March 2014

La morte di una bimba sulla neve

Rabindranath TagoreIl piccolo Alexis, già a due anni aveva preso dimestichezza con un paio di piccoli sci di plastica. Gli "snow park" - e in particolare - i tapis roulant hanno il vantaggio di avvicinare allo sci con simpatia.
Quest'anno, a pochi giorni dal compleanno, sulle piste domestiche del Col de Joux (con Alex Sabolo che con la sorella Alice aveva già insegnato ai sui fratelli ormai grandicelli), Alexis ha cominciato a sciare con regolarità e ha preso persino lo skilift da solo (cadendo senza danni).
Questo bimbo sciatore mi ha scosso da una certa apatia degli ultimi anni e quest'anno con tuta nuova e affitto stagionale di sci ultimo grido, mi sono ripresentato sulle piste con viva soddisfazione. Ma non ho interferito nelle lezioni al piccolo, almeno fino a ieri quando finalmente ho fatto una discesina con lui, che sfoggia già uno spazzaneve veloce che fa tenerezza. I suoi fratelli Laurent (che quest'anno non ha sciato) ed Eugénie (che ha ripreso) avevano cominciato un po' più tardi a sciare, raggiungendo livelli buoni e - si sa - che una volta imparato a sciare i meccanismi non si scordano mai. Confesso che portarli a sciare l'ho sempre ritenuto qualcosa di doveroso, nel solco di un'educazione sentimentale all'ambiente alpino in cui viviamo, come ha fatto mio padre con me, e sono certo che i miei figli lo faranno con i miei nipoti.
Per questo, cioè per un fatto personale, mischiato ad un'ovvia emozione per la notizia, ieri mi ha toccato in profondità la morte della coetanea di Alexis, morta su di una pista facile del piccolo comprensorio del "Weismatten" di Gressoney-Saint-Jean, uno dei luoghi delle mie sciate giovanili sin da piccolo, quando la "nera", tutta piena di gobbe, era un vero incubo. La bimba milanese è morta perché urtata da uno sciatore sedicenne.
Chiunque oggi scii sa bene che quello degli scontri è una circostanza non eccezionale a causa di piste battute come biliardi, malgrado la segnaletica di sicurezza sia ottimale e l'uso del casco, cui mi dovrò rassegnare anch'io. In più l'attrezzatura rende più facile sciare anche a chi non ha un pieno controllo degli sci. Per cui, già con i miei due primi figli la raccomandazione era sempre: guardatevi attorno, perché ormai per sciare bisogna fare attenzione non solo al proprio gesto sportivo, ma a che cosa avviene in pista, prevedendo le mosse di chi ti sta vicino, davanti o dietro che sia.
Non oso pensare al dolore dei genitori di Matilde. Una straordinaria giornata di sole e di neve può tingersi coi colori cupi della morte, che spezza una vita che germoglia così, d'improvviso.
Non esiste consolazione da proporre. Ricordo - e già lo citai anni fa - quello straordinario scritto di Sant'Agostino, intitolato "La morte non è niente", che propone una lettura serena di certi drammi.
Ma c'è anche una poesia di Rabindranath Tagore, che si chiama "Morte del bambino", che racconta lo strazio.
"Era vivo, rideva,
camminava e giocava.
Natura, prendendolo che hai avuto?
Tu hai milioni
di uccelli colorati,
foreste, stelle, oceani,
il cielo infinito.
Perché l'hai strappato
dal seno della madre,
l'hai nascosto in seno alla terra
e l'hai ricoperto di fiori?
O Potente Natura
di miriadi di stelle e di fiori,
hai rubato un bambino!
S'è forse ingrandito
il tuo tesoro infinito?
Hai così aumentato d'un granello
La tua felicità?
Eppure, un cuore di mamma,
immenso come il tuo,
con la perdita del bambino
ha perduto tutto!".

Naturalmente ogni tragedia ha il suo rovescio e anche l'investitore sedicenne ha cambiato da ieri la sua vita.

Estirpare la gramigna

Cinquanta euro, il 'prezzo' di un votoRaramente faccio la morale (e neppure discetto di etica, la sua sorella maggiore) da questa mia pagina, ma quando ci vuole ci vuole. Oggi lo faccio in termini astratti, senza affondare la lama nella cronaca nera, ma sapendo che nella rete della Giustizia talvolta finiscono più i pesci piccoli di quelli grandi.
Un politico che compri i voti è da bandire dalla società civile e certo meritevole della interdizione perpetua dai pubblici uffici. Questa "gramigna" del voto comprato (con soldi o "sconti" di vario genere) o della rete del voto di scambio (assunzioni pilotate senza merito, appalti "pilotati" e altri favori illeciti) non solo falsa i risultati elettorali, ma anche, se ci sono, i voti personali di preferenza. Tra l'altro, nella gradazione dello schifo, penso che in tempo di crisi, la "vendita" di un posto di lavoro sia ancora peggiore di chi se la cava con una manciata di banconote.
In più, certi sistemi creano - nei casi peggiori e a voto avvenuto - legami luciferini fra l'eletto e la criminalità organizzata, con politici che diventano come marionette (ma spesso anche complici negli "affari") nelle mani di chi li ha "aiutati". Non si fa niente per niente. E magari possiamo anche aggiungere che in politica chi non segue certi filoni di amicizie "interessate" o "sporche" finisce - autentico paradosso e frittata girata - per essere considerato fuori dal coro e degno di essere spiaccicato contro il muro come il povero Grillo Parlante di Pinocchio. Naturalmente penso che non ci si debba fare intimorire dai disonesti.
Come politico di vecchia data, che rivendica le "mani pulite", questo fenomeno mi fa venire il vomito e questi sistemi, in un primo tempo di importazione dal Sud, oggi sono diffusi in tutta Italia e chi è "beccato" fa pure il fenomeno, come se in fondo fosse diventata una prassi, che abbia finito per depenalizzare un fenomeno diventato "normale". Così, fatto salvo che le sentenze ovviamente le scrivono i giudici, i giornalisti che denunciano il degrado morale, che sottende certi reati, vengono pure bacchettati e la diffusione di notizie viene definita "gogna mediatica" e non esercizio della libertà dell'informazione.
E, invece, chi ne scrive fa benissimo, perché semmai è in torto chi si abitua e fare "semblent de rien" e anche chi diventa goffo avvocato difensore di chi avrà nei processi ampia possibilità di difesa con avvocati veri. Stupisce anche chi si stupisce: quante volte, nei partiti, abbiamo visto donne e uomini di cartapesta salire d'improvviso, con botte di voti che li hanno proiettati in cielo come fuochi d'artificio. Anche oggi, c'è chi vanta record di voti, con gregari che lo attorniano, "baciati" da preferenze improvvise, fenomeni che sarebbe meritevoli di sguardi attenti da parte di chi di dovere.
Unico modo per estirpare la gramigna.

Contro il degrado delle istituzioni

Alcune poltrone in Consiglio ValleChi mi conosce - compreso chi legga questo blog con una certa regolarità - sa che ritengo da sempre che, quando si smette di fare una cosa, si smette, punto e basta. Quel che è stato è stato, permea il nostro modo di essere ed è come un bagaglio che ci portiamo dietro, ma senza dover tornare indietro, perché la vita è guardare avanti.
Per questo mi è capitato di rado di seguire in diretta il Consiglio regionale, dove ho comunque passato dieci anni della mia vita. Per informarsi ci sono altri canali, tipo la sintesi proposta su "Twitter", oppure le cronache di siti informativi e dei giornali.
Ieri ho fatto, in parte, un'eccezione, perché inchiodato a letto con il febbrone e il mal di pancia. Ho in parte visto e in parte solo ascoltato lunghi tratti dei lavori, con il vantaggio di chi ha masticato pane e politica e mantiene una certa freschezza nella conoscenza dei diversi dossier.
Questa Legislatura regionale - dal 2013 al 2018 - penso che resterà negli annali per alcune sue particolari caratteristiche. Il risultato elettorale, diciotto consiglieri alla maggioranza e diciassette all'opposizione, ha creato una situazione straordinaria e un clima di scontro molto forte con una minoranza molto incalzante, anche se è chiaro quanto risulti sfibrante fare il controcanto. Specie quando - questo è quanto più mi ha colpito - tu abbia di fronte chi, nella sostanza, non ti risponde mai. Un "muro di gomma" che sarebbe inconcepibile in qualunque regime parlamentare democratico. Credo che di questa deriva ogni cittadino valdostano - di qualunque credo politico sia - dovrebbe essere vivamente preoccupato, perché le istituzioni possono degradarsi se, chi le interpreta, finisce alla fine per non rispettare regole che dovrebbero essere scritte con caratteri di fuoco e usate senza deroghe.
Il Governo Rollandin, l'ultimo del "Presidentissimo", sembra andare avanti per inerzia, senza idee e convinzioni, più per quel che resta ancora del potere personalistico di un tempo. Una sorta di paralisi avvinghia la politica e l'amministrazione e devo dire che non c'è formula di "larghe intese" che mi convinca. Si tratta di archiviare un lungo periodo storico e ricostruire un'autonomia speciale, nuova e diversa, sapendo che non esiste alternativa al fatto che ad impegnarsi nell'impresa non siano comprimari, ma persone competenti e oneste, che pure esistono.
La prevalenza del "cretino" o del "furbetto" sarebbe letale per la Valle d'Aosta.

Chi usa "bacanotto" è un "cretino"

Un particolare di un quadro raffigurante il dio BaccoSe dite "bacàn" o meglio "bacán" in alcune zone dell'America Latina non offendete nessuno, anzi! La persona che avete davanti è "Elegante, de vida acomodada y lujosa" o, più semplicemente, "Bueno, excelente".
Se lo dite in Valle d'Aosta, magari in un'intercettazione effettuata dai Carabinieri, il significato è ben diverso: perché un "bacan", un "bacano", un "bacanotto" è un valdostano autoctono di origine contadina piuttosto fessacchiotto e credulone. Insomma, quel che in spagnolo è un complimento, in Valle d'Aosta è un insulto.
Su "Wikipedia" chi ha scritto la voce - e non c'è molto altro - apre a diverse ipotesi sulle origini: dal genovese (padre, capitano e dunque positivo) al milanese (persona allegra e spensierata, che farebbe pensare a "Bacchus" - dio del vino - come origine)
Interessante è l'uso del termine nel nord-est italiano, fra Veneto e Trentino-Alto Adige, come spiega l'enciclopedia on line: "Significato originario "contadino", a volte anche "contadino ricco"', ma col tempo "contadinaccio rozzo e ignorante". Parlare, vestire, comportarsi come un bacan, essere un "bacanotto" sono espressioni ironiche, in Alto Adige spesso usate in tono offensivo dagli italiani nei confronti dei tedeschi. Del significato originario legato a immagini di ricchezza e potenza è testimone ad esempio un'antica canzone popolare in cui la "fiola del bacan" vive in un castello, della mutazione semantica espressioni come "bacan da l'ua" (dell'uva) o "baca da Laives" (località presso Bolzano) sempre ironiche o addirittura offensive".
Non sono un linguista, ma noto che in quel poco che si trova non esistono riferimenti alla nostra area alpina, per cui vien da pensare che questa parola - ormai assorbita anche nel suo uso in Valle d'Aosta - sia arrivata proprio con la migrazione veneta e sia il segno degli anni difficili dell'integrazione. Epoca in cui non saranno mancati prese in giro e motteggi fra valdostani autoctoni e nuovi arrivati, come sempre capita, prima che l'integrazione facesse condividere anche le parole, per cui oggi "bacàn" potrebbe persin sembrare francoprovenzale o forse è proprio così e "bacàn" c'era già! Infatti, il termine risulta ormai nelle espressioni locali in patois nel dizionario in lingua, tradotto con i francesi "sot" o "imbécile". Boh, chissà!
Per cui oggi di certo "bacàn" è in Valle d'Aosta uno sfottò malevolo e chi lo usa scherza ma per offendere, considerando chi apostrofa con questo termine qualcuno di socialmente inferiore, un gonzo da sfottere e da abbindolare. Per questo - senza bandire la parola che può essere anche adoperata con allegria - chi la usa con intento offensivo è semplicemente un "cretino". Parola, invece, di evidente origine francoprovenzale, che con garbo definiva "cristiano" chi era affetto dalla deficienza dovuta ai problemi di tiroide, tristemente noti come "gozzo". Si noti la tenerezza intrinseca, ben diversa dall'uso violento di "bacàn".

Roma in epoca di Controriforma

Torno a Roma per parlare ad una conferenza e confesso che mi fa sempre piacere, considerando l'esprimermi in pubblico - attività che mi piace - sempre un privilegio.
E' qualche mese che non vado a Roma, ma non posso certo negare di avere avuto con la città un rapporto professionale, che è diventato anche affettivo.
Di certo ci ho passato molto tempo e credo di averla vissuta con una certa intensità.
A parte una quindicina d'anni di nomadismo, durante la settimana, quando ero deputato solerte nelle presenze ai lavori, ho poi continuato a frequentarla con una qual certa regolarità nei successivi incarichi.

Il Casinò di Saint-Vincent nella tempesta

Una sala, vuota, del CasinòNon ho tutti i dettagli sull'assemblea del Casinò di Saint-Vincent, che ieri sera ha risposto no all'accordo predisposto dall'azienda e dai sindacati confederali sul tema delicato del "taglio draconiano" agli stipendi e alle voci accessorie. Ho letto dello sciopero nella breve notizia notturna dell'Ansa: "Le organizzazioni sindacali hanno indetto uno sciopero fino a domenica prossima al "Casinò de la Vallée" di Saint-Vincent. La proposta e' stata approvata dall'assemblea dei dipendenti della Casa da gioco a cui hanno partecipato circa trecento lavoratori. La decisione di astenersi dal lavoro fa seguito all'evoluzione delle trattative con l'azienda relative ai previsti tagli degli stipendi e del personale".
Chi ha partecipato mi ha parlato di temi emersi, quali richieste di azzeramento dei vertici aziendali criticati in modo secco, di necessità di far luce su certi compensi, su bonus e premi, su promozioni interne e uso del lavoro precario criticabili e familistiche e via di questo passo. Come sempre, aleggia un problema: dopo il fallimento della questione dei prepensionamenti, partiti con grandi numeri poi ridimensionati, come prevedibile, una volta fatti i calcoli pensionistici, questa pareva l'occasione per barattare i "tagli" con un organico piano aziendale di rilancio, che sembra, invece, dalla lettura della documentazione, costruito sulla sabbia.
Devo aggiungere, per correttezza, che su "Twitter" emergono, come risposta allo sciopero, certe critiche, non nuove, ai "privilegi" dei lavoratori della Casa da gioco, che dimostrano come e quanto non godano di molta simpatia e ora questo si evidenzia ancor di più in epoca di crisi. Ma, pur avendo io stesso segnalato questo aspetto, quando mi occupai del dossier senza molta fortuna e me ne dolgo, perché il rilancio del Casinò andava affrontato tanto tempo fa e non fatto marcire dopo il 2008 per motivi di potere e clientelari, penso che oggi segnalare solo gli aspetti difensivi e corporativi delle proteste e degli scioperi sarebbe un abbaglio.
Ritengo, infatti, che i lavoratori del Casinò - grande azienda pubblica, risorsa ancora possibile pur nei nuovi scenari difficili del gioco d'azzardo in Italia - sappiano bene che un'epoca d'oro è finita, ma quel che oggi li angoscia sia l'assenza di scelte chiare e definitive per il futuro da parte di dirigenti che di fatto hanno fallito la loro mission. E, invece, si chiedono sacrifici di certo necessari, ma che risultano vuoti di significato se posti, come sembra avvenire oggi, nel buio di prospettive e di strategie, con una guida manageriale, ma anche e soprattutto politica visto che il Palazzo aleggia in tutto, che non sa dare risposte e annuncia, di volta in volta, la ripartenza come imminente. Manca, per capirci, la fiducia e i fili non saranno semplici da ritessere se non ci saranno passi indietro e novità nelle scelte e nei comportamenti.
Chi, come me, un anno fa, prospettò scenari da tregenda, per una crisi che era evidente, fu sbeffeggiato in pubblico e in privato. Oggi non sono affatto contento di avere avuto ragione, perché non si può compiacersi di questa lunga agonia del Casinò, pensando - ma è solo uno degli esempi possibili - a che cosa sono costati i lavori, in parte discutibili, del celebre "Resort".
Chiarezza, trasparenza, professionalità, idee e proposte: questi sono elementi su cui lavorare, ma sappiamo che, di questi tempi, nell'azione governativa in Valle d'Aosta, sono parole che fanno venire l'orticaria. Peccato per il nostro futuro e non solo per il Casinò.

L'altro volto di Gioele Dix

Un dettaglio della copertina del libro di Gioele Dix"Sono nato a Milano la mattina del 3 gennaio 1956. Nevicava di brutto già dalla notte prima. Non che mi ricordi, me l'ha raccontato mio padre. Dice che, nell'ansia e la fretta di portare in tempo mia madre in clinica, per poco non ci capottavamo tutti (e tre). L'ho perdonato: sono totalmente incapace di montare le catene, come lui".
L'umorismo di Gioele Dix, più vecchio di me di due anni, mi ha sempre fatto morire dal ridere, come dimostrato da questo incipit della sua biografia sul suo sito, ricco di notizie sulla sua carriera.
Credo, come molti, di averlo visto per la prima volta in televisione nei panni imbattibili dell'"automobilista incazzato nero". Ricordate il refrain? «Io sono un automobilista, ed essendo un automobilista sono sempre costantemente incazzato come una bestia!».
Dal suo linguaggio, avevo percepito una storia personale e familiare imbevuta di cultura. La conferma l'avevo avuta anche vedendolo come attore, fuori dal ruolo di cabaret alla "Zelig", in una serie di film in questi anni.
Ora, con il recente romanzo "Quando tutto questo sarà finito", David Ottolenghi racconta la storia della sua famiglia ebrea nella temperie della Seconda guerra mondiale. Dix - uso il nome d'arte - mette il suo talento di scrittore a disposizione del papà Vittorio, che, così si spiega all'inizio del libro, gli ha svelato, affinché le raccontasse, le vicende dolorose e avventurose seguite alle leggi razziali.
E' bene sapere e conoscere per reagire a quanto sta avvenendo in una logica di oblio più o meno malevolo. Infatti, troppo spesso in questi anni, più il tempo trascorso da allora passa e più crescono le tentazioni giustificatorie per quella dittatura, con l'alibi di un regime all'acqua di rose e della solita formula "italiani brava gente".
Il libro ricorda di questa famiglia obbligata, il colmo per un ebreo fascista della prima ora, a fuggire in Svizzera, dove vive fino al dopo Liberazione, dispersa nei diversi Cantoni con il racconto delle storie personali che si incrociano con la grande Storia. Mi mancava questa conoscenza più addentro degli esuli in Svizzera e in parte i fatti mi ricordano mio papà che accompagnò ebrei in fuga dal Col Fenêtre nella conca di By e mio zio Séverin, che fuggì, lungo lo stesso sentiero, nella Confederazione, perché minacciato di morte dai fascisti.
Interessante la riconoscenza che il protagonista, Vittorio Ottolenghi, serberà sempre per la Confederazione che lo accolse e, in parte, lo formò. Resta, sullo sfondo, il tragico destino del popolo ebraico, non riassumibile solo nelle già note e terribili vicende dell'Olocausto, vaccino contro il virus, sempre vivo purtroppo, dell'antisemitismo. Terribile la battuta, in un passaggio che evidenzia - come altrove nel libro - il divertente umorismo ebraico, sul fatto che i maschi ebrei sono bravissimi a fare i bagagli in fretta. Devo spiegare il perché?

Non rassegnarsi

Uno dei caselli di accesso all'autostrada valdostanaQuando si parla di autonomia, sarebbe bene - a tanti anni dai suoi atti istitutivi - verificare con freddezza i pro e i contro di questa esperienza, che si avvicina al settantennio. Sarebbe un esercizio istruttivo e spesso mi balocco con l'idea che a posto di un pamphlet o di comizi sarebbe ora di farne uno spettacolo teatrale, semplice ma efficace, nel quale raccontare i perché e i "per come".
Oggi, a titolo esemplificativo, parlo di due temi che sono di bruciante attualità e che, anche in passato, sono spuntati fra i problemi più grandi da affrontare.
La Valle d'Aosta dipende per la propria ferrovia dallo Stato. Uno strano intrico, perché lo Stato, a dir la verità, è poi in realtà affidatario della gestione e del servizio a "Spa" delle Ferrovie, di cui è l'unico azionista. Micragnoso, vero?
Per la principale arteria stradale, l'autostrada, le cose vanno ancora peggio. La cessione ai privati da parte del settore pubblico ha creato un duopolio a tenaglia: "Sav" (Quincinetto - Aosta) del "gruppo Gavio", "Rav" (Aosta - Monte Bianco) del "gruppo Benetton", che ha anche il traforo del Monte Bianco. Naturalmente si tratta di concessioni statali, in scadenza fra una ventina d'anni, che consentono ai privati di gestire, per i propri legittimi e lucrosi interessi, un'infrastruttura essenziale non solo per i valdostani ma addirittura lungo la Rete transeuropea dei Trasporti.
Nel caso della ferrovia che cosa bisognerebbe fare è stato tracciato già da alcuni anni. E' questione di soldi, di certo per effettuare anzitutto i lavori su di una linea obsoleta tecnicamente, ma anche di volontà politica nell'interlocuzione con Roma, che non è facile, ma neppure impossibile.
L'autostrada è questione più complicata, ma certo la soluzione di una scontistica ha una sua utilità come lenitivo, ma la questione è ben più profonda. Se non si ferma la macchina in moto degli aumenti, negli anni a venire nessuno prenderà più l'autostrada con peggioramento della qualità della vita dei residenti, la protesta dei turisti e di chi si trovi in transito. La nostra autostrada è forse la più cara in Europa ed azzarderei che combatte anche nel mondo, e questa anomalia è un argomento politico da portare sui tavoli del Governo italiano e della Commissione europea. E' come se, per una serie di circostanze, qualcosa si fosse rotto e dovesse essere aggiustato e non bisogna, in casi come questo, rassegnarsi.
E, invece, uno dei tratti odierni della Valle d'Aosta, a parte i dibattiti sui "social" che farebbero intravvedere una grande effervescenza, è che, in verità, vige nel mondo reale ancora una forte e conformistica rassegnazione al declino, che va fatta saltare con l'esplosivo.
Con Ignazio Silone: «Il destino è un'invenzione della gente fiacca e rassegnata».

Una riforma costituzionale che stupisce

La sala, vuota, del SenatoIl disegno di legge costituzionale, che viaggia più o meno in parallelo con la nuova legge elettorale per la Camera dei deputati (il Senato viene già dato per soppresso), noto come Italicum, è un provvedimento monstre, intitolato a grandi caratteri: "Disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, la soppressione del Cnel e la revisione del Titolo V della parte seconda della Costituzione". Non è, in questo caso, uno spot pubblicitario, ma un testo vero e impattante, che dovrà viaggiare con l'iter complesso e senza scorciatoie - per fortuna... - dell'articolo 138 della Costituzione.
Siamo di fronte ad un articolato che, in barba a Bicamerali, Commissioni parlamentari, confronti e dibattiti si abbatte come una folgore sulle istituzioni repubblicane con una visione - spiace scriverlo - neocentralista.
Vanno, al momento, ristrette le osservazioni alle conseguenze per la nostra autonomia speciale, pur ovviamente senza perdere di vista il quadro generale. Infatti il dato di partenza è la volontà di controriforma (se preferite: "restaurazione") della riforma del Titolo V della Costituzione del 2001, voluta dallo stesso centrosinistra, che oggi cambia rotta. Finita l'epoca delle grandi ma in realtà improduttive affermazioni federaliste, cui corrispose - con buona pace di una Lega che fini presto di essere di lotta, preferendo essere di governo... - semmai un lieve progresso del regionalismo, compreso quello ad autonomia differenziata, ora si fa marcia indietro. Un pentimento senza ragione, forse comprensibile in uno Stato nazionale funzionante, ma da noi chi pensi di riaccentrare su Roma non è vittima di solo di un abbaglio personalista, ma anche di un disegno che si rivelerà disastroso. Non fosse altro che le riforme costituzionali si fanno quando c'è uno spirito costituente, oggi nullo.
Pensiamo alla scelta di uscire dal sistema del "bicameralismo perfetto", come se fosse una panacea. Non siamo di fronte alla nascita - come si sarebbe dovuto fare - di una vera e propria "Camera delle Regioni", perché il vecchio Senato, una volta soppresso, lascerebbe il posto ad un'Assemblea ben diversa dalle Camere presenti nei sistemi federali. Di fatto saremmo in un sistema monocamerale (unico "doppio voto" resterebbe per le leggi costituzionali) e la seconda Camera sarebbe un organo consultivo, che perde anche il suo ruolo nella fase di fiducia all'atto della nascita dei Governi. Insomma, una scatola vuota.
La composizione poi, che mette Regioni e Comuni sullo stesso piano, è umiliante per il regionalismo e, con questa forte componente comunale, opera sul meccanismo di "divide et impera" nel mondo autonomistico a vantaggio dello Stato.
Non si capisce - piccolo particolare - quanti senatori avrebbe la Valle, non essendo novellato l'articolo 42 dello Statuto, che prevede con rango costituzionale la presenza di un solo senatore, mentre la previsione generale ne prevederebbe tre regionali (presidente della Regione più due membri votati dal Consiglio Valle) più tre sindaci (votati dall'Assemblea dei sindaci). Segno di una certa sciatteria giuridica.
La riscrittura dell'articolo 116 della Costituzione, che abolisce per le "ordinarie" la possibilità di ottenere poteri e funzioni particolari oggi in capo alle sole autonomie differenziate, conferma solo in apparenza lo "status quo" ed è priva del "principio dell'intesa" per la modifica degli Statuti, attesa da decenni e vera chiave di volta.
L'elenco delle materie che tornano in capo allo Stato e la soppressione delle materie concorrenti sono deprimenti per il regionalismo. Nello scorrere le nuove materie esclusive dello Stato, in assenza di meccanismi veri di tutela delle "speciali" nelle materie già proprie, c'è da restare stupiti. Tipo l'insidioso "coordinamento della finanza pubblica", "protezione civile", "ordinamento scolastico", "previdenza integrativa e complementare", "urbanistica", "energia", "trasporti" e "turismo".
Un disegno centralistico che diventa letale con due "ghigliottine" applicate ai poteri regionali: "l'unità economica e giuridica" e le rinate "riforme economico-sociali di interesse nazionale".
Se passasse tutto così, sarebbero davvero tempi duri e battaglie mica da ridere per gli autonomisti, quelli veri.

Dalle leggende metropolitane ai complottisti

Il set del volo 'Oceanic 815'C'erano una volta le leggende metropolitane. Eccovi una casistica a casaccio: i coccodrilli nelle fogne di New York, sette anni per digerire un gomma americana, la moneta che scompariva se messa per qualche giorno nella "Coca-Cola", John Lennon, Marilyn Monroe ed Elvis Presley vivi e nascosti da qualche parte, le vipere lanciate dagli elicotteri e i cerchi nel grano fatti dagli "Ufo". Poi sono spuntati i complottisti, che hanno reso greve quella leggerezza che un tempo attorniava le "balle".
"Complottista" è un neologismo, entrato nei dizionari da qualche anno, e che significa "chi o che ritiene che dietro molti accadimenti si nascondano cospirazioni, trame e complotti occulti", che pare essere stato usato per la prima volta in Italia nel 1990 dal giornalista Giorgio Bocca.
In questi anni, siamo stati sepolti dalle stranezze più assurde: penso alle "sci chimiche", ai retroscena delle Torri Gemelle dell'11 settembre 2001, a certe baggianate sul cambiamento climatico, ai disegni internazionali dei sistemi bancari in "cupole" inquietanti, sulle case farmaceutiche che spargono virus apposta.
Un articolo recente su "Il Post.it", che riprende in parte un articolo di un giornale americano, spiega come il complottista definisca gli avvenimenti e li cataloghi sulla base di una griglia ideologica, per cui qualunque avvenimento va bene per crearci attorno un disegno complottista.
Fatto uno, ne crei cento con lo stesso stile. E si aggiunge: "Internet ha permesso una circolazione dell'informazione molto più rapida e diffusa, ma le ricerche mostrano anche che la rete, invece di frenare le ipotesi più bizzarre, sembra essere un grande strumento per renderle più convincenti. Di conseguenza, il complottismo sembra più diffuso che mai: l'articolo del "New York Times" cita una ricerca recente secondo cui il 63 per cento degli americani che sono iscritti alle liste elettorali - quelli dunque più interessati alla vita democratica del Paese - crede in almeno una teoria del complotto che ha a che fare con la politica".
Interessante il finale: "Attualmente gli psicologi non sono sicuri di poter affermare che tutto questo meccanismo cominci con un sentimento di impotenza o che sia il complottismo a causare il sentimento di impotenza. La conclusione a cui è giunta la gran parte degli scienziati con le ricerche attualmente disponibili è che, indipendentemente da che cosa causi cosa, il complottismo è spesso una forma di cinismo estrema e a volte patologica".
Il caso più recente è, ad una settimana di distanza dai fatti, la scomparsa del gigantesco aereo "B-777" della "Malaysia Airlines", in volo tra Kuala Lumpur e Pechino, con a bordo 239 persone. Si è letto tutto e il contrario di tutto, lasciando spazio - in un'epoca in cui bisognerebbe sapere anche se si muove un motorino sulla Terra - a ricostruzioni strane e fantasie farlocche.
Urge, per favore, un minimo di certezze per non lasciare un campo sterminato ai complottisti.

Registrazione Tribunale di Aosta n.2/2018 | Direttore responsabile Mara Ghidinelli | © 2008-2021 Luciano Caveri