June 2014

"Nazione": ci vuole cautela...

Le frecce tricoloriQuando mi capitava in Europa di spiegare chi fossi, come posizione e espressione politica, qualcuno dei miei interlocutori mi diceva: «Quindi se un nazionalista valdostano?».
Se non era una conoscenza "mordi e fuggi", mi capitava di dover spiegare che così era, se non che due precisazioni erano d'obbligo. La prima: il termine "nazionalismo" in Italia andava preso con le pinze a causa del suo uso degradato dal fascismo e dal neofascismo. Il secondo è che un nazionalista che professa il federalismo è un nazionalista "sui generis", che ha tolto il veleno del giacobinismo e del nazionalismo violento e aggressivo.
Confesso, di conseguenza, di non aver ancora capito dove voglia esattamente parare, quando Matteo Renzi suggerisce che si debba considerare - ma non so se con un vero e proprio cambio di denominazione del Partito Democratico attuale - il successo del PD come concretizzazione di un "Partito della Nazione".
La parola non ha una radice negativa, venendo dal latino "natĭo - ōnis , nascita, stirpe, gente, popolo", derivazione dalla radice di "nāsci ‘nascere". Chi ha investigato, ormai tanti anni fa, la nascita della Nazione, fu anche il valdostano Federico Chabod. Il professor Marco Sciarrini dell'Università di Roma, così si espresse, in un convegno ad Aosta nel 2000: «Interrogandosi proprio sull'intreccio tra gli eventi storico-politici e l'analisi della temperie culturale, vera e propria cartina tornasole dei variegati percorsi evolutivi delle identità nazionali europee, lo storico valdostano sosteneva che "... la ricerca del carattere nazionale induce assai più alla storia dei costumi e delle tradizioni morali e, come si cominciò a dire giusto allora, alla "histoire de la civilisation" o "Kulturgeschicht" o "storia della civiltà", che non alla storia politica, "stricto sensu"; più a studiare le idee ed i sentimenti che non i fatti, gli accadimenti politico-militari tanto cari alla storiografica politica del '500 e '600. La poesia stessa fa rivivere lo "spirito dei tempi" assai più e meglio che non un trattato politico o una vicenda diplomatica ...". Quest'affascinante sortita nei campi della produzione culturale in generale e letteraria in particolare era però accompagnata da una severa avvertenza, in cui si ribadivano chiaramente gli elementi metodologici di fondo dello storicismo chabodiano, che, nello specifico, si traducevano nella ferma convinzione che la nazione, modernamente intesa, fosse l'esito più tangibile dei rivolgimenti rivoluzionari settecenteschi. I percorsi pre-settecenteschi, (istituzionali o culturali che fossero) andavano pertanto correttamente inquadrati in una cornice schiettamente protonazionale scevra da quelle inopportune forzature interpretative che caratterizzavano la storiografia interessata più agli esiti che non ai reali, tortuosi percorsi di definizione e affermazione delle identità nazionali».
Scusate la lunga citazione, ma penso sia illuminante del doppio regime, appunto quello politico, istituzionale e storico che si accompagna a elementi identitari e culturali, rispetto ai quali vanno tenute presenti anche le particolarità che ci sono in uno Stato o meglio, nel caso italiano, in una Repubblica. Tema complesso, insomma, che invita, comunque sia, alla cautela per evitare che si equivochi sull'uso - da maneggiare con cura come l'esplosivo - del termine "nazione" e del suo "-ismo". Quel nazionalismo che tanti drammi e lutti ha creato, per limitarci alla Storia più vicina, nel Novecento e anche nel primo decennio di questo nostro nuovo millennio. Per cui - lo dico da esterno - prima di togliere "Democratico" in favore di "Nazione", ammesso lo si voglia fare davvero, sarebbe meglio pensarci bene.

Sapiens

La copertina del libro di Yuval Noah HarariOggi - come di tanto in tanto mi capita - fatemi consigliare un libro, che dico subito essere interessante, ma impegnativo e corposo (diviso in quattro parti per un totale di venti capitoli). Bisogna prenderlo con il tempo giusto, senza la presunzione di leggerlo di botto.
Il titolo è affascinante e fa tremare i polsi per l'evidente ambizione: "Da animali a dèi, breve storia dell'umanità", edito in Italia da "Bompiani" (segnalo qualche zoppicamento linguistico, dovuto alla traduzione). L'autore, di quello che ormai è un bestseller in tutto il mondo, è Yuval Noah Harari, 38 anni, che insegna Storia medievale all'Università di Gerusalemme (non ho trovato una biografia esaustiva in italiano, ma si trova in altre lingue).
Riporto l'inizio del libro, scritto dall'autore per svelare la trama:
"Centomila anni fa almeno sei specie di umani abitavano la Terra. Erano animali insignificanti, il cui impatto sul pianeta non era superiore a quello di gorilla, lucciole o meduse. Oggi sulla Terra c'è una sola specie di umani. Noi. L'Homo sapiens. E siamo i signori del pianeta. Il segreto del nostro successo è l'immaginazione. Siamo gli unici animali che possono parlare di cose che esistono solo nella nostra immaginazione: come divinità, nazioni, leggi e soldi. Non riuscirete mai a convincere uno scimpanzé a darvi una banana promettendogli che nel paradiso delle scimmie, dopo la morte, avrà tutte le banane che vorrà. Solo l'Homo sapiens crede a queste storie. Le nostre fantasie collettive riguardo le nazioni, il denaro e la giustizia ci hanno consentito, unici tra tutti gli animali, di cooperare a miliardi. E' per questo che dominiamo il mondo, mentre gli scimpanzé sono chiusi negli zoo e nei laboratori di ricerca. "Da animali a dèi" spiega come ci siamo associati per creare città, regni e imperi; come siamo arrivati a credere negli dèi, nelle nazioni e nei diritti umani; come abbiamo costruito la fiducia nei soldi, nei libri e nelle leggi; come ci siamo ritrovati schiavi della burocrazia, del consumismo e della ricerca della felicità".
Non ho mai avuto complessi, a dispetto dei deliri antievoluzionisti che traboccano su Internet, del fatto di essere un mammifero primate (cioè scimmia). E se leggo, nel bene e nel male, del percorso del "Sapiens" non posso che - nell'affresco stupefacente che l'autore traccia - restare ammirato di come la nostra specie (nessun altro del mondo animale può leggere e capire queste righe che scrivo) abbia cavalcato un periodo così lungo della storia. Lo ha fatto con intelligenza, ferocia, determinazione e pure per qualche colpo di fortuna. Scoprirete, per me è stato un divertissement, quanto abbia fatto, ad esempio, da collante il gusto umano del pettegolezzo...
Harari mette, nelle sue conclusioni problematiche, le mani avanti, dopo aver fornito spiegazioni, proposto idee, allargato orizzonti (su cui non sempre, nel mio minuscolo, concordo). E il finale è che l'"homo sapiens" sta trafficando con materiale pericoloso (genetica, biotecnologie, evoluzione tecnologica e altri fronti borderline) per il "dopo di noi" che inquieta molto e che ne segnerà una trasformazione irreversibile. Potremmo fare la fine del povero Uomo di Neandertal (che ha lasciato parte di suo DNA in noi, suoi avversari), ma facendoci del male con le nostre mani. A meno che qualcosa nel frattempo - bombe nucleari, disastri ecologici o i meteoriti che già uccisero i dinosauri - non ci faccia scomparire d'improvviso, lasciando campo aperto ai resistentissimi topi e scarafaggi.
Penso che - comunque finisca la vicenda - non ne sarò spettatore perché ci vorrà troppo tempo, ma i Sapiens che arriveranno al limitare di quel periodo e vedranno gli eventi saranno anche miei parenti, visto che siamo tutti - anche se ce lo dimentichiamo troppo facilmente - parte della stessa umanità.

Niente cambiamento

La nuova Giunta regionaleLo so, lo so, quando si creano delle aspettative. poi bisogna soddisfarle. E' il caso di questa mia rubrica quotidiana, che registra varie cose, secondo pensieri e umori e un percorso di scelta di che cosa scrivere ogni giorno che è personalissimo, non avendo mai avuto e neppure voluto qualcuno che scrivesse per me. Ma se sfuggo a certi fatti topici, non obbligatoriamente valdostani beninteso, sembra che ci sia chissà quale omissione.
E gli "omissis" non mi sono mai piaciuti, specie in una Valle che spesso difetta di memoria o dove vicende clamorose spariscono in un dimenticatoio simile alla tasca magica di Eta Beta. Non per tutti vale la frase di Cicerone, che diceva: «La memoria è tesoro e custode di tutte le cose».
Così sulla nascita del "nuovo" Governo Rollandin, dando per scontato che non è detto che chi tace acconsente, qualche considerazione la devo pur fare. Non si tratta per la Valle d'Aosta, mio punto di osservazione, di un passaggio banale nella lunga carriera di Augusto Rollandin, che con i suoi trentasei anni di lungo corso ormai ha pure superato il faraone più longevo dell'antico Egitto, il celebre Ramsete II. E non lo dico per invidia, perché penso di aver fatto anch'io qualcosa in politica.
Dopo una crisi istituzionale, per mancanza dei numeri nella maggioranza non solo per i voti segreti con "franchi tiratori" ma per esplicita "rottura" di chi dissentiva, durata una settantina di giorni e in cui si sono visti buchi nello Statuto nella parte su "forma di governo" che si "lascia" troppo interpretare, nasce un Governo regionale bis da un rimpasto che sembra il "gioco della scopa" delle feste da ragazzini, specie durante i "lenti".
Ci si muoveva nella zona da ballo e uno doveva toccarti e darti la scopa, sino a che - finita la musica - restava uno da solo e faceva la penitenza. In questo caso, entra per i posti apicali Ego Perron, che conquista finalmente un Assessorato ed esce, fra gli applausi dei supporter ma comunque esce (in francese si direbbe "viré"), Joël Farcoz. Per il resto qualche rivolgimento (in Stella Alpina sale la componente ex repubblicana e scende quella già democristiana) e nulla di più sostanzioso, perché il leader resta sempre maximo, cioè il "condottiero supremo". Non è un complimento nella mia ottica, ma una constatazione, di cui avrei fatto volentieri a meno, se...
Il "se" è assieme facile e inutile, perché - come ben si dice - la Storia non si scrive con i se e con i ma e, aggiunge la saggezza contadina, non si piange sul latte versato.
Ma, guardando il latte per terra e chi è rimasto in sella e chi sotto di lui galoppa a suo vantaggio, non si può non pensare a chi, nella maggioranza, con diversi livelli di coinvolgimento, ha flirtato con l'opposizione, pensando - senza riuscirci per mancanza di coraggio - ad un "post Rollandin". Che poi "Renaissance", cioè tutta la minoranza rimasta tale - ahimè - anche ora, abbia avuto qualche sbandamento, anch'esso di vario genere, servirà solo a chi ne scriverà come lezione e senza strascichi, perché ci sono valori superiori ai personalismi. La cronaca è, intanto, sotto gli occhi di tutti, compresi certi contorcimenti dialettici, che ieri ho ascoltato in Consiglio Valle da parte di alcuni eletti mutevoli e oscillanti, che dopo mille dichiarazioni di grande nobiltà son tornati all'ovile.
Altri, silenti ma complici di questo passaggio politico, dopo aver predicato il punto e a capo, li ho visti terrei in volto, appena finiti sul banco della Giunta, al posto di esibire un sorriso smagliante ed questo per loro un triste presagio. Per contro, questo clima tetro - per quanto difficile sia stato digerire questa rentrée - è un buon auspicio per l'intera opposizione, che sono certo che saprà fare squadra.
Per giungere ad un cambiamento, perché necessario e salutare per la nostra stessa autonomia. Parafrasando quel che Edmund Burke, pensatore britannico di origine irlandese del Settecento, diceva dello Stato: «Una Regione priva dei mezzi per operare qualche cambiamento è priva dei mezzi per conservarsi».

Quando la politica è un ballo col casqué

«Spengono le luci
tacciono le voci
e nel buio sento sussurrar:
Prego: vuol ballare con me?...
Grazie, preferisco di no:
non ballo il tango col casqué
perciò...
grazie.
Prego, grazie, scusi...
tornerò!»

Qualcuno ricorderà un celebre brano di Adriano Celentano intitolato "Grazie, prego, scusi".
Per i filologi chiarisco che il testo era di Mogol e Micky Del Prete con musica di Natale Massara.
La storia da balera si applica anche alla politica e a certi fatti recenti che hanno creato attesa e curiosità nella piccola Valle d'Aosta.

La polemica sull'illuminazione pubblica

Un'immagine satellitare dell'illuminazione notturnaIeri i giornali hanno massacrato "Mister spending review", Carlo Cottarelli, che improvvidamente ha scritto sul suo blog di un tema che, in tempi di vacche magre, può facilmente essere colto nel suo lato più ridicolo. Mi riferisco alla vecchia questione, già sollevata nel 2012 con il Governo Monti, nota come "cieli bui", contenuta con apposita norma nel testo del "Patto di stabilità", venendo poi stralciata, ma che così risultava:
"1. Per finalità di contenimento della spesa pubblica, di risparmio di risorse energetiche, nonché di razionalizzazione ed ammodernamento delle fonti di illuminazione in ambienti pubblici, con decreto del Presidente del Consiglio, su proposta del Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, di concerto con il Ministro dello sviluppo economico e delle infrastrutture, nonché con il Ministro dell'economia e delle finanze, da adottare entro ... giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, sono stabiliti standard tecnici di tali fonti di illuminazione e misure di moderazione del loro utilizzo fra i quali, in particolare:
a) spegnimento dell'illuminazione ovvero suo affievolimento, anche automatico, attraverso appositi dispositivi, durante tutte o parte delle ore notturne;
b) individuazione della rete viaria ovvero delle aree, urbane o extraurbane, o anche solo di loro porzioni, nelle quali sono adottate le misure dello spegnimento o dell'affievolimento dell'illuminazione, anche combinate fra loro;
c) individuazione dei tratti di rete viaria o di ambiente, urbano ed extraurbano, ovvero di specifici luoghi ed archi temporali, nei quali, invece, non trovano applicazione le misure sub b);
d) individuazione delle modalità di ammodernamento degli impianti o dispositivi di illuminazione, in modo da convergere, progressivamente e con sostituzioni tecnologiche, verso obiettivi di maggiore efficienza energetica dei diversi dispositivi di illuminazione.
2. Gli enti locali adeguano i loro ordinamenti sulla base delle disposizioni contenute nel decreto di cui al comma 1. Le medesime disposizioni valgono in ogni caso come principi di coordinamento della finanza pubblica nei riguardi delle regioni, che provvedono ad adeguarvisi secondo i rispettivi ordinamenti"
.
Cottarelli torna all'attacco e l'incipit del suo intervento sul blog è questo: «Circolano da qualche tempo nell'ambiente degli analisti economici delle grandi banche internazionali alcune fotografie che vengono utilizzate per illustrare il persistente spreco di denaro pubblico nel nostro Paese. Si tratta di foto dell'Europa di notte prese da satelliti. Le foto non richiedono molti commenti: come vedete, le luci splendono nel cuor della notte sullo stivale. Il resto dell'Europa appare molto meno illuminato con l'eccezione del Belgio, di Londra, parti dell'Inghilterra e, naturalmente, della "Ville Lumière"».
A parte il momento scelto, di un certo raffreddamento nei rapporti di Cottarelli con il presidente Matteo Renzi (che forse pensava di avere maggior "copertura finanziaria" da tagli prospettati) e il buonsenso che bisognerebbe avere nel valutare anche il tasso di densità di popolazione nelle zone più illuminate, non bisogna negare che il tema non si presti solo ad ironie e allo scherzo. Anche se faccio fatica a immaginare gli analisti internazionali che si passano di mano in mano, scandalizzati, le foto satellitari dell'Italia notturna troppo illuminata, come segno che siamo spreconi…
Il caso valdostano potrebbe sviluppare, però, buone pratiche. La corrispondenza fra i costi delle parcelle professionali e i montanti finanziari di un'opera pubblica hanno creato anche in Valle degli impianti di illuminazione esagerati, di cui potrei tracciare qualche segno su di una mappa. Così come, senza dubbio, ci sono impianti vecchi e molto energivori, che andrebbero opportunamente modificati.
Credo che, in certe situazioni e pur sapendo che una buona illuminazione significa sicurezza stradale in certi posti e un antidoto contro i furti, immaginare fotocellule che, in certi orari nella notte profonda, accendano gli impianti solo in caso di passaggio di persone o mezzi, non penso proprio sia una baggianata.
Sarebbe forse interessante, tenendo infine conto che alcune statistiche ci assegnano un elevato costo pro capite per l'illuminazione pubblica, che la Regione proponesse ai Comuni una "mappatura", che consentisse poi interventi non a casaccio, ma con motivazioni solide.
Piacerebbe anche a Cottarelli…

Senza vincolo di mandato

Corradino MineoIl "caso Mineo", con il Partito Democratico che ha sostituito in Commissione il senatore Corradino Mineo, celebre giornalista, perché dissenziente sulla riforma renziana del Senato, ha aperto una discussione antica sul ruolo del parlamentare. Era già avvenuto, ancora di recente, con il gruppo del "Movimento 5 stelle" al Senato.
Il punto di partenza è il vigente articolo 67 della Costituzione della Repubblica italiana, che così recita: "Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato".
A molti che in queste ore hanno discettato, a favore degli uni e degli altri, va ricordato come - in caso di dubbi - sia sempre bene rifarsi alle fonti.
Nella discussione alla Costituente, si parte Il 19 settembre 1946 nella la seconda Sottocommissione della Commissione per la Costituzione, quando si approva il seguente testo: "I deputati sono rappresentanti della Nazione. I deputati esercitano liberamente la loro funzione e senza vincoli di mandato; nessun mandato imperativo può loro darsi dagli elettori".
Il 23 ottobre 1946 la stessa Sottocommissione delibera di estendere ai senatori quanto già stabilito per i deputati. Il 10 ottobre 1947, nella seduta pomeridiana, l'Assemblea costituente approva il seguente articolo nella sua forma definitiva, confermata poi due mesi dopo: "Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato".
Consiglio a chi volesse avere contezza della discussione fra personalità costituenti del calibro di Umberto Terracini, Costantino Mortati, Emilio Lussu ed altri di andare a cercare l'illuminante discussione sul bel sito nascitacostituzione.
E' chiaro come, una feroce dittatura, il Costituente volesse mettere al riparo il parlamentare da logiche di violazione delle sue convinzioni a vantaggio di ferree discipline di partito. Quel nucleo di libertà sembra rimasto intatto, anche se i meccanismi elettorali in vigore (e che temo verranno con l'Italicum) tendono, con le liste bloccate, a far scegliere gli eletti dai partiti e non dal voto dei cittadini. Ma è altra questione, pur connessa e varrebbe anche la pena di riflettere sulla particolarità di longue durée della circoscrizione uninominale della Valle d'Aosta.
Certo ci si può azzuffare sulle letture più diverse della norma costituzionale, che resterà comunque esemplare nella sua chiarezza. Oltretutto, come si legge nel primo testo, la soluzione, poi tolta ma rimasta tale nella sostanza, citava in negativo proprio quel "mandato imperativo", che ai padroni di turno dei partiti piacerebbe di più. Dunque, per capirci, il "caso Mineo" è e resta un caso politico, anche se la questione giuridica è chiara, che tocca almeno due temi. Il primo riguarda come andrebbe normato il rapporto maggioranza e minoranza nei partiti, perché troppo spesso aleggia lo spettro del "centralismo democratico". Ricordo che l'espressione si riferisce al sistema di gestione di un partito, quando affida al leader o ad una ristretta nomenclatura la programmazione di tutte le attività politiche economiche e sociali, cui gli appartenenti a quel partito debbono attenersi o obbedire ciecamente.
Ma torniamo al merito con il secondo punto, che concerne, invece, la materia dei contendere e che non riguarda legislazione ordinaria o voti di fiducia. Riguarda, invece, norme di rango costituzionale, che toccano i centri nevralgici delle istituzioni repubblicane e invocare su argomenti così topici, come la riforma del Senato ma aggiungerei anche sul regionalismo, la disciplina di partito pare inopportuno. La logica «o con me o contro di me» è una rozza semplificazione e forse Renzi avrebbe dovuto affidare questa questione sulle Riforme - lo dico con simpatia verso la Ministra Maria Elena Boschi - a persona più matura e competente. Altrimenti le critiche e le strumentalizzazioni sono e diventeranno facili.

Finiti nel pallone

Un buono sconto legato alla vittoria dell'Italia nel MondialeIn queste ore - con l'interesse di un osservatore sereno - incomincio a vedere che in molti, per ora pieni di speranza, vedono la vita più rosa, perché sono finiti nel pallone.
Premetto che la questione non mi stupisce: ho amici, anche in politica, che incontravo o no il lunedì, a seconda dell'esito, la domenica, della loro squadra del cuore. La sconfitta innescava in loro, e bisognava tenerne conto, un atteggiamento "greundzo" senza scampo, per cui meglio lasciar perdere.
Il calcio come barometro degli umori! Naturalmente vale l'inverso e cioè il "bello stabile", da alta pressione, nasceva con la vittoria. Tutto ciò per dire che, malgrado i numerosi scandali nel calcio italiano, genere i reiterati casi noti come "calcio scommesse", cui si sommano porcheria in scala europea e mondiale (i Mondiali in inverno nel 2022 nell'impossibile Qatar, a suon di mazzette, ne sono il chiaro esempio), i Mondiali di calcio, iniziati in Brasile, catalizzano l'attenzione.
Confesso che mi sarebbe piaciuto andarci: sono stato qualche volta in quel Paese meraviglioso, che giustifica con la sua bellezza e varietà ampiamente la "saudade" (nostalgia mista a rimpianto) di chi ci è stato e vorrebbe tornarci, ma il gigantismo di questa manifestazione mi fa un po' paura e gli entusiasmi mi si sono subito spenti.
Anche il moscio nazionalismo italiano si rinvigorisce con i Mondiali e il fenomeno è ben noto e l'esordio vittorioso con l'Inghilterra di questa notte è come due pastiglie di "Viagra": escono bandieroni tricolori, ci sono maglie azzurre in giro e nascono mille promozioni di prodotti legati all'evento. Il soufflé si gonfierà o sgonfierà a seconda dell'esito della Nazionale: se lo "Stellone italico" brillerà come da brillante esordio, allora crescerà il senso di appartenenza e di fierezza, altrimenti aspettatevi accuse e tormenti sul perché le cose non abbiano funzionato. Si passa dalle stalle alle stalle in quattro e quattro otto. Il "quasi gol" non esiste nella realtà e dunque non ci saranno vie di mezzo: o gioie o dolori.
Fa strano che uno sport con tanti tifosi - la definizione "sportivo" vale per chi lo sport lo pratichi - finisca per essere così terribilmente manichea. Esiste davvero qualcosa di antico, di tribale.
Mi viene in mente quel vecchio libro degli anni Settanta di Desmond Morris "La tribù del calcio", con cui l'etologo inglese, già autore del fondamentale libro sulla specie umana, "La scimmia nuda", inquadrò il calcio, i suoi simboli, i suoi riti, i giocatori (di cui, con evidente sberleffo, denuncia la generale pochezza intellettuale) e tutto l'entourage, comprese le "bande" di tifosi, in qualche cosa di atavico, risalente agli albori dell'umanità. Un libro decisivo, anche se all'epoca fu considerato bizzarro.
Giorni fa, Gabriella Greison su "SportWeek", ha intervistato il vecchio professore, 86 anni, che ha annunciato il ritorno in libreria di quel suo lavoro: «Sì, verrà ripubblicato presto, ma non ho cambiato niente: sono diverse solo le foto, i tifosi, e le esultanze dei giocatori quando segnano. E' la semplicità del gioco del calcio che crea tutta questa dipendenza. Ci riporta al periodo in cui in piccole tribù andavamo a caccia di cibo: oggi ci sono i supermarket, non è più il cibo il nostro obiettivo ma è il gol, la rete rappresenta simbolicamente il nostro traguardo esistenziale. Ma se la squadra che scende in campo è quella della Nazionale, allora il significato per noi è ancora più eccitante».
Comprate la riedizione, se non avete letto il libro allora, capirete di più anche sui Mondiali!

Persone e personaggi

Un corposo gruppo di burattiniFa impressione pensare a quante persone si finiscano per conoscere con il passare degli anni. Certo, se si dovesse fare su di loro, nello sterminato elenco possibile, un qualche tipo di catalogazione, allora si potrebbe diventare sofisticati. Fatti salvi i parenti propri ed acquisiti, il "mare magno" delle persone incontrate fa quasi impressione, ma è un segno dei tempi. Ogni generazione allarga i propri orizzonti: non dico che sia sempre bene, ma lo constato.
Come con le figurine, si potrebbe giocare a piazzare questi nostri simili su di un album per scomparti di varia tipologia e si scoprirebbe quanto turnover ci sia nei rapporti umani, fra persone perdute nel tempo, scomparse davvero, nuovi ingressi, conoscenze rapide o lunghe amicizie.
Resta inteso che gli anni fanno esperienza e dunque il metro di giudizio sulle persone si perfeziona e si rischiano meno abbagli. Con Leonardo da Vinci: «La sapienza è figlia dell'esperienza».
Questo è, di conseguenza, anche il riconoscimento di quanti errori di giudizio si siano fatti e per i quali in sostanza si sono sviluppati degli anticorpi, che innescano una protezione che dovrebbe evitare di ripeterli.
Dovendo fare una specie di graduatoria di quanto è da considerarsi in negativo, segnalo come la mancanza di libertà e, al contrario, l'affermazione della propria libertà siano a mio una delle chiavi di lettura significative ai due opposti dello stesso filo.
Mi ha sempre incuriosito, in politica, che è stata il mio pane quotidiano per molto tempo (ora resta una passione, svelenita da molte negatività), chi ama la sudditanza. Ho visto troppe genuflessioni, digestioni di qualunque cosa, personalità annichilite, persino la paura di esprimersi su questioni elementari. Sono piuttosto equivalenti le figure di chi diventa "marionetta" (fantoccio mosso dall'alto per mezzo di fili collegati con la testa, le braccia e le gambe) o "burattino" (fantoccio manovrato dalla mano del burattinaio infilata dal basso nella veste). Noto, per curiosità, che marionetta è un francesismo da "marionnette", che viene da Marion, diminutivo di Marie, nome femminile generico che indica una bambina, una bambola e quindi un pupazzo, mentre burattino è italianissimo da Burattino, personaggio della "Commedia dell'arte", che a sua volta prende il nome dal burattino, ossia dal setacciatore di farina.
Ma trovo che si manifesti sempre di più un esempio nuovo e antichissimo: il ventriloquo.
Sulla "Treccani", Vincenzo Mastrangeli così descrive il fenomeno: «la ventriloquia (da "ventriloquo", derivato, per la mediazione del francese "ventriloque", del latino tardo "ventriloquus", composto di "venter - ventre", e del tema di "loqui - parlare") è l'arte di emettere suoni e parole in modo che sembrino avere una sorgente diversa dall'apparato fonatorio che effettivamente li produce. Anticamente si credeva che in tal modo di parlare lo stomaco o il ventre avessero una speciale importanza: da ciò il nome. Impiegata oggi unicamente nei numeri di intrattenimento, l'abilità del ventriloquo consiste nel parlare senza movimenti apprezzabili delle labbra e senza alcun interessamento dei muscoli mimico-facciali, così da dare l'illusione che le parole siano pronunciate non da lui ma da altre persone, o da pupazzi, oppure che provengano per l'appunto dal ventre».
Il pupazzo per eccellenza della mia generazione è stato in televisione Rockfeller, un irriverente corvo in frac animato dallo spagnolo José Luis Moreno.
Ma la questione, riprendo la citazione, è più complessa e intrigante: «Le origini della ventriloquia sono remote e molto incerte. (...) Probabilmente la ventriloquia ha avuto inizio con le ambigue risposte che erano soliti dare gli oracoli, le Sibille, le Sfingi, le Erinni, le Parche, gli aruspici. Dove non arriva la ragione, l'uomo ha bisogno di ricorrere al soprannaturale per darsi una spiegazione dei tanti misteri che l'avvolgono. I popoli primitivi, non possedendo le conoscenze e le certezze in base alle quali moltissimi fenomeni apparentemente straordinari e misteriosi sono ormai spiegabili come eventi perfettamente naturali, dovevano immaginare e invocare forze soprannaturali per attenuare la paura del futuro. Il contatto tra l'umanità e la divinità non poteva essere diretto, ma doveva avvenire attraverso intermediari: la ventriloquia è strettamente congiunta, alle sue origini, a forme di ritualità e superstizioni primitive che vedevano sacerdoti e stregoni utilizzare nella divinazione oracolare e nelle iniziazioni religioso-animistiche questo inganno verbale, fonte di meraviglia e di stupore».
Insomma, noi col ventriloquo giocoso da palcoscenico ci divertiamo, in passato i ventriloqui ingannavano le persone, illudendole di avere poteri soprannaturali e "facendo" le voci ultraterrene con semplici trucchetti.
Capita ancora oggi in politica con buona pace delle loro marionette, dei burattini e naturalmente dei pupazzi...

La crisi del Centrodestra

Corrado PasseraLa politica non è una scienza esatta, anzi non è neppure una scienza. Per cui vale, forse, quel che diceva Otto von Bismarck, politico tedesco ottocentesco di lungo corso: «La politica non è una scienza, ma un'arte». Così, malgrado molti anni di esperienza personale e le tante letture e gli studi sull'argomento, so bene quanti elementi di incertezza si sommino, come nel copione fantasioso di un commediografo o in un thriller di uno scrittore specialista del genere. Chi pensi di azzeccare le previsioni rischia di somigliare all'aruspice dell'Antica Roma, che interpretava il futuro sia dalle viscere degli animali sacrificati che dai fenomeni naturali.
Ci riflettevo, rispetto ai destini del centro-destra in Italia, in particolare con riferimento alla lunga agonia politica di Silvio Berlusconi, dopo la batosta delle Europee, seguita alla celebre rottura con il suo delfino, Angelino Alfano, che guida oggi i transfughi del Nuovo Centrodestra. Alfano e i suoi Ministri oggi sono nel cono d'ombra che il protagonismo e lo smalto di Matteo Renzi applica ai suoi alleati, destinati in sostanza a fare da cadreghino. Meccanismo di cui in Valle d'Aosta l'attuale presidente Augusto Rollandin è maestro, spolpando vivi - al momento giusto - i suoi alleati di Governo (poi in realtà cannibalizza anche i "suoi", ma questa è un'altra storia). Vi è poi l'area centrista ex democristiana, irresistibilmente attratta dal potere renziano. Equilibri nazionali che si riverberano in Valle d'Aosta, dove si annuncia la sola variante di un tentativo, per ora dai tratti indefiniti, di una sorta di autonomismo di Destra dalle ambizioni ed esiti tutti da verificare.
Oggi il "fattore B." è certamente il dato più importante, non solo per una questione di voti e dei problemi processuali ancora presenti, ma anche per la crescente "solitudine del Capo", che perde esponenti storici a lui vicini come petali di un fiore, così come per quell'isolamento crescente che - come descritto dai giornali - sarebbe frutto di un entourage al femminile che ne dirigerebbe le scelte. Insomma, sarebbe certo una questione di carisma in disfacimento, cui però si aggiungerebbe un'incapacità di governare le situazioni, inusuale in un uomo che ha dimostrato negli anni fiuto e capacità manovriere, anche quando la sua morte politica pareva certa e sapeva ripartire. Però questa volta l'attesa inerte non gli giova affatto, perché il terremoto lo attornia. Come noto, dunque, il tema cardine resta ormai, anche per ragioni anagrafiche, la sua successione e se questo avverrà o sarà per sua mano (con una figlia al suo posto) o per un blitz in Forza Italia, che apparterebbe alla tradizione italiana della coltellata alle spalle.
In questa situazione, spunta - come un fungo la notte - quel Corrado Passera, già manager e poi Ministro con Mario Monti, che sceglie, sua sponte, l'area della Destra, dopo essere stato accreditato per tanto tempo come simpatizzante a Sinistra. Ma è evidente che a Sinistra il posto per una leadership eventuale è occupato in toto da Renzi, cui ogni gestione collegiale o condivisione va stretta: gli piace comandare da solo. Per cui Passera - che in politica resta un neofita e come tale fragile - tenta la carta ovvia di vedere se, quando sarà il momento, potrà ambire ad un ruolo di comando in una Destra allo sbando.
Ma ci vorrebbe davvero capacità divinatoria per capire quel che sarà. Per cui, salomonicamente, "chi vivrà, vedrà".

Dicono di Noi

Si è conclusa proprio oggi una breve serie radiofonica, in coppia con Elena Meynet, attraverso la quale, per un totale di dieci puntate, abbiamo visto sulle frequenze di "RaiVd'A" - con ospiti esterni e giornalisti valdostani - "Dicono di Noi", vale a dire quale possa essere l'immagine della Valle d'Aosta all'esterno.
Le coppie create "personalità - giornalista" sono state piuttosto assortite, così come i temi affrontati nella mezz'oretta di trasmissione, che ci ha anche consentito di capire i gusti musicali, visto che ciascun "esterno" sceglieva due brani musicali.
E' interessante ripercorrere brevemente alcune questioni emerse.

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