraversava i diversi Continenti. Ancora oggi mi stupisce l'incredibile ricchezza del mondo animale e faccio mio lo stupore di Konrad Lorenz: «Esistono alcune cose nella natura nelle quali la bellezza e l'utilità, come la perfezione artistica e tecnica, si combinano in modo quasi incomprensibile: la tela del ragno, l'ala della libellula, il corpo stupendamente affusolato del delfino, e i movimenti del gatto».
Invidio moltissimo Stefano Unterthiner, il grande fotografo naturalista e scrittore valdostano, che ha dedicato la sua vita - con un successo internazionale, sino al prestigio di "National Geographic" - a fotografare, con eccezionale sensibilità e competenza, animali in tutto il Pianeta. La sua gentilezza naturale, quel senso di serenità che trasmette, è forse il segreto con il quale - nascosto e camuffato - riesce ad avvicinarsi ai suoi soggetti e a fotografarli come se lui non ci fosse.
Mi ha sempre incuriosito, in questo contesto, il rapporto uomo-animale e la lettura di libri di etologia mi ha confermato ogni volta come non ci si debba far fregare dalla tendenza antropomorfica di dare agli animali vizi e virtù umane. Come avviene, appunto, nella straordinaria favolistica sin dalla notte dei tempi.
Seguo da tempo il ritorno sulle Alpi di quegli animali pressoché scomparsi per mano dell'uomo, anche nella nostra Valle d'Aosta. Parlo dei predatori e cioè - da dizionario - "animale rapace, appartenente ai Mammiferi o agli Uccelli, che vive predando altri animali". Il caso valdostano è significativo: moltissimi anni fa ci fu un tentativo non riuscito di lancio di una coppia di linci, poi è tornato spontaneamente il lupo, così come la Valle ha goduto della reintroduzione in Francia del Gipeto (avvoltoio degli agnelli), per ora l'orso non c'è, ma le sue deiezioni sono state trovate sulle pendici piemontesi del Monte Rosa e quindi arriverà.
Questi predatori sono amati, perché a pelle sono il segno di una ri-naturalizzazione che fa piacere. Poi viviamo di idee: per cui il "lupo cattivo" ha lasciato spazio ad una canide che pare ormai "buono" e l'orso porta l'impronta di "Yoghi" e "Bubu" dei cartoni animati. Ed invece - il caso svizzero è significativo, perché tutto si può dire della Confederazione ma non che non siano sensibili alla Natura - la presenza dei predatori preoccupa e non a caso gli elvetici hanno già sparato al lupo e all'orso, quando la loro presenza diventa troppo invasiva sulle attività umane. E il dibattito avviene ormai dappertutto e in Francia persino il Parlamento ha approvato con legge la soppressione dei lupi, quando si dimostrano troppo aggressivi con le greggi, come avviene ormai regolarmente nel Sud della Francia. Giorni fa, per la prima volta, ho sentito di una protesta analoga sui Gipeti.
Ipocrisia, penserà qualcuno: se rimettiamo sulle Alpi animali con una dose di ferocia, nella logica tuttavia della catena alimentare, non possiamo poi lamentarci che questi facciano il lavoro di killeraggio. Nel caso del lupo, se finisce in mezzo alle pecore, lui non fa un prelievo intelligente, ma - oltre a cibarsi di un capo - ne ammazza molti altri, in una forma di selvaggio divertissement, che si accentua se il singolo diventa un branco. Idem l'orso, che noi immaginiamo come allegro vegetariano e invece ama cibarsi di carne e può essere, vista la mole, persino minaccioso per l'uomo e così in Trentino, finita la sbornia di allegria per il suo ritorno, la Giunta provinciale ha fissato dei paletti che, se oltrepassati, suonano come una campana a morto per il plantigrado, quando si mostri aggressivo.
Ci sono soluzioni al braccio di ferro fra sostenitori e detrattori? Non è facile, anche perché attorno all'Ambiente ci sono affari mica da ridere, come dimostrato dalla capacità dei Parchi di fare rete, dando talvolta l'impressione che i montanari siano degli zoticoni che non capiscono la Natura e la forza delle "Aree protette". Così fioccano fondi comunitari, come quel "WolfAlps" sul programma "Life" dell'Unione europea, per "salvare i lupi" che fanno infuriare gli allevatori ed i montanari di diverse zone alpine, come il mio amico occitano, Mariano Allocco, che spiega con pazienza e da tempo come magari bisognerebbe occuparsi anche degli uomini che vivono le "Terre Alpe" e non solo dei pur rispettabili animali.
Storia appassionante, da seguire con attenzione.

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