June 2014

Quando papà aveva vent'anni

Mio papà Sandro ventenne, con il diario dell'internamentoLa Storia ha strani tempi: sa essere di longue durée e questo significa l’attraversamento di millenni e di secoli e poi, all'inverso, sa dare l'impressione di come anche la brevità di pochi decenni offra l'immagine di scenari incredibilmente diversi.
Ci pensavo rispetto a quanto accadde a mio papà Sandro, proprio settant'anni fa di questi giorni, assieme a oltre duecento alpini valdostani, quando vennero deportati nei campi di internamento della Germania nazista. Anticipando un disegno architettato dalle forze partigiane, che prevedeva la diserzione di massa dei militari di stanza ad Aosta, grazie ad una spiata, i nazisti - con la complicità dei fascisti, ormai ridotti a meri esecutori della volontà altrui - spedirono, prendendoli in contropiede, quei ventenni (più militari di carriera, fra cui due Generali) a lavorare per il Reich.
Partiti da Aosta, in sosta alla "Bicocca" a Milano, vennero poi smistati nei diversi campi di lavoro fra Germania, Polonia e Cecoslovacchia con uno strano status giuridico, perché non si trattava dei più tutelati "prigionieri di guerra", ma di deportati privi di garanzie delle convenzioni internazionali. Papà, dopo un primo internamento, si trovò nella baracche per i lavoratori afferenti il campo di sterminio di Auschwitz. Un giorno, alla fine luglio del 1944, fu un prete polacco a spiegargli il meccanismo di funzionamento della macchina di sterminio nazista: gli ebrei (che i prigionieri italiani chiamavano la "Juventus" per via delle divise bianche e nere) venivano prima gassati e poi bruciati nei forni crematori. Papà sapeva bene delle leggi razziali, ma non l'orrore dell'Olocausto, visto che nei mesi precedenti aveva accompagnato ebrei in fuga dall'Italia in Svizzera e per questo, ormai anziano, fu designato come "giusto" dalla Comunità ebraica torinese.
Durante l'internamento tenne un diario, a partire dal giorno dell’arresto fino al rientro in Valle d’Aosta nel maggio del 1945, scrivendo sui fogli a matita in un piccolo notes informazioni e pensieri sintetici. Compresi fatti "politici": ad esempio si legge dell'anno possibile morte di Adolf Hitler o della fierezza del fatto che mai nessuno del loro gruppo di prigionieri accettò di giurare fedeltà alla Repubblica di Salò, come veniva richiesto. Dà conto anche di un primo tentativo di fuga finito male e poi dello spostamento verso il Tirolo, perché i russi incalzavano da una parte sul fronte e gli americani dall'altra e loro erano sballottati di città in città. Poi, il 1° maggio del 1945, una seconda fuga, questa volta decisiva, perché le "SS" che controllavano il campo si erano fatte ancora più minacciose.
Segue l'avventuroso rientro: prima del confine è un soldato italo-americano di origini liguri a dare la loro la possibilità di scegliere un mezzo per tornare a casa e loro scelsero un'ambulanza con cui prima arrivarono, attraverso il Brennero, a Milano, puntando poi su Ivrea, dove papà prese il treno - biglietto pagato da un giovane studente valdostano, Giorgio Vassoney, che lì incontrò - arrivando ad Aosta, ridotto a pelle e ossa, ma vivo. Non sapeva bene che cosa avrebbe trovato e scoprì due cose: il fratello Emilio, in certi momenti della sua prigionia, essendo anche lui internato, si trovava abbastanza vicino a lui, ma lo sapevano solo i familiari che ricevevano delle lettere da entrambi e poi - fatto terribile - scoprì della scomparsa del fratello Antoine, morto per un colpo partito accidentalmente durante i festeggiamenti per la liberazione di Aosta il 28 aprile. Morte celata agli anziani genitori.
Ricordo di aver fatto da moderatore, tanti anni fa, di un incontro intitolato "Avere vent'anni nel 1943", in cui anche papà raccontò la sua avventura. Una storia personale, che si incrociava con la storia del mondo e che lo aveva segnato in profondità. Aveva visto gli orrori e aveva vissuto della quotidiana paura di morire, che lo aveva reso - nello stesso tempo - un uomo sempre scherzoso, ma con una melanconia di fondo di chi si porta nella mente certi ricordi drammatici, che restano indelebili. Per me è sempre valso come insegnamento e ammonimento.
Mi fa piacere che i miei figli, in particolare Laurent per la "Maturità", si siano messi a studiare questa carte, dopo aver entrambi visitato, qualche anno fa, con emozione pensando anche al nonno, Auschwitz. Un vaccino "democratico" che li accompagnerà per tutta la vita.

Telecamere e politica

Peter Finch, nel ruolo di Howard Beale, in 'Quinto potere'Dovessi mettere una frase in premessa appunterei una parte del celebre monologo del film di Sidney Lumet, "Quinto potere" del 1976, feroce racconto sul mondo della televisione: «Ascoltatemi! La televisione non è la verità! La televisione è un maledetto parco di divertimenti, la televisione è un circo, un carnevale, una troupe viaggiante di acrobati, cantastorie, ballerini, cantanti, giocolieri, fenomeni da baraccone, domatori di leoni, giocatori di calcio! Ammazzare la noia è il nostro solo mestiere».
Il tema è serio, come si legge in queste righe, ma si può partire lo stesso scherzando. Esiste l'espressione "in favore di telecamera", che ben conosce chi la televisione l'abbia fatta dal di dentro. Ricordo i telegiornali letti, come conduttore, nella mia giovinezza. Quel che contava era il "mezzobusto", per cui sopra ero in inappuntabile giacca e cravatta, ma - se era estate - sotto portavo un'improbabile, ma non visibile in video, paio di bermuda. Oppure, nelle pause durante i servizi filmati, si smetteva la maschera ufficiale a vantaggio del cazzeggio con il personale di studio. Questo per dire come realtà e finzione convivano.
Entrate con una telecamera in una sala congressuale: le persone si mettono composte, assumono un'aria impostata, quando vengono ripresi e fingono qualche tipo di attività. Idem in un campo sportivo, in una festa campestre, in un corteo studentesco. La telecamera muta, con la sua presenza, il contesto e i comportamenti.
Questo in politica è evidente, specie se nasce l'assioma che una riunione è "democratica" solo se di essa esiste lo streaming, cioè la trasmissione in diretta su Internet dell'evento. Una tecnica già esistente, fatta propria da Beppe Grillo e dal suo "movimento" per evitare manipolazioni degli avvenimenti. Per carità, va benissimo che questo avvenga, ma non si faccia credere che questo comporti una neutralità sullo svolgersi dei fatti.
Basta vedere il Consiglio Valle: la ripresa in diretta fa sì che non ci sia solo l'interazione fra membri dell'Assemblea ed a beneficio dei giornalisti presenti per raccogliere le notizie e dei pochi spettatori sugli spalti, ma chi parla lo fa ormai "in favore di telecamera" per il pubblico televisivo o per chi segua le seduta davanti ad un computer o un tablet. Questo modifica toni e contenuto e ciò vale, come già detto, per qualunque assise o incontro. Tra l'altro - e questo è un bene - la ripresa in diretta evidenzia i "parlanti" ed i "silenti" e per questi ultimi - gli eletti che sono solo belle statuine - sono guai nel rapporto con gli spettatori, che ne scoprono la vuota inutilità.
Per cui risulta chiaro come questa regola dello streaming, abbia i suoi pro e i suoi contro. Ma su un punto mi sento di insistere: resta la necessità di mantenere in politica dei momenti di discussione riservata. Questo è sempre bene che ci sia, ad esempio alla ricerca di momenti di approfondimento, mediazione o di dialogo, e non è antidemocratico o negativo che ciò avvenga con intelligenza, come posso testimoniare per il lavoro parlamentare.
Anzi, un giorno si scoprirà che in momenti topici ci vuole una pausa salutare e lo streaming va spento per evitare che ci sia chi reciti come in una fiction. Altrimenti nasceranno degli stanzini appositi, come quelli per i fumatori negli aeroporti, liberi da telecamere e connessioni!

Soldatini

Soldatini...Se penso ai "soldatini", la prima cosa che mi viene in mente è la tragica fiaba fiaba di Hans Christian Andersen, raccontatami da bambino. E' la dimostrazione di quanto di crudele esista in questi racconti a sfondo morale per l'infanzia. L'inizio qualcuno lo ricorderà è già tristissimo: "C'erano una volta venticinque soldati di stagno, tutti fratelli tra loro perché erano nati da un vecchio cucchiaio di stagno. Tenevano il fucile in mano, e lo sguardo fisso in avanti, nella bella uniforme rossa e blu. La prima cosa che sentirono in questo mondo, quando il coperchio della scatola in cui erano venne sollevata, fu l'esclamazione: «Soldatini di stagno!» gridata da un bambino che batteva le mani; li aveva ricevuti perché era il suo compleanno, e li allineò sul tavolo.
I soldatini si assomigliavano in ogni particolare, solo l'ultimo era un po' diverso: aveva una gamba sola perché era stato fuso per ultimo e non c'era stato stagno a sufficienza! Comunque stava ben dritto sulla sua unica gamba come gli altri sulle loro due gambe e proprio lui ebbe una strana sorte"
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E lì uno sgranava gli occhi e aspettava il seguito, che è terribile. Il soldatino senza una gamba si innamora di una ballerina e la spiegazione di Andersen è "…aveva una gamba sollevata così in alto che il soldatino di stagno, non vedendola, credette che anch'ella avesse una gamba sola, proprio come lui. «Quella sarebbe la sposa per me!" pensò…»". Poveretto, insomma, si illude e lo è a maggior ragione perché un "troll", cioè un piccolo demone giocattolo, si mette di mezzo. O per colpa sua o per colpa del vento il soldatino cade dalla finestra, finisce in un canale, lo inghiotte un pesce, che viene pescato e dalla sua pancia esce il soldatino, che per caso torna dal posto dov'era partito. La fine è terribile: il "troll" o chissà cosa spingono, ulteriore sfortuna, il soldatino nel fuoco della stufa, dove viene raggiunto dall'amata ballerina e fra le fiamme si sciolgono entrambi. Finale, per nulla "happy end": "Quando il giorno dopo la domestica tolse la cenere, del soldatino trovò solo il cuoricino di stagno, della ballerina il lustrino tutto bruciacchiato e annerito".
Poi, più prosaicamente, mi vengono i mente i soldatini con cui giocavo "alla guerra" con cugini e amici da bambino e l'invidia per chi aveva dei bellissimi soldatini da collezione.
Così leggo sulla storia del soldatino in una pagina del "Museo del Figurino Storico" di Calenzano: "Piatti o a tutto tondo, di stagno, piombo o segatura di legno, per adulti o per bambini, comunque sempre soldatini. Anche se alcuni reperti archeologici possono essere considerati antenati dei nostri soldatini, l'inizio di un percorso più comprensibile e più documentato è in ogni modo legato al regno di Luigi XIV, momento in cui si moltiplicano le notizie di un'attenzione particolare nei confronti di quelli che sono veri e propri soldatini. Nel XVIII secolo si sviluppò un fiorente commercio di figurine di soldatini piatti in stagno prodotte a Norimberga, Furth, Strasburgo ed Aarau e per tutto il secolo i paesi di lingua tedesca appaiono, comunque, al centro dello sviluppo dei soldatini, soprattutto quelli piatti, di stagno ed anche, seppure con minore diffusione, quelli semitondi o a tutto tondo in piombo".
E poi la svolta: "La Grande Guerra segnò un momento di profonda crisi per i soldatini piatti e cominciarono ad affacciarsi, insieme ai "tutto tondo" inglesi e francesi, quelli "in pasta".
In questo periodo si cominciarono anche ricerche su materie prime diverse dal piombo che si erano sviluppate in Francia ed in Austria già nella seconda metà dell’Ottocento: la viennese "Pfeiffer" per prima raggiunse risultati apprezzabili utilizzando un impasto di cartapesta, segatura e colla di pesce, mentre in Germania si realizzarono soldatini con un impasto di caolino, colla alla caseina e segatura. Furono proprio questi soldatini ed i loro mezzi a costituire un modello significativo per la produzione italiana che, frazionata in molte marche e fabbriche di carattere artigianale, era passata all'utilizzazione di impasti a base di colle, gesso e cartapesta proprio negli anni Venti"
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Ma saltiamo alla modernità: "Una grande rivoluzione nel mondo dei soldatini si determinò a partire dagli anni Sessanta: l’introduzione della plastica mutò radicalmente il mercato.
Il terremoto prodotto nel modellismo dall'introduzione della plastica (creando un fenomeno di massa attraverso le scatole di montaggio) si estese, in seguito, alla produzione dei soldatini"
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L'evoluzione è nota: ormai i soldatini sono un giocattolo poco usato dai bimbi, visti i videogiochi che simulano scene di battaglia con un realismo che assorbe pure, in forme più complesse, gli adulti, ma nel mondo dei "grandi" restano i soldatini per i collezionisti.
Consola il fatto, ben visibile in Valle d’Aosta per i consiglieri di maggioranza, che la figura dei "soldatini" - almeno in politica - continua ad avere un suo perché e c'è chi li usa per i suoi giochi.
Avanti marsc'!

La miniera d'oro dell'enogastronomia

Uno scorcio della moderna cantina 'Braida'Capita spesso - e premetto che lo condivido - di sentire dire quanto le diverse Regioni italiane abbiano un giacimento aurifero nelle proprie eccellenze enogastronomiche. Chiunque - e io faccio parte della truppa - sia stato arruolato nei ranghi dei "viaggiatori curiosi" non può che ammettere che questa sia una pista da non perdere nel peregrinare per le diverse contrade. Noto con piacere come, tra alti e bassi, anche la piccola Valle d'Aosta veda crescere avventure imprenditoriali in questo filone e bisogna sempre farlo avendo la curiosità di guardare che cosa fanno gli altri.
Esistono delle persone che possono servire come esempio e le loro intuizioni possono servire come punto di riferimento per le nuove generazioni, sapendo poi che i giovani devono, tenendo conto dei tempi e dei mutamenti, cercare una strada propria, perché non esiste mai un modello esattamente ripetibile.
Ci pensavo con due esperienze dei giorni scorsi. La prima è stata la visita ad un'azienda vitivinicola assai famosa, "Braida" a Rocchetta Tanaro nell'astigiano con giro delle cantine, degustazione, occhiata alle vigne e infine cena nel ristorante di famiglia. La seconda è una serata nel celebre "Il Sorriso" a Soriso, un ristorante stellato, che da una collina domina il novarese, precursore nella qualità della tavola e che mantiene un'attenzione ai prodotti del territorio.
Interessanti, in questo caso come quasi sempre dietro ad una "success story", sono le persone. L'azienda "Braida" (da un nomignolo della famiglia) nasce dall'intuizione di Giacomo Bologna, morto nel 1990. E' stato viticoltore e bon vivant, provinciale "illuminato" del genere divertente alla "Amici miei". Si deve a lui una nuova vita di un vino stranoto, la "Barbera", attraverso prodotti nuovi diventati proverbiali, come la "Monella frizzante" (così il papà di Giacomo chiamava la botte di "Barbera" più "vivace") ed il "Bricco dell'Uccellone" invecchiato - sua grande intuizione - in "barrique" (qui il nome del vino cela un'evidente e goliardica radice erotica). Esempio di come, partendo da un vino, assai diffuso ma senza pretese, si costruisca, grazie poi anche agli eredi del fondatore, un "impero" del vino, oggi con gamme differenziate di prodotto per un totale di ben seicentomila bottiglie l'anno su di un mercato ormai mondiale. A cena (per la cronaca con un menù accattivante), non a caso, mi sono ritrovato con l'unica tavolata "nazionale" in mezzo a turisti, amatori di vino e buon cibo, provenienti da tutto il mondo.
"Il Sorriso", invece, è un "Relais & Chateaux" nato nel 1981. Lei, Luisa Valazza, è una grande e inventiva chef autodidatta, lui, Angelo Valazza, è il patron in sala e viene da una lunga gavetta alberghiera, che lo ha reso poliglotta. Anche qui si trovano, rielaborati, i prodotti del territorio, arricchiti da incursioni "esterne" di grande pregio. Angelo, raccontatore instancabile e arguto, mi ha descritto il ricchissimo carrello dei formaggi solo piemontesi, con una dedizione magistrale, zona per zona, nella sua periodica caccia alla ricerca del prodotto tradizionale, specie di nicchia. Così i molto formaggi, come esempio, sono un coro di delizie. Certo il poetico ma impegnativo menù degustazione, denominato "i profumi e le sensazioni", prevede, come contrappasso, qualche giorno di digiuno per spurgare le proprie colpe caloriche.
Sul cibo aveva ragione il famoso Pellegrino Artusi: «Il mondo ipocrita non vuol dare importanza al mangiare; ma poi non si fa festa, civile o religiosa, che non si distenda la tovaglia e non si cerchi di pappare del meglio».
Sul vino la fulminante battuta del grande Luigi Veronelli: «Il vino è il canto della terra verso il cielo».
E così sia.

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