July 2014

Violenza

Un bombardamento a GazaGuardavo il mare, l'altro giorno, da un traghetto diretto dalla Sicilia a Malta. A bordo, a scrutare l'orizzonte così come me, durante la bella traversata di quel pezzo di Mediterraneo, c'era - comodamente seduta sulle poltrone del grande catamarano - un'umanità cosmopolita di vacanzieri.
Non credo, però, che pensassimo la stessa cosa. Io ragionavo sulla violenza che si concentra, assieme a tanti altri sentimenti negativi, in questa vasta area del bacino del Mediterraneo, dove barconi di diversa fattezza trasportano migranti provenienti del Sud del mondo - con diversi gradi di disperazione - verso un approdo europeo. Sono viaggi della speranza, intrisi di angoscia e paura, saldamente in mano a ben prospere Mafie internazionali, che lucrano anche su questa nuova forma di tratta umana. E l'Italia è ancora troppo sola di fronte a questa "invasione" dolente, che viene regolata con una "politica del rubinetto" da chi ci guadagna nel trasporto via terra (specie nel deserto del Sahara) e via mare, come appunto facevano gli antichi negrieri. L'Europa di fatto ci ha scaricato, in larga misura e ancora nel recente summit fallito sulle nomine a molti ruoli apicali, la patata bollente.
Poi nelle stesse ore la violenza incombe sotto altre forme che paiono irreali. Riprende - sempre non molto distante - l'irrisolta vicenda fra israeliani e palestinesi con una guerra che è ripartita in pieno e non si vede mai una svolta vera, malgrado ripetuti annunci di una comunità mondiale incapace e di un diritto internazionale debole. Certo non giova al dialogo - e su questo è bene non essere ambigui - il ruolo assunto dagli estremisti islamici. E questo non significa affatto - lo preciso, pur avendo sempre avuto una naturale simpatia per le travagliate vicende degli ebrei - non riconoscere come Israele abbia sbagliato nel tempo dei passaggi decisivi. Ma non è questo il punto: quel che colpisce, anche in questo altro scenario, è la forza della violenza, scelta come strada risolutiva e di quanto questa scelta sia illogica e improduttiva dovremmo essere tutti coscienti. Poi ognuno si tenga le proprie convinzioni sulle responsabilità di chi sia aggressore e aggredito.
A questo senso di impotenza in un mondo che non riesce a sanare le ferite più purulente, torna la tragedia, nel cuore dell'Europa, dell'Ucraina. Anche qui l'umanità si piega alla violenza come metodo. La storia del "Boeing" malese abbattuto da un missile addolora perché mostra, come ben si sa, che la violenza non ha confini esatti e un perimetro rassicurante. La maggior parte dei morti sono olandesi, che non c'entravano un tubo, ma questo è il volto feroce di certa globalizzazione.
Ha scritto Martin Luther King, che venne ucciso nel 1968 per la sua lotta per i diritti civili: «La più grande debolezza della violenza è l'essere una spirale discendente che dà vita proprio alle cose che cerca di distruggere. Invece di diminuire il male, lo moltiplica».
Questa è la violenza che deborda, ridonda, dilaga e nessuno può pensare di non incontrarla. E' un gorgo che vediamo attorno a noi: nelle grandi vicende che segnano la Storia e anche nella quotidianità di una cronaca nera, che campa su delitti di vario genere con una violenza grande e piccola, persino inventiva nella logiche multiforme che il male sa assumere e che alimenta le nostre peggiori paure.
Lo scrivo nelle ultime ore della mia vacanza, in un esempio di quel mondo irreale e fasullo che sono i "club vacanze". Comunità momentanee, che si costruiscono attorno al divertimento e allo svago. Eppure anche qui esiste un pizzico di verità: non dico che il mondo potrebbe o dovrebbe essere questo, cioè una specie di "Club Med" globale, ci mancherebbe! Ma è, nell'esempio banale, il contrasto stridente di gioia e dolore - che convivono sulle stesse spiagge della Sicilia - che ci deve costringere a guardare più in alto.
Perché di queste violenze, purtroppo vere, sanguinose e mortali bisognerebbe davvero fare a meno. Iniziare a ridurre il tasso di violenza, ora e dappertutto, dovrebbe essere un obbligo, almeno nella volontà dei popoli. E invece ogni giorno si evidenzia il contrario e noi, come fantocci esanimi e sfiduciati, aspettiamo il prossimo orrore, avendoci quasi fatto il callo.

Fait maison!

L'incipit del quotidiano "Le Monde" di qualche giorno fa mi ha stuzzicato e riguardava una novità per la ristorazione in Francia, in vigore da pochi giorni:
«Sauce maison ou en poudre? Purée maison ou déshydratée? Bœuf bourguignon maison ou sous vide? Moelleux au chocolat maison ou surgelé? Le décret relatif à la mention "fait maison", paru au Journal officiel du 13 juillet, entre en vigueur mardi 15 juillet. Il concerne les établissements de restauration commerciale ou de vente à emporter de plats préparés. A compter de cette date, les restaurateurs peuvent faire figurer sur la devanture ou la carte de leur établissement le logo "fait maison", un toit de maison posé sur un casserole, censé garantir une cuisine sur place à partir de "produits bruts ou de produits traditionnels de cuisine". Ce logo peut être attribué plat par plat. En France, plus de 80 pour cent des restaurants pratiqueraient une cuisine dite d'assemblage».

Parlamentarmente

Benito Mussolini durante la 'Marcia su Roma'Ogni volta che mi capita di ragionare sulla democrazia, per mia formazione personale e anche per le esperienze politiche fatte, trovo che la chiave di volta - oggi come sin dagli esordi e durante lo sviluppo della democrazia parlamentare - sia rinvenibile nel rapporto fra chi governa e le assemblee elettive.
Su questo aspetto fondamentale oggi possiamo avere un triplice sguardo. Iniziamo dalla visione più ampia: il Parlamento europeo, pur nel pieno della crisi dell'Unione, ha eletto per la prima volta il Presidente della Commissione europea e con la revisione periodica dei "Trattati", il Parlamento è uscito dal limbo di logiche solo consultive, assumendo un ruolo influente nella politica comunitaria. Vi è poi il caso italiano: ogni presidente del Consiglio "decisionista" mira, durante il suo percorso, a rafforzare l'Esecutivo a detrimento del Parlamento. Le ragioni sono anche quelle messe in campo da Matteo Renzi: bisogna sveltire le decisioni e questo significa eliminare le lentezze del bicameralismo perfetto, riducendo a poca cosa il Senato e la manovra "a tenaglia" si completa con lo spostamento al centro di poteri e competenze oggi in capo alle Regioni e pure con una corsia nuova per lo strumento del decreto legge, rafforzando la capacità di legiferare del Governo senza il Parlamento fra i piedi. Infine il caso valdostano, dove - a ordinamento invariato - l'attuale presidente della Regione, Augusto Rollandin, agisce come se il sistema fosse presidenzialistico sia nei rapporti con i membri del proprio Governo sia con il Consiglio Valle. Lo fa con logiche extraparlamentari, cioè influenzando l'elezione dei propri consiglieri con meccanismi di fidelizzazione che evitino idee diverse o personalità che lo contrastino e lo fa - aspetto più forte - con un sostanziale disconoscimento del ruolo del Consiglio. Qualunque proposta della minoranza - della maggioranza è ovvio... - non viene presa in considerazione e documenti di indirizzo votati dall'Assemblea (pensiamo alla richiesta di dimissioni dei vertici del Casinò) e frutto del lavoro dell'opposizione finiscono nel dimenticatoio. Questo svilisce l'Assemblea e rafforza l'Esecutivo, che da organo collegiale tende, in più, a diventare monocratico con buona pace del dettato statutario.
Eppure i temi del parlamentarismo, della capacità delle Assemblee di essere davvero rappresentative e di incarnare le esigenze di efficacia ed efficienza della politica nelle istituzioni restano cruciali in una democrazia, perché la si possa considerare tale.
Spesso mi vengono alla memoria le parole di Benito Mussolini, quando, adoperando "carota e bastone" nel novembre del 1922, si dimostrò la sua attitudine di fronte alla Camera dei deputati, agli esordi della sua dittatura.
«Signori! Quello che io compio oggi, in quest'aula, è un atto di formale deferenza verso di voi e per il quale non vi chiedo nessun attestato di speciale riconoscenza. Da molti, anzi, da troppi anni, le crisi di Governo erano poste e risolte dalla Camera attraverso più o meno tortuose manovre ed agguati, tanto che una crisi veniva regolarmente qualificata un assalto ed il Ministero rappresentato da una traballante diligenza postale. Ora è accaduto per la seconda volta, nel breve volgere di un decennio, che il popolo italiano - nella sua parte migliore - ha scavalcato un Ministero e si è dato un Governo al di fuori, al di sopra e contro ogni designazione del Parlamento. Il decennio di cui vi parlo sta fra il maggio del 1915 e l'ottobre del 1922. Lascio ai melanconici zelatori del supercostituzionalismo il compito di dissertare più o meno lamentosamente su ciò. Io affermo che la rivoluzione ha i suoi diritti. Aggiungo, perché ognuno lo sappia, che io sono qui per difendere e potenziare al massimo grado la rivoluzione delle "camicie nere", inserendola intimamente come forza di sviluppo, di progresso e di equilibrio nella storia nazionale. Mi sono rifiutato di stravincere, e potevo stravincere. Mi sono imposto dei limiti. Mi sono detto che la migliore saggezza è quella che non vi abbandona dopo la vittoria. Con trecentomila giovani armati di tutto punto, decisi a tutto e quasi misticamente pronti ad un mio ordine, io potevo castigare tutti coloro che hanno diffamato e tentato di infrangere il fascismo. Potevo fare di quest'aula sorda e grigia un bivacco di manipoli; potevo sprangare il Parlamento e costituire un Governo esclusivamente di fascisti. Potevo: ma non ho, almeno in questo primo tempo voluto».
Quella espressione, direi quasi futuristica, del "supercostituzionalismo" fa venire i brividi.
C'è una bella frase, per contro che usò, nel maggio di due anni dopo nella stessa aula di Montecitorio, il deputato socialista Giacomo Matteotti che, contestando le elezioni manovrate dal fascismo, firmò la sua condanna a morte. E' questa: «Io chiedo di parlare non prudentemente, né imprudentemente, ma parlamentarmente!». Era una reazione alle violenze verbali che i fascisti facevano, interrompendolo, durante il suo intervento.
"Parlamentarmente" potrà sembrare un avverbio bizzarro, ma riassume invece una visione del mondo. Non esiste almeno per ora - anche se Internet potrà diventare, con apposite regole, uno strumento per agorà elettroniche nel futuro - un'alternativa reale al ruolo di bilanciamento delle Assemblee elettive contro le tentazioni o persino la scelta di chi governa di spostare tutte le decisioni nel proprio campo. Lo si può fare in diversi modi, nella buona e nella cattiva fede, per lo più cavalcando l'anti-parlamentarismo, che si è spesso abbeverato nella vecchia fonte di chi dice: i meccanismi parlamentari sono lenti ed inutili e lo sono anche gli eletti, inetti o corrotti. Bisogna fare, sveltire, decidere. Oggi certe teorizzazioni vengono al pettine e gli italiani amano gli Uomini della Provvidenza con cui poi praticano con cinismo l'"usa e getta", finito l'innamoramento. E' vero che bisogna trovare meccanismi nuovi, svecchiare i regolamenti parlamentari, evitare che i partiti scelgano di eleggere (con le liste bloccate del "porcellum" è così) anche degli incapaci purché fedelissimi. Bisogna indagare gli spazi seri della democrazia digitale.
Ma attenzione a giocare con espressioni come "aula sorda e grigia" o ad adeguarsi a questo modo di pensare con i comportamenti concreti.

Lo scontro sul Patto di stabilità

Jyrki KatainenCon la ripresa dell'attività nell'Unione europea, dopo le elezioni europee, torna in primo piano la questione di come applicare il "Patto di stabilità" e le sue successive evoluzioni. Tema che tocca nel vivo anche la Valle d'Aosta, che stenta sul punto a negoziare con lo Stato condizioni favorevoli e siamo di certo l'autonomia speciale più tartassata. Si vede che ci sta bene che sia così: la rassegnazione è già una sconfitta.
Matteo Renzi chiede a Bruxelles "flessibilità", termine derivato dal latino tardo, che significa, nella sostanza, addolcire certe regole troppo rigide. Ne ha battibeccato ancora in queste ore con l'enfant prodige della politica finlandese, Jyrki Katainen, nuovo commissario agli Affari economici e monetari, che ha detto: «Discutere di una maggiore flessibilità nell'interpretazione del "Patto di stabilità" è pericoloso, è un dibattito sbagliato» e «per l'Italia è più importante varare finalmente le importanti riforme promesse dagli ultimi Governi». Renzi si è arrabbiato e dal Mozambico, dov'è in visita ufficiale per via dei locali affari dell'"Eni" nel settore petrolifero, gli ha risposto per le rime. Uno scontro che penso proseguirà nei prossimi mesi, a dispetto del fatto - si scherza - che entrambi abbiano avuto importanti esperienze nei boy scout.
Traggo da "Il Post" un riassunto ben fatto sul "casus belli": "Gli Stati membri dell'Unione Europea devono rispettare una serie di obblighi nei loro bilanci pubblici. Ad esempio la famosa regola che vieta di fare più del tre per cento di deficit. Sono regole pensate per evitare che i singoli Stati membri intraprendano politiche di bilancio troppo sbilanciate e per cercare di armonizzare le economie dell'Unione europea. Il problema è che queste regole sono anche piuttosto rigide: negli ultimi anni di crisi molti commentatori ed economisti hanno scritto che è sbagliato mantenere regole così rigide anche in un periodo di crisi economica: il tema è comunque molto dibattuto. Quello che Renzi ha spesso detto è proprio che bisognerebbe introdurre dei criteri di maggiore flessibilità per dare la possibilità, in alcune circostanze, di derogare a queste regole. Come farlo, però, è tutto un altro discorso. Negli ultimi mesi si sono succedute diverse proposte, quasi mai ufficiali e spesso frutto di indiscrezioni e "voci di corridoio". Una delle più discusse è la possibilità di scorporare dal computo i cofinanziamenti ai progetti finanziati con i soldi europei. (...) Altre proposte riguardano l'esclusione dal computo del deficit del denaro pubblico speso per investimenti, ad esempio quelli in infrastrutture. In passato si è vociferato (anche se nessun esponente di governo ha mai confermato questo progetto) di sforare semplicemente il tre per cento oppure di aumentare il deficit per portarlo dall'attuale 2,6 - 2,8 per cento fino al limite massimo del tre. Negli ultimi giorni, Renzi ha spesso parlato della possibilità di consentire una certa flessibilità ai Paesi che fanno le riforme. Quali riforma e quanta flessibilità dovrebbe corrispondere a quali riforme non è stato ancora chiarito, così come non è chiaro, aldilà delle dichiarazioni, a che punto siano le discussioni su questi temi con gli altri Paesi europei".
Non sono questi temi remoti, perché queste regole scendono poi "via via giù per le rami" e investono nel caso italiano Regioni e Comuni, anche se ben sappiamo che lo Stato se n'è approfittato in Italia per usare questo strumento per tagliare tutto il tagliabile negli ordinamenti finanziari regionali e per le finanze comunali con meccanismi paradossali della serie "hai i soldi ma non li spendi".
Per cui fa bene Renzi a chiedere all'Unione europea di favorire politiche di rilancio dell'economia e non solo di austerità nuda e cruda. Per ora, però, l'approccio appare più politico che tecnico e Bruxelles penso vorrà avere non solo dichiarazioni di principio ma anche proposte concrete. Una potrebbe proprio essere quella di spiegare che certe tagliole alla spesa delle autonomie locali - le più vicine ai cittadini con le loro politiche di prossimità - agiscono in profondità contro lo Stato sociale e i diritti dei cittadini e delle comunità e rallentano la ripresa non essendoci più a disposizione gli strumenti finanziari di stimolo e di supporto. Ma queste affermazioni non ci saranno, perché contraddirebbe la strada centralista che l'Italia sta intraprendendo anche con le riforme costituzionali in atto.

Che peccato per Niccolò!

L'alternativa montagna di Niccolò RinaldiIn politica esiste una porta girevole in cui, con una tempistica in realtà ignota, c'è chi entra e chi esce. Non sempre chi entra è meritevole e spesso nel ricordo del lavoro fatto da chi esce resta il rimpianto per la sua assenza. E' il caso di Niccolò Rinaldi, che nella scorsa Legislatura europea, era diventato parlamentare a Strasburgo (che poi, a parte la plenaria, va detto che il grande del lavoro si fa a Bruxelles). In realtà, avendo fatto il segretario generale del gruppo dei Democratici e Liberali, Niccolò - fiorentino "doc" - conosceva i meandri delle Istituzioni comunitarie meglio di molti altri. Lo certifica la sua azione parlamentare, per altro intelligentemente amplificata da un uso sapiente di tutti "social media" oggi a disposizione di chi faccia politica per dar conto del lavoro svolto.
La crisi del partito di Antonio Di Pietro, cui aveva aderito con spirito sempre vigile, ha portato Rinaldi, in occasione delle elezioni appena tenute, nella lista "Scelta Democratica", con il simbolo in cui campeggiava il nome del candidato liberale alla Presidenza della Commissione europea, Guy Verhostadt, il politico belga che aveva dimostrato di essere il più preparato e colto fra i candidati in lizza. Ma i partiti che lo appoggiavano nell'Unione europea sono andati male alle elezioni, compresa la lista italiana, che non ha ottenuto il quorum.
Mi spiace sinceramente per Niccolò, anche per il suo impegno - raro nelle Istituzioni comunitarie - in favore della montagna. Non solo perché è un buon alpinista (lo dimostra il curriculum di tutto rispetto che si trova nel libro), ma perché - come dimostra la pubblicazione "L'Alternativa Montagna" - il suo, verso la montagna e i suoi problemi, è un approccio colto e consapevole.
Lo dimostrano, nel libro, l'avvicinamento ai problemi europei della montagna, su cui figura anche un mia breve riflessione, le tappe di avvicinamento alle questioni montane - e in primis delle Alpi - attraverso le tappe della Storia, da Filippo di Macedonia che scala nel Rodope il Rilo Dagh (2.800 metri) nel 181 a.C., attraverso personaggi ben noti come Francesco Petrarca e Leonardo da Vinci, giungendo a scrittori fondamentali per la rappresentazione della montagna, come Dino Buzzati. Le pagine scritte sono intervallate da una ricchissima proposta iconografica e fotografica delle immagini della montagna, cui si aggiungono citazioni su cui riflettere e pure una parte che dimostra una biodiversità linguistica della montagna e delle parole che la rappresentano.
Accanto a queste pagine, dove la prosa si mischia alla poesia, dimostrando quella delicatezza di stato d'animo che il ruvido Rinaldi aveva già dimostrato in altri libri, vi è un disegno lucido sulle opportunità, assai concrete, del periodo di programmazione ormai in atto, che ci porterà dal 2014 sino al 2020. Soldi preziosi anche per la piccola Valle d'Aosta, anche se il recente passaggio di tutti i documenti sui diversi Programmi, a poche ore dalla presentazione a Bruxelles, è parso per il Consiglio Valle un umiliante "prendere o lasciare" in una materia programmatoria che dovrebbe essere saldamente nei ruoli dell'Assemblea. Ma, rebus sic stantibus, l'impegno che bisogna mantenere - e il libro offre alcune piste - è quello di spendere i soldi davvero a favore della montagna, evitando di disperde risorse a pioggia senza ricadute reali. Purtroppo ci sono stati molti casi in cui i brasseurs d'affaires dei fondi hanno lavorato solo per il bene del proprio portafoglio, spesso con scandalosi "copia e incolla" per committenti ingenui o complici.
Non so in futuro - pensando che ora è in un legittimo periodo sabbatico - quale ruolo occuperà Niccolò, ma sono certo che il suo ragionare fino e la franchezza che non perdona potranno tornare utili a una mondo della montagna che troppo spesso è una combriccola dei "soliti noti", affetti da una "convegnite" acuta ed emorragica, in cui si rischiano di distillare all'infinito sempre le stesse idee. Mentre la visuale di Niccolò, apre nuovi orizzonti, come avviene appunto guardando dalla cima di una montagna.

Politici

L'ex presidente francese Valéry Giscard d'Estaing«Di notte (oppure al buio) tutti i gatti sono neri (oppure bigi)».
Il modo di dire è ben conosciuto e si riferisce al fatto che ci sono momenti o situazioni in cui non è possibile scorgere le differenze, che pure esistono. Per altro va aggiunto che il gatto nero ha da sempre un alone di superstizione (io ne ho avuto uno bellissimo, chiamato Balzac).
Questo fenomeno dell'indistinguibilità è ben comprensibile nell'eclisse - che crea il buio che tutto rende uguale - della politica. Ora che sono "fra color che sono sospesi", non avendo incarichi elettivi, mi capita - pur essendo nella percezione comune considerato "politico" per i lunghi trascorsi - di godere di maggior libertà in discussioni o incontri in cui emerge l'"idem sentire" dell'antipolitica. Questa circostanza si accentua quando posso godere di una situazione, come può capitare in vacanza, di totale anonimato e lì su politica e politici ne sento di ancora più belle.
Così ti viene confermato come si illude chi - me per primo - crede di poter godere di un lasciapassare, che gli consenta di essere oggetto di qualche distinguo. Forse può capitare sino a quando uno non gira l'angolo e basterebbe essere una mosca per sentire quanto non è stato detto in tua presenza.
Eppure di politica e politici non si può fare a meno, perché la democrazia passa attraverso la logica della rappresentanza e chi pensa ad una democrazia diretta o addirittura digitale per ora dice una castronata.
Illuminante, sulla democrazia, un pensiero del già dimenticato giornalista, sepolto in Valle d'Aosta, Giorgio Bocca: «Assistiamo a un revisionismo reazionario che apre la strada alla democrazia autoritaria, da noi e nel resto del mondo. Uno di quei cicli storici che dimostrano che anche la libertà ha le sue stagioni.[...] C'è stata una mutazione capitalistica, una rivoluzione tecnologica di effetto obbligato: ricchi sempre più ricchi, poveri sempre più poveri ed emarginati. E' questa la ragione di fondo per cui la Resistenza e l'antifascismo democratico appaiono sempre più sgraditi, sempre più fastidiosi al nuovo potere. Padroni arroganti e impazienti non accettano più una legge uguale per tutti, la legge se la fabbricano ad personam con i loro parlamenti di yes-men».
Sono dell'idea che certi fatti debbano restare scolpiti. Un amico valdostano, che è eporediese di adozione, mi ha scritto, giorni fa, questa mail: "Frequento l'"Archivio storico Olivetti", sto digitalizzando un settimanale politico "Tempi Nuovi" uscito negli anni 1922 - 1923 - 1924 sul quale scriveva anche Camillo Olivetti. Sovente trovo dei pezzi che sembrano scritti oggi, e sovente li trascrivo. Sul numero del 3 dicembre 24 trovo: "E' questa la tragedia della vita pubblica italiana. L'impreparazione, l'incompetenza, e la petulanza di uomini nuovi, improvvisati, portati da un colpo di fortuna ai maggiori posti di responsabilità, e la insensibilità dei capi, compreso il Duce..." Il giornale chiuse quel mese, venne abolita la libertà di stampa".
Sono temi su cui riflettere, cui vorrei aggiungere un elemento ancora. La mancanza, in larga parte del mondo politico, anche in Valle d'Aosta, della profondità della storia a supporto di un'autonomia speciale, che è naturalmente in continua evoluzione.
Ho letto una bella intervista su "Paris Match" dell'ancien Président francese, Valéry Giscard d'Estaing, intitolata "Appelle la France à se réveiller", e questa risposta vale in termini universali, anche per la nostra Valle:
«Les Français ne se souviennent pas toujours que la France est un pays ancien. On l’oublie complètement dans les discours actuels. On la traite comme si elle avait cinquante ans d’âge, comme s’il s’agissait d’un milieu fragile alors qu’elle a, à peu près, deux mille ans derrière elle et a sécrété une civilisation exceptionnelle : un art de vivre, d’écrire, d’éduquer ses enfants. La civilisation chinoise remonte à la même date que la création de Rome (huit cents ans avant notre ère). Les dirigeants chinois actuels s’y réfèrent toujours en affirmant : “Nous avons une longue histoire derrière nous!” Je n’entends pas les hauts responsables français se prévaloir de notre histoire».
Parole sante: anche questo è un elemento per l'antipolitica, la mancanza di radici.

Malgrado tutto, carpe diem!

«"Cogli l'attimo, cogli la rosa quand'è il momento". Perché il poeta usa questi versi? [...] Perché siamo cibo per i vermi, ragazzi. Perché, strano a dirsi, ognuno di noi in questa stanza un giorno smetterà di respirare: diventerà freddo e morirà. Adesso avvicinatevi tutti, e guardate questi visi del passato: li avrete visti mille volte, ma non credo che li abbiate mai guardati. Non sono molto diversi da voi, vero? Stesso taglio di capelli... pieni di ormoni come voi... e invincibili, come vi sentite voi... Il mondo è la loro ostrica, pensano di esser destinati a grandi cose come molti di voi. I loro occhi sono pieni di speranza: proprio come i vostri. Avranno atteso finché non è stato troppo tardi per realizzare almeno un briciolo del loro potenziale? Perché vedete, questi ragazzi ora sono concime per i fiori. Ma se ascoltate con attenzione li sentirete bisbigliare il loro monito. Coraggio, accostatevi! Ascoltate! Sentite? "Carpe", "Carpe diem", "Cogliete l'attimo, ragazzi", "Rendete straordinaria la vostra vita"».
Credo che in molti ricorderanno questo monologo recitato da Robin Williams nel film "L'attimo fuggente" del 1989.

La formazione all'italiana

Sergio RizzoCome tutti gli iscritti ad un Ordine professionale - il mio è quello dei giornalisti e mi conforta poco essere ormai fra i più anziani come data di iscrizione - ho cominciato i "corsi" per i crediti formativi. Ne ho fatto uno on line, dimostratosi del tutto nozionistico, sulla deontologia professionale, con prove finali degne di "Rischiatutto". Ne ho fatto poi un secondo dal vivo sui reati via Web realizzato dalla Polizia postale assai interessante, ora mi accingo a scoprire i segreti dell'informazione d'emergenza.
Utilità reale nel lavoro? Dal punto di vista della Formazione con la "f" maiuscola non molto. Non lo dico in polemica con nessuno e farò in modo ligio il mio dovere, perché qui il problema - con si diceva una volta - è a monte e riguarda il legislatore e non chi debba affannarsi nel dare contenuto a scelte calate come una scure dall'alto.
Giorni fa, sul "Corriere della Sera", ha spiegato l’origine di questa "febbre" dei crediti formativi il noto giornalista Sergio Rizzo, alla ricerca, anzitutto dell'origine di questa febbre: «Proprio vero: tutto parte dalla scuola. Nel bene come nel male. Compresa questa insensata febbre dei crediti che ha investito ormai l'intera società. La maturità di uno studente di scuola media superiore non si misura con i voti, ma con i crediti. Per uscire dal liceo ne servono almeno sessanta. Una parte di essi si porta in dote all'esame già dalla normale attività scolastica. Ma si possono accumulare anche con un torneo di pallavolo, un corso di teatro, un'attività di volontariato. Tutto ovviamente certificato. Passi che in qualche caso una bella schiacciata certificata può essere determinante per la promozione. Mens sana in corpore sano: non lo sostenevano forse gli antichi? Ma se nella scuola media quei crediti speciali possono rivelarsi un aiutino fondamentale, nell'università sono stati soprattutto una manna per i professori. E' grazie al passaggio al meccanismo dei crediti che si sono moltiplicati a dismisura gli insegnamenti, gli esami, i libri di testo, i professori a contratto. Aprendo così la strada a piccoli e grandi favoritismi, senza peraltro migliorare la qualità degli atenei. Anzi».
Con la solita verve, il giornalista illustra poi una serie di esempi poco edificanti, Poi viene alla sua professione: «La persecuzione del crediti, però, non è cessata affatto. E da facoltativa che era è diventata obbligatoria. Ci ha pensato un provvedimento assurdo che con la motivazione della formazione continua ha imposto ai giornalisti a partire dal 2014 di racimolare sessanta crediti per ogni triennio. Motivazione forse serie, applicazione molto meno. La dimostrazione? I crediti si possono accumulare fra l'altro, dice il regolamento dell'Ordine, con "l'insegnamento di discipline riguardanti la professione giornalistica" e con la frequenza di corsi, seminari e master "anche in qualità di relatore". Per capirci, incassa i crediti tanto il formato quanto il formatore. Non è uno scherzo. E sapete che cosa succede a chi non riesce a raggiungere la fatidica quota sessanta? "Il mancato assolvimento dell'obbligo è ostativo all'attribuzione di incarichi a qualsiasi titolo deliberati dal Consiglio nazionale". Si potrebbe dunque rinunciare alla gara dei crediti senza troppi rimpianti. Ma non siamo così ingenui da ignorare i riflessi che il nuovo business della formazione giornalistica potrà far sorgere. Come del resto è già avvenuto per altre professioni sottoposte per legge ad analogo obbligo. Talvolta a prezzi davvero stracciati. Un esempio? Per cento euro l'Associazione italiana avvocati garantisce venticinque crediti formativi. L'annuncio si trova su Internet».
Dunque, chi adempie rischia di sentirsi un fesso, rispetto a chi non lo fa, con la minaccia di una sanzione, che è come il solletico. Intendiamoci in conclusione per evitare equivoci: la formazione permanente nelle professioni è una questione serissima. Penso a chi come me operi in radio ed in televisione e abbia visto, nel breve volgere di pochi anni, una vera e propria rivoluzione tecnologica e contenutistica nel proprio mestiere. E si trova sempre costretto ad un inseguimento delle novità per evitare di restare arrugginito come una vecchia armatura. Invece, basta un giretto su come Ordine nazionale ed Ordini regionali hanno organizzato la "caccia ai crediti" per ricavare l'amara impressione che questa imposizione all'italiana risulti una specie di scocciatura da risolvere come una pratica burocratica.
Come diceva Eduardo De Filippo: «gli esami non finiscono mai...».

La caserma Testa Fochi

Io, nel 2007, con Arturo Parisi e Bruno PettiPuò piacere o non piacere, ma - chi come me ama e ha studiato la Storia lo sa bene - le vicende storiche le scrivono i vincitori. E fra i vincitori di questi anni, aspettando il girone di ritorno, ci sono senza dubbio due compagni di partito - anche se stento ancora a scriverlo e devo darmi un pizzicotto - l'attuale presidente Augusto Rollandin e il suo amico-nemico Bruno Milanesio, già politico, incaricato di occuparsi, per gli illustri precedenti, del delicato dossier della trasformazione della "Testa Fochi" da caserma alpina nel cuore di Aosta in sede della locale Università. Ieri si è avuta la cessione del bene alla Regione Valle d'Aosta, a conclusione di un iter complicato, ma ricordo che a beneficio delle elezioni regionali c'era stata una accelerazione con la impagabile sceneggiata della "posa della prima pietra", degna della recita di Totò e Peppino. Anche se il clima di certi momenti è meno gioioso e più simile a quanto avviene nella luminosa democrazia della Corea del Nord.
Sulla cerimonia e i comunicati ufficiali, noto che si è fatto come faceva Stalin, all'epoca delle sue "purghe", quando dalle fotografie ufficiali sparivano dai gruppi, con gran maestria, le facce dei dissidenti e di chi cadeva in disgrazia. Così con lo stesso metodo, durante questa cerimonia - in spregio al bon ton e anche del buonsenso - è stata cancellato di fatto e senza scrupolo l'importanza di quell'accordo fondante del 2007 fra chi vi scrive e l'allora ministro della Difesa Arturo Parisi. Si parte, invece, con un colpo di spugna, da un anno dopo, quando fu inscenata - anche a giustificazione dell’accordo in itinere fra Union Valdôtaine e Popolo della Libertà (nefasto poi per il destino politico dei pidiellini locali) - una seconda firma fra il ritrovato presidente della Regione e il ministro Ignazio La Russa. Come se si dovesse tornare da capo e come se non si fosse capito che si era prospettato chissà quale problema irrisolvibile per far entrare in azione i due supereroi. Una firmetta e si riparte.
Trovo che sia una ricostruzione sbagliata, non tanto per me che vivo in assoluta pace con me stesso, quanto proprio per quel ministro Parisi a cui feci riferimento allora, dicendo: «ho capito che questo progetto si poteva concludere quando è stato nominato Arturo Parisi alla guida del Ministero della Difesa». E' vero: ci voleva un sardo, prodiano di ferro, uomo integerrimo, per imporre una soluzione.
Dicevo, quel 22 maggio di sette anni fa: «Siamo giunti alla conclusione di questa importante cessione, a cui seguirà un accordo di programma, per la "Testafochi", dove verrà mantenuto e potenziato il museo alpino, verrà trasformata in un campus universitario ed Aosta, città degli Alpini, diventerà città degli Alpini e degli studenti».
Ricordo anche il ruolo essenziale dell’allora Comandante locale degli alpini, generale Bruno Petti, che disse: «si tratta di un progetto ambizioso, fortemente voluto per risolvere le carenze del "Centro addestramento alpino" e per offrire una sistemazione efficace ed efficiente delle infrastrutture del Centro stesso. Questo costituisce, contestualmente, un'opportunità di offrire all'Università della Valle d'Aosta una sede decorosa. Noi abbiamo la necessità di disporre di infrastrutture che possano permetterci di svolgere l'impegno che siamo chiamati a rispettare: innanzitutto un'azione di sviluppo e il ruolo di elemento principale nella gestione delle azioni relative alla montagna».
Esemplari anche le dichiarazioni del ministro Parisi: «questo accordo giunge ad un anno esatto dal voto di fiducia del nuovo Governo e dà seguito a uno degli impegni presi, la valorizzazione del patrimonio della Repubblica che ci chiama a dar seguito al ripensamento dello strumento militare e alle prospettive strategiche. Questa intesa fornisce nuove possibilità di attrarre e mantenere i giovani sul territorio. La Scuola alpina e l'Università, riallocate, possono dare un contributo alla Regione, con un respiro più ampio, fornendo nuovi stimoli per la crescita della regione stessa e della Repubblica».
All'epoca ci si muoveva in accordo con l'Università, a riconoscimento della sua autonomia, ormai del tutto "cigolante" nella situazione attuale e non a caso disse l'allora rettore Pietro Passerin d'Entrèves: «sono chiaramente soddisfatto per questo accordo e potremmo, in questo modo, perseguire gli obiettivi di sviluppo che ci siamo posti, riuscendo così a far partire un nuovo corso di studi, una facoltà scientifica ambientale dedicata alla montagna e all'agricoltura, che si aggiungerà alle cinque già attive».
Ricordo anche la presenza dei due parlamentari Carlo Perrin e Roberto Nicco, proprio perché nella storia non si gioca con le omissioni.
Che quell'accordo e le determinazioni successive del Governo, che ebbi l'onore di guidare, risultino il punto di partenza è dimostrato dal fatto che la logica di "do ut des" fra Regione e Forze Armate (migliorie alla "Cesare Battisti" ed eliporto di Pollein, solo per ricordare due capisaldi) è rimasta sempre quella.
Tutto questo per opportuna precisazione, senza gusto di autocelebrazione, ma la verità non si cambia adulterando i fatti.

La chiamano "tagliola"

Il ministro alle riforme Maria Elena BoschiHo già detto più volte e spiace persino ripeterlo come io non sia affatto convinto che di questi tempi - con l’economia che va ancora male e una crisi a raffica ovunque e per chiunque - la magia necessaria sia fare la riforma costituzionale, uccidendo - come se fosse una "macumba" - il Senato (ma i 630 deputati sono sani e salvi) e centralizzando lo Stato in barba alle Regioni. Ma non solo. Ci sono meccanismi sui decreti legge e sulle nomine topiche - Presidente della Repubblica e membri della Corte Costituzionale - che inquietano e incombe l'Italicum, nuova legge elettorale, e il prossimo giro di giostra sarà - così pare - il presidenzialismo. Il "pacco dono", nel suo disegno, non convince molto. La fretta, si sa, fa i gattini ciechi.
Sono per natura un riformista, penso cioè che la Costituzione repubblicana non sia un tabù e non sia intoccabile neppure nella famosa prima parte. Ma le riforme sono, per definizione, una materia delicata, che rischia di esplodere se manovrata senza l'accortezza necessaria e con logiche del genere "prendere o lasciare". Se così fosse stato durante la Costituente, che ha portato alla Costituzione vigente, sarebbe stata una tragedia e invece allora si cercarono formule di intelligente compromesso, anche se - bisogna essere onesti - molti articoli della nostra Carta costituzionale (e purtroppo anche del nostro Statuto d'autonomia) sono rimasti inespressi.
Per questo non mi convince affatto il fatto che la parola del giorno sia "tagliola". Mi riferisco a quel meccanismo, che tra poco spiegherò, che porterà ad avere il primo voto, ma si sa che saranno necessari altri tre voti nella logica della doppia lettura di una riforma costituzionale, prima di Ferragosto. Insomma, l'ultima spiaggia del confronto parlamentare è quella ferragostana e questo si presta a mille ironie. Certo l'uso del termine "tagliola" non è molto beneaugurante, perché ricordo come si tratti di un vecchio termine di origine indoeuropea, che indica una trappola per piccoli animali ed è sempre bene aspettare la fine per vedere chi ci finirà nella tagliola. Capisco come per chi fa politica sia comunque meglio della parola "ghigliottina", ben più moderna, pensando alla data di nascita e di morte del dottor Joseph-Ignace Guillotin (1738-1814), che ne propose l'uso durante la Rivoluzione francese.
Al di là dell'immaginifica tagliola, degna di un "trapper" o "trappeur" canadese, quel che conta è l'articolo 55 del Regolamento del Senato, il cui comma 5 così recita: "Per la organizzazione della discussione dei singoli argomenti iscritti nel calendario, la Conferenza dei presidenti dei gruppi parlamentari determina di norma il tempo complessivo da riservare a ciascun gruppo, stabilendo altresì la data entro cui gli argomenti iscritti nel calendario devono essere posti in votazione". Si stabilisce una data - in questo caso l'8 agosto - entro la quale una legge va discussa e votata, rendendo inefficaci emendamenti e ostruzionismi vari. Tra questi la dichiarazione di voto in dissenso dal gruppo: un modo per perdere tempo, per fare, come si dice in gergo, appunto, "ostruzionismo". Un anglicismo quest'ultimo, dall'inglese "obstructionism", che viene dal latino "obstruere", che non richiede spiegazioni. A me, nel gergo parlamentare inglese, piace di più l'altra definizione, quella di "filibustering", da "filibustiere - pirata" che offre il senso fisico della competizione, che deve maturare anche dentro un'assemblea parlamentare, che è poi un modo codificato per battagliare senza farsi fisicamente del male.
Per cui, anche se l'ostruzionismo avrebbe costretto a sedute notturne e al Ferragosto in aula, personalmente avrei preferito questa strada alla "tagliola". Anche perché - vigendo in politica il "chi la fa, l'aspetti" - chi oggi perderà con il passaggio più rapido della riforma potrà poi "vendicarsi", se l'iter giungerà alla fine, con il referendum popolare che potrà essere indetto. Meglio condividere il più possibile ora, piuttosto che appendere la riforma - come sembra già immaginare persino lo stesso Matteo Renzi con in mente, immagino, un plebiscito trionfante, che è altra cosa - al cangiante umore del popolo italiano, che prima proclama eroe l'Uomo della Provvidenza di turno e poi lo caccia con gusto.

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