July 2014

La nuova emigrazione

Il fenomeno va esplorato, ma credo che le rilevazioni personali, già incrociate con molti conoscenti, confermino il dato: la crisi economica e la crescente sfiducia nel "sistema valdostano" spingono molti giovani della Valle a scegliere di andarsene in Italia o, sempre più, verso altri Paesi del mondo per cercare lavoro.
Si tratta di una vera e propria "fuga di cervelli", ma anche di manodopera specializzata, che non è il consueto frutto di scelte personali che giustamente spingono i singoli, com'è bene che sia per combattere il morbo del provincialismo aprendosi a novità nel fare esperienze altrove, ma di un flusso che rischia di impoverire la Valle, assumendo caratteri che paiono irreversibili. Si tratta di quanto è capitato nel sud Italia o in alcuni Paesi del Terzo mondo.
Che cosa sia stato in passato dell’emigrazione valdostana lo ricorda bene e in sintesi il sito meritorio dell'Union Valdôtaine de Paris: "on estime à 500.000 le nombre de français d'origine valdôtaine, soit quatre fois la population actuelle de la Vallée d'Aoste. Une émigration valdôtaine ancienne s'est d'abord tournée vers l'Allemagne, depuis la vallée de Gressoney où la pratique des dialectes alémaniques de cette zone walser facilitait une telle destination. Elle a atteint son apogée au milieu du XVIIIe siècle et s'est prolongée durant une bonne partie du XIXe siècle. Mais la principale émigration valdôtaine s'est produite vers la France, la Suisse, les Etats-Unis et l'Amérique du Sud dès le milieu du XIXe siècle et jusque dans les années 1950".

Statale 26

La fine della strada statale 26Ognuno ha nella propria vita una sua strada, che potrebbe essere celebrata come fanno gli americani con la "Route 66". La mia, avendoci quasi sempre vissuto a fianco, per tantissimo tempo sulla circonvallazione di Verrès e oggi sulla circonvallazione di Saint-Vincent, è la "Statale 26", che attraversa l'intera Valle d'Aosta nel suo fondovalle. La strada, che è classificata così da una legge del 1928, inizia a Chivasso, attraversa molti Comuni canavesani e finiva storicamente, in territorio valdostano, al confine con la Francia al Colle del Piccolo San Bernardo, ma con l'apertura del Traforo del Monte Bianco nel 1965 l'asse della strada si è spostato di più verso Courmayeur.
Ovviamente la conosco come le mie tasche, nel territorio valdostano e non solo, e in questo periodo sembra assurta a nuova vita a causa dei rincari folli delle autostrade valdostane, che hanno riportato sulla "vecchia" strada non solo percorrenze brevi, ma la Statale è tornata ad essere il principale asse di spostamento viario, come posso testimoniare da buon pendolare.
Questo ha riacceso i fari sulla qualità della strada, di cui deve occuparsi - da Carema in su - quel compartimento "Anas" della Valle d'Aosta, nato con norma d'attuazione dello Statuto, ma rimasto sempre di "serie B", occupandosi - per capirci - di soli 150 chilometri di strada, non avendo competenze sulla locale rete autostradale e dipendendo da Torino per una serie di servizi. I rapporti con l'Anas sono stati per decenni uno dei problemi della mia attività politica: si inseguivano non solo i dirigenti apicali a Roma per sapere lo stato dei lavori di miglioria da fare, ma poi - specie nelle Finanziarie dello Stato - ci si batteva per mettere i soldi necessari per le opere da realizzare. Cercando anche una logica nelle priorità e nella tempistica.
Ma le logiche "Anas" sono bizantine, per cui l'inseguimento era sempre faticoso, sfuggendo le dinamiche con cui alcune cose partivano come razzi (tipo la famosa galleria verso il Gran San Bernardo, inserita nelle famose "Colombiadi"), mentre altre scalavano di posto per ragioni misteriose. Spesso l'impressione è stata che certe priorità non le dettasse la politica, ma ci fosse lo zampino di progettisti e imprese. Per altro e non a caso, nello scorrere le cronache italiane, si scoprono con puntuale periodicità scandali e scaldaletti.
Ora in Valle d'Aosta, bloccato il grande cantiere nella Valle del Gran San Bernardo (ma quella è la "Statale 27"), sulla "26" si nota il grande cantiere all'altezza di Chambave, con uno svincolo molto sofisticato, che non ricordo nelle priorità del passato, ma deve essere la mia cattiva memoria. Si torna poi a parlare di Bard e di una galleria come circonvallazione per il paese, ma con importi molto più elevati di quanto avessi letto anni fa, ma deve essere sempre la mia memoria a vacillare. Mentre mi pare che torni d'attualità il riordino della viabilità della zona d’ingresso della città di Aosta, a cavallo fra Quart e Saint-Christophe del tutto indispensabile, essendo una specie di "carrettera de la muerte", oltreché orribile biglietto da visita. Annoto anche che opere di miglioria in corso, che influiscono anche sulla Valle, sono un rondò a Carema e una grossa rotonda all'ingresso di Quincinetto.
Mi par di notare che non si risolva, però, il problema di sicurezza più importante sul tratto valdostano della statale: la "Mongiovetta" (e, in analogia, alcune zone rocciose nella zona fra Verrès e Montjovet, all'altezza grossomodo del ponte di Champdepraz, il cui accesso, detto per inciso, resta problematico). La "Mongiovetta" è quel complesso roccioso, dominato da quel che resta del castello di Saint-Germain, e che è sempre stato un ostacolo naturale, dalla strada romana in poi. Questo è stato vero in particolare sino al 1771, quando, sotto il re Carlo Emanuele III - come da lapide in latinorum "Caroli Emanuel III Sard. Regis invicti auctoritate. Intentatam Romanis viam per aspera Montis Iovis iuga ad faciliurem commerciorum et thermarum usum, magnis impensis patefactam Augustani perfecerunt a MDCCLXXI – Regni XLII" - la strada divenne più o meno come la conosciamo oggi.
Su quella strada incombe ancora oggi una minacciosa parete rocciosa, ricoperta da reti che non penso possano fermare una caduta di grandi dimensioni, come si è visto da alcune frane già avvenute. Quando ci passo in caso di maltempo, faccio ormai la macumba e sarebbe bene sapere che cosa dicano le perizie geologiche. Per altro, ricordo come la sagomatura della roccia impedisca il passaggio di mezzi di certe dimensioni sulla strada. Ebbene, non è questo lavoro di sostanza una priorità? E se ci scappasse il morto? Capisco che i lavori sono difficili ed imponenti, ma non servirebbe mettere la testa sotto la sabbia.
Tenendo conto appunto del risorgimento di una strada per un'unica ragione: non si paga il pedaggio.
Ma questo sulla sicurezza, anche per le responsabilità derivanti, non deve incidere.

Scintillanti vette

Il ghiacciaio della 'Lex blanche' sul Monte BiancoCapitava spesso, la sera a Roma, che con i colleghi parlamentari sudtirolesi e trentini si finisse per parlare delle rispettive montagne alpine. Lo sfottò reciproco era evidente nel vantare la bellezza dei propri massicci e della vallate sottostanti. Io, al momento buono, calavo l'asso: i nostri ghiacciai.
Trovo che siano loro - visti salendoci con i ramponi, osservati da distante da qualche belvedere, sorvolati con l'elicottero - a dare alla montagna valdostana quel tratto singolare, conseguenza delle alte quote. Viene in mente quanto scritto, con sintesi mirabile, da Giosuè Carducci nella famosa "ode Piemonte" - titolo che non poteva prevedere che la Valle sarebbe diventata Regione autonoma... - che compose proprio il 27 luglio 1890 al "Grand Hotel" di Ceresole Reale, a due passi da noi:

"Su le dentate scintillanti vette
salta il camoscio, tuona la valanga
da' ghiacci immani rotolando per le
selve croscianti:
ma da i silenzi de l'effuso azzurro
esce nel sole l'aquila, e distende
in tarde ruote digradanti il nero
volo solenne"
.

Bello questo "ghiacci immani", che mette assieme l'enormità degli spazi, ma anche la brutalità della Natura.
Per chi abbia scarsa dimestichezza sul loro impatto presente e passato ricordo come siano ben 210 i ghiacciai presenti in Valle d'Aosta e questo significa il quattro per cento della superficie del territorio regionale. La loro catalogazione, con tutte le informazioni che li riguardano, è visibile nel nuovo "Catasto ghiacciai" sul sito della Regione. E' bene, infatti, vigilare sul loro destino, come si sta facendo, per osservare non solo le mutazioni di lungo periodo, ma anche quel che presumibilmente potrà avvenire nello scorcio della nostra vita. Penso, ogni tanto, con orrore che cosa potranno osservare i miei nipoti e pronipoti. Infatti, ancora poche settimane fa, ci siamo sentiti dire che fra settanta o cento anni le Alpi potrebbero essere senza ghiacciai e dunque del tutto rocciose nel periodo estivo. Questo significa conseguenze non solo paesaggistiche, ma di impatto forte sui nostri territori, basti pensare alla preziosa risorsa acqua.
Mi pare, tra l'altro, che in Valle si traccheggi sulla preparazione a cambiamenti di questo genere, che implicano impatti enormi anche sulla vita umana.
Conosco bene il professor Claudio Smiraglia, del Dipartimento di scienze della terra dell’Università statale di Milano che si occupa del "Catasto dei ghiacciai italiani" e che ancora di recente si è espresso sulla situazione in atto. I dati della crisi dei ghiacciai sono ben noti e non si tratta di propaganda, ma di dati scientifici ottenuti con rilevamenti più precisi di quelli che sono stati svolti in passato: in trent'anni superficie ridotta del quaranta per cento: «questo significa che entro un secolo, o anche meno, assisteremo all'estinzione dei ghiacciai alpini - conferma Smiraglia - e la cosa dovrebbe stupirci perché è la prima volta che otteniamo un dato globale sul nostro Paese. Non sono più solo teorie. Ciò che stanno vivendo i ghiacciai oggi è il sintomo del nostro rapporto precario con il mondo naturale. I ghiacciai dovrebbero diventare il simbolo di una rinascita».
Questo significa, per capirci, prendere consapevolezza che dietro a certe modificazioni non vi è più solo l'altalenante mutazione del clima sulla Terra, che ha creato nei ghiacciai - e la Valle d'Aosta è un territorio che di questo parla dalla notte dei tempi - una sorta di movimento a fisarmonica con espansioni e contrazioni, ma anche il fatto che i comportamenti umani pesano sui cambiamenti in atto e potrebbe essere una tendenza irreversibile.
E' vero che gli chi studia i ghiacciai alpini, come l'"Istituto di glaciologia e geofisica" di Grenoble, ha notato come nel 2013 c'è stato un positivo blocco degli arretramenti, agevolato anche dall'innevamento invernale piuttosto abbondante, ma si sa che quel che conta di più è la temperatura. Quest'estate sembra confermare la situazione, come si vede anche in queste ore con lo zero termico non troppo alto e persino nevicate estive inconsuete a luglio.
Ma questo, almeno per ora, non sembra placare i pessimismi e dunque è bene guardarci attorno: mentre in passato i fatti si subivano (450 anni fa dalla "Becca France" si staccò una frana che inghiottì il villaggio di Thora sopra l'attuale Sarre, oggi monitoriamo le frane con sensori e droni), ormai abbiamo gli strumenti per capire i cambiamenti del nostro territorio e comportarci di conseguenza.

Savoia: fra il sogno indipendentista e una timida autonomia

Uno scorcio di Annecy, in Alta SavoiaNon sapevo che la Savoia avesse un proprio Governo indipendente, come se fosse un'entità statuale rispetto alla Francia. Mi era sfuggita questa novità, cui erano giunti alcuni indipendentisti. Ma un amico mi ha mandato il riferimento ad una notizia, che così viene spiegata:
"Dans l'incapacité de faire entendre leurs voix auprès des Nations Unies, plusieurs Peuples sans Nation ont décidé en 1991 de se réunir et ont créé l'Organisation des Nations et Peuples non représentés - Unpo. En vingt ans, six nouveaux pays ont vu le jour grâce à cette organisation internationale dont cinq étaient des membres fondateurs (Estonie, Lettonie, Arménie, Géorgie, Palaos). Beaucoup d'autres Peuples sans Nation (Tibet, Abkhazie, Assyrie...) sont connus du grand public grâce à cette organisation, certains sont même reconnus par des pays membres de l'Onu. (Tatars de Crimée, Kosovo...)".
Dopo la premessa, la notizia: "Le 28 juin 2014, à Munich, Allemagne, la 17ème session de la présidence de l'Unpo. a statué sur le peuple de Savoie: les savoisiens, et le Gouvernement Provisoire de l'Etat de Savoie créé en 2012 a été reconnu comme représentant du Peuple de Savoie pour l'Unpo. Ainsi, dans nos démarches de reconnaissance de l'existence d'un peuple en Savoie autre que le peuple français, cette avancée est un atout majeur qui nous ouvre de nombreuses portes".
La firma della nota, "Pour le Gouvernement Provisoire de l'Etat de Savoie", è di "Le Ministre de l'Intérieur, Fabrice Dugerdil".
Per carità, nulla quaestio, ognuno fa quel che crede: osservo che si tratta di una posizione - come dire? - molto avanzata, soprattutto rispetto al reale stato (o, se preferite, Stato...) politico dei nostri "cousins".
Nelle stesse ore, come vittima di opposti estremismi, leggo una seconda notizia così concepita: "Les présidents des conseils généraux de Savoie et Haute-Savoie ont proposé vendredi de fusionner leurs départements pour créer la collectivité territoriale de Savoie Mont-Blanc, en pleine discussion sur la réforme territoriale au Parlement".
Segue lo strumento giuridico e la sua spiegazione: "Un amendement au projet de loi actuellement débattu à l'Assemblée nationale sera déposé dès aujourd'hui (vendredi) par Hervé Gaymard, député de la Savoie (et président du conseil général).
Cet amendement propose la mise en oeuvre de l'article 72 de la Constitution relatif à la création possible, par la loi, d'une collectivité territoriale à statut particulier, à l'instar de la collectivité territoriale de Corse ou de la métropole du Grand Lyon"
.
Poi la posizione più propriamente politica: "Hervé Gaymard (UMP) et le président du conseil général de la Haute-Savoie Christian Monteil (DVD) sollicitent ainsi «la création de la collectivité territoriale Savoie Mont-Blanc, dotée d'une compétence de droit commun»".
Aggiungono ancora i due presidenti: "Si une réforme des collectivités est plus que jamais nécessaire (nul ne le conteste) le projet qui nous est présenté est mauvais pour la France et mauvais pour les Pays de Savoie. Ce projet de réforme a pour effet de supprimer tout centre de décision à Annecy et Chambéry, au profit d'une immense région Rhône-Alpes-Auvergne, sans identité et sans unité. Nos deux départements ne seront plus représentés, au mieux, que par une vingtaine de conseillers régionaux sur 150. Cette réforme annonce la fin de la gestion de proximité".
Com'è noto, infatti, oltre a ridurre e ingigantire le Regioni attuali, si va verso la soppressione dei "Départements" di epoca napoleonica, compresi allo stato attuale i due Dipartimenti della Savoia e la loro istanza collaborativa "Pays de Savoie".
Interessante vedere come il pendolo della storia oscilli fra indipendenza senza fondamenta giuridiche e una timida speranza di qualche forma di autonomia, senza osare, però, parlare di una "Région Savoie".

Dati da prendere con le pinze

Massimo FiniUno dei vantaggi dell’essere umano, con una similitudine con i cerchi concentrici delle piante, è che con il passare degli anni accumuli esperienza e questa ti consente di vedere le cose in modo diverso. Plastico è quel che ha detto il pittore Henri Matisse: «On ne peut s'empêcher de vieillir, mais on peut s'empêcher de devenir vieux». Trovo che sia un'osservazione molto saggia, cui fa da complemento quella che sembra essere una sentenza di Leonardo da Vinci: «La sapienza è figlia dell'esperienza». Mi conforta che anche in politica si incominci ad avvertire questo problema di un rinnovamento che vada a braccetto e non in contrapposizione con chi ha accumulato delle conoscenze, ma è altro tema.
Qualche anno fa, avevo messo da parte un pensiero di quel personaggio bizzarro e per alcuni aspetti anti-modernista, che è Massimo Fini, che nel cuore della crisi sparava ad alto zero: «...tutti abbiamo accettato un modello di sviluppo paranoico basato sulla crescita continua che anche un ragazzino che studia matematica a scuola avrebbe capito che, prima o poi, sarebbe andato incontro al collasso. Perché le crescite all'infinito esistono, appunto, in matematica, ma non in natura. Noi ci siamo messi in un circolo vizioso terrificante. Il consumismo non è solo un deleterio fenomeno di costume, come pensava Pasolini, è essenziale al modello di sviluppo industriale. Se la gente non consuma le imprese non producono e sono quindi costrette a liberarsi di molti lavoratori che, così impoveriti, consumeranno ancora di meno obbligando le imprese a contrarsi ulteriormente".
Aggiunge così nella sua foga: "Questa si chiama recessione. Siamo quindi costretti a produrre, a "crescere" come tutti dicono, da Washington, a Berlino, a Parigi, a Roma. Ma poiché abbiamo già prodotto di tutto e di più non possiamo più crescere se non con margini sempre più ristretti che alla fine si esauriranno anch'essi. Certo, per un po' di tempo gli Stati Uniti potranno vendere alla Cina e la Cina agli Stati Uniti e così l'Europa. E lo stesso avverrà con altri Paesi cosiddetti "emergenti" come l'India o il Brasile. Ma anche questi Paesi, che hanno il vantaggio di essere partiti dopo, prima o poi diventeranno saturi, come lo siamo già oggi noi occidentali. Quando ciò accadrà il sistema collasserà, irrimediabilmente».
Faccio naturalmente gli scongiuri e preciso che quel mi distingue da Fini e che a lui l'Illuminismo, come punto di partenza dell'epoca della Ragione, non piace affatto, mentre io - che quel fenomeno l'ho studiato e ci ho pure fatto la tesi all'Università - lo ritengo un passo fondamentale.
Ma questo non significa affatto avere gli occhi ricoperti di pelle di salame. E torno, quindi, ai già evocati dati del turismo, piccolo esempio di come si possa essere tratti in inganno.
So bene che, a fianco ad arrivi e presenze, gli esperti ci insegnano che ci sono altri indicatori, tipo la permanenza media dei turisti, il tasso di occupazione dei posti letto, lordo e netto e altri dati estrapolabili, sapendo bene quanto sia arrampicarsi sugli specchi cercare categorie assolute, perché il mercato turistico, nella sua visione onnicomprensiva è come una piovra tentacolare e scivolosa, perciò non facilmente afferrabile.
Ma una questione è certa: nel caso del turismo, come nel ben più complicato argomento del "non solo PIL" (che mostra come il progresso sociale non campi solo dei vecchi metodi, come appunto il "Prodotto interno lordo"), bisogna non solo, come ho sempre detto, avere dei dati "instant", che consentano di capire come vanno le cose mentre le si vivono (consumo energia elettrica e acqua, raccolta rifiuti, traffico sulle strade e molto altro ancora), ma anche indicatori più approfonditi ex-post. Che so: età ed estrazione sociale, movimenti nel soggiorno e sue caratteristiche, grado reale di soddisfazione e criticità. Ma soprattutto, perché questo ogni tanto si nasconde nella fumisteria del dato crudo, quanto il benedetto turista abbia speso. Se per mantenere certi livelli di arrivi e presenze o incrementarli, butto giù i prezzi "alla Groupon" (leader mondiale dei buoni sconto), allora questo correttivo va compreso per non essere accecati dal mero dato quantitativo.
Spero che gli esperti veri, che non sono praticoni come me, non inorridiscano, ma che ci aiutino sempre di più a scavare dentro i problemi. Questo è l'unico modo per avere - ed è una bella differenza - un ottimismo fattivo rispetto ad un ottimismo ebete.

Il dramma sul Bianco

Un panorama afgano che mi aveva inviato Nando RollandoFerdinando Rollando, guida alpina ligure-valdostana, è disperso sul Monte Bianco, ormai da giorni, con un giovane cliente di quindici anni. Si profila, purtroppo, una tragedia.
Avevo visto Ferdinando, che nella vita era anche architetto ed era stato impresario, poche settimane fa. Era venuto per aggiornarmi su "Alpistan" (il suo progetto sullo sci, la montagna e la protezione civile in Afghanistan) e parlarmi del più e del meno: io con lui, che è sempre stato genio e sregolatezza, avevo sempre avuto un rapporto complicato. Lui chiacchierava e sognava (riuscendo anche a trasformare idee in azioni, come con certe intuizioni su "Alpistan"), io lo riportavo spesso coi piedi per terra, senza fargli sconti. Sin da quando veniva a trovarmi a Bruxelles, all'epoca del Parlamento europeo, raccontandomi storie spesso fantasiose. Finivo appunto per essere - ma penso non gli dispiacesse - una specie di "avvocato del diavolo" rispetto al suo entusiasmo, ma poi si lasciava andare a confessioni - lo faceva con un sorriso sfrontato di fronte a certe vicissitudini - del genere, quando tornava in Italia, «purtroppo non ho una lira!» (ma il suo modo di vivere parco non ne risentiva) oppure, raccontando di qualche rischio preso in Afghanistan, «sarà meglio che faccia più attenzione». Lo ricordo così, perché penso che gli farebbe schifo essere nella memoria come una statuina di un presepe.
Ci eravamo ripromessi di vederci dopo la stagione estiva. Ma, purtroppo, penso che non lo rivedrò. Avevamo parlato in passato di amici comuni morti in montagna: considerava questo uno dei rischi del suo mestiere, ma penso lo dicesse per esorcizzare la possibilità, purtroppo sopraggiunta con una tempesta di neve in piena estate, laddove la Natura sa essere meravigliosa, ma anche implacabile.
Il 1 gennaio 2014 mi aveva scritto, in copia con alcuni altri: "quest'anno che è passato molto ha dato e molto ha preso, anche a me come a tutti voi. Un anno di lavoro dedicato alle persone che abitano le montagne dell'Afghanistan ha dato gioia, speranza e coraggio a persone che non ne avevano. Tanta energia, tanta vita è cresciuta attorno alla speranza e al coraggio di pochi: è stato bello far parte di questo progetto che si chiama "Alpistan". Due episodi di violenza, il primo luglio e il 15 novembre, hanno messo in grave pericolo me stesso e le persone a me affidate, ferendo la gioia e il coraggio. Agli amici che si sono preoccupati per me durante lo scorso anno, prometto che i pericoli che sono alle spalle ci hanno insegnato una nuova prudenza. "Alpistan" si sta rafforzando in Italia e in Europa, per aiutare meglio chi lavora in Afghanistan e presto su altre montagne della terra scassate dalla violenza degli uomini.
Attorno al progetto "Alpistan" è nato un bel gruppo che lavora con gioia, con speranza e con coraggio. Abbiamo davanti difficoltà che ci stimolano a fare meglio e di più.
Il 12 gennaio ripartirò per Kabul, dopo tre settimane in Italia, riposato, sereno, circondato e protetto dall'affetto di una donna, di una famiglia, di un gruppo di amici veri. Dieci giorni ancora per fare il "pieno" di cose belle"
.
Invece, il giorno di Natale del 2012 mi aveva scritto: "gloria a Dio nell'alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà. Sono di ritorno da un viaggio in uno dei posti più poveri e sperduti dell'Afganistan (Miramor - Daikondi) dove abbiamo visitato e studiato le valanghe che hanno ucciso nello scorso inverno, questa foto (n.d.r.: quella pubblicata) è la mia preghiera di Natale, questi sono i miei auguri. Lasciamo a Dio questo ampio cielo blu, lasciamoci guidare e incoraggiare da lui, ma non chiediamogli il permesso di uccidere il nostro vicino o il molto lontano da noi. Occupiamoci della pace e non della gloria su questa terra, non della nostra gloria personale, non di quella della nostra nazione o della nostra religione. C'è tanto da fare per rimettere un po' di pace in circolazione. Senza pace non avremo il benessere a cui aspiriamo. Cerchiamo la pace in noi stessi guardando il cielo. Svegliamoci presto al mattino per portare un po' di pace attorno a noi. Non c'è pace nella miseria. Non c'è pace nella paura.
La paura e la miseria sotto il nostro unico cielo non ci consentono e non ci consentiranno di vivere bene. Qui è una giornata normale di lavoro, a parte gli Internazionali, presenti al trenta per cento e operativi al dieci per cento. Ho cercato di lavorare in modo natalizio e ora a tarda sera posso dire che è andata bene: sono riuscito a fare la pace con una persona e con un'istituzione con cui avevo litigato di recente"
.
Questo era Ferdinando: un sognatore bizzarro dagli occhi chiari, nato in Liguria (era stato 2011 a Vernazza ad aiutare i familiari dopo l'alluvione) e ora lassù, chissà dove, sul Monte Bianco.
Un pensiero addolorato anche per il suo giovanissimo compagno di cordata, trovatosi, per la sua passione per l'alpinismo, in circostanze su cui è inutile indugiare. Senza nascondere, però, il fatto che Ferdinando ha probabilmente sbagliato a lasciare il rifugio "Gonella" per tentare il Monte Bianco con cattive previsioni meteo. Temo - specie quando si capirà la dinamica esatta dei fatti - che abbia avuto il tempo, nelle successive ore, drammatiche anche per un professionista della montagna, di rifletterci.
In Afghanistan - mi raccontava - usavano tutti, sempre e comunque, la celebre espressione fatalistica musulmana, presente in altre religioni, e applicabile anche in questo caso: «Inshallah - se Dio vuole»...

Contro i pregiudizi "über alles"

Il gol di Mario GötzeVince la Germania ai Mondiali, ma per la finalissima non c'è stato alcun interesse popolare. Dimostrazione che la febbre dei Mondiali - con tutti in tensione per sapere come andrà a finire - funziona in Italia solo se in campo ci sono gli Azzurri. Questo dimostra che, tranne che per una minoranza di intenditori, le competizioni internazionali servono a rinvigorire logiche nazionalistiche ormai desuete.
Ma ex post, mentre si spengono i riflettori degli stadi brasiliani (visitai anni fa il "Maracanã" a Rio de Janeiro vuoto e mi sembrava di sentire lo stesso il tifo carioca in quel luogo cult), la vittoria dei tedeschi rinfocola un certo atteggiamento italiano verso i tedeschi. Che poi è grossomodo lo stesso sia che si parli di pallone sia che si parli di economia, visto che frau Merkel - che pure pare pensi al ritiro all'apice del successo - non solo incassa la vittoria calcistica, ma detta indubitabilmente l'agenda europea, perché la locomotiva tedesca conta in Europa più di tutti. Lo stesso premier Renzi prima ha usato il gioco duro con la Germania e poi, capito che rischiava una goleada politica, ha usato i toni seduttivi e ha scelto la vecchia strada del compromesso.
Quella fra italiani e germanici è una vecchia storia. Si potrebbe risalire, con qualche forzatura, alla storia antica, ma i pregiudizi più evidenti sono quelli che agiscono ancora sulle generazioni attuali per l'impronta culturale derivante dalle due Guerre Mondiali. La prima, un secolo fa, portò - malgrado loro - i giovani soldati italiani di leva a combattere nelle trincee contro gli austro-tedeschi e poi ci fu il rapporto controverso con i "crucchi" (il termine risale a quel tempo) nella Seconda Guerra mondiale. Dallo sciagurato "patto di ferro" fra Mussolini ed Hitler alla guerra combattuta (e persa) assieme fra mille sospetti, dal "tradimento" (per i tedeschi) dell'8 settembre alla Repubblica di Salò in mano ai nazisti, dalla Resistenza contro i nazifascisti ad un dopoguerra in cui ci trovammo dalla parte degli sconfitti. Fu ad interpretare quei mesi delle trattative di pace - paradosso delle vicende umane e politiche - un italiano, Alcide De Gasperi, che da trentino era stato parlamentare austriaco.
Io sono cresciuto con qualche pregiudizio. Mio papà, settant'anni fa, era stato internato nei campi tedeschi: un'esperienza che, oltre a qualche elementare conoscenza del tedesco che gli era servita per campare, lo aveva reso sospettoso verso il popolo tedesco. Tranne rari casi di umanità (trovò un ufficiale che si chiamava Roux di cognome come mia nonna, che gli raccontò le origini ugonotte della famiglia, in parte riparatasi sulle Alpi) lui vide molta violenza e troppa indifferenza, pur distinguendo sempre fra "Wermacht" e "SS". Queste ultime uccidevano i prigionieri senza alcuna pietà.
Io qualche arrière-pensée ce l'avevo quando sono stato, prima al Parlamento europeo e poi al "Comitato delle Regioni". Penso che valga anche da parte dei tedeschi nei nostri confronti, ma poi nel lavoro ci si misura con i propri livelli di conoscenza e di competenza. Posso dire di avere sempre lavorato bene con i tedeschi: pretendono serietà e rispetto degli impegni e non mi sembra che chiedano la luna. Noi possiamo chiedere che ammorbidiscano certe asperità e schematismi inutili. Ma si possono fare assieme delle cose interessanti, specie in chiave europea, dove il mix di culture e di idee può creare un insieme straordinario, se ci si crede. Certo un fatto è inoppugnabile: i tedeschi stanno occupando i posti cardine della grande burocrazia europea e non scelgono mai dei novellini nei ruoli politici.
I valdostani poi devono ricordare come il piccolo popolo walser (di cui ho qualche gene derivato dalla bisnonna paterna), alpigiani e commercianti lungo tutto l'arco alpino, sia come una pietra preziosa per la Valle d'Aosta intera. Persone serie, grandi lavoratori, gente tosta.
Sicuramente hanno tifato, nella finale, Germania.
Ed io? Mi sono sentito neutrale. L'Argentina, piena di immigrati valdostani, è un Paese che mi affascina, ma da tifoso ammiro la costanza e l'impegno dei tedeschi.

E se il paracadute non si apre?

Ugo De SiervoUgo De Siervo ha studiato e insegnato per una vita diritto costituzionale ed è pure stato presidente della Corte Costituzionale. Ieri su "La Stampa" ha scritto un editoriale dal titolo "Stato-Regioni, la chiarezza che manca", che deve far riflettere anche chi, come me, è sempre stato un difensore delle autonomie speciali. Bisogna sempre anticipare le obiezioni, quando ci si trova in un periodo costituente, come l'attuale, pur costruito artificiosamente e non perché esista davvero uno spirito costituente.
De Siervo ricorda che si è cominciato a votare al Senato e affonda la lama: «La proposta resta però caratterizzata da due discutibili scelte di fondo: in primo luogo, diminuiscono molto i poteri legislativi ed amministrativi delle Regioni rispetto a quanto attualmente previsto nel Titolo V della Costituzione, andando anche al di là di quanto era stato ipotizzato dagli stessi critici delle Regioni negli ultimi anni; tutte le innovazioni relative a Regioni e Province non si applicano che alle quindici Regioni ad autonomia ordinaria, mentre per le altre cinque (Sicilia, Sardegna, Valle d'Aosta, Trentino-Alto Adige, Friuli-Venezia Giulia) tutto resta come prima, in ipotetica attesa di future modifiche dei loro statuti speciali (che sono leggi costituzionali). Addirittura il forte gruppo di pressione che evidentemente ha operato sia al governo che nella Commissione ha addirittura fatto prevedere che queste future modifiche potranno intervenire solo se il Parlamento conseguirà previe intese con le Regioni e Province autonome interessate».
Quest'ultimo punto - visto dalla prospettiva delle Speciali - è decisivo e da me sempre inseguito, ma le osservazioni proposte fanno notare un rischio evidente. Una mancata alleanza generale delle Regioni a difesa del regionalismo rischia di riportarci al vecchio refrain delle Regioni ad autonomie speciali come ingiustamente "privilegiate" e la numerosità delle Ordinarie incarognite - e già facevano spesso e sempre di più fronte comune contro le autonomie differenziate - non sarà un buon viatico. Vedremo come la pattuglia autonomista si giocherà la partita durante i voti, guidata da quel panzer sudtirolese Karl Zeller (con cui ho lavorato, quando i valdostani gli emendamenti li scrivevano e non si limitavano a firmare quelli scritti da altri...), ma certo un autonomia speciale rafforzata nel quadro di un regionalismo indebolito rischia grosso. Si vince sul breve, ma sul lungo potranno nascere problemi, specie perché la manovra statalista e centralista non penso si fermerà qui. Si è già visto come si può fingere di non toccar nulla e soffocarti lentamente con tagli finanziari e limiti di spesa. Per anni qualcuno - non io - aveva visto uno squarcio federalista, ma si è trattato di un'illusione ottica e oggi siamo in piena restaurazione - ma si peggiora persino - di un centralismo all'italiana e anche l'apparente valorizzazione delle Speciali rischia di servire solo perché, senza i senatori delle Speciali, la riforma nel suo complesso fallirebbe.
Così si esprime con grande lucidità De Siervo: «una palese conferma della forte diminuzione dei poteri regionali la possiamo trovare nell'espressa soddisfazione delle Regioni ad autonomia speciale di essersi sottratte a questo processo riformistico, se non in una ipotetica futura prospettiva da loro condivisa: anche se non è sostenibile un'immediata ed automatica modificazione degli speciali Statuti di queste Regioni, sembra evidente che una profonda mutazione del nostro regionalismo non può non riguardare almeno in alcune parti tutte le Regioni, così come è avvenuto anche nel passato. Basti fare solo un esempio fra i tanti possibili: se davvero il nostro Parlamento adottasse una legge espressiva di quel "potere di supremazia" che ora si prevede (quando cioè sarebbero in gioco rilevanti interessi nazionali), è pensabile che l'efficacia di questa legge si debba fermare ai confini delle cinque Regioni speciali? Ma la stessa abolizione delle Province, che è prevista in disposizioni contenute nella parte che si vorrebbe inapplicabile alle Regioni speciali, avverrebbe solo in quindici Regioni? Tra l'altro, non disciplinare un preciso rapporto fra l'ordinamento di tutte le Regioni non solo accrescerà le polemiche e le tensioni, ma produrrà inevitabilmente molti dubbi interpretativi e quindi altri conflitti giurisdizionali. Ma soprattutto una simile scelta, tutta a favore di alcuni fra i più discussi soggetti istituzionali e politici, rischia di non rendere credibile il complessivo processo riformistico che si vorrebbe realizzare».
Si potrebbero dare a queste tesi risposte puntuali, ma conta la sostanza. Insomma, le Speciali potrebbero ottenere al momento una sorta di paracadute. Ma poi, gettatisi nel vuoto e una volta tirata la cordicella, il paracadute si aprirà?
Per questo bisogna continuare a credere nella forza eversiva del federalismo.

I 200 anni dei Carabinieri

Un momento delle celebrazioni a TorinoSe penso ai Carabinieri che festeggiano il proprio anniversario fondativo, il bicentenario, mi vengono in mente a caldo due cose. La prima era il terribile vizio di barzellettiere di mio papà Sandro. Non so dove se le inventasse queste storielle, ma certo un suo gusto - che mi imbarazzava terribilmente - era il sadismo con cui infliggeva le barzellette sui Carabinieri ai Carabinieri di ogni grado.
L'altro episodio scosse il sonnolento paese natale di Verrès, quando nella locale caserma venne girato un episodio dei "racconti del Maresciallo" di Mario Soldati, che penso andò in onda sulla "Rai" nel 1968 (si stava costruendo l'autostrada a due passi da casa mia) o giù di lì. Si trattava di storie provinciali ispirate alla letteratura poliziesca e centrate su una figura di fantasia, il maresciallo dei Carabinieri Gigi Arnaudi, un investigatore le cui origini sono in Piemonte, ma che vive e lavora in una località non precisata della pianura padana. La scelta di Soldati dimostrava il radicamento profondo delle caserme dei Carabinieri nella rete di paesi in Italia e questo vale anche per la Valle d'Aosta, dove il comandante della stazione è sempre stato annoverato fra le autorità.
D'altra parte, come racconta in modo dettagliato il sito dell'Arma, il territorio valdostano è stato uno dei primi ad essere interessato dalla nascita di questa nuova istituzione.
Ricordiamo le origini: rientrato in Piemonte dopo la caduta di Napoleone, Vittorio Emanuele I di Savoia, tornato in possesso del suo Regno di Sardegna, che comprendeva il nostro "Duché d'Aoste", che per scelta di Napoleone era finito con il Canavese nel Département napoleonico della "Doire", costituì il Corpo dei Carabinieri, ispirandosi alla "Gendarmerie" francese. Il termine "Carabiniere" viene dal francese "carabin", cioè soldato armato di carabina.
L'arma da fuoco deriva da "carabin", soldato di cavalleria leggera, parola che ha a sua volta una storia singolare: "designava in origine gli inservienti della scuola di medicina addetti al seppellimento degli appestati ed è alterazione di escarrabin "scarafaggio", per il fatto che vestivano di nero".
Ovvio, nella nascita dei Carabinieri, l'intento repressivo del rinnovato potere sabaudo: il barone Giorgio Des Geneys, Maggiore Generale delle Armate di Fanteria e Caposquadra della Marina, in un appunto comunicava che «esaminando anche lo stato attuale delle fortunate regioni ritornate sotto il paterno dominio del loro legittimo Sovrano, non si può fare a meno d'esser vivamente impressionato dalle grandi minacce che dovunque si celano contro la tranquillità pubblica, delle quali non si possono individuare altre cause fuorché le passate peripezie e gli straordinari felici eventi, i quali devono giustamente far sperare in un avvenire fortunatissimo...».
Riflettendo poi sui mezzi per reprimere il disordine, si osserva come sarebbe «sia opportuna che efficace l'istituzione del Corpo dei Carabinieri Reali. Esso potrà ancor più rendersi utile con la nuova formazione progettata che non solo darà maggior forza con l'aumento del numero degli effettivi, ma più ancora con l'immissione degli eccellenti Ufficiali, che fondatamente si spera di incorporare».
Fu così che nel giugno del 1814 fu stilato dalla Segreteria di Guerra (un equivalente dell'attuale Ministero della Difesa) un "Progetto di istituzione di un Corpo militare per il mantenimento del buon ordine" a firma del capitano reggente di Pinerolo, Luigi Prunotti. In diciotto articoli veniva redatto un regolamento che servì di base a successivi documenti. Il 16 giugno dello stesso anno fu completato un secondo studio, "ll Progetto d'istruzione provvisoria per il Corpo dei Carabinieri Reali", controfirmato dal Generale d'Armata Giuseppe Thaon di Revel.
Così i carabinieri arrivano anche in Valle d'Aosta, come conseguenza della Restaurazione. Agisce in questo contesto politico un valdostano di origine, il conte Alessandro Vallesa, discendente dai baroni Vallaise di Perloz, che partecipa al Congresso di Vienna come segretario di Stato agli Esteri del sovrano sabaudo.
Dal punto di vista amministrativo, la Valle d'Aosta diventa una delle ventuno provincie del regno sabaudo, retta da un Intendante nominato direttamente dal Re. Rinasce anche la Diocesi di Aosta, che era stata annessa ad Ivrea.
Nei due secoli successivi i Carabinieri si radicano in Valle d'Aosta: sono duecento anni ricchi di storia e di avvenimenti e chissà che qualcuno non ne ripercorrerà la storia, magari con un albo d'oro dei Carabinieri valdostani.

La Juve e il Calcio

Antonio Conte durante il suo ultimo allenamento a Vinovo (foto juventus.com)Sono uno juventino non praticante. Lo sono perché lo era mio papà e si sa che esiste quasi sempre nella fede calcistica un elemento ereditario. Così sulla Juventus mi ero fatto da bambino e almeno fino all'adolescenza una discreta cultura. Posso sciorinare ancora qualche formazione a memoria e sapevo vizi e virtù dei calciatori, che erano al tempo persone idolatrate ma abbastanza normali. Non era ancora obbligatorio che fossero nelle prime pagine dei giornali rosa e si riproducessero con veline o simili. In più la presenza simpatica di uno zio granata sfegatato, zio Ulrico, mi aveva sempre consentito di avere la voce della controparte contro i "gobbi maledetti" e "corruttori di arbitri", per cui il mio tifo non è mai trasceso in un integralismo bianconero. Passando attraverso le figurine "Panini" - che erano una disciplina seria e consentivano di apprendere l'arte del commercio - e seguendo la squadra, mi ero fatto una discreta cultura calcistica. Oggi capisco che le mie conoscenze sono vintage e démodé.
Sono successe due cose che hanno radicalmente mutato il mio rapporto con lo sport nazionale per eccellenza. La prima è che scandali e scandaletti mi hanno depresso: non solo per ruberie vere e proprie a dispetto dei tifosi, ma anche la considerazione che - anche grazie all'angelica figura dei procuratori - i calciatori sono diventati una casta di intoccabili che guadagnano cifre inaudite. Ma sono circondato da esperti di calcio che mi spiegano che, visto il giro d'affari del pallone, è giusto così. Contenti loro e contenti anche quelli che vanno a vedere partite con spiegamento di truppe degne di una vera battaglia, altro che divertimento...
La seconda ragione, ormai da adulto, è stata la conoscenza della triade Giraudo - Moggi -Bettega nella mia veste di assessore regionale al turismo in occasione del ritiro in Valle: l'impressione fu pessima. Mi ero figurato ingenuamente uno stile juventino compassato - genere Vecchia Torino fra "Circolo del Twist" e maglioni di cachemire indossati fino a diventare lisi - e invece il clima mi era parso diverso. Per un po' di tempo mi sono sentito sentito calcisticamente agnostico, ma poi ho ricominciato a sbirciare i risultati della "mia" Juve, direi più in ossequio ad una tradizione familiare che per il ritorno di un interesse bruciante.
Ecco perché l'uscita di scena di Antonio Conte mi lascia del tutto indifferente. Ho visto sui "social", accanto a fantastiche caricature del divorzio calcistico (compreso il grande dilemma se l'allenatore già giocatori porti un parrucchino o abbia subito un trapianto), degli epitaffi commossi sull'abbandono di Conte degni di personalità ben più illustri per la Patria (e dello stesso calcio).
Mi inchino ai suoi risultati calcistici, ma per favore non mi si dica che era interprete dello "stile Juventus". Neppure sottotitolato si capiva con esattezza cosa volesse dire quando si esprimeva nelle conferenze stampa. L'addio alla Juve è avvenuto senza garbo, dopo aver detto, poche settimane fa, quanto il suo amore per la Vecchia Signora fosse eterno. Ora arriverà Massimiliano Allegri e vedremo se - scusate il calembour da quattro soldi - ci sarà o no da stare... allegri.
Sarebbe ora che il calcio tornasse uno sport come gli altri: che i tifosi violenti la pagassero una volta per tutte, che le squadre pagassero le Forze dell'ordine impegnate negli stadi, che si vietassero gli eccessi di scommesse che creano troppe tentazioni, che i calciatori (e gli allenatori) subissero qualche effetto dalla "spending review", che si tornasse ad avere un numero di calciatori italiani che possano creare una rosa seria per la Nazionale.
Il solito illuso, oltretutto su di un terreno minato...

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