March 2014

Vicini ai catalani

Quando ho portato i miei figli in visita a Barcellona, città intrisa di una straordinaria cultura e di un popolo in cammino lungo la "Rambla" (secondo García Lorca «l'unica strada al mondo che non vorrei finisse mai»), ho ricordato loro quanto sia antica l'aspirazione della Catalogna ad una piena libertà. Vorrei, nel rispetto delle idee che matureranno in proprio, sappiano che questa è democrazia.
Molte volte ho discusso con gli autonomisti catalani, in visita da loro o in incontri a Bruxelles, che per tradizione storica e "impronta" culturale e giuridica sono piuttosto sospettosi verso il federalismo, delle loro reali intenzioni. Nella gran parte dei casi, la logica era quella di vedere nella piena indipendenza il punto d'arrivo.

Le tecnologie democratizzano

Uno scorcio della 'zona UVP' dallo streaming del Consiglio ValleNon tornerò più di tanto, quest'oggi, sulle vicende del «no» al Governo Rollandin, come già votato dal Consiglio Valle. Mi pare che, allo stato, la logica sia quella della cozza attaccata allo scoglio con antico slogan incorporato: «resistere, resistere, resistere». Sarebbero state le dimissioni - con decisione netta per chi ha predicato decisionismo come panacea - la scelta più logica e lineare. Ma, si sa, che uscire dalla "stanza dei bottoni" è sgradevole, specie per chi ne ha fatto la sola ragione di vita. Orizzonte angusto.
Poi, nel caso auspicabile che verrà staccata la spina dopo la prima melina di queste ore, si vedrà che cosa sortirà dal dialogo fra le forze politiche e, se non ci saranno formule valide e solide, allora ci dovranno essere le sacrosante elezioni regionali. La parola al popolo è, in certi casi, la migliore medicina.
Quel che mi ha colpito, in queste ore, è come si siano rianimate le esangui presenze di pubblico sulle tribune del Consiglio. Operai forestali e personale del Casinò hanno seguito con pathos e partecipazione i lavori, specie nella parte che li concerneva direttamente.
Ho seguito le prime sedute dal vivo della nostra Assemblea regionale poco meno di trentacinque anni fa. All'epoca la tribuna stampa era poco frequentata e a seguire con continuità eravamo in due: il giornalista e storico locale André Zanotto per la "Gazzetta del Popolo" ed io per la "Rai". Zanotto usava già un piccolo portatile "Olivetti" ed era antesignano nell'uso dell'informatica. Ricordo ancora lo stupore di quando un giorno scorsi nel suo solito posto a sedere una signora dai capelli rossi e gonna corta con calze nere. Capii, con sconcerto, che era nessun altro che non Zanotto, che da allora si vestì sempre e solo da donna.
Il pubblico, invece, era, a tratti, numeroso. D'altra parte non esisteva alcun sistema di ritrasmissione dei lavori. Prima di una manifestazione di protesta che finì con il tiro di oggetti nella sala sottostante, non c'erano vetri di protezione e questo consentiva di "vivere" molto di più l'ambiente dell'aula. Così come era diverso l'accesso al foyer del Consiglio, dove c'era anche una piccola buvette, che poi a un certo punto venne prudenzialmente chiusa, perché le bevande alcoliche per alcuni erano una tentazione che pesava sulle sedute pomeridiane.
Oggi i lavori sono in parte trasfigurati dalla presenza di tanti giornalisti, compresi quelli che scrivono "tweet" in tempo reale, ma soprattutto con la possibilità - via Web e sul digitale terrestre - di seguire in diretta da casa allo svolgimento delle sedute. Si tratta, in questo caso, di una possibilità di assistere agli eventi senza mediazioni e con una valutazione diretta dei membri del Consiglio e della Giunta, sia per la qualità dei loro interventi che per il loro eloquio in pubblico. Un interessante strumento democratico, che moltiplica il pubblico potenziale e che naturalmente influenza la sostanza del lavoro parlamentare, che avviene non solo nel gioco delle parti nell'emiciclo, ma anche nel rapporto con chi segue il Consiglio via computer o televisione.
Sarebbe bene che ci pensasse chi vive nel passato. Il mondo cambia.

Flop story

Quello che rimane del 'Grand hôtel Source' a Saint-Vincent
Fa piacere - specie per chi, come me, ne ha scritto in termini problematici, quando c'era chi diceva, mentendo anche in sedi ufficiali, che tutto funzionava come un orologio svizzero - sapere che per le "Terme di Saint-Vincent", già in difficoltà a meno di due anni dalla riapertura, dopo una spesa cospicua per una prima ristrutturazione del complesso anni Sessanta, si volta pagina con una nuova gestione. Appare, infatti, sulla scena un nuovo soggetto, che sembra finalmente esperto e titolato per la difficile risalita dopo il precipizio. Torna nel paese un briciolo di speranza, dopo una serie continua di delusioni e di invenzioni infruttuose. Con la crisi del Casinò ci si augurava, non a caso, che le Terme rinnovate fossero un nuovo pilastro per il turismo ed invece per ora regna la delusione.
Sarà interessante, nel contempo, vedere, oltre al rilancio dell'attività, come proseguirà il resto delle realizzazioni previste, in capo alla "Bonatti" di Parma, che vinse la gara. Mi riferisco agli spazi del centro benessere da completare, alla parte delle vecchie Terme e soprattutto - uno dei punti cardine del "project financing", pena la nullità dell'operazione, così come concepita con bando europeo - la ristrutturazione dello storico albergo "Source". Tra l'altro, se non si interverrà in fretta su questo antico immobile, prima o poi l'edificio cadrà ancora di più a pezzi con qualche cedimento strutturale e nessuno potrà piangere lacrime di coccodrillo.
Incuriosisce, anche a questo proposito, sapere che, in epoca di tagli draconiani alla sanità pubblica con conseguenze sui convenzionamenti con i privati, ci sarà più spazio per gli aspetti sanitari. Già in passato esistevano piste promettenti, subito abbandonate nel 2008 con il ritorno alla Presidenza di Augusto Rollandin, ma che avevano al centro la logica termale. Con la premessa indispensabile che si dovesse cercare in profondità della morena quantitativi d'acqua in più rispetto all'ormai ridotta sorgente della tradizionale "Fons Salutis".
Pensare che il termalismo, risorsa del passato, cui si affianca il vasto settore del wellness e del possibile filone sanitario, è una prospettiva cui in Valle d'Aosta non si può prescindere, come ben sanno altre zone alpine che non hanno perso tempo. Il caso di scuola di Pré-Saint-Didier, stabilimento termale tradizionale riconvertito in benessere (senza quell'aspetto sanitario dermatologico che poteva essere fruttuoso) è importante, anche se personalmente noto - avendo avuto l'onore di inaugurarlo - un rischio di affollamento.
Ammiro gli alberghi, di lusso ma anche con meno stelle, che hanno saputo dotarsi di strutture legate alla cura del corpo e dello spirito: è una dimensione che si lega benissimo al mondo della montagna e vien da sorridere, per l'incultura rispetto al territorio, a pensare che a Saint-Vincent alle Terme sono stati proposti trattamenti di talassoterapia...

"Odia i peccati e non il peccatore"

Un suggestivo panorama con un monumento dedicato a Gandhi
Leggo in questi giorni, rispetto alla crisi politica in atto in Valle d'Aosta, delle osservazioni di chi - postosi in una posizione di saggezza - segnala un eccesso di odio, che rischia di essere un veleno che tutto ammorba. Colgo la buona fede e non l'uso strumentale, che pure si può fare del ragionamento.
Sono un tipo piuttosto pacifico, pur considerando qualche sana incazzatura come un veicolo utile per non mettere in circolo tossine. Per cui l'odio, fatto salvo qualche sarcasmo o sfogo verbale, non me lo porto dietro, considerandolo come un lato oscuro della nostra umanità. Non adopero neppure, al contrario, per spiegarne i rischi quella sorta di melassa dolciastra, che è l'uso eccessivo della parola "Amore", soprattutto quando colgo nel suo impiego strumentale o peggio buonista un'evidente malafede.
Anni fa, per capire la portata della "non violenza", come strumento sempre utile anche nella lotta politica in passaggi delicati, mi sono letto, pur nella difficoltà culturale di capirne i passaggi, alcuni scritti del Mahatma Gandhi. C'è un brano che va a pennello con il mio stato d'animo: «"Odia il peccato e non il peccatore" è un precetto che, benché abbastanza facile da comprendere, viene messo in pratica raramente, ed è per questo che il veleno dell'odio si diffonde nel mondo».
Io in questo momento trovo insopportabile quanto si sta facendo alla Valle d'Aosta. Una situazione di continuo arretramento di idee, valori e progetti. L'"uomo solo al comando", sempre più solo e confuso, in un clima di intrecci e sospetti, continuamente più torbido per chi sappia leggere l'affresco della situazione e mettere assieme i pezzi, diventa preoccupante non tanto per gli aspetti personali, quanto appunto per i "peccati".
Per cui è vero che va tolto dal tavolo l'odio, anche se si sono ricevute cattiverie e violenze, ma questa non è una scusante contro i metodi e la deriva dei comportamenti, che tra l'altro non hanno nulla a che fare con il federalismo, usato solo come bandiera propagandistica per addolcire la pillola dell'autoritarismo, che è la versione deforme e perniciosa dell'autorità. Ci sono risvolti non solo politici, ma anche psicologici per chi vuole imporre il suo potere assoluto e anche, al contrario, per quella parte di cittadini che si bea di una situazione di sottomissione di questo genere.
Constato come mai sino ad oggi si sia dimostrata una carica così forte di disprezzo se non di indifferenza verso il Consiglio Valle, pur essendo quello valdostano un regime parlamentare e non presidenziale. Rifletto su come di fronte ai problemi da risolvere ci si rifugi dietro ai bizantinismi giuridici, spesso in contrasto con la nostra autonomia speciale e si usi la menzogna come il pane quotidiano, violando elementari principi di "bon ton" istituzionale, se non vogliamo scomodare l'etica e i principi del Diritto.
Di tutto questo, soffro sinceramente e mi convince di come il cambiamento debba avvenire nel nome del bene di una comunità e non di camarille fra gli uni e gli altri. Chi rappresenta gli attori della tragedia in corso, specie nel mondo autonomista, come se fossimo tutti uguali e solo diversi nei loro personalismi, non ha colto il passaggio in corso e insegue, semmai, dei suoi antichi e ormai putrefatti sentieri di odio.
Contano i peccati.

Quel cambiamento del clima che incombe

Chamonix nella giornata di oggiNon so se e quando si ripeterà un inverno così nevoso, che ci ha portati in primavera con le vette ancora innevate. Colpisce, in positivo, la conseguente ricchezza d'acqua, che è una benedizione che dalla montagna scende giù fino in pianura.
Non è stato così dappertutto sulle Alpi e le temperature medie in zona alpina confermano ancora sino ad oggi quella crescita della temperatura in corso ormai da decenni e che obbliga ad una riflessione complessiva, ma anche azioni concrete per prepararsi alle conseguenza dei cambiamenti climatici. Non bastano i convegni, ma ci vogliono azioni concrete.
Giorni fa, sul "Courrier International" è uscito un articolo ripreso da "The Observer", scritto lo scorso anno da Kim Willsher.
Apprezzo molto lo stile secco e minuzioso della stampa anglosassone ed è interessante la parte che racconta di come la "Communauté de communes de la Vallée de Chamonix-Mont-Blanc" abbia presentato un "Plan climat-energie", che prevede di ridurre nella vallata le emissioni di gas serra del 22 per cento all'orizzonte 2020.
Cito l'articolo: «Le plan fait état d'un réchauffement de 1,5 °C à Chamonix au cours des soixante-quinze dernières années et le cumul de neige fraîche a été divisé par deux en quarante ans, ce qui a accéléré la fonte des glaciers dans le massif du Mont-Blanc. "Les évolutions du climat vont avoir un impact majeur sur les activités économiques principales de la Vallée (tourisme et loisirs); avec moins de neige sur les pistes de basse altitude et des pressions accrues sur les pistes d'altitude", peut-on y lire. Les milieux naturels, les régimes des rivières, la forêt, les productions agricoles risquent d’être "profondément transformés, voire perturbés", et l'alerte est donnée quant à un éventuel accroissement des risques naturels comme les avalanches, les inondations et les glissements de terrain».
Nell'articolo si cita anche il versante valdostano: «Edoardo Cremonese, spécialiste du changement climatique au sein de l'Agence de protection de l'environnement du Val d’Aoste, dans les Alpes italiennes, a admis que la couche de neige fraîche qui recouvrait la région semblait peu propice à la discussion sur le réchauffement climatique. "Les gens ne comprennent pas le changement climatique; ils pensent que cela concerne la météo, alors que ça n'a rien à voir avec la quantité de neige qui tombe. Ce que nous avons observé, c'est que les Alpes et l'Alaska sont les régions les plus touchées en termes de hausse des températures. Dans ces régions, nous avons assisté à des hausses comprises entre 1,8 °C et 2,5 °C, soit le double du réchauffement observé à l'échelle mondiale. Pour les sceptiques du changement climatique, je dirais que ce ne sont pas là des spéculations, mais des faits. La question à laquelle nous, scientifiques, devons répondre, c'est de savoir pourquoi cela se produit dans les Alpes en particulier". Il ajoute: "L'impact du réchauffement climatique sur les Alpes se fera certainement sentir d'ici à 2050, peut-être même 2040 d'après certains modèles climatiques, nous parlons donc d'un délai de vingt à trente ans peut-être. Les hommes politiques doivent prendre des décisions maintenant pour affronter ce défi; 75 pur cent des personnes que je connais [dans les Alpes] travaillent dans le tourisme. Ce n'est pas le moment d'être sceptique: c'est du futur de chacun que nous parlons"».
Sottoscrivo pienamente e sono anni che batto questa pista, in ultimo con un rapporto al "Comitato delle Regioni" e prima con uno studio che feci fare quando ebbi il ruolo di presidente della Regione. Si tratta di un dossier da riaprire con scelte coraggiose e molto precise. Questo oggi manca del tutto e le strategie mondiali e europee mostrano grandi timidezze, che obbligano, pur nel proprio piccolo, le comunità alpine, alla vigilia di cambiamenti epocali, ad attrezzarsi in proprio anche per reagire tempestivamente ai cambiamenti. Vivacchiare, come si fa oggi, perché magari quando le conseguenze del cambiamento climatico saranno ancora più incisive e gravi chi dovrebbe occuparsene oggi non sarà più di politica, è il contrario del dovere previsionale di un politico.

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