May 2014

La Tavola rotonda

Una ricostruzione della 'Tavola rotonda'Sarà che sono cresciuto a pochi passi dal castello di Verrès, per noi paesani territorio di svago e di festa, ma ho sempre amato pensare a come dovesse essere la vita in quei luoghi in epoca medioevale.
Così le saghe di quei tempi mi hanno sempre affascinato nelle opere letterarie e anche nella filmica che ci rimanda questo mondo fra storia e fantasia.
L'altro giorno, con mio figlio più piccolo, guardavo appunto un film di questo filone di castelli, dame e cavalieri, appartenente a quel ciclo di gran successo attorno alle gesta del famoso Re Artù.
Uno dei miti più affascinanti è quello dei cavalieri della "Tavola rotonda". Traggo dalla "Treccani" la voce sul tema scritta da Salvatore Battaglia, celebre professore di filologia romanza di origine catanese. Così scrive e la doppia o di "roonde" è francese antico non un refuso: "Nel mondo fantastico della poesia cavalleresca medievale, e più precisamente francese, con Tavola rotonda (Table roonde) si designò un'ideale istituzione eroica sorta nella meravigliosa corte di Artù (Arturo), il leggendario re dei Bretoni: re e corte che furono assunti dalla letteratura europea, per tramite francese, a modello di perfetta e inimitabile cavalleria. La "Tavola rotonda", intorno a cui si disponevano i cavalieri arturiani, quando il re li radunava a corte, era il simbolo per chi ne faceva parte dell'assoluta eguaglianza e rappresentava per ciascuno l'impegno indefettibile di eccellere in ogni impresa d'arme".
Interessante questa simbolistica, che da ragazzi ci faceva battere il cuore. Prosegue la spiegazione: "L'espressione ci risulta per la prima volta dal Brut (o, con titolo più complessivo, "Geste de Bretons"), del "chierico" Wace, che in questo vasto poema traduceva in facili ottonarî francesi, intorno al 1155, la leggendaria "Historia regum Britanniae" di Goffredo di Monmouth. Il poema di Wace è la prima vasta compilazione francese, attraverso cui si divulga il gusto per le leggende bretoni, connesse tutte intorno alla corte del re Artù, che nella tradizione bretone rappresenta l'eroe indigeno, nobile e infelice difensore della libertà nazionale contro gli Anglosassoni, i barbari invasori d'oltremare (secondo la realtà storica si dovrebbe risalire agli anni 450-510 d.C.), ma che nella nuova e più squisita anima francese si tramuta nel mitico depositario d'ogni cavalleria".
Immaginate per un attimo, fatta la tara da ogni visione artificiosa e letteraria, l'ambientazione negli straordinari castelli valdostani, comprensiva da quell'oggetto mitico, il "Santo Graal", da cui deriva la grolla valdostana odierna. Si legge più avanti, dopo una spiegazione dettagliatissima delle opere che si susseguono e si intrecciano fra di loro, questa citazione di Goffredo di Monmouth (1135), in cui è evidente l'allusione alla "Table roonde" ed ai suoi cavalieri:

"Por les nobles barons qu'il ot...
Fist Artus la roonde table,
Don Breton dieut mainte fable:
Iloc seeient li vassal
Tuit chevalment et tuit igual"
.

Questo concetto della "Table Ronde" mi piace molto rispetto al futuro politico della Valle d'Aosta in anni difficili, in cui più che subire i cambiamenti bisognerebbe cavalcarli, come i cavalieri medioevali. Viene da dire, dunque, che questa logica circolare, fatta di un dialogo vero (non le larghe intese "ad usum Delphini") fra tanti soggetti, senza confusione fra i ruoli e sulla base davvero di un "idem sentire", dovrebbe essere un'occasione importante per progettare il futuro.

Per un pugno di dollari

Una scena del filmIl problema di vedere il cinema ormai prevalentemente in televisione è la necessità - nella determinazione di che cosa guardare - del compromesso, senza troppe discussioni precedenti. A meno che, beninteso, uno non si guardi la televisione da solo. Ma trovo che un eccesso di televisori in casa, per chi la pratichi, sia una scelta che può essere d'isolamento, in un mondo in cui già troppe volte siamo soli in mezzo agli altri, specie con i palmari. Altrimenti, se si crede alla componente di socialità dell'elettrodomestico con lo schermo, tocca giocoforza e con processi per direttissima - grazie ai canali specializzati in film, per non dire della "pay per view" - ricercare un improbo compromesso familiare.
Per cui - confesso le mie frustrazioni - non riesco ad imporre gli horror e le pellicole di fantascienza, generi che guarderei sempre volentieri, ma soprattutto sono bocciato sulla scelta di pellicole western. Filone, in verità, ormai facente parte dei "classici", per cui - tranne quel matto di Quentin Tarantino con "Django unchained", che fa il verso al passato - bisogna abbeverarsi alla fonte dei grandi maestri.
A me commuove che un film della mia infanzia, "Per un pugno di dollari" di Sergio Leone (cui si aggiungono, nella trilogia, "Per qualche dollaro in più" e "Il buono, il brutto, il cattivo"), sia stato presentato, opportunamente restaurato con il contributo proprio di Tarantino, al "Festival del Cinema di Cannes", nelle scorse ore. Da notare che non solo il film è stato digitalizzato e "ricolorato", ma è stato lo stesso Maestro Ennio Morricone a rimasterizzare la straordinaria musica del film, che figura ancora nel mio vissuto.
Mi vengono in mente, pensando anche a quella colonna sonora, quegli anni Sessanta e che cosa significasse per un bambino seguire queste storie avvincenti sul grande schermo, quando neppure sapevi - perché quella è quasi sociologia - che cosa fosse questo genere degli "spaghetti western". Un filone filmico che, all'epoca, alimentava il mito di un Far West fantasioso e inesistente nei termini proposti, come avvenne in parallelo con il fumetto cartaceo di Tex Willer del grande Sergio Bonelli. Anche lui uno dei forgiatori del pensiero - che è stato così inculcato alla mia generazione - che i cattivi, infine, vengono sconfitti. Attendo, con speranza, una verifica di questo nella vita vissuta per poter dire che esiste una corrispondenza della realtà con quel pensiero buonista e speranzoso. Altrimenti, voglio indietro i soldi spesi al botteghino e in edicola!
Ma torno al tema. Quando uno pensa alla carriera di attore e regista di Clint Eastwood, quasi non ricorda che fu lui il protagonista di quel primo film. Ho letto che a Leone questa scelta non piaceva e decise, come escamotage, di mettere a Joe - così si chiamava il pistolero - quel sigaro in bocca, che poi contribuì alla nascita e al successo del silente personaggio dagli occhi di ghiaccio.
Ripenso con nostalgia a quei pomeriggi al cinema, con amici della "compagnia", a tifare per quel nostro eroe con pistola. «Quando un uomo con la pistola incontra un uomo col fucile, quello con la pistola è un uomo morto!». Così il cattivo Ramón Rojo, impersonato dal grande Gian Maria Volontè, si era rivolto a Joe, che gli ripeterà beffardamente la frase prima di farlo secco, dopo essersi riparato dai colpi del "Winchester" del suo avversario con una lastra di ferro. Una sola pallottola - naturalmente sparata con la sua "Colt" - consentirà, con la morte del malvagio, il lieto fine.
Uscivo così dalla sala sul "the end" con il passo leggero...

I predatori e le Alpi

Da molti anni seguo il ritorno sulle Alpi di animali un tempo scomparsi.
Lo faccio per mio interesse, ma nel solco di un problema atavico, che non a caso portò fra Ottocento e Novecento alla scomparsa di quelle specie considerate perniciose dall'uomo. Allora di questo si gioì, mentre oggi è giusto interrogarsi su quale equilibrio ci debba essere, evitando sul tema delle battaglie ideologiche e, come tali, oziose.
Tuttavia è legittimo che i montanari di oggi chiedano di essere sentiti per le conseguenze sulle attività economiche della reintroduzione di alcuni predatori. Ne tengano conto certi ambientalisti da città, che paiono non rendersi conto che qualche problema di convivenza esiste e non basta invocare risarcimenti o metodologie di difesa da mettere in atto.

Paradossi vicini e lontani

La bandiera del QuébecLa politica è fatta, come noto, di paradossi, cioè di situazioni - come dice la parola stessa - che sono "affermazione, proposizione, tesi, opinione che, per il suo contenuto o per la forma in cui è espressa, appare contraria all'opinione comune o alla verosimiglianza e riesce perciò sorprendente o incredibile".
Lo si vede anche per quanto sta avvenendo in queste ore in Valle d'Aosta, dove - con la regia occulta di chissà quale "saggio" - si stanno cucinando strane pietanze per i valdostani. Ma per ora tocca attendere per capire non solo i fatti se si realizzeranno, ma soprattutto i gustosi e forse incredibili retroscena. Aspettiamoci profluvi di aggettivi roboanti per spiegare un'eventuale realtà, che sarebbe scarna come un osso di seppia.
Ci pensavo a questa storia dei paradossi, in attesa di applicarli a vicende vicine, rispetto a un caso di scuola per chiunque creda nel federalismo e guardi al rapporto sempre contradditorio fra il Québec, largamente francofono e fortemente legato ad un proprio senso identitario, e il proprio Paese di appartenenza, il Canada.
Ebbene, nelle ultime elezioni, gli indipendentisti, che finora hanno fallito i referendum per avere un Québec quale vero e proprio Stato, si sono presi un'ulteriore legnata e questo sembrava, nell'interpretazione di molti commentatori, un punto e a capo, anzi una tomba. Dunque, per converso, si prospettava una "canadizzazione" - scusate il neologismo - del Québec.
Ed invece leggo sulla stampa canadese - e ne prendo pezzi da diverse testate, che ormai leggo via Internet (meraviglie della tecnologia) - di un studio commissionato dallo stesso Governo centrale, che mostra una situazione interessante e, come dicevo all'inizio, paradossale: "Le sentiment d'attachement au Canada des Québécois s'est effrité au cours de la dernière décennie, constate une étude réalisée pour le compte du Bureau du Conseil privé. (…) La firme "Walker consulting group" a été mandatée pour réaliser une de ces études. L'un des principaux constats de la firme dans son rapport remis en janvier 2014, intitulé "Examen des liens qui unissent les Canadiens", est que le sentiment de profond attachement au Canada des Québécois s'est étiolé depuis 2003. La firme cite à cet égard les résultats d'un sondage annuel réalisé par Environics.
«Le niveau de profond attachement au Canada dans la province de Québec a chuté au cours de la dernière décennie, passant de 50 pour cent en 2003 à 34 pour cent en 2012. Aucun changement comparable ne s'est produit à l'extérieur du Québec», peut-on lire dans le rapport"
.
Si punta il dito proprio sul ruolo del Governo federale: "Cette baisse serait attribuable, selon la firme, au genre de discours politique qui est tenu à Ottawa. «Quand on se livre à la politique de la division (wedge politics), des différences de valeurs minimes (ou des présumées différences) peuvent être exagérées pour des gains politiques et pour diviser. Cela a pour effet de miner l'objectif précis que nous tentons de réaliser de forger une identité unifiée», peut-on lire".
Certo ci sono dei fatti concreti: una certa esaltazione nazionalistica di date storiche "canadesi", che poco importano al Québec, così come quel mantenimento del legame con la Monarchia inglese, che ai francofoni non piace. Vi sono poi interessi economici, come lo sfruttamento del settore petrolifero in modo intensivo (specie gli scisti bituminosi) e la sottostima che i conservatori al potere ad Ottawa fanno di quei cambiamenti climatici, che invece stanno a cuore ai québecois.
Replica del Governo canadese, sulla difensiva: "«Nous avons accompli plusieurs gestes pour souligner le rôle important que joue le Québec, notamment en reconnaissant que les Québécois forment une nation à l'intérieur du Canada et en accordant une place au Québec à l'Unesco», a affirmé Carl Vallée, un proche collaborateur de M. Harper. Il a aussi rappelé que le gouvernement a investi d'importantes sommes pour marquer le 400e anniversaire de fondation de la ville de Québec en 2008 et que le premier ministre tient à prononcer ses discours d'abord en français parce qu'il croit que le français est la «langue fondatrice du Canada»".
Interessante, vero? Mi domando se e come, in quest'epoca di crisi "multistrato" fra Stato e Valle d’Aosta, componenti della stessa Repubblica, ma con due personalità istituzionali egualmente rispettabili, sia il "sentiment" dei valdostani rispetto a molti degli accadimenti e dunque, per così dire, dell'"attaccamento" all'Italia. Lo dico in analogia con lo studio sopracitato. Penso che anche da noi dati concreti sarebbero più utili di molta convegnistica.
Ma forse è una proposta che vola troppo alto rispetto a quanto potrebbe partorire certa politica odierna.

Adozioni

Il ministro Maria Elena Boschi sull'aereo insieme ad uno dei bimbi congolesiHo seguito, nel tempo, le vicissitudini di chi, non potendo avere figli ma anche per altruismo, si è infilato nel difficile ma nobilissimo cammino dell'adozione. Quando questo è capitato in Italia, ho visto casi del tutto tranquilli e ordinari, davvero a lieto fine, ma anche dei casi complessi e ingarbugliati, che hanno portato dolore e delusione. Segno forse che certe procedure andrebbero riviste, pur mantenendo tutte le cautele del caso, ma forse rendendo meno discrezionali e capricciose certe decisioni vitali per il proseguimento dell'iter della pratica.
Il recente caso dei bambini del Congo, portati in Italia con aereo di Stato e ministro al seguito, mi ha riportato, invece, alla memoria casi difficili di adozioni internazionali. La spettacolarizzazione del "caso Congo" non mi è piaciuta, anche perché - al di là del ruolo del Governo, giustamente attivo - non si è capito perché alla fine sia andata in Africa per seguire il lieto fine un Ministro non competente in materia come Maria Elena Boschi (le sue deleghe sono, infatti, riforme e rapporti con il Parlamento). C'è chi ironizzato sul "physique du rôle" della bella fiorentina, certo adatta come nessun altro a incarnare la figura della "Buona". D'altra parte i fotografi e operatori presenti dovevano tenere conto come le loro immagini, trattando di minori, dovessero essere stampate o ritrasmesse in televisione con l'opportuna schermatura dei visi, come previsto dalla famosa "Carta di Treviso". Invece il volto scoperto è stato un segno di mancanza di rispetto e di violazione di regole deontologiche, pure con un retrogusto xenofobo, se permettete.
Ma dicevo delle adozioni internazionali e del dedalo, fatto di stecche, malaffare e procedure opache, che riguardano molti Paesi e non solo del cosìdetto "Terzo" (o "Quarto") mondo.
Penso ai casi terribili, risolti e irrisolti, in Bielorussia. Ricorderete il caso di cronaca di Maria, la bimba bielorussa nascosta dai genitori adottivi a Saint-Oyen nel lontano 2006, purtroppo è stata solo la punta di un iceberg che ancora esiste.
Non a caso, in quell'epoca, studiai in Regione una forma di convenzione con l'apposita agenzia del Piemonte per aiutare le famiglie valdostane interessate a procedure chiare e spese certe per un'adozione internazionale. Non so se l'accordo sia sopravvissuto ai "tagli".
Addolora pensare quanti bambini orfani nel mondo, vivendo spesso in condizioni spaventose, aspettino una famiglia e viceversa quanti genitori potenziali aspettino il loro turno, se arriva.
Ha scritto Monica Toselli in un libro sull'adozione: "L'atto di adottare solitamente ripara due dolori: quello dei genitori di non aver potuto avere figli (coppia senza figli) e quello del bambino di non aver avuto una famiglia".
Tuttavia, troppi traffici e interessi si frappongono fra queste due speranze, così umanamente comprensibili. Bisognerebbe davvero che, in materie come queste in cui l'appartenenza alla stessa umanità scavalca differenze di origini e di culture, si manifestasse un autorevole ruolo del diritto internazionale, che invece langue.

I danni del benaltrismo

Un fossile del 'Permiano-Triassico'Sul sito "unaparolaalgiorno" si descrive molto bene un atteggiamento ormai ricorrente e battezzato, con un neologismo nato all'inizio degli anni 90, il "benaltrismo".
Propongo il testo, da lì traggo e ringrazio, come base di partenza: "Questa tendenza retorica consiste nell'attaccare un'affermazione che esprime un problema o una soluzione affermando a propria volta che i problemi o le soluzioni sono "ben altri". L'atteggiamento del benaltrismo non è quindi di critica verso un'affermazione in sé, ma sull'ordine di importanza dell'affermazione stessa. Quelle sulla priorità di un problema o sull'opportunità di una soluzione sono considerazioni legittime ed intelligenti, ma il benaltrismo è il lato patologico di queste considerazioni, quando sono esasperate e ottuse: infatti ragionando logicamente è sempre possibile trovare problemi più grandi e soluzioni più radicali.
La discriminazione è un problema? Ben altri sono i problemi: la gente non ha lavoro.
La gente non ha lavoro? Ben altri sono i problemi: la struttura del mercato e della finanza deve essere riformata.
Il mercato e la finanza devono essere riformati? Ben altri sono i problemi: dobbiamo pensare innanzitutto all'inquinamento.
L'inquinamento è un problema? Ben altri sono i problemi: le ragioni dell'estinzione di massa del "Permiano-Triassico" sono ancora sconosciute, e se ricapita siamo daccapo noi e tutte le specie della Terra. Senza contare asteroidi e alieni minacciosi.
Il benaltrismo è la posizione del "solone" che vuole mostrare di saperla lunga, indicando dal pulpito i veri problemi e le vere soluzioni, mentre si crogiola in quella che è una sostanziale e impotente inerzia. Ciò che il benaltrista non fa è focalizzare i passi successivi da compiere vagliando problemi e soluzioni con sensata priorità: "un viaggio di diecimila miglia inizia con un singolo passo" diceva il saggio. Secondo il benaltrista, inizia con ben altri passi"
.
Va aggiunto - a completamento - che non sempre il "benaltrista" ha un atteggiamento, come si diceva poche righe fa, da "solone", ma esiste anche chi non è in buona fede. Nella politica valdostana un classico è quando con qualcuno magari critichi "Tizio" (tipo Augusto Rollandin) e lui, ovvio tifoso, risponde «già, ma anche "Sempronio"» (tipo Laurent Viérin). Oppure se critichi certe scelte finanziarie della Regione spostano l'oggetto della discussione sull'Europa «brutta e cattiva». Oppure ancora – più ideologico – segnali il dilagare della destra estrema e persino neofascista in Europa ed il tuo interlocutore replica che «anche il comunismo ha fatto un sacco di danni».
Vien da dire ogni volta: non scantoniamo e restiamo sul punto, altrimenti meglio lasciar perdere…

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