May 2014

Quello stato d'animo

Una rappresentazione del pensiero romanticoLa parola “umore”, riferita a come ci si sente, non fa parte del mio lessico, perché trovo più bella l'espressione "stato d'animo". Ci pensavo in queste ore, guardando - con stato d'animo conseguente - gli scenari che ci troviamo di fronte (per carità non nella vita privata, che è felice) nelle vicende pubbliche in Valle, in Italia, in Europa e nel mondo, avendo la fortuna di non avere ancora scovato una civiltà extraterrestre...
Tempi e generalmente grami, che fanno di ogni telegiornale una sorta di "via crucis", per cui, alla fine, sei lieto di guardarti i polpettoni disneyani a lieto fine del pargolo ultimo nato. Meglio i cartoni che gli ansiolitici, che ho avuto la fortuna di non prendere mai.
Mi capita ogni tanto, come immagino a molti, di guardare le foto della mia infanzia. La maggior parte sono in "disordine sparso" nella casa di famiglia di Verrès, contenute in scatole di cartone, a loro volta infilate in un grosso cassetto di un antico scrittoio di famiglia, che dà già da solo il senso del tempo che fu. Capita, cercando qualcosa, di finire seduti sulla moquette a guardare queste immagini dal passato, che cominciano con me scricciolo - nato di otto mesi il 25 dicembre del 1958, ore 20.10, peso due chili e tre etti - per poi attraversare i decenni successivi. Naturalmente spuntano altre foto familiari, specie dei miei genitori "giovani" o di parenti e amici vari, compresi quelli che ti domandi che fine abbiano fatto e non li trovi neppure scavando nei "social". Molte immagini sono ancora in bianco e nero, altre - per la tipologia - sono davvero frutto dell'evoluzione della fotografia. Quel che oggi stipiamo, in epoca di digitalizzazione, nella pancia dei nostri computer, allora si metteva o in appositi album o, nel mio caso, in buste che poi finiscono, a causa della consultazione, per mischiare le fotografie sino a creare bizzarre serie durante la loro visione.
Per cui si passa da mio papà sorridente con una pettinatura altissima con brillantina vicino alla prima "Topolino" al sottoscritto in spiaggia con i "Ray Ban" e l'aria da playboy adolescente, da mia madre in montagna con giacca a vento anni Cinquanta e occhialoni da sole a mio fratello sugli sci mentre sfreccia fra le porte di uno slalom gigante.
Eravamo più felici? O, come penso, a deformare esiste quell'effetto che dalla profondità della propria memoria che finisce, come avviene per la pellicina del latte nel colino, per far emergere solo quanto di bello è stato, cancellando le cose brutte? E' noto e ci arriva dal cuore della civiltà romana: "laudator temporis acti" e cioè "lodatore del tempo passato"). Questa espressione, che fa parte del "latinorum" da esibire nei discorsi, viene da Orazio nella sua "Ars poetica" ed è attribuita - vade retro Satana! - agli anziani. Non a caso, riferita ad un malanno della senilità, tipo vecchietto del "Far West" nel saloon, l'espressione completa è questa e colpisce dritto: "laudator temporis acti se puero" ("lodatore del tempo passato, quando egli era fanciullo"). In fondo è lo stesso filone del detto: "da giovani si è rivoluzionari, da vecchi conservatori". L'anziano sarebbe, in sostanza, un tradizionalista, non accettando le novità, per cui si diventerebbe nostalgici di passati regimi o noiosi narratori del loro tempo, quando tutto andava meglio ed era tutto "rose e fiori".
Io trovo che, così come il diritto alla Felicità è un diritto costituzionale negli Stati Uniti, dovrebbe anche esserlo il diritto alla Nostalgia.
Personalmente ho sempre, buttandola in politica, diffidato del termine "rivoluzionario" e crescendo ho avuto conferma di quante delusioni - tipo "zac” della ghigliottina, baracca del gulag o al campo di rieducazione - si siamo portati a casa tanti rivoluzionari, ma anche il termine "conservatore" non mi piace affatto per quell'aspetto museale che non ha nulla a che fare con la necessaria effervescenza di una vita umana, pena una morte anticipata rispetto a quella naturale.
Per cui, malgrado mi piaccia guardare le foto del passato e baloccarmi coi ricordi, mi riconosco semmai di più nel termine "riformatore", perché è in questa ansia di trovare soluzioni migliorative della situazione attuale - per favore senza aprire fronti infiniti, come di moda - trovo uno dei veri "motori" della vita.

Il crowdfunding e i nuovi orizzonti di Internet

Una rappresentazione di 'crowfunding'L'appello è quello solito: chi si sclerotizza sul déjà-vu, nel rassicurante seno delle cose fatte e rifatte sempre nello stesso modo, scopre un giorno di trovarsi inesorabilmente indietro. La routine e la sicurezza, per quanto già appreso in passato e ritenuto sufficiente, rischia di essere un peso che ti trascina a fondo in qualunque settore si operi.
Oggi vorrei fare un esempio concreto, applicato ai settori produttivi e non solo, sapendo quanto ormai l'accesso al credito tradizionale sia difficile ed insidioso e quanti si siano trovati intrappolati in un sistema che ci mette poco a farti del male.
L'altro giorno, parlavo con un giovane imprenditore valdostano, impegnato in questo periodo in una raccolta fondi con la formula del "crowdfunding" (dall'inglese "crowd", folla e "funding", finanziamento, italianianizzato in "finanziamento collettivo"). In questo caso, proprio per la vocazione più forte di questo tipo di ricerca dei finanziamenti in Rete e cioè - riadoperando l'inglese - una "start-up", vale a dire un'impresa di nuova costituzione, operante in un settore tecnologico che offre delle prospettive di crescita, specie se ci si trova di fronte ad un'innovazione-invenzione. Sappiamo quanto questo sia vero: c'è chi ha fatto successi incredibili, ma anche chi - rovescio della medaglia - ci ha lasciato le penne sul mercato.
In realtà il perimetro di questa novità, emersa a partire dal 2005, è più vasto (consiglio la lettura del reportage su "Panorama" della settimana scorsa) e consente, attraverso apposite piattaforme sul Web, di cercare piccoli o persino piccolissimi investitori a favore di un progetto, che sia lo sviluppo di un prodotto nuovo, di un film, di un libro, di beneficenza, di una causa umanitaria e via di questo passo. La tipologia dovrebbe essere appunto, ma la materia è mobile: la donazione, il prestito personale (chiamato "social lending") e il "crowdfunding reward-based". Quest'ultima formula prevede una ricompensa per i finanziatori del progetto, che sia una copia del film, del software, del prodotto che si è "sostenuto" finanziariamente.
Applicato ad un'azienda, l'"equity crowdfunding" sostituisce ed integra la tradizionale raccolta di fondi tra - vi ribeccate l'inglese - i "venture capitalist" (formula di finanziamento che comporta un certo margine di rischio), che sostengono una società nascente o nuovi sviluppi in cantiere.
D'altra parte non si poteva pensare che la Rete non finisse per essere sempre più uno strumento plurimo e interattivo, riassuntivo delle diverse attività umane. Come un mondo parallelo, molto più concreto di quel che pensi quella parte ancora vasta che non lo frequenta o lo fa sporadicamente. Spiace dover ripetere, in questo senso, un concetto già espresso: va bene che la Valle d'Aosta, anche con la fibra ottica, investa nell'infrastruttura. Ma per i valdostani la differenza, alla fine, la faranno la lotta all'analfabetismo digitale e la possibilità di rinvenire sul Web - certo meglio se di qualità come connessione - servizi e contenuti specifici. La piccola dimensione della Valle d'Aosta, svantaggio in molti casi, per la formazione e gli usi sulla Rete potrebbe diventare, se ci si credesse, un modello.

Lungo il Ru

Un tratto del 'Ru d'Arlaz'Quando vado a fare due passi, uno dei posti più vicini è una strada poderale che costeggia un antico "ru", un canale irriguo - oggi in versione moderna - che rinfresca larga parte della passeggiata. Nella parte in cui il cui corso d'acqua artificiale corre scoperto (parte è intubato in corrispondenza con zone franose), a chi lo veda con una certa continuità risultano evidentii periodi in cui la portata d'acqua è buona o scarsa. Quest'anno, con acqua abbondante, non posso non ricordare il mio cagnone, Max, golden retriever amante dell'acqua, che si immergeva nel canale e ci stava come un subacqueo in apnea.
Per i non valdostani ricordo che i rus sono quei canali, presenti in tutta la Valle, che servono a portare acqua per le colture nelle zone più secche, specie nei versanti del cosiddetto "adret", cioè la parte al sole della vallata principale. Furono costruiti fra il XIII e il XVI secolo, un periodo climatico "caldo" e in cui cresceva la necessità di acqua per un mondo agricolo che campava in un'economia di autosussistenza. Il "Ru d'Arlaz" dovrebbe risalire alla seconda metà del XIV secolo e inizia il suo percorso a Ponthey nel Comune di Brusson in Val d'Ayas e si sviluppa per una quindicina di chilometri, scollinando verso la vallata principale proprio nel paesino di Arlaz, da cui il nome, a vantaggio delle campagne di Verrès, Emarèse e appunto di Saint-Vincent, dove finisce.
Il tema dell'acqua, quando presentai al "Comitato delle Regioni" un rapporto sul cambiamento climatico e il suo impatto sulle Alpi, è risultato uno dei più delicati per il futuro di questo vasto massiccio di montagne.
Ricordo cosa scriveva l'organizzazione internazionale per la protezione delle Alpi: "Secondo i dati dell'Agenzia europea per l'ambiente (EEA, 2009) e del Segretariato permanente della "Convenzione delle Alpi" (2009), la regione alpina ha visto un aumento di temperatura di +2° C nel ventesimo secolo, più del doppio di quello dell'emisfero settentrionale e due volte la media europea. Un ulteriore aumento di 2.6° - 3.9° C e atteso entro la fine del corrente secolo, nuovamente di molto superiore rispetto all'andamento previsto su scala continentale. Unitamente a variazioni nell'andamento stagionale delle temperature, i modelli previsionali ipotizzano una diminuzione delle precipitazioni totali ed un'accresciuta frequenza di eventi eccezionali (periodi di siccità, alluvioni, ecc.). Durante questo secolo, l'impatto dei cambiamenti climatici sull'idrologia alpina sarà notevole: si prevede una diminuzione delle precipitazioni variabile tra l'1 e l'11 per cento, mentre i periodi siccitosi estivi (almeno cinque giorni consecutivi senza precipitazioni) aumenteranno del 36 per cento, con incrementi relativamente superiori nelle Alpi settentrionali, attualmente meno interessate dal fenomeno. Le precipitazioni nevose subiranno un drastico ridimensionamento: del 40 per cento nei versanti settentrionali e del 70 per cento in quelli meridionali. Secondo Beniston (2006) la combinazione di temperature più alte e variazioni nella distribuzione stagionale delle precipitazioni determinerà conseguenze molto accentuate sulle portate dei corsi d'acqua. Una minor quantità di neve associata a maggiori piogge durante l'inverno determinerà un consistente aumento delle portate invernali (fino al 19 per cento) e una corrispondente diminuzione di quelle primaverili (meno 17 per cento) e soprattutto estive (le previsioni parlano di una riduzione del 55 per cento nelle Alpi centrali e meridionali entro il 2100)".
Ma i sorvegliati speciali restano i ghiacciai e su questo così si legge: "Nel breve periodo questi cambiamenti possono essere compensati dallo scioglimento dei ghiacciai e del permafrost. Nel lungo periodo vi è invece preoccupazione per la persistenza di queste fondamentali riserve d'acqua. I ghiacciai hanno perso il 20 - 30 per cento del loro volume dal 1980; i picchi di temperatura della sola annata 2003 hanno causato una diminuzione del 10 per cento nella loro massa. Secondo Haeberli (2009) la superficie dei ghiacciai potrebbe ridursi entro il 2050 di una quota variabile tra il 50 ed il 75 per cento".
Bisogna prepararsi per tempo, anche in Valle d'Aosta, uscendo da politiche di breve respiro e dalle impressioni soggettive, perché o si definiscono le reazioni alle condizioni nuove che si verificheranno o saranno guai per le generazioni future.

Formaggi e Fontina

Una fetta di 'Fontina'In una pagina del sito di "Slow Food", c'è un titolo immaginifico, che dice "Resistenza casearia". Non stupisce che ci siano espressioni così politiche, visto che una larga parte del primo gruppo dirigente di questa associazione aveva una matrice sessantottina o, come si diceva una volta, "extraparlamentare" di sinistra.
Non sarà mai stata fatta la "Rivoluzione", ma certo la difesa e lo sviluppo dei prodotti tipici e del vasto filone dell'enogastronomia ha supplito per molti al "sol dell'avvenire" mai sorto.
Certo nella presentazione sui formaggi sono esemplari: "Ogni latte parla di un luogo, di un animale, di quel che l'animale ha mangiato. Così, quando dal latte si fa formaggio, queste caratteristiche vengono trasferite al prodotto finale, un prodotto che racconta la storia di un territorio e ne descrive le caratteristiche... Nel bene e nel male".
Giustissimo, condivido. Aggiungerei l'essenziale componente umana, che fa sì che ogni popolo sia riuscito, laddove possibile, ad esprimere una sua variante culturale del formaggio, evitando così una uniformità. Leggiamo ancora: "Nel mondo esistono circa duemila tipologie di formaggi, alcuni antichissimi, altri più moderni, i quali si differenziano per il tipo di latte da cui derivano e per tecnologia, sia di produzione che di stagionatura". Insomma l'arte casearia è per le sue tecniche e per il prodotto ottenuto un petalo del grande fiore della diversità culturale che rende ricca l'umanità.
Mi viene sempre da sorridere di quella frase attribuita al Generale Charles De Gaulle: «Comment voulez-vous gouverner un pays où il existe variétés 365 de fromages?» Frase dall'origine incerta e dai numeri cangianti: chi dice che ne citasse 246, chi 258 e chi sale fino a seicento. Ma la sostanza non cambia: tante teste, tanti formaggi.
Quattrocento, di cui un trentina riconosciuti e protetti, sono, invece, i formaggi in Italia, secondo i dati che ho trovato. Mentre scrivo, provo a vedere sin dove possono arrivare le mie conoscenze nell'elencarli ed è fantastico come la sola evocazione riporti, dalla memoria sino alle papille gustative, i differenti sapori e gusti di questa ricchezza di formaggi.
Leggevo in questi giorni, ma si potrebbe tornare indietro di dieci anni, vent'anni o trent'anni della periodica polemica valdostana sul futuro del nostro prodotto di punta: la "Fontina". Quando la trovo in rivendite o ristoranti distanti dalle nostre latitudini, ho sempre un moto di orgoglio e persino uno stupore, che la dice lunga sulle scarse aspettative che ho interiorizzato. Leggo che si ribadisce l'importanza della qualità, come elemento premiale per il produttore e me ne compiaccio. La storia è sempre la stessa: come spiegare al consumatore che una "Fontina" prodotta in alpeggio con vacche nutrite dalle erbe di pascolo è equivalente al derivato del latte di una bovina chiusa in stalla e alimentata con fieno non sempre (ma in violazione del disciplinare) autoctono? Si tratta di un tema tabù: chi lo tocca, muore. Per cui ci si gira intorno con dei ragionamenti ellittici, che non vanno al punto.
Ma so che è solo uno dei problemi: ce ne sono tanti altri, che vanno da problemi produttivi e di mercato, di "brand" e di marketing, di rete commerciale e di protezione dalle imitazioni. Molti esperti, posti al capezzale, potrebbero dir la loro e non mancano approfondimenti già fatti.
Con tanti formaggi in Italia e nel mondo, basterebbe guardare che cosa fanno gli altri, per avere, infine, a vantaggio del nostro formaggio "dop", un proprio modello complessivo più efficace dell'attuale.

Il successo del Salone del Libro, ma...

L'ingresso del 'Salone del libro' di TorinoHo avuto la fortuna di nascere in una casa con tanti libri. Prima che cominciassi ad accumularli nella libreria della mia cameretta, i libri erano tutti nello studio di mio papà, dove lui passava lunghe ore a compilare i registri, allora cartacei, per la bonifica del bestiame. C'era un po' di tutto, in italiano e in francese, ma la parte più impressionante per un bambino - a parte le enciclopedie come la "Larousse" - erano i libri che arrivavano dalla spartizione fra i figli della ricca raccolta di libri del nonno René, prevalentemente ottocenteschi, ma anche con qualche volume del secolo precedente. I libri antichi, con i loro caratteri e la loro ricca rilegatura tradizionale, sono rimasti quelli che guardo di più nelle rivendite di vecchi libri, come mi è capitato di fare dai famosi bouquinistes sul lungosenna a Parigi.
La lettura ha una forte componente educativa e si può trasmettere. La nascita delle biblioteche pubbliche ha favorito chi non aveva la fortuna di avere libri in casa, che non è mai stata una questione di censo. Ricordo case di persone di gran livello sociale con libri esposti a bizzeffe, che poi si rivelavano - autentico orrore - libri finti, che servivano solo per dare pomposità alla libreria farlocca. E viceversa ricordo persone di condizione modesta che avevano nel salotto buono libri veri e vari. La politica era, da questo punto di vista, una forte molla per la lettura.
Leggevo in queste ore dell'incredibile successo di pubblico del "Salone del Libro" di Torino, dove non sono andato perché in certe kermesse incomincio a soffrire di una vaga agorafobia e anche del disagio di non riuscire a vedere le cose, perché trascinato dal flusso dei visitatori. Confesso in più il vago snobismo nell'assistere alle conferenze di grandi autori con la fastidiosa impressione che una parte dei presenti sia lì per il "personaggio", senza certezze che tutti abbiano letto i suoi libri.
In Italia, ma anche in Valle d'Aosta, chiudono le librerie, le biblioteche si devono ingegnare con nuove attività, la distribuzione rischia di diventare monopolistica e lo scorso anno si sono venduti due milioni di libri in meno e i libri elettronici (peggio vanno gli "audiolibri", che non sfondano) arrancano a causa dell'analfabetismo digitale. Interessante leggere il report "Istat" sulla produzione e lettura di libri in Italia. Nel 2012 la quota di lettori è scesa dal 46 al 43 per cento e sono 24 milioni gli italiani, dai sei anni in su, che hanno detto di aver letto almeno un libro nei dodici mesi precedenti. Attenzione: il dato significa, se scorporato per sesso, il 49,3 per cento di donne e solo il 36,4 per cento di maschi, ma dato ancora più macroscopico è che la fascia di età in cui si legge di più è fra gli undici ed i quattordici anni (57,2 per cento) e dunque quando si è obbligati a farlo a scuola!
Si legge di più al Nord, nei grandi centri urbani e comunque la gran parte legge molto poco, perché i "lettori forti", con almeno un libro al mese, sono solo il 13 per cento. Una famiglia su dieci non ha neppure un libro in casa.
Nella graduatoria per regione la Valle d’Aosta - riferendoci sempre a persone di sei anni e più - è al terzo posto per la lettura, dopo Trentino Alto Adige - SüdTirol e Friuli Venezia Giulia e sottolineo di nuovo il dato generale che, fra i giovani fra i sei ed i quattordici, legge di più chi ha dei genitori che leggono. In Valle d'Aosta sono il 7,6 per cento le famiglie senza un libro in casa e siamo egualmente a metà classifica per chi possiede in famiglia più di cento libri con il 25,6 per cento. A non aver letto neppure un libro in un anno ci sono il 43,3 per cento dei valdostani.
Una nuova frontiera, in cui la Valle d'Aosta primeggia, è l'acquisto degli "e-book", i libri elettronici. Personalmente ne sono un buon utilizzatore e credo che, tra praticità e costo inferiore, sia una nuova frontiera. Certo, almeno per la mia generazione, un bel libro in mano continua ad avere un altro fascino...

Quando il Diritto è astratto

Una curiosa indicazioneMontesquieu: «Une chose n'est pas juste parce qu'elle est loi, mais elle est loi parce qu'elle est juste». Andrebbe scritta sulle pareti in tutte le Assemblee legislative.
Ci riflettevo rispetto alla decisione della Corte Costituzionale che, in soldoni, ha deciso dell'incostituzionalità della legge regionale nel prevedere di non abbattere le barriere architettoniche per gli esercizi di somministrazione di alimenti e bevande, come rifugi alpini e bar sulle piste, quando non raggiungibili con strade destinate alla circolazione di veicoli a motore. E dunque di conseguenza non raggiungibili dalle categorie protette dei disabili, cui si riferiscono i lavori di adattamento.
E' vero che la Corte ha deciso in punta di Diritto, ma forse se alle tesi dell'Avvocatura dello Stato si fossero contrapposte le tesi degli Avvocati della Regione - che non si è costituita in giudizio, non so dire perché - magari si sarebbe fatto capire quanto la norma regionale fosse logica.
E invece la sentenza così motiva la bocciatura: "L'Avvocatura dello Stato censura la norma impugnata perché lederebbe il riparto della potestà legislativa tra lo Stato e le Regioni. La disposizione censurata, per il ricorrente, contrasterebbe con le disposizioni statali in materia di superamento delle barriere architettoniche, contenute in particolare nell'articolo 82, comma 1, del decreto del Presidente della Repubblica 6 giugno 2001, numero 380 (Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia - Testo A), introducendo una deroga non prevista; eccederebbe la potestà legislativa statutaria in materia di lavori pubblici e urbanistica di cui all'articolo 2, lettere f) e g), della legge costituzionale numero 4 del 1948; violerebbe l'articolo 117, secondo comma, lettere e) ed m), Costituzione, perché comporterebbe un vantaggio competitivo, lesivo della concorrenza, per gli esercizi commerciali esonerati dall'attuazione degli obblighi richiamati e non rispetterebbe i livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che debbono essere garantiti su tutto il territorio nazionale, come realizzati dalla legislazione statale richiamata".
Per questo la Consulta scrive: "La questione è fondata. Occorre premettere che, per individuare la materia alla quale deve essere ascritta una disposizione oggetto di censura, non assume rilievo decisivo la qualificazione che di tale disposizione dà il legislatore, ma occorre fare riferimento all'oggetto ed alla disciplina della stessa, tenendo conto della sua ratio e tralasciando gli aspetti marginali e gli effetti riflessi, così da identificare correttamente e compiutamente anche l'interesse tutelato (...) La disposizione censurata, in ragione dello specifico contenuto precettivo - benché l'articolo 8 della legge regionale numero 1 del 2006, in cui è inserito il novello comma 7 bis, contenga la disciplina della qualificazione e della programmazione della rete degli esercizi di somministrazione di alimenti e bevande - non è riconducibile alla materia del commercio, ma disciplina profili che attengono ai livelli essenziali delle prestazioni, per come si conformano, rispetto ai diritti delle persone diversamente abili, con riguardo alle caratteristiche di accessibilità che devono avere gli edifici e i locali ove sono posti esercizi di somministrazione di alimenti e bevande. L'articolo 26, comma 1, della legge regionale numero 8 del 2013, dunque, esula, come dedotto dalla difesa dello Stato, dalle materie "strade e lavori pubblici di interesse regionale" ed "urbanistica, piani regolatori per zone di particolare importanza turistica", che l'articolo 2, lettere f) e g), della legge costituzionale numero 4 del 1948 rimette alla competenza primaria della Regione. La norma impugnata, pur inserendosi in un più ampio contesto normativo riconducibile al governo del territorio, attiene invece ai livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale, ai sensi dell'articolo 117, secondo comma, lettera m), Costituzione. Secondo la giurisprudenza costituzionale "questo titolo di legittimazione dell'intervento statale è invocabile "in relazione a specifiche prestazioni delle quali la normativa statale definisca il livello essenziale di erogazione" […], nonché "quando la normativa al riguardo fissi, appunto, livelli di prestazioni da assicurare ai fruitori dei vari servizi" […], attribuendo "al legislatore statale un fondamentale strumento per garantire il mantenimento di una adeguata uniformità di trattamento sul piano dei diritti di tutti i soggetti, pur in un sistema caratterizzato da un livello di autonomia regionale e locale decisamente accresciuto" […]. Si tratta, pertanto, "non tanto di una "materia" in senso stretto, quanto di una competenza del legislatore statale idonea ad investire tutte le materie, rispetto alle quali il legislatore stesso deve poter porre le norme necessarie per assicurare a tutti, sull'intero territorio nazionale, il godimento di prestazioni garantite, come contenuto essenziale di tali diritti, senza che la legislazione regionale possa limitarle o condizionarle". (sentenza numero 207 del 2012). Ebbene, la norma impugnata deroga la disciplina statale di cui all'articolo 82, comma 1, del decreto del Presidente della Repubblica numero 380 del 2001, la quale stabilisce che tutte le opere edilizie che riguardano edifici pubblici ed edifici privati aperti al pubblico, rispetto ai quali è di fatto limitata l’accessibilità e la visitabilità da parte dei portatori di handicap, devono essere eseguite in conformità alla normativa vigente in materia di eliminazione e di superamento delle barriere architettoniche. L'articolo censurato, dunque, viola la potestà legislativa esclusiva statale in ordine alla determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni, con riguardo all'attuazione dei diritti delle persone portatrici di handicap".
Ha ragione, come commento, Piergiorgio Barrel, presidente dei rifugi alpini valdostani, quando osserva con buonsenso quanto sia paradossale la decisione: «In questo momento di difficoltà economica sarebbe opportuno evitare investimenti gravosi per realizzare infrastrutture di fatto totalmente inutili», perché «il titolare di un rifugio alpino di alta montagna, magari raggiungibile esclusivamente da alpinisti esperti attraverso una via ferrata o l'attraversamento di un ghiacciaio, a sostenere onerosi investimenti per dotare la struttura di locali accessibili ai disabili».
Diverso, come sottolinea Barrel, è l'obbligo giustissimo, laddove il disabile possa raggiungere il rifugio o il bar sulle piste, di avere tutto quanto è un suo diritto.
Forse, con il senno di poi, la norma poteva essere scritta meglio e poteva essere oggetto di apposita leggina più che risultare una norma appiccicata, buona per essere impallinata, ma la Regione alla Consulta non ha neppure tentato una difesa.

Noi speriamo che ce la caviamo...

Se la ricostruzione dei fatti dovesse essere semplice e lineare si potrebbe scrivere: il Governo Renzi taglia 150 milioni di euro alla "Rai" e mette nel suo mirino l’esistenza stessa di molte sedi regionali e lo fa su indicazione del Commissario della "spending review" («tagli, tagli, tagli»), Carlo Cottarelli.
Poi, invece, possono esistere tante e variegate dietrologie, che ruotano attorno a qualche interrogativo. Chi ci guadagna da un forte indebolimento della "Rai"? Perché, con l’approssimarsi della scadenza della convenzione fra Stato e "Rai" nell'ormai prossimo 2016, si sceglie di "colpire", come esempio di spreco, la ramificazione territoriale della "Rai"? Come mai, tra l’altro, si decide la vendita di una proprietà aziendale strategica, che riguarda gli impianti di trasmissione, che è la consociata "RaiWay"?

Quando il tu diventa te

Parole come bolle di saponeDobbiamo prendere atto, con vivo dolore, della lenta e inesorabile scomparsa del «tu». Tanto che, dopo la mesta cerimonia di sepoltura, potremmo dire che d’ora in poi - quando vorremo rendere più amichevole il rapporto con qualcuno - potremmo con serenità proporre: «diamoci del te».
Anche se, già ad orecchio, si capisce che qualcosa non funziona nell'espressione novellata.
Trovo, non firmato, sul sito del "Dizionario del Corriere della Sera" questa spiegazione. La domanda era: «E' corretto dire hai ragione te, vieni anche te?».
La risposta è di quelle che non lasciano adito a contestazioni: «Dubbio presto risolto: bisogna dare del "tu", non del "te", dire dunque «hai ragione tu», «vieni anche tu». La grammatica insegna che il pronome personale "tu" è soggetto, mentre "te" si usa nei complementi. Dunque diremo «tu (soggetto) hai ragione» e diremo anche «io (soggetto) partirò con te (complemento di compagnia)». Ma c'è un caso in cui "te" usato come soggetto sembra ormai inestirpabile nell'uso. È il caso di "io e te": «Io e te partiremo». Mentre diciamo abitualmente «tu ed io partiremo», non ci passa per la mente di dire «io e tu partiremo», ma «io e te». Perché mai? Perché in questo caso, seppure usato come soggetto, il "te" sembra quasi assumere il senso di un complemento di compagnia, come se dicessimo «io con te (complemento di compagnia) partirò». Se poi vogliamo darci delle arie, diciamo che si tratta di un "solecismo", che in "grammatichese" vuol dire un "errore", che si è imposto nell'uso conquistando la dignità di "eccezione alla regola"».
Simpatica la nota aggiunta in basso: «Detto fra parentesi, "solecismo" viene dal greco antico: nella città di Soli, in Cilicia, si parlava un pessimo greco, pieno di errori».
Ci sono, nel cimitero degli scomparsi, fenomeni ben più significativi: non mi dilungo sulla morte del congiuntivo, perché bastano alcune frasi fulminanti del giornalista Beppe Severgnini: «La crisi del congiuntivo non deriva dalla pigrizia, ma dall'eccesso di certezze. L'affermazione «Speravo che portavi il gelato» non è solo brutta: è arrogante («Come si permette, questo qui, di venire a cena senza portare il gelato?»). La frase «Speravo che portassi il gelato» è invece il risultato di una piccola illusione, cui segue una delusione contenuta e filosofica. Accade, nella vita, che la gente dimentichi di portare il gelato.
La crisi del congiuntivo - ripeto - ha un'origine chiara: pochi oggi pensano, credono e ritengono; tutti sanno e affermano. L'assenza di dubbio è una caratteristica della nuova società italiana. A furia di sentirci dire che siamo belli, giusti e simpatici, abbiamo finito per crederci»
.
Intendiamoci. Non sono un cultore sperticato della lingua, ma trovo che certi "tic" linguistici, che si diffondono in modo virale, siano sempre da prendere con le pinze. Basta ricordare l'apparire (e per fortuna lo scomparire) dell’uso ossessivo del "cioè" e dell’imbarazzante "attimino".
Ma oggi ci sono ancora sopravvivenze tipo «come dire?» o il roccioso «assolutamente», cui sembra fare il verso l'altrettanto granitico «esatto!». Terribile, specie nei discorsi pubblici, è l'uso, che crea un vuoto pneumatico, del «niente…», per non dire della morte improvvisa degli elenchi con un vago «quant'altro».
In Valle, ma non solo, deborda poi un uso di «quello che», posto ormai come bolle di sapone per legare le frasi, che si allungano in modo irresistibile, creando delle matasse che risultano inestricabili per chi ascolti. Ma temo che in certi casi, anche per chi, una volta sbobinato con il suo intervento messo nero su bianco, risulti davvero espressivo come il celebre Alberto Tomba, non proprio noto per la qualità della sua loquela, finisce per contare di più il tono che il contenuto.
Con buona pace di chi, come me, barbotta quando non capisce il senso.

Che colpo!

Colpo di cuore per la letturaSilvio Berlusconi annuncia che ci sono stati, a suo danno, almeno quattro "colpi di Stato" e ti accorgi d'improvviso di quanto questo termine "colpo" sia gettonato. La parola viene dal latino medioevale "colpum", a sua volta giunto al latino classico dal greco "kólaphos - schiaffo".
A questo gesto atavico, il dizionario aggiunge poi la simpatica evoluzione dell'umanità: "colpi di bastone", "di pugnale", "di coltello", "di spada" e poi naturalmente "colpo di pistola", "di fucile", "di cannone".
Poi, come un apostrofo rosa, arriva un detto - praticatissimo in politica - "dare un colpo al cerchio e uno alla botte", che serve - come noto - a barcamenarsi, destreggiandosi fra due o più alternative diverse o contrarie. C'è poi, sempre buono anche in politica, il maschilissimo "ribattere colpo su colpo", vale a dire il replicare prontamente ad attacchi avversari e sui "social media" ormai sembra di essere in mezzo ai pistoleri. Ma, anche in questi casi, va distinto un minaccioso colpo in aria dal fatale "colpo di grazia", ma può anche finire "senza colpo ferire" o - torniamo al letale - "a colpo sicuro".
Il "colpo alla porta" è innocuo, il colpo ("pugno") nel pugilato può avere conseguenze diverse, ma sul ring, come nella vita, c'è pure il "colpo basso", al di sotto della cintura e l'impatto in quelle zone è spiacevole. In quello, come in altre occasioni, ci si trova "ad accusare il colpo".
Potete fuggire "a colpi di pedale" o "di remi", difendervi "a colpi di forbice" o chiedere aiuto con "un colpo di telefono". C'è chi spera in "un colpo di spugna" (leggi inizio articolo), chi subisce "un colpo di mare" o "di vento", ma esiste anche "il colpo di timone" per chi cambi direzione d'improvviso. Ma lo può fare anche con "un colpo di coda", con "un colpo di reni" o con "un colpo d'ala". Ma per farlo bene bisogna contare su un buon "colpo d'occhio" o almeno su "un colpo di fortuna". Mai escludere un colpo di scena, magari attraverso un inatteso colpo di fulmine oppure con un sorprendente "colpo di teatro". Dovendo scegliere: meglio dire di no ad un colpo "di" o "in testa", mai dire di no, invece, ad un "colpo di vita". Sapendo che, proprio nella vita, "di colpo" tutto può cambiare e può avvenire anche tutto "d'un colpo". Ma, per sapere se va tutto bene, puoi sempre "battere un colpo", che è sempre meglio che "avere un colpo". In questo senso, è brutto augurare ad altri "un colpo", anche se si trattasse solo di "un colpo di calore", "di sole" e "d'aria" e anche "i colpi di sole", che non a tutti donano. Attenti agli esiti di un "colpo di sonno" o di "un colpo di frusta" o di "un colpo della strega".
Evitando qualunque "brutto colpo", sempre meglio "fare colpo".
Un "colpo da professionista" non è da scambiare con un "colpo giornalistico". "Sventare un colpo" è un "bel colpo", meno avvincente di "un colpo di culo". Un "colpo mancino", "gobbo", "da maestro" ci consentirà di primeggiare. Un "colpo di mano" è molti gradini al di sotto di un "colpo di Stato", per chiudere il cerchio del ragionamento.

Il Papa e i Marziani

Papa FrancescoUno ci può ridere e scherzare, ma quando si ha a che fare con l'immensità, pur sempre in qualche modo calcolabile del cielo che ci sta sulla testa, c'è da restare stupefatti. Certo se già la visione di un cielo stellato colpisce o riempie di interrogativi, se finisci - come mi è capitato ancora di recente - dentro un Planetario, che ti proponga un viaggio virtuale nello spazio, esci di lì pieno di interrogativi. Primo fra tutti: perché dovremmo esserci solo noi in questi spazi sterminati, la cui utilità senza vita è fonte di mistero?
Mi ha fatto come sempre sorridere, l'altro giorno, questo Pontefice argentino di origine piemontese, Papa Francesco, con questo suo italiano ingentilito dalla cadenza spagnola. «Se domani - si è chiesto Bergoglio - giungesse qui una spedizione di marziani, e alcuni di loro venissero da noi... Marziani, no? Verdi, con quel naso lungo e le orecchie grandi, come vengono dipinti dai bambini. E uno dicesse: "Voglio il Battesimo!". Cosa accadrebbe?».
Ovvio che il Papa ha fatto di questa immagine da "Incontri ravvicinati del terzo tipo" un pretesto per una questione politica mica di ridere, che ha messo in cantiere sin dai primi mesi del suo Apostolato e cioè una maggior apertura della Chiesta verso separati, divorziati e coppie di fatto. Avendo resistenze forti in Vaticano, dove chiunque innovi si trova molti nemici, usa esempi come questo per rendere comprensibile le ragioni di una rivoluzione dottrinale che lascerà senza dubbio il segno. Una scelta che farebbe pendere il Papa verso una visione progressista, visto che per ora nei giudizi sul suo operato se ne sentono di tutti i colori, come per tutti i Papi, nella logica che ci è propria di voler tutto etichettare, in un mondo dove – credo che ce ne accorgiamo tutti nella "liquidità" di certezze un tempo granitiche - le etichette reggono sempre meno.
Però, al di là del pretesto adoperato per raccontare questa vera e propria parabola breve (nel senso proprio di narrazione di un fatto immaginario per impartire un insegnamento morale) del marziano, restano intatti i misteri della vita, su cui proprio le religioni fondano gran parte delle loro certezze cementate dalla fede, vale a dire dalla fiducia in quel sistema di regole e di speranze che ci propongono una chiave di lettura del noto e dell'ignoto. Compreso, naturalmente, questo discorso del "diverso da noi" su cui si è basato molto dello sviluppo dell'umanità, che oggi - specie grazie ai genetisti come Luca Cavalli Sforza - può contare sulla certezza di come, a fronte proprio di un'uniformità del patrimonio genetico - esiste una diversità culturale importante fra gli uni e gli altri, che non ha nulla a che fare con le teorie razziste sulle "razze" e le supremazie degli uni sugli altri.
Ma prima o poi incontreremo i famosi extraterrestri? Nel suo ultimo libro, la celebre astrofisica Margherita Hack così concludeva sul punto: «Credo del tutto probabile che ci sia vita in altri mondi abitati, ma credo anche che non avremo mai modo di incontrare un extraterrestre. Le distanze non ce lo permettono. In conclusione penso che siamo destinati alla solitudine. Ma questo non vuol dire che dobbiamo rinunciare a cercare!». Se lo dice chi ha passato la vita a studiare la nostra piccola Terra, nel rapporto con tutto quanto - enorme e smisurato - c'è là fuori, credo che la profezia vada presa sul serio. Ma ognuno di noi, rinunciando al lato horror di molta fantascienza, la speranza che invece avvenga il contrario - in pace e magari con una civiltà che ci migliori nell'incontro - ce l'ha sempre.

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