March 2014

Distinguere fra vita reale e virtuale

Un cuscino reale a forma di logo di 'Facebook'Carissimi ragazzini, anche io - di tanto in tanto - rischio di trasformarmi in un "nerd", come mi dice, con l'aria ammonitrice dei suoi sedici anni, mia figlia Eugénie, che spero indulgente almeno oggi, che è la "Festa del papà".
Non fosse che non corrispondo affatto alla descrizione vocabolo inglese di incerta etimologia, che vuol dire: "Giovane intelligente, appassionato di computer e tecnologie, talora dall'aspetto goffo e imbranato, specialmente nei rapporti con l'altro sesso". Com'è comprensibile mancano, perché la definizione calzi, una serie di particolari, in primis l'età. Ma è vero che il termine "nerd", come capita a tante parole, inizia ad essere tirato come un elastico.
Tuttavia, è un fatto concreto che la dipendenza dalla tecnologia - anzitutto Internet, che oggi è la madre che collega tutto lo scibile nella sua ragnatela - è sempre oggetto di studi rispetto al rischio di vari disturbi, catalogati con l’acronimo in inglese "Iad - Internet addiction disorder". Se fate http://www.nienteansia.it/test/test-dipendenza-da-internet.html " target="_new">questo test piuttosto semplice e lineare - avrete soddisfatta una qualche curiosità sulla vostra situazione personale…
Pur tuttavia, non dovendoci noi qui occupare di patologie, credo che resti alla fine una qualche riflessione su questo mondo virtuale, che è poi anche reale, intendiamoci, che finisce per assorbire molte delle vostre energie quotidiane. Capisco il problema, perché c'è anche la versione più adulta, ma con il vantaggio dell'attenuazione di vita vissuta precedente, che consente un approccio che non è un punto di partenza, un imprinting da cui può diventare difficile staccarsi.
Vi vedo spesso piegati sul vostro telefonino o sul vostro tablet, da soli in una forma di eremitismo anche in mezzo alla folla, ma vi vedo anche in compagnia, ognuno impegnato come se foste in solitudine. Senza voler drammatizzare la normalità, trovo che ogni tanto questa socialità remotata sacrifica i rapporti umani de visu, che sono di certo da valorizzare.
Non si tratta di porre le cose in alternativa, con un "o/o" che suonerebbe ridicolo. La vita reale ha in tutte le nuove tecnologie un aiuto e un supporto, ma non si tratta di un mondo sostitutivo. Anche il mondo digitale, per evitare di essere pericolosamente assorbente, presuppone, invece, che i rapporti interpersonali siano fatti di sorrisi, di strette di mano, di liti gli occhi negli occhi e di quelle emozioni animali che ci avvolgono.
Altrimenti finiremmo per essere una posta elettronica.

Un errore

Il finale del video 'Lo staggista' del gruppo 'Zero'Chiedo venia al capo della redazione de "La Stampa" di Aosta, Stefano Sergi, se rubo un pezzo intero del suo articolo su questo caso tragicomico, che ci ha messo alla berlina in tutta Italia.
Ecco i fatti: "l'Arpa, l'Agenzia regionale per la protezione dell'ambiente, ha pubblicato un avviso di selezione per "il conferimento di incarichi di collaborazione a titolo gratuito per l’espletamento di attività di fundraising", ossia di ricerca di finanziamenti per l'ente stesso. Il termine per presentare le domande scade oggi a mezzogiorno, anche se difficilmente ci sarà la corsa a portare i curriculum perché l'agenzia regionale, oltre a sottolineare il fatto che non vuole sborsare neppure un euro per ricompensare il lavoro svolto, specifica che "nessun compenso sarà erogato neppure sotto forma di rimborso spese". E non è che si accontenti di candidati qualunque, per la selezione: i requisiti per l'ammissione prevedono la laurea magistrale in discipline tecnico-scientifiche o politiche ed economico-gestionali".
Già qui siamo di fronte ad una stranezza degna di una tesi in Diritto del lavoro, ma il compilatore di questa quintessenza del precariato ha aggiunto anche una serie di addendi, che così sintetizza Sergi: "non solo: l'Arpa ti dà il lavoro gratis soltanto se hai avuto un po' di esperienze formative e gestionali, come recita il bando: "partecipazione e gestione di progetti nazionali e/o internazionali di ricerca, di cooperazione e di formazione inerenti problematiche ambientali con particolare riferimento ai temi di competenza dell'agenzia", cioè qualità dell'aria, amianto, energia, radioattività, inquinamento, effetti dei cambiamenti climatici. Il candidato, se vuole sperare di ottenere il posto non pagato, deve anche "dettagliare l'oggetto e il programma di riferimento di corsi, seminari, workshop e progetti, enti coinvolti, periodo dell'attività e ruolo e funzione svolti". E non è finita: "puoi lavorare gratis se dimostri anche una conoscenza della lingua francese e della lingua inglese. E i compiti assegnati dall'Arpa? Semplici: "Rassegna ragionata delle modalità usuali di finanziamento della ricerca, cooperazione e formazione scientifica applicate ai temi ambientali", "definizione di un piano di relazioni e networking con enti, università e centri di ricerca nazionali e internazionali", "supporto all'eventuale presentazione di specifici progetti per il finanziamento e l'avvio di iniziative di ricerca" eccetera eccetera. Il tutto condito, al termine dell'incarico, da "un rapporto tecnico" sempre a cura del collaboratore-missionario".
Missionario, ben detto, perché di questo si tratta e siamo sul filo sottile, a mio modesto avviso, della legittimità. Chiedi personale specializzato, lo metti di fronte a problemi aziendali importanti, ne selezioni meriti e capacità e poi non lo paghi neppure con un panino al salame e un caffè? Se non fosse una cosa seria, il "bando" dovrebbe essere seppellito dalle risate e spero che non mi si dica che si trattava di "un'invenzione "illuminata" in epoca di crisi, visto che i poveracci - almeno così pare - non otterrebbero nessun lasciapassare per il futuro e neanche una medaglia di latta per il loro lavoro. Per quanto i temi indicati - penso ai citati fondi comunitari - come campo d'azione siano di gran peso.
Una brutta pagina, questa storia, che dimostra come gli enti strumentali finiscano per essere peggio del tanto vituperato Pubblico. I chiarimenti dell'Arpa di ieri, dopo la generale alzata di scudi, sono un caso di scuola di quando è "peggio il taccone del buco". Non si può parlare di una specie di "non lavoro" (si precisa: "su base volontaria", come se fosse un'esimente), perché non se ne capisce il senso. Sarebbe bastato dire: «ci siamo sbagliati».
Il lavoro non può essere volontariato. Segnalo a questo proposito la famosa campagna sui lavori creativi (nota come "#coglioneno"), che appare ora profetica, se estesa anche a lavori giuridico-amministrativi.

Se l'inglese è il latinorum...

Tullio Solenghi, Anna Marchesini e Massimo Lopez nei panni di Renzo, Lucia ed Alessandro ManzoniNel dialogo che segue, siamo nei "Promessi Sposi" di Alessandro Manzoni. Il primo ad interloquire è Renzo, che vuole sposare Lucia, e che battibecca con don Abbondio, che accampa scuse per non celebrare questo matrimonio.
- Ma mi spieghi una volta cos'è quest'altra formalità che s'ha a fare, come dice; e sarà subito fatta.
- Sapete voi quanti siano gl'impedimenti dirimenti?
- Che vuol ch'io sappia d'impedimenti?
- Error, conditio, votum, cognatio, crimen, cultus disparitas, vis, ordo, ligamen, honestas, si sis affinis,... - cominciava don Abbondio, contando sulla punta delle dita.
- Si piglia gioco di me? - interruppe il giovine. - Che vuol ch'io faccia del suo latinorum?"
.
Bella questa espressione, diventata proverbiale. Con il "latinorum", considerato come "lingua latina usata in modo volutamente pedantesco e incomprensibile".
Il moderno "latinorum" è l'uso di espressioni inglesi e, di questi tempi, l'esempio per eccellenza è il prezzemolino "spending review", che risuona come un mantra.
L'espressione, che in italiano suona come "revisione della spesa", è nata in Canada negli anni '90 ed è stata "importata" in Italia dal ministro Tommaso Padoa Schioppa nel biennio 2006-2008 e ora ce la ritroviamo, dopo alcuni anni, al centro dell'azione del Governo di Matteo Renzi per trovare dei soldi.
L'uso dell'inglese, in questo come in altri casi, è un vezzo esterofilo e una fumisteria per coprire la realtà: quella di tagli che, almeno in passato, si sarebbe dovuti caratterizzare per la loro ponderatezza e hanno quasi sempre, invece, avuto la stessa intelligenza di un decespugliatore.
Ora lo strumento è in mano a Carlo Cottarelli, economista, classe 1954. Ma con una variante sostanziale: mentre prima "Mister Forbici" (soprannome legato ai "tagli") era presso il Ministero dell'economia, ora - con gli uffici simbolicamente piazzati a Palazzo Chigi - finisce sotto l'ala di Matteo Renzi, premier che dai miei amici romani viene sempre più, giorno dopo giorno dalla nascita del nuovo Governo, considerato «uno che fa solo di testa sua».
Vedremo, nel tempo, che cosa ne sarà di questa "spending review" e come colpirà. Per ora il documento di Cottarelli somiglia ad un fucile a pallettoni che colpisce tutto e tutti, facendo una strage. Ma, si sa, che i tagli indiscriminati sono la cosa più facile da fare, specie se hai la "licenza di uccidere". Ma a sparare, par di capire con un elenco da portare in Parlamento, sarà - mettendoci la faccia e anche altra parte del corpo - alla fine lo stesso Renzi. Onori ed oneri.
Come sempre, nella dura legge della giungla valida anche per le Istituzioni, la piccolezza della Valle d'Aosta e la debole resilienza della nostra autonomia in questa fase storica non suonano troppo positivamente e temo che saranno più le notizie cattive di quelle buone.
Ma la "tempesta perfetta" che rischia di investirci, potrà essere sempre chiamata - a titolo consolatorio - "the perfect storm"...

Parlare d'Europa

Prima regola è mantenersi freschi ed informati, quando una materia ti appassiona. E, visto che la politica è fatta di passione, bisogna viverla, sapendo che comporta studio e sacrifico. Nessuno nasce "studiato" ed il bello sta nel fatto, che immagino che ogni lettore abbia ma vissuto, che quando scavi in una materia non si raggiunge mai un completo apprendimento e c'è sempre qualche cosa di nuovo da imparare.
Qualche giorno fa, mi è capitato di farlo in una scuola superiore a Pont-Saint-Martin, domani in Val di Lanzo, parlando in un corso istituzionale per studenti e cittadini. Sono state tante le occasioni per parlare di Europa, in questi anni, in conferenze pubbliche di diverso livello e tenore. Lo considero assieme un dovere e un piacere.
D'altra parte, per tredici anni, con una certa continuità, ho frequentato le istituzioni comunitarie, prima al Parlamento europeo e poi al "Comitato delle Regioni" e anche, ma il perimetro dei Paesi membri è ben più vasto, al "Consiglio d'Europa". E' stata una bella esperienza, che mi ha consentito di avere una "apertura" al confronto altrimenti impossibile e anche di accumulare un'esperienza utile e arricchente.
Credo che sia giusto, senza alcuna logica elettoralistica perché non sono il lizza per niente in questa fase della mia vita, condividere quanto appreso, altrimenti una parte di quanto ho vissuto risulterebbe alla fine improduttiva, senza quel trasferimento della conoscenza, che è un obbligo morale in politica.

Per una RAI decentrata

Il sottoscritto in onda su RadioRaiCapisco che non si può chiedere all'oste se il vino è buono e dunque che io scriva in difesa dell’esistenza delle sedi regionali della "Rai", dove lavoro, potrebbe apparire pacifico. L'interlocutore, per ora, non è ancora il Governo vero e proprio, ma uno dei possibili "tagli" indicati nel tomo corposo della feroce "spending review". Quindi, per ora, possiamo dire che è solo una tentazione...
In realtà, al di là dell'autodifesa e del cahier de doléances possibile, penso ci sia dell'altro. Appartengo a una generazione fortunata, avendo prima vissuto - lavorandoci sin da giovanissimo - la nascita del sistema radiotelevisivo privato, in contrapposizione alla corazzata del servizio pubblico e poi, saltando dall'altra parte della barricata, ho compartecipato alla nascita di quel "decentramento ideativo e produttivo", che era alla base della riforma della "Rai" del 1975 e che si concretizzò con la nascita della "Terza Rete" nel 1979. Rete che sarebbe dovuta essere un mosaico delle Regioni, ma di fatto è poi diventata una rete nazionale a tutti gli effetti, così come non è mai nata purtroppo una radiofonia regionale vera e propria.
Questa scelta di decentramento di quarant'anni fa (maledizione come passa il tempo!) non era un "capriccio regionalista", ma la constatazione che dove esista un servizio pubblico radiotelevisivo - che sia la Francia giacobina o la Germania federalista, come due lati opposti - la presenza di trasmissioni radio e televisive locali, concepite e realizzate in loco (sarebbe sperabile con una forte presenza di professionalità locali a garanzia della conoscenza della realtà in cui operano), sono un caposaldo dell'informazione.
In Italia, invece, per molti questa sembra una scelta improduttiva e inutile, cui pare contrapporsi - in linea con i testi finora emersi di riforma del regionalismo nella Costituzione - un modello centralista e macroregionale, che è sbagliato e offensivo. Oltretutto la ramificazione locale è una forte giustificazione del mantenimento del canone televisivo di fronte alle logiche della concorrenza e lo sono a maggior ragione le trasmissioni a vantaggio delle minoranze linguistiche, autentico fiore all'occhiello.
Il "caso valdostano" poi è ancora diverso, visto il ruolo decisivo che gioca la "Rai" nel settore informativo e della programmazione in radio e in televisione. Non si tratta solo di sbandierare dei dati di ascolto che non hanno eguali, ma soprattutto di notare come in un panorama informativo in grande movimento, fra crisi della carta stampata e difficoltà del settore radiotelevisivo (le televisioni private sono di fatto inesistenti), la "Rai Valle d'Aosta" abbia assunto una centralità assoluta.
Mentre nel Tirolo del Sud questa constatazione ha portato ad un impegno diretto della Provincia autonoma, nel quadro di una logica di rafforzamento autonomistico e statutario e questo sta fruttando assunzioni locali e aumento delle ore di trasmissione, la Valle d’Aosta resta "appesa" alle previsioni, come scudo protettivo, della sola vecchia Convenzione sulla lingua francese con la Presidenza del Consiglio, che ha come orizzonte attuale il 2015-2016.
Chissà, in questi anni di così grandi cambiamenti o presunti tali, che cosa ci aspetterà. Io penso che un servizio pubblico radiotelevisivo più forte sarebbe una componente essenziale per la Valle d'Aosta.

Le cinque "W"

Una rappresentazione delle cinque Una volta, quando il giornalismo era una cosa seria, si usava, come uno dei riferimenti della propria attività quotidiana, la celebre formula del giornalismo anglosassone, da sempre esempio, con l'uso delle "cinque W": who (chi), what (che cosa), when (quando), where (dove), why (perché).
Non vorrei essere scambiato per uno di quei vecchi barbottoni che rimpiangono il passato, ma questi capisaldi, usati con o senza punto interrogativo, dovrebbero essere obbligatoriamente contenuti nella parte iniziale degli articoli. Accorgimenti che servono al giornalista per mettere ordine in quanto scrive e al lettore - sacro punto di riferimento perché è a lui che ci si rivolge e non al proprio ego - di avere in fretta gli elementi essenziali e imprescindibili di una notizia. Poi, naturalmente, ogni strumento informativo ha un taglio e lunghezze diverse.
Per me il più interessante degli esercizi è stato, nei primi anni, quando mi capitava di fare un collegamento con i radiogiornali o telegiornali nazionali e ti davano per una notizia cinquanta secondi e magari li facevi in diretta. Per cui limavi ogni avverbio o aggettivo inutile, fino a restare con quanto davvero necessario, tolti tutti gli orpelli. Oggi, specie in televisione, è invece ormai inquinato dai "contenitori" pomeridiani, dove impera lo sproloquio e il pestare l'acqua nel mortaio; con notizie dilatate all'infinito e con corti dei miracoli di commentatori in studio, scelti in genere per il carattere rissoso e irascibile e non per la competenza. Regna così un clima da circo e non da informazione responsabile.
Di conseguenza, spiace constatare - e per il trascorrere del tempo troppo in fretta mi trovo ad essere fra i più "vecchi" fra i giornalisti valdostani in attività, come data di iscrizione all'Albo - quanto certe regole elementari siano troppo spesso calpestate per spettacolarizzare o per semplice pigrizia. Il vizio peggiore di tutti è proprio il mischiare notizia e commento con un uso malizioso dei fatti, piegati ad una "teoria" da dimostrare, che si inserisce in modo suggestivo o impressionistico nella descrizione degli avvenimenti, che perde il suo essenziale e visibile lato "nudo e crudo".
In parte questa scelta deriva da una circostanza crescente: sono pochi a "trovare" notizie, lavoro che comporta fatica e ricerca e sono molti a impegnarsi in ricopiature, che finiscono per avere molto maquillage per dare una dignità alla riproduzione, evitando il "tale e quale". Alla fine, insomma, non si capisce più niente.
Fortuna che oggi la Rete, che pure aggiunge caos al caos, consente molto spesso di risalire dalle acque limacciose fino alle fonti più pure e, finalmente, capire.

Segnali di fumo

Ipotesi di francobolli sardo-elveticiChe i fautori del neocentralismo, avversari di noi federalisti, ci riflettano a fondo, perché scherzare con il fuoco è una situazione che crea degli incendi. Si ride e si scherza, ma poi a un certo punto esiste un punto di non ritorno. Lo dico anche rispetto a certe vicende sulla Valle d'Aosta e sulle voci varie che, tra studi, ricerche, uscite singole e articolesse, suggeriscono varie formule: fine della specialità o suo forte ridimensionamento, soppressione "tout court" della Regione spesso con logiche di taglia (come se l'usignolo e l'ippopotamo avessero diversa dignità per la loro grandezza), spazi macroregionali in cui affogarci. Ma ci sono segnali, magari discutibili nella loro impostazione, che sono come i segnali di fumo prima dell'arrivo degli indiani. Bisogna saperli leggere, perché sennò è legittimo che ognuno si faccia i fatti propri, perché i tabù si spezzano con facilità.
Aveva cominciato, pochi mesi fa, la solita Eva Klotz - che ho conosciuto moltissimi anni fa - del Süd-Tiroler Freiheit con una consultazione referendaria per vedere quanti fossero d’accordo nel chiedere il distacco del Tirolo del Sud dall'Italia. Votarono in 61mila, di cui il 92 per cento hanno dichiarato di essere favorevoli all'autodeterminazione.
Qualche mese dopo, anche in questo caso in occasioni di elezioni, spunta in Sardegna un gruppo civilissimo che propone l'annessione dell'isola dei quattro mori alla Confederazione elvetica, creando il ventisettesimo Cantone svizzero. Nel loro sito, visibile sul web con dovizia di dati spiegano, tra l'altro, di volere «sondare la reale volontà dei sardi di affrancarsi dalla Repubblica Italiana e di annettere l'isola di Sardegna alla Confederazione Elvetica. Non si tratta di una provocazione né di una boutade. Si tratta di un progetto, di un'idea che scaturisce dall’attuale contingenza che vede l'Italia intrappolata in un vortice di crisi economico-politica apparentemente senza via d'uscita. Le difficoltà cui gli italiani sono chiamati a dover fronteggiare in questo momento storico, sono tante e tali da creare un disagio economico ed esistenziale con pochi precedenti nella storia recente. Ovviamente non è detto che la controparte, la Svizzera, eventualmente chiamata in causa, esprima una volontà complementare. L'idea, iperbolica in se, nasce dal fatto che la Svizzera è un Paese solvibile, senza alcuno sbocco sul mare, neutrale, fuori dalla Comunità europea per propria scelta, con otto milioni di abitanti, che svolge un ruolo fondamentale nell'economia mondiale in virtù del potere finanziario rappresentato dal proprio sistema bancario e dalla propria eccellenza produttiva e amministrativa. E' una terra grande quasi il doppio della Sardegna, montagnosa e incastonata entro confini inalterabili. E' pacifica, produttiva e non ha mire espansionistiche di natura militare; potrebbe forse valutare un'espansione territoriale tramite transazione economica».
Insomma uno sbocco al mare e qualche politico svizzero ha pure sorriso sornione.
Infine, giorni fa, spuntano due milioni di sì al referendum voluto dai venetisti di "Plebiscito.eu" in favore di un Veneto indipendente dall'Italia. I voti conteggiati sono stati due milioni 360mila e 235, pari al 73,2 per cento degli aventi diritto al voto in Veneto; i "sì" all'indipendenza due milioni 102mila e 969, pari all'89 per cento dei votanti, i "no" 257mial e 276, il 10,9 per cento. I voti ritenuti "non validi" sono stati 6.615, lo 0,29 per cento.
Segnali, dicevo, che possono anche non essere presi sul serio, ma attenzione che il disagio cova davvero. Se lo Stato diventasse sempre più un elefante nella cristalleria, penso che ci sarà da aspettarsi di tutto anche in Italia.
Scozia e Catalogna non sono sulla Luna ed una battaglia politica e giuridica, basata su una forte spinta ideale, non è un'assurdità.

L'Euro brutto e cattivo

Un curioso graffito sull'EuroIl "capro espiatorio", che risale ad un antico rito ebraico in cui davvero si faceva secco un animale abbandonandolo nel deserto, è diventato un'immagine applicata a qualcosa o a qualcuno che finisce per diventare simbolo di tutti i peccati.
Così l'Euro, che di questi tempi, specie nella particolare situazione preelettorale in vista delle europee, diventa oggetto di reprimende di tutti gli schieramenti politici "antieuropei" e si tratta di una compagnia di giro "tous azimut".
Il colpevole, nei diversi libri gialli degli uni e degli altri, pur uniti in molti casi da un insolito destino, è proprio l'Euro, che è in circolazione, sostituendo una buona parte delle vecchie monete nazionali, dal 1° gennaio del 2002. Comunque la si pensi, una delle tappe significative dell’integrazione europea.
L'EUR o "€" è oggi la valuta ufficiale dell'intera Unione europea, anche se poi ad adottarla ufficialmente sono al momento diciotto dei ventotto Stati membri. In ordine alfabetico: Austria, Belgio, Cipro, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Italia, Lettonia, Lussemburgo, Malta, Paesi Bassi, Portogallo, Slovacchia, Slovenia e Spagna. Ci sono poi Andorra, la Città del Vaticano, il Principato di Monaco e San Marino, oltreché - unilateralmente - il Montenegro e il Kosovo.
La tesi più forte di chi è contro l'Euro è così riassumibile: l'uscita dell'Italia dalla moneta unica garantirebbe all'Italia la possibilità di effettuare misure quali le svalutazioni, permettendoci di riacquistare competitività sui mercati internazionali. L'altra tesi forte è che, tornati alla Lira, saremmo liberi dai vincoli sulla spesa, legati ai meccanismi, come il "Patto di stabilità" e il "fiscal compact", concepiti per una vigilanza ferrea sul debito pubblico a detrimento anche di una "spesa buona" come gli investimenti in infrastrutture e di certi capisaldi del welfare.
E' facile, rispetto al primo punto, dire che per avere più competitività sui mercati che non c'è bisogno di abbandonare la moneta unica. Sarebbe, oltretutto, un bene riflettere non solo sull'export, ma sul rilancio della domanda del mercato interno, che sembra una strada intrapresa da Matteo Renzi. Sul secondo punto: la battaglia è avere misure ragionevoli di "governance" dell'economia europea, moneta o non moneta, specie se si crede nella logica keynesiana della spesa pubblica in epoca di crisi economica anche per creare occupazione.
I "contro" di un'uscita dall'Euro sono scenari tipo le fughe di capitali, la svalutazione della nuova Lira con un aumento dei prezzi dei beni importati, un aumento dell'inflazione ed una diminuzione del potere d'acquisto.
Mi fermo qui, perché so bene che a ogni tesi si può proporre un'antitesi e viceversa sino all'infinito ed il terreno dell'economia è sdrucciolevole. Per cui, almeno per me, la revisione dell'integrazione europea è la vera priorità e l'attacco all'Euro, pur con motivazioni economiche assai complesse, serve solo per parlare alla pancia della gente in un periodo di crisi e difficoltà. L'Euro brutto e cattivo, quindi, diventa una semplificazione.
E un federalista, anche per il valore simbolico proprio al contrario delle tesi "anti", non può che credere nella moneta unica. Che poi l'Europa degli Stati vada rivista è ovvio, ma è altra storia.

Se l'Europa è un pretesto

Il gruppo presente alla riunione dell'ultimo Consiglio europeoCi si domanda - e lo annoto anche qui di tanto in tanto - delle ragioni che rendono antipatica l'Unione europea. Nel "caso italiano" penso che ci sia l'utilizzo strumentale delle vicende europee, come pretesto per questioni interne. Un esempio lampante è stato, ormai da un decennio, l'uso furbesco dei problemi di bilancio degli Stati "Pigs" (Portogallo, Italia e Irlanda, Grecia e Spagna), cioè quelli che sono stati definiti gli "scolari cattivi" per le brutte condizioni, deficitarie, dei propri conti. Come una "spada di Damocle" sulle loro azioni, sono nati meccanismi di controllo sempre più occhiuti e invadenti, che mirano a mettere la briglia alle spese allegre e alle inefficienze strutturali. Ma, nelle vicende italiane, tutte queste misure sono state nel tempo un pretesto meraviglioso per lo Stato per un taglio forte e sistematico di denaro verso il sistema autonomistico, essendo nelle scelte "più realisti del re", nel senso che si è colta l'occasione per una politica di austerità, che è diventata come la "mordacchia" per chi vuole comandare sul cavallo. Ripeto, fino alla nausea, che questo distingue il debole regionalismo e municipalismo italiano dai sistemi federalisti, dove la sovranità diffusa offusca la logica centralistica, anche in tempi di crisi.
Ma, a far montare la carogna, almeno di una parte degli italiani, è stato il dopo elezioni politiche, quando appurato che non esisteva una maggioranza chiara per gli uni o per gli altri si è andati verso la logica delle "grandi intese" attaccate con lo sputo, come dimostrato dalla morte - per mano del suo stesso partito - del Governo guidato da Enrico Letta, che già aveva tribolato a nascere, dando spazio ad un proseguimento del Governo Monti quantomeno irrituale. La ragione per cui non si è tornati alle urne, ben prima che nascesse una volontà riformista che ora è la ragione al centro delle politiche del nuovo presidente del Consiglio, Matteo Renzi, è stata - un autentico alibi - la Presidenza italiana dell'Unione europea nel secondo semestre del 2014.
Questa Presidenza, che conta o non conta a seconda in realtà di come la si adopererà, è diventato l'alibi buono per dire: di fronte all'Europa non si può votare per l'ennesima volta, quando tocca a noi e dunque le "larghe intese" garantiscono quella solidità utile anche per il rilancio in tempo di difficoltà economiche. Per cui - spiace scriverlo - l'uso antipatizzante dell'Europa ha nascosto per un lungo periodo la verità: l'incapacità del Parlamento, forse ora risolta, di avere una nuova legge elettorale che evitasse la situazione di ingovernabilità attuale. Da cui pare che ora si voglia uscire sopprimendo di fatto il bicameralismo, scelta non federalista su cui mi sono già espresso con molte titubanze su questa pagina.
Per cui ora non so bene a quale nuovo filone europeistico ci si attaccherà per proseguire con quella strana formula delle "larghe intese", i cui contorni sono così nebulosi da lasciar spazio a mille ricostruzioni e dietrologie. Questo consente di continuare a sognare una democrazia diversa.

Rollandin al tappeto

Augusto Rollandin in Consiglio ValleAugusto Rollandin, potente presidente della Valle d'Aosta, è caduto per due volte su altrettante risoluzioni - una di sfiducia alla dirigenza del Casinò di Saint-Vincent e l'altra contro di lui e la sua Giunta - in una sera di inizio primavera, il giorno di Sant'Emanuele, martire decapitato. C'erano, per chi avesse seguito il Consiglio Valle dalla diretta streaming e dalle brevi note incalzanti dei "social media", segnali che non fosse un giorno come gli altri. Lavoratori imbufaliti, diversi per storie personali e impiego, gli operai forestali e i dipendenti del Casa da gioco di Saint-Vincent, si accalcavano nelle tribune dell'aula del Consiglio per protestare contro le scelte nei rispettivi settori dell'imperatore Augusto, detto anche "Bokassa" per il suo cannibalismo politico, specie con chi nell'Union Valdôtaine ha negli anni messo in discussione la sua crescente propensione alla dittatura.
Quei lavoratori erano il segno tangibile della sconfitta: due feudi del suo potere nel tempo si mostravano ribelli per le scelte politiche sbagliate e contraddittorie. Ancora in limine, quando gli attacchi indefessi dell'opposizione lo avevano sempre più costretto all'angolo e l'odore di franco tiratore si disperdeva nei corridoi del Palazzo, c'è stato un intervento in aula di un Rollandin livido e irriconoscibile per chi lo ha conosciuto negli anni migliori: meccanico, ripetitivo e afono, ha provato a convincere l'aula delle sue buone intenzioni. Ma i due voti seguenti, un "uno-due" da ring, lo hanno fatto vacillare e crollare al tappeto, mentre sul Web valdostano, invaso da suoi avversari, si esprimeva soddisfazione e giubilo e i suoi sostenitori si mostravano silenti di fronte alla sconfitta. Per chi ricordasse l'inizio degli anni Novanta, quando venne sconfitto nella stessa aula in sua assenza, è parso in parte un déjà vu. Ma questa volta pare non esserci, nelle vicende politiche, né appello né prescrizione.
Quel che resta l'indomani è il dato politico indubitabile: la maggioranza regionale risicata che reggeva il Governo Rollandin non c'è più e ogni tentativo di ricucitura pare destinato solo a prorogare un'agonia di un leader e di un sistema di potere destinato a finire. Non si tratta solo di una critica ad personam di un presidente che ha perso mano a mano la sua dote di carisma e di autorevolezza, ma la constatazione che metodi di governo e atteggiamenti personali sono ormai segno dell'incapacità di affrontare una politica ed un'amministrazione che sono cambiate. Di conseguenza appare evidente che bisogna mutare capitano, equipaggio e rotta della nave per evitare, come stava avvenendo, che la Valle d'Aosta affondi per quanto noto e anche, purtroppo, per quanto celato nell'opacità dei comportamenti chiacchierati. Deve essere spazzata via una cappa opprimente ed un entourage - gli "uomini del presidente" - che hanno avvolto la Valle di una ragnatela che va tolta con un'opportuna e radicale pulizia di primavera.
Cosa capiterà? Uno strumento lo indica la legge regionale 21 del 7 agosto del 2007 sulla forma di Governo. All'articolo 5 si indica la possibilità di usare la mozione di sfiducia costruttiva nei confronti del presidente della Regione per far nascere un nuovo Governo. Ma va detto che la sfiducia si è già manifestata con un voto ieri sera, dunque spetterebbe al presidente dimettersi senza titubanze, ma potrebbe anche decidere di vendere cara la pelle e sarebbe una scelta nociva per la nostra autonomia speciale in epoca di crisi economica e di riforme costituzionali.
Se non si riuscisse a formare una nuova maggioranza ed un nuovo Governo, allora si andrebbe alle urne per elezioni anticipate con scioglimento dell'attuale Consiglio regionale.
Questi sono i due scenari possibili, ma ora si tratta di vedere che cosa capiterà nel breve.
Quella di oggi sarà una giornata molto lunga.

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