February 2014

Concessionarie che chiudono

Quello che era l'ingresso della concessionaria 'Alpicar'Ognuno può indicare, come segno più evidente della modernità, oggetti di uso comune che abbiano cambiato la nostra vita. Ovvio che oggi venga naturale pensare ai telefoni palmari, strumenti digitali che ci connettono con il mondo e hanno funzioni pluriuso. Ma poi, se ci guardiamo attorno senza badare a quanto è diventato abitudine, viviamo circondati da scoperte, ormai scontate, ma che hanno cambiato in profondità le cose: l'elettricità, l'acqua corrente, le medicine, la televisione... L'elenco può essere lungo e personalizzato.
Certo, con la costruzione delle strade carrozzabili, la Valle d'Aosta ha avuto, nella motorizzazione automobilistica, un autentico punto e a capo nel cambiamento. Premettiamo che avrebbe potuto esserlo anche prima, se il grande inventore aostano, Innocenzo Manzetti (1826-1877), avesse potuto realizzare quella vettura a vapore di cui si sono ritrovati i disegni. Ed invece, è toccato aspettare il secolo successivo e sullo sviluppo dell'auto in Valle d'Aosta i cultori del genere, molto bene informati, sono i soci di "Cameva - Club auto moto d'epoca Valle d'Aosta" e l'aneddotica del suo presidente, Antonio Giornetti, consente di tornare a quest'epoca pionieristica e élitaria.
Io ho vissuto gli anni in cui l'auto è diventata "popular": la prima macchina di mio papà è stata la popolarissima "Topolino", dopo un'eroica "Lambretta"! Da allora molto tempo è passato e la Valle ha un tasso di motorizzazione che resta molto elevato.
Ho soprattutto visto, nel tempo, il passaggio dalla "officina - concessionaria" alla "concessionaria - salotto", dove le macchine si sceglievano in quel posto che, con un neologismo, venne definito "autosalone". L'addetto alle vendite era, di conseguenza, un commerciale puro, che aveva perso ogni legame con la meccanica vera e propria.
In pochi anni, tutte le "marche" ebbero in Valle una loro "vetrina", mentre ultimamente l'inversione è stata molto brusca con chiusure, una dietro l'altra, anche di società storiche. Nell'ultimo periodo, con la "Alpicar Audi - Volkswagen" è un'altra concessionaria ben nota, dove ho comperato quasi tutte le mie auto, che chiude. Quel che resta va ormai nella logica plurimarca.
Non è un fatto di prestigio o di mera desertificazione del nostro territorio e certo di posti di lavoro, ma - scava scava - c'è molta sostanza e si tratta della fiscalità che la Valle d'Aosta perde, come entrata del proprio riparto fiscale, con l'acquisto all'esterno delle vetture e tutto quel che, analogamente, ruota attorno alle concessionarie.
Ogni chiusura è un danno. Questo è un volto poco scrutato della crisi: se l'economia soffre, soffre - con il diminuire dei proventi delle tassazioni - il nostro ordinamento finanziario. Oltre a un certo livello, si va a picco.

La Consulta "picchia"

Sentenza pesante per le autonomieIn Friuli Venezia Giulia piangono, in queste ore, su due sentenze della Corte Costituzionale che sono, con tutta evidenza, due "bastonate" alla loro Autonomia speciale. Come sempre capita, però, certe decisioni disgraziate non restano circoscritte, ma finiscono per essere estese a tutti, 'Valle d’Aosta compresa.
Va detto che, in questi anni, la Consulta ha dato sempre "un colpo al cerchio e un colpo alla botte" e spesso se n'è lavata le mani dei contenziosi delle Regioni a Statuto speciale, in una logica ponziopilatesca o "carota e bastone". Va ricordato, per altro, che la composizione della Corte deriva solo da organi statali e dunque, nel dirimere conflitti fra Governo centrale e Regioni, non stupisce come, in molte occasioni, il "Giudice delle Leggi" propenda per logiche centraliste, di cui sono in fondo tutti espressione, in assenza di nomine regionali.
Così la "sentenza 23", depositata in questi giorni e che riguarda in parte anche la Sardegna, si occupava di una serie di questioni sui "costi della politica" e della loro incidenza sugli Statuti speciali. Il contendere è complesso, ma uno dei punti più importanti è quella clausola, fatta "a tagliola", che prevedeva tagli enormi ai trasferimenti finanziari in caso di mancato adeguamento al dettato della legge, come tagli agli stipendi, ai consiglieri e agli assessori e del numero degli eletti nelle Assemblee e al Governo. Una sorta di ricatto, rispetto dalle autonomie speciali, che invece alla Corte Costituzionale non turba: "Deve, allora, ritenersi che, specie in un contesto di grave crisi economica, quale quello in cui si è trovato ad operare il legislatore, esso possa discostarsi dal modello consensualistico nella determinazione delle modalità del concorso delle autonomie speciali alle manovre di finanza pubblica (sentenza n. 193 del 2012), fermo restando il necessario rispetto della sovraordinata fonte statutaria (sentenza n. 198 del 2012)".
Ovviamente al Relatore della sentenza sfugge che questo significa dover operare con norme di attuazione dello Statuto, che passano attraverso "Commissioni paritetiche", dove comunque il consenso, essendo pari i membri statali e regionali, va ricercato e dunque la precedente frase finisce per essere priva di significato, a meno che allo scrivente sfuggano i meccanismi di funzionamento delle norme d'attuazione.
Peggio ancora va al Friuli Venezia Giulia, laddove si lamentava dell'uso capriccioso della fiscalità, che faceva venire meno, senza compensazioni, fondi destinati alla Regione autonoma e "trattenuti" dallo Stato. Qui, nella sentenza 26, siamo di fronte ad un capolavoro linguistico e giuridico. Come darti torto, dicendo che hai ragione: "E va nuovamente ribadito come, a seguito di manovre di finanza pubblica, ben possano anche determinarsi riduzioni nella disponibilità finanziaria delle Regioni, purché esse non siano tali da comportare uno squilibrio incompatibile con le complessive esigenze di spesa regionale e, in definitiva, rendano insufficienti i mezzi finanziari dei quali la Regione stessa dispone per l'adempimento dei propri compiti (sentenze n. 97 del 2013, n. 241 del 2012, n. 298 del 2009 e n. 256 del 2007). Evenienza, questa, che non è possibile verificare, giacché - al di là di una generica contestazione in ordine al fatto che, quella richiesta alla Regione, sarebbe una probatio diabolica - l'assunto riguardante l'inadeguatezza finanziaria della manovra non è stato oggetto neppure di un tentativo di dimostrazione da parte della Regione autonoma Friuli Venezia Giulia, la quale non ha fornito alcun dato quantitativo concreto, dal quale poter desumere l'effettiva incidenza negativa della diminuzione del gettito derivante dalle norme impugnate rispetto allo svolgimento delle sue funzioni costituzionali di ente dotato di autonomia speciale".
Viene da rispondere che la rivendicazione era giuridica e non in termini di compensazione finanziaria. da quantificare. Ma, di tutta evidenza, lo Stato doveva avere ragione e così alla fine, con un grave precedente, si è stabilito che se non si chiede resta un'alea di incertezza...
Capisco la noia che può venire per faccende che sembrano essere buone solo per i giuristi. Ma questa, vi assicuro, non è questione da "Azzeccagarbugli", ma ricorda solo una verità. Come dico spesso, l'autonomia non è il federalismo e il coltello dalla parte del manico, in vario modo, ce lo ha sempre lo Stato. L'autonomia octroyée può essere, dunque, oggetto di capricciosità, specie se certe protezioni di rango costituzionale diventano delle foglie di fico che poco aiutano. Insomma, bisogna tenersi vigili e ben svegli e anche combattivi, perché altrimenti la nostra autonomia speciale si troverà ben presto con sempre meno soldi e con spazi politico-amministrativi ridotti al lumicino. Premessa a quella che sarebbe spacciata, alla fine, per una pietosa eutanasia.
Immagino che il Presidente della Provincia autonoma Alto Adige - SüdTirol, Arno Kompatscher, ed Ugo Rossi, presidente del Trentino, lo abbiano detto ieri a Matteo Renzi in un incontro utile in questa fase preliminare.

Canta che ti passa

Le gemelle Kessler con Luciana LittizzettoTemo che non si possa non parlare del "Festival di Sanremo": è un punto di passaggio, nel cuore dell'inverno, che già è uno dei segni che la primavera arriverà. In più è da lì che, almeno un tempo, si concretizzava il tappeto musicale per il resto dell'anno. Nel mio bagaglio musicale ho stratificato un sacco di canzonette sanremesi.
Partiamo da distante per arrivare vicini. Il modo di dire "canta che ti passa" pare che derivi da un incisione fatta da un soldato sconosciuto sulla parete rocciosa di una dolina carsica, trasformata in trincea, durante la Prima Guerra Mondiale, da un soldato sconosciuto.
Piero Jahier, scrittore e poeta italiano, di famiglia valdese, nato nel 1884 e arruolato nel 1916 come volontario negli Alpini con il grado di sottotenente, cita questa frase nell’epigrafe della sua raccolta di "Canti di soldato", pubblicata nel 1919, che si ispira appunto al periodo passato in quella logorante Grande Guerra.
Chiunque abbia un minimo di conoscenza del patrimonio musicale degli Alpini, in parte creato e plasmato nella Guerra 15-18, sa bene di che cosa si tratti e come cementasse uno spirito di corpo e alcuni valori di riferimento del'"alpinità".
E' ben noto come uno sforzo fisico o emotivo costi meno fatica quando si canti o si ascolti la musica, anche in sincronizzazione con il proprio movimento e questo avviene nei lavori pesanti e ripetitivi, ma anche nella pratica di chiunque faccia sport.
Esiste - tratta dal Web - una ricerca sperimentale descritta sulle pagine dei "Proceedings of the National Academy of Sciences" da Thomas Hans Fritz e colleghi dell'Istituto di psicoacustica e musica elettronica dell'Università del Ghent, in Belgio. Secondo gli autori, produrre suoni con il proprio movimento determina un "feedback emotivo" che consente un più efficace controllo muscolare. Pare che la musica distragga dalle sensazioni spiacevoli che accompagnano il progressivo esaurimento delle forze.
Questo principio dovrebbe valere, nel suo elemento più di distrazione e di distensione, in un "Festival di Sanremo" che dovrebbe ruotare attorno a canzoni e musica. Uso il condizionale non a caso, dopo aver visto la prima serata. Tutto c'era, in una sorta di pot-pourri, ma mancava proprio quel che è sempre stata la vocazione: la musica.
A me, personalmente, questo è mancato e fatemi dire che le canzoni che c'erano, arrivate in gran parte in seconda serata, erano mosce e depressive.
De gustibus, naturalmente. Innegabile, invece, come non si possa ripetere all'infinito la televisione della nostalgia e del "come eravamo".

La fiammata sull'Europa

Un particolare dell'insegna del Parlamento europeoAttenzione, in vista delle elezioni del Parlamento europeo, a non farsi investire dall'improvvisa fiammata di interesse per i temi riguardanti l'Europa. Spesso sono solo fuochi fatui...
Indico, inoltre, un'avvertenza: diffidare di chi si occupa di questo argomento solo in occasione della campagna elettorale, per poi disinteressarsene subito dopo. Oltretutto, chi ha un palato fine si accorgerà che, molto spesso c'è chi parla d'Europa senza avere una piena conoscenza della questione, affidandosi alla distrazione di larga parte dell'opinione pubblica.
Sia chiaro che un valdostano non può essere antieuropeista, perché violerebbe la nostra storia e il pensiero di tanti padri fondatori dell'attuale regime di Autonomia. Lo dico subito, senza possibili fraintendimenti. La nostra collocazione geografica e il background culturale rendono impossibile una logica di "piccolo nazionalismo", ma - in egual modo - non consentono l'adesione ad una visione "italiacentrica". Anzi, la forza europeistica plasma un'idea di Valle non giacobina, ma quella, viceversa, di un popolo con senso nazionalitario, che guardi oltre alla propria dimensione con un disegno politico, perché di politica si tratta, a geometria variabile. Esiste la dimensione di prossimità, attorno al Monte Bianco, la forte identità alpina, la rete delle Nazioni senza Stato e delle minoranze linguistiche e - sopra tutto - l'idea di un regionalismo che diventi federalismo.
Questo non significa essere silenti di fronte alle storture dell'Europa attuale. Che sia un problema istituzionale: ci vuole davvero la sussidiarietà, perché regole e norme europee tengano conto del livello di governo regionale e della diversità dei territori. Un'Unione Europea conscia che con il "Patto di stabilità", con quello di "Governance economica" e poi con il "Fiscal compact" si strangola il ruolo del pubblico, dello Stato Sociale e si soffoca l'economia. Le logiche troppo occhiute, in favore della concorrenza e contro gli interventi pubblici, assieme a liberalizzazioni e privatizzazioni con regole flebili nel controllo del Mercato creano un'Europa distorta. E la stessa logica di omogeneizzazione non regge se non si combatte per la diversità culturale e linguistica.
Ciò detto, invece, deve andare al macero l'antieuropeismo populista e demagogico, razzista e xenofobo. La battaglia contro l'euro è velleitaria e ridicola.
Che sia chiaro che chi combatte questa battaglia non lo fa per l'Europa, ma perché i tempo di crisi è più facile parlare alla pancia (vuota) e quella serie di paure causate dalle preoccupazioni . Ma questa, politicamente, è una deriva che accresce il peso di chi critica senza proporre soluzioni, distrugge senza dire come si ricostruisce, fomenta odio che può sfociare in violenza.
Insomma, una brutta storia.

La passione civile di Paolo

Mio cugino PaoloQuando, un mesetto fa, mi sono sposato, scherzavo con alcuni miei cugini - anche se si trattava di umorismo macabro - di come, in fondo, un matrimonio del loro cugino attempato spezzasse la tragica circostanza per cui, a partire da una certa età, ci si incontra prevalentemente per i funerali. I "fiori d'arancio", insomma, sono meglio di una veglia funebre.
Come avviene oggi e purtroppo, per il funerale di mio cugino, Paolo Caveri. In effetti, quando il tempo passa, fa impressione riflettere su come, nella propria quotidianità, spariscano, dalla scena della propria vita, parenti e amici, inghiottiti - spesso d'improvviso e con una logica cieca - dalla morte. Ci sono tante persone che mi mancano molto con la loro assenza e mi consola pensare che ho tanti ricordi che li riguardano e, ogni volta, tornano in vita per un istante. Sono "fantasmi" buoni, che ho nel cuore e che, con l'incanto della nostra intelligenza e dei sentimenti, riappaiono per una situazione, un luogo, un'associazione di idee. La memoria è un grande lenitivo per chi non c'è e vorremmo avere ancora qui, adesso, e ritroviamo accanto per quello che sono stati per noi.
Così, grazie al potere evocatore che abbiamo, ricorderò Paolo, cui mi dividevano alcuni anni, che creavano quella distanza in epoca giovanile, quando erano soprattutto Pila e la casa della zia Eugénie - collante della famiglia - i luoghi di riunione ed io ero il cuginetto rompiballe. Mentre da adulti - lo vedo nell'affinità con mio fratello Alberto, nato a pochi giorni distanza da Paolo - cinque anni di distanza diventano un battito di ciglia, che ti incasella in sostanza nella stessa generazione e ti fanno invecchiare assieme. Mio cugino era un ottimo avvocato e un uomo intelligente e pacato, dal sorriso rassicurante e dal modi gentili. Ma questo non voleva affatto dire che non avesse convinzioni profonde, una solida passione civile e una lucida capacità di giudizio, spesso esercitata con un umorismo tagliente e caustico, che mi ricordava lo zio Mario, suo papà e le sue battute secche.
Era, come molti di questi tempi in Valle d'Aosta, preoccupato per il degrado nell'uso della "cosa pubblica" e la sua analisi era profonda e attenta e per me del tutto assonante, avendo ereditato, specie nell'humus del nostro ambiente familiare, un insieme di valori etici, sconosciuta a molti che di questo patrimonio se ne fanno un baffo.
La sua vita, invece, è sempre stata esemplare di una dirittura morale che non è soggetta a mode e, anche per questo, ce lo farà rimpiangere.

Essere minoranza

Il dettaglio di una clessidraLa vita di tutti i giorni segue gli alti e i bassi del proprio umore. Per me, che credo nella politica, certe circostanze della situazione valdostana sono foriere, secondo le circostanze, di allegria o di tristezza, ma trovo che l'impegno dovrebbe essere quello di mantenere una media fra le due cose. Mi aiuta in questo un innato ottimismo, che spero che possa essere contagioso, ma non esclusivamente consolatorio.
"Minoranza" non è una parola dispregiativa. Deriva da "minore", che viene dal latino e descrive qualcosa di "più piccolo".
Il caso di scuola è l'espressione, a noi cara, di "minoranza linguistica", cioè una parte di popolazione - nel caso valdostano un popolo - che si esprima con lingue diverse dalla "maggioranza". Ma "più piccolo" è, nel gioco elettorale, anche quella parte - definita "minoranza" - che perde le elezioni e, non governando, fa da "opposizione", dunque si contrappone alla "maggioranza", che invece governa.
Oggi, nella mia passione politica, sono "in minoranza" e seguo con partecipazione la lotta politica che le opposizioni svolgono in Consiglio Valle sul crinale di quel diciotto consiglieri di maggioranza a diciassette della minoranza, che caratterizza la ripartizione attuale dei trentacinque seggi. E' una situazione strana e difficile, in fondo, per gli uni e per gli altri.
Ma lo è, appunto, anche per chi sia all'opposizione e aspiri, come è giusto che sia nelle istituzioni, a diventare maggioranza. La democrazia funziona, nei sistemi politici maturi, nella logica dell'alternanza. Per cui è normale che chi sia "fuori" dalle leve di governo aspiri ad essere "dentro" per dimostrare la bontà delle proprie idee e delle cose che vuole realizzare sulla base dei propri programmi.
Capisco e condivido come nella posizione di "essere minoranza" ci siano attese e speranze, talvolta impazienti, perché l'impressione è spesso che, quando ci si avvicina al cambiamento, il traguardo da raggiungere si sposti, beffardo, ancora più avanti. E uno, pronto a gioire, si deve inghiottire il boccone amaro.
E' una situazione psicologica sgradevole e demotivante, specie in un'epoca in cui se, com'è il caso, chi comanda non prende più un canale e la situazione peggiore con rapidità e si manifesta una sorta di senso di rassegnazione e di logorio nella comunità.
Mi sento di dire che mai come in questo momento risulti preziosa la pazienza. E' vero che viviamo in un'epoca in cui la velocità sembra averla sempre vinta sul passo più lento. Ma, quando ci vuole tempo e le circostanze devono maturare, è l'occasione giusta per dimostrare quanto la resistenza conti.
E poi il gusto del cambiamento sarà, al momento in cui si volterà pagina, un piacere profondo, per cui vale il grande Marcel Proust: «Que de bonheurs possibles dont on sacrifie ainsi la réalisation à l'impatience d'un plaisir immédiat».

Carnevale

Il piccolo 'pirata' AlexisNon ci si ferma mai in questo autodromo della nostra esistenza, che è il calendario, con cui scandiamo il nostro tempo, avendo delle tappe sociali prefissate, che tornano in modo rassicurante con la loro ripetitività.
Così, per me, il Carnevale è cominciato quest'anno - e mi pare davvero che questo tempo galoppi - da Saint-Vincent, il celebre "Carnevale dei piccoli", con tanto di sindaco, assessori comunali, pompieri e polizia municipale in erba. Visti i problemi di bilancio del paese, potrebbe essere quasi una scelta liberatoria per i "grandi" cedere in pianta stabile l'amministrazione ai piccini... Così com'è una bella immagine quella dell'abitudine che i bambini del paese lancino a Carnevale nel cielo, come in mare per i messaggi in bottiglia, palloncini con un biglietto con il loro nome e indirizzo. Risposte giunte da molto distante, viste in passato, confermano come il caso si muova con la stessa dinamica degli allegri palloncini, agevolati nel loro viaggio in queste ore dal cielo azzurro e dal vento in quota.
Sia chiaro che, tra vicino Canavese con in prima fila Ivrea con Generale e arance e tutti i Carnevali valdostani più o meno datati, l'insieme riguarderà un lungo periodo e certe località turistiche guardano anche al "Carnevale ambrosiano", che non ha il nostro stop quaresimale con il mercoledì delle Ceneri. Che sia chiaro che, nell'abile capacità del cristianesimo di riciclare feste precedenti al suo affermarsi, il tandem "Carnevale" con le sue componenti pagane e la "Quaresima" con la sua carica penitenziale sono una metafora della vita mica da ridere. Pensando appunto che il Carnevale, con il gioco del travestimento e della trasgressione, è sempre apparso come una ben visibile valvola di sfogo.
Comunque sia, il Carnevale della mia infanzia è l'immagine avvolta dalla nebbia della memoria delle Terme proprio di Saint-Vincent con un clown famoso all'epoca, "Scaramacai", e i coriandoli e le stelle filanti che finivano dappertutto. Ricordo poi da sempre il Carnevale storico in sfilata nella mia Verrès fra la caccia alle caramelle lanciate dalla Contessa di turno, la musica ad alto volume e l'odore di mimose in favore di Caterina di Challant, femminista antelitteram.
Certo di Carnevali ne ho fatti tanti e in disparate occasioni di divertimento. Oggi mi godo in diverse circostanze la routine carnascialesca, in un periodo nel quale, naturalmente, tutto è in tono minore.
Ma una cena al castello di Verrès, un'occhiatina ai personaggi ad Ivrea, i fuochi d'artificio con il diavolo a Pont-Saint-Martin....

La democrazia digitale

La politica ama la riunioni. Se penso a quanto della mia vita ho speso in incontri, piccoli grandi medi, sto male a pensarci. Oltretutto, per lunghi anni, questo avveniva, prima delle salvifiche norme antifumo, in ambienti che piano piano si saturavano di fumo e, specie se ci riuniva nei bar, bisognava pensare al proprio fegato per evitare eccessi alcolici, che facevano parte anch'essi degli annessi e connessi della politica in zona alpina.
Ma, va detto, che e stata una scuola straordinaria, specie in Valle d'Aosta, dove la politica è passione e pure, specie per gli autonomisti, la ricchezza derivante dal misto lingua (francese, patois e italiano, detti in ordine di apparizione).

Due frasi che calzano a pennello

La targa che ricorda l'attività di Eleonora de Fonseca PimentelAttacchiamoci alla Storia e a due frasi celebri, che illustrano con chiarezza lo stato dei fatti nella nostra piccola Valle d'Aosta, che è stata per lunghi tratti della sua storia contemporanea, ma certo e purtroppo non ora, punta di diamante dell'autonomismo italiano. Dal dopoguerra, infatti, per lunghi periodi, l'autonomismo è stato concreto. Poi, come un soufflé, si è sgonfiato, imprigionato in una rete di interessi, che nulla hanno a che fare con la comunità. Per questo, come reazione, è nata l'Union Valdôtaine Progressiste.
La viscontessa Marie-Jeanne Roland de la Platière l'8 novembre del 1793, passando davanti alla Statua della Libertà a Parigi, poco prima che, nell’epoca del Terrore, la sua testa rotolasse, tagliata dalla ghigliottina, benché fosse stata anche lei rivoluzionaria, ma girondina e dunque moderata, avrebbe pronunciato la celebre frase: «Oh Liberté, que de crimes on commet en ton nom!».
Questa famosa dichiarazione di quella che è anche nota come Madame Roland varrebbe, opportunamente parafrasata, per l'autonomia speciale della Valle d'Aosta, sostituendo "Libertà" con "Autonomia".
Trovo clamoroso e degno di indignazione notare come la retorica a grappolo dilaghi in occasioni ufficiali e poi una parte della politica dimostri un totale disinteresse reale per la difesa, ma soprattutto per lo sviluppo dell'autonomia. E vi è anche chi dimostra sui fondamenti storici e giuridici un analfabetismo che fa venire i brividi. Meglio, comunque, gli ignoranti che quelli in malafede o chi impiega la bandiera rossonera della nostra Valle come se fosse la bandiera della "Filibusta" (predoni di mare che nel secolo XVII infestavano le coste del mar Caraibico).
Viene da citare, in conclusione, un'altra rivoluzionaria, Eleonora de Fonseca Pimentel, vittima a Napoli del cappio dei Borboni. Il 20 agosto 1799 venne, infatti, impiccata, dopo essere stata protagonista - alla fine di una vita interessante - della breve esperienza della Repubblica Napoletana.
Usò, prima di morire, la frase in latino di Virgilio «Forsan et haec olim meminisse iuvabit», che tradotta suona come «Forse un giorno gioverà ricordare tutto questo». Anche questa va a pennello per la Valle d'Aosta. Spiace scriverlo, ma così è e non ne sono per nulla contento. Nessuno può esserne contento, ma non si può per questo - amara medicina! - nascondere la realtà e l'utilizzo strumentale dell'autonomia, come paravento. Tutto per celare atteggiamenti e comportamenti che cozzano con il termine "autonomia", che viene dal greco "autónomos", che significa "che si regola con leggi proprie".
Questo significa non solo politica e istituzioni, ma anche un impasto complesso e impegnativo di diritti e di doveri, di valori e di ideali, di onestà e di coraggio.
Questioni importanti e non frasi fatte, magari lette sul testo scritto da un ghostwriter.

La sfida di Renzi

Il gelido passaggio di consegne tra Enrico Letta e Matteo RenziA dimostrazione che "la politica è mobile, qual piuma al vento" Matteo Renzi è a Palazzo Chigi, dopo la fiducia votata dalle Camere. Chi lo avrebbe mai detto sino a pochi mesi fa?
E, invece, quel che neppure il più sagace dei commentatori poteva immaginare che capitasse, è ora la realtà. La politica non è una scienza esatta e i capovolgimenti di fronte sono sempre possibili. Ora, per il giovane Matteo, inizia il difficile e se le prime settimane saranno di "honeymoon" (luna di miele) con l’opinione pubblica, poi il giudizio sarà scevro da simpatie iniziali, ma conteranno i fatti. E' vero, infatti, che nel suo discorso al Parlamento ha parlato più alla popolazione che ai parlamentari e penso che questa sia stata in parte una scelta, in parte frutto dell’inesperienza. Ma, se è vero che la spinta popolare è decisiva per un leader, la "palude parlamentare" non va sottostimata. Penso, ad esempio, all'incipit al Senato, in cui ha posto subito in prima fila la questione della sua soppressione, perché nell’impostazione attuale di svuotamento di questo si tratta, ed è stato un po' come interloquire con i tacchini negli Stati Uniti alla vigilia della "Festa del Ringraziamento". Una certa freddezza nell'applauso finale non era casuale…
Renzi, con una logica titanica, si è caricato sulle spalle un Governo di compromesso e se già i ministri non sono tutte eccellenze, con le prossime nomine di viceministri e sottosegretari emergerà con chiarezza quella logica di "larghe intese", che deriva dal fatto che per il Partito Democratico i numeri al Senato non ci sono e dunque la maggioranza è basata sul compromesso. Si tratta di una partenza che ha reso difficile la vita ad Enrico Letta (tacchino cucinato a sua insaputa) e Renzi sa bene - ma usa la "spada di Damocle" delle elezioni sulla testa di chi fa il furbo - che la maggioranza ha ampi margini di dissonanza su molti argomenti sui quali, invece, bisogna mordere.
Non sto a infilarmi nella grande occasione di "contare" persa dal senatore Albert Lanièce: sarà facile, quando finirà il suo mandato (e lo stesso vale per il deputato Rudi Marguerettaz), elencare le cose fatte e non fatte. Il vantaggio-svantaggio dell'azione parlamentare è che essa si basa largamente sui resoconti parlamentari e dunque o uno c'era o non c'era. Sinora il bottino è davvero magro.
Renzi ha alcuni mesi complicati e poi, all'inizio dell'estate, si troverà surchargé dalla Presidenza di turno dell'Unione europea, che graverà su di lui, perché così è ed anche per la scelta di non avere personalità di caratura europea nella sua squadra di Governo. Per cui, pensando poi alla pausa estiva, ha davvero alcune settimane per concretizzare quella filosofia di una riforma al mese che ha indicato nel programma.
Io penso che non esista alternativa, al di là delle battute acide sui social, a questo Governo Renzi e al tutto per tutto che il "fiorentino" (in francese ricordo, per scherzo, che l'aggettivo "florentin" evoca gli intrighi politici e l'abilità manovriera) si troverà a dover giocare, in un'epoca di difficoltà economica e di collasso nella fiducia verso la politica.
Gli auguri, dunque, sono sinceri, perché l'Italia non arrivi davvero al capolinea.

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