February 2014

Facia 'd tola

Una 'vera' faccia di bronzoOggi mi occupo di un problema serio, ma lo faccio partendo con il sorriso. "Facia 'd tola": questa è una ben nota espressione in piemontese, ma esiste lo stesso modo di dire in diversi dialetti e pure in italiano con "faccia di tolla".
L'ho imparata a Verrès, dove l'uso del piemontese in paese era usuale e mio papà - che il piemontese l'aveva appreso dai tanti commercianti piemontesi del "Bourg" di Aosta - ogni tanto usava questa espressione, con quel modo di scherzare che era per lui un breviario e che temo di aver in parte ereditato.
Si tratta, in fondo, della beffarda versione popolaresca del più nobile "faccia di bronzo", che - da un dizionario qualunque - suona grossomodo come "persona sfrontata, spudorata, sfacciata, capace di azioni riprovevoli senza rimorsi, che non vergognandosi di nulla non arrossisce mai, proprio come se fosse di metallo".
Io penso che non sia solo un fatto di rossore, ma anche della fissità e della impenetrabilità di un viso di una statua bronzea, da cui non traspaiono i sentimenti e le emozioni.
Insomma: ci sono elementi contraddittori nell'uso dell'espressione, anche perché il vero mentitore non solo non trasmette le sue reali intenzioni, ma spesso usa tecniche coinvolgenti di amicizia e seduzione per buggerare la sua vittima. Insomma: non solo tante bugie, ma anche diversi modi di raccontarle.
Comunque sia, l'espressione è valida in politica e devo dire che, nella mia vita, non ho mai finito di stupirmi. Qualcuno dirà: ma in politica la menzogna è una componente imprescindibile. In questo l'Italia si porta dietro la menzogna per il mantenimento del potere, teorizzata da Niccolò Machiavelli ne "Il Principe". Siamo, come noto, nel Cinquecento e la tesi è che chi governa non deve rifarsi ad una platonica conoscenza della verità o ai precetti evangelici, che sanzionano la bugia, quanto ad una logica aristotelica di capacità di simulare e dissimulare per temersi stretta la cadrega. Interessante, vero? Ognuno in Valle d'Aosta può avere una sua personale galleria di ritratti di persone che a questi insegnamenti si rifanno con abilità e continuità. Ho assistito in politica a scene degne di "premi Oscar" per la miglior recitazione e persino a giuramenti, poi risultati carta straccia.
A me piace di più la teoria opposta di uno degli antesignani del federalismo, Immanuel Kant, che sostiene - siamo nel Settecento - come la verità sia un dovere incondizionato di fronte a tutta l’umanità, mentre la menzogna è una rovina per la società e per le sue basi: chi mente mina la società. Non a caso, fatemi aggiungere sommessamente, come la menzogna sia un caposaldo dei totalitarismi di tutti i colori e delle forme di autoritarismo di diversa grandezza e gravità.
Eppure, specie in tempi di crisi, il bugiardo piace, perché le menzogne possono essere soavi e rassicuranti. Chi mente sa di farlo e lo fa assecondando i desideri di chi l'ascolta.
In fondo, se a quest'ultimo va bene così...

La Svizzera e l'immigrazione

Il problema dei referendum "alla svizzera", forma di antica democrazia diretta senza quorum da raggiungere e abbastanza facili da indire, sta nel fatto che non è così semplice - a risultati acquisiti - passare "dal dire al fare".
E non sfugge come i temi parlino molto alla pancia dei votanti, che non si preoccupano di una coerenza di ragionamento nell'incatenamento delle decisioni. Prendete il treno: il no all'aumento della "vignette" con cui si transita sulle autostrade elvetiche sembrava anche segno di un certo disagio nell'usare i soldi degli automobilisti per i treni. Ma poi, domenica scorsa, contrordine degli elettori che votano alla grande il cospicuo piano di finanziamento delle Ferrovie.
Esiste nei referendum una dose notevole di umoralità, come quella di cui tanto si discute in queste ore sull'immigrazione nella Confederazione.

La questione meridionale

Un particolare della copertina del libro di Emanuele FeliceTi guardi attorno, rifletti e compari, domandandoti dove andrà l'Italia. Scherzando, ma non troppo, potremmo dire come - dopo il referendum svizzero voluto e vinto dalla destra - non valga neppure più l'esorcismo «me ne vado in Svizzera».
Mai come in questo momento, vale una riflessione importante di un libro, saggistica assai tecnica ma non improba, di Emanuele Felice: "Perché il Sud è rimasto indietro". L'autore, abruzzese trentenne, insegna Storia economica all'Università autonoma di Barcellona.
Il libro è interessantissimo, anzitutto perché fornisce dati sul Sud che sono tombali rispetto ai libri più recenti dei neoborbonici, che in sostanza teorizzano un Mezzogiorno ricco e progredito sino all'Unità d'Italia, "spogliato" dai rozzi invasori piemontesi.
Questa pista, così come l'altra dell'idea antropologica stupida di meridionali imprigionati da una sorta di inettitudine e pigrizia "razziale", vengono smontate, pezzo per pezzo, da Felice sulla base dell'evidenza storica. Chi rimpiange il Regno delle sue Sicilie fa un buco nell'acqua (viene citato, ad esempio, analfabetismo, povertà, vuoto creditizio e industriale e soprattutto reddito basso), così come è fuori strada chi esalta il brigantaggio come fenomeno resistenziale, disegnando situazione "da olocausto" inesistenti nei dati reali, senza sottostimare e men che meno giustificare la ferocia cieca delle truppe sabaude.
Felice scava nelle origini dei tre piloni della criminalità organizzata (camorra, 'ndrangheta e mafia) con le responsabilità antiche e moderne del suo consolidamento attuale e pure della sua "esportazione" nel Nord e nel Centro, si occupa poi delle storture dell'agricoltura latifondista storica e anche dell'industrializzazione "fasulla" del dopoguerra, con una "Cassa del Mezzogiorno" che ha investito soldi a palate finiti nel nulla o nelle tasche dei soliti noti. Da notare che proprio questi denari hanno, per un certo periodo, creato l'illusione, ormai svanita, di un recupero del Sud, ma si è trattato, dice l'autore di una "modernizzazione senza cambiamento sociale" e dunque destinata a non durare. Il cambiamento avviene - come nel famoso Nord-Est - se lo sviluppo e "inclusivo" e attivo, cioè vi è una partecipazione dei cittadini, ma se resta - come nel Sud - "estrattivo" e passivo, a vantaggio di élites compromesse anche nei rapporti con le cosche e con una politica legata a logiche clientelari e di compravendita di voti, le cose non funzionano. In questo senso, Felice spiega l'infondatezza del Sud "colonizzato" dal Nord, perché gli sfruttatori sono state semmai in prevalenza le classi dirigenti meridionali.
Conclusioni? in un passaggio l'autore dice e poi spiega diffusamente: "basterebbe che il Sud fosse in grado di modernizzarsi da solo". E viene evocato un "meridionalismo dei diritti civili" e anche una "modernizzazione attiva".
Oggi siamo di fronte a un situazione che viene così tratteggiata: la crisi del Sud riguarda soprattutto Campania, Sicilia, Puglia e Calabria; la struttura di potere che impedisce un "vero" sviluppo è intatta; i limiti geografici, che pure pesano, dovrebbero essere relativizzati "nel nostro tempo nuovo, tecnologico e immateriale".
Bisogna, insomma, coltivare la speranza che la barca si possa raddrizzare ed evitare il rischio che già si manifesta: che al posto di invertire la situazione nel Sud, questo stato grave - come sta avvenendo con la criminalità organizzata - si esporti nel resto d'Italia. Sarebbe, per l'Italia in crisi, un passaggio letale e certi campanelli d'allarme ci sono tutti.
Consiglio il libro, che offre molti altri e intelligenti spunti di riflessione.

Questa storia dei marò

Massimiliano Latorre e Salvatore Girone in IndiaNon ho mai scritto di questa storia dei due marò, perché non l'ho mai capita fino in fondo e ancora oggi confesso un vivo stupore per una vicenda gestita in modo sgangherato. Qualche antefatto riguardante l'odissea dei due fucilieri di Marina, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone.
Due anni fa, esattamente il 15 febbraio 2012, la nave italiana, "Enrica Lexie", con a bordo una squadra di sei fucilieri di Marina per protezione contro i moderni "pirati", denuncia un tentato attacco, che viene respinto, sparando, dai militari. In realtà si trattava di un peschereccio indiano e a bordo vengono uccisi due pescatori. Le autorità indiane chiedono alla nave di sostare a Kochi per identificare gli aggressori, ma si capirà che si trattava di una trappola. L'India, nel silenzio di Roma che peserà in seguito, fa conoscere al mondo la sua posizione, definendo «assassini» i marò, che sostengono di aver sparato solo a scopo intimidatorio.
Il 21 febbraio 2012, il ministro degli Esteri, Giulio Terzi di Sant'Agata, invia in India il sottosegretario agli Esteri, Staffan De Mistura, che seguirà da allora ad oggi i continui rivolgimenti di campo. Intanto, a marzo, i marò, pur con qualche privilegio, finiscono in galera. Negli stessi giorni, il presidente del Consiglio Mario Monti telefona al primo ministro indiano e ribadisce la tesi italiana: i fatti sono avvenuti in acque internazionali e dunque la giurisdizione sul caso è solo italiana. Anche l'Unione Europea scende in campo su richiesta di Roma, mentre il Governo riferisce in Parlamento e si svolgono le prime manifestazioni di piazza in favore dei marò. In India inizia la politica dei rinvii delle udienze giudiziarie e delle dichiarazioni ondivaghe.
Il 30 maggio 2012 viene concessa ai marò la libertà dietro cauzione in attesa della sentenza della Corte suprema. I due fucilieri italiani risiedono in un hotel e ogni giorno devono firmare un registro in commissariato. Saltiamo un po' di tappe, fra sollecitazione e speranze, ed eccoci al 13 dicembre 2012, quando il segretario generale della Farnesina convoca l'ambasciatore indiano. Al capo missione indiano viene ribadita la sollecitazione che la sentenza della Corte suprema di Nuova Delhi sul caso dei due fucilieri venga emessa prima dell'inizio delle festività natalizie...
Solito gioco di attese e rinvii, ma il 20 dicembre 2012 viene accordata una licenza per le festività natalizie. I marò arrivano a Roma tre giorni dopo, accolti dalle massime autorità dello Stato. L'11 marzo 2013, già in ritardo rispetto al rientro, la Farnesina comunica la decisione di far rimanere in Italia i due fucilieri di marina. Il Primo ministro indiano definisce «inaccettabile» questa decisione e il 14 marzo 2013 la Corte suprema indiana chiede - momento di massima tensione - all'ambasciatore d'Italia Daniele Mancini, garante dell'accordo, di non lasciare l'India. Il 21 marzo 2013 il Governo italiano decide di far tornare in India i due fucilieri di marina. L'India ha garantito che non applicherà la pena di morte nel processo ai militari, secondo quanto assicurato dal sottosegretario dal solito De Mistura. Da allora questo sarà uno dei motivi del contendere fra conferme e smentite sulla pena capitale.
Colpo il 26 marzo 2013: il ministro degli Esteri, Giulio Terzi, annuncia alla Camera le dimissioni in disaccordo con la decisione del Governo Monti di far rientrare i due fucilieri in India.
Il 16 settembre 2013 - attenzione al punto! - l'India chiede di poter interrogare gli altri fucilieri presenti all'incidente. L'Italia non lo consente e questo è un punto centrale, perché sono in tanti, sottovoce, a sostenere che potrebbero essere stati altri marò a bordo ad aver sparato.
Da inizio anno, ripartono voci sulla possibile applicazione della pena capitale da parte delle autorità giudiziarie indiane Le ultime sono che non ci sarà pena di morte, ma - in attesa di qualche forma di pronunciamento - si vocifera di un'accusa di terrorismo con il rischio di dieci anni di galera e non i due inquisiti.
Insomma: un disastro. La cronaca breve lo dimostra. Paiono essere mancati un filo conduttore, tattiche e strategie difensive. Ma, cosa più grave, emerge la leggerezza del peso internazionale dell'Italia, che mostra i muscoli, senza averli.

Scorrerà il sangue o forse no...

Matteo Renzi ed Enrico LettaBisognerebbe fare come si fa, in premessa, a certi capitoli nei libri, con l'uso di frasi evocative, quasi antefatto ai propri pensieri. Eccola, dunque: «La politique, même la plus généreuse, n'est pas affaire de bons sentiments». (Jacques Attali)
Il che varrebbe già un titolo, che è la chiusura di un'epoca, cui si deve la nascita di un concetto finalmente sepolto: basta con il "buonismo"! Allora potrebbe tornare utile una seconda frase in premessa: «I buoni fanno un gran male al mondo. Certamente il maggior male che fanno è quello di dare tanta importanza al male». (Oscar Wilde)
Certo la politica italiana, non fosse per le ricadute reali sulla nostra vita, sarebbe persino appassionante per i suoi rivolgimenti, alti e bassi, amicizie e inimicizie. Ogni volta, in una velocizzazione degli eventi che sembrano le vecchie comiche al ritmo accelerato, c'è di che stupirsi, come con mirabolanti fuochi d'artificio, anche per chi ne ha visti parecchi nella sua - spero onorata - carriera. In questo senso, mi fa piacere che un'aneddotica ormai vasta sul soggetto faccia parte del mio repertorio di cena con amici. «Venghino, Signori!».
Chissà, in questo filone del thriller con venature comiche, cosa capiterà, fra poche ore, nella Direzione del Partito Democratico fra Enrico Letta e Matteo Renzi. La tregua armata non è durata, come prevedibile e, con le note del "Buono, il brutto e il cattivo", i due pistoleros del centrosinistra si affronteranno per la sfida finale.
Sinora nelle previsioni mi è andata bene e avevo previsto che l'idillio sarebbe durato poco. A Letta non piaceva Renzi con il fiato sul collo ed a Renzi stava stretta una leadership con diverso inquilino a Palazzo Chigi. Ma ora sugli eventi, che pure andranno in scena tra poco, sono indeciso: potrebbe scorrere del sangue e, in quel caso, la testa nel cesto della ghigliottina sarebbe quella di Letta. Oppure, come in un lieto fine da film polpettone romantico o da pellicola di quelle con l'asteroide che deve distruggere la Terra, i due - in onore della comune, antica militanza scudocrociata - troveranno una "entente cordiale" (in romanesco "volemose bene") e finirà a tarallucci e vino.
Propendo per quest'ultimo scenario, ma non scommetto niente, esistendo una vasta area di rischio. Comunque vada, viviamo in un Paese ormai cinico e baro, dove la fiducia nella politica - come si diceva un tempo con una battuta - equivale alla percentuale dello "stronzio" (noto metallo alcalino-terroso) nell'acqua minerale. Dunque tutto quel che avviene è "double face": un bene e un male, ognuno può scegliere il lato che preferisce.

La malinconia

Paesaggio malinconicoNella mia mezzoretta mattutina in macchina per raggiungere il lavoro, mi sono ritrovato - e per fortuna ero da solo - a canticchiare un vecchio motivo, che risale al 1971, di una canzone dal testo di Giorgio Calabrese e che ricordo nell’interpretazione di Ornella Vanoni. L’incipit è noto e a molti verrà alla memoria: «E' uno di quei giorni che, ti prende la malinconia, che fino a sera non ti lascia più».
Cerco delle definzioni del termine e cado in una varietà interpretativa. C’è chi la considera "dolce e delicata tristezza", chi "vaga e intima mestizia", c’è chi azzarda "stato patologico da tristezza, pessimismo, sfiducia, avvilimento, senza una causa apparente adeguata, che rappresenta una delle fasi della psicosi maniaca-depressiva".
In realtà il termine più antico, ormai in disuso nella lingua attuale, sarebbe melanconia, che diventa poi melanconia per trasformarsi, infine, nella parola attuale.
Come sempre capita, siamo di fronte ad una parola latina, "melancholia" (umore nero), che deriva dal greco "melankholía - bile nera", composto di "mélas - nero" e "khólos - bile".
Il caposaldo del termine deriva dalla teoria umorale di Ippocrate di Coo (460 a. C. circa - m. 370 a. C. circa), cui si ascrive il famoso giuramento dei medici, che invece dovrebbe essere ben successivo, di epoca cristiana. Ippocrate aveva individuato nell'organismo umano quattro umori: sangue, bile gialla, bile nera (forse il sangue scuro della milza) e flegma (umori liquidi come lacrime e saliva, e tessuti molli). Elementi che interagiscono con il caldo, il freddo, il secco e l'umido e con la varietà delle stagioni e le caratteristiche naturali dei luoghi dove si vive.
Dunque malinconia ha un'origine "dura", che si è via via ammorbidita, sino all'uso attuale. Per chi scrive, pesano nella definizione le iniezioni scolastiche e quelle personali di Giacomo Leopardi, che nelle poesie si scatena, ma spiega meglio nelle frasi dello "Zibaldone", il vasto insieme dei suoi pensieri.
Qualche esempio: "La malinconia è alla base della poesia romantica" [15-23, 725-35] - "lo sviluppo del sentimento e della melanconia, è venuto soprattutto dal progresso della filosofia, e della cognizione dell’uomo, e del mondo" [76-9] - "I migliori momenti dell’amore sono quelli di una quieta e dolce malinconia" [142] - "chi conosce intimamente il cuore umano e il mondo, conosce la vanità delle illusioni, e inclina alla malinconia" [324-5] - "chi è malinconico non sopporta intorno a sé la frivolezza e la gioia insulsa" [931] - "malinconia antica e moderna, nei popoli meridionali e settentrionali" [931-2] - "lìamica della verità, la luce per discoprirla, la meno soggetta ad errare è la malinconia e soprattutto la noia" [1690-1] - "Tutto ciò che è finito desta malinconia" [2242-3, 2251-2] - "tutti i buoni poeti italiani degli ultimi due secoli sono stati malinconici" [2363-4] - sulla malinconia destata dalla musica, "bensì dolce, ma ben diversa dalla gioia" [3310-1].
Insomma meno "bile nera" e più sentimenti. Ma perché ho pensato alla malinconia? Perché, invece, io oscillo tra bile (detto anche "umore nero") e tristezza per una situazione italiana e, invero, anche valdostana di paralisi e di pochezza, da cui spero - e ora il primo segnale è nel tentativo di Matteo Renzi in Italia, mentre in Valle c'è attesa - si esca in gran fretta e non solo per migliorare il mio umore personale...

A Matteo Renzi

Enrico Letta con Matteo RenziIl mio periodo di maggior vicinanza con il potere centrale, che definire "romano" non è ideologico ma la semplice constatazione dei fatti, è stato quando - fra il 1999 ed il 2000 - divenni, per qualche mese, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, a nome della componente autonomista del Gruppo Misto. Poi, con un cambio repentino, andai al Parlamento europeo, che era ruolo incompatibile con il Governo, anche se il nuovo presidente del Consiglio, Giuliano Amato, subentrato nello stesso tempo, mi aveva chiesto di restare alla Presidenza del Consiglio anche con maggiori responsabilità e questo mi lusingò.
È stata utile quella prospettiva, di una autonomista che si trova in una funzione apicale del Governo nazionale e constata anche con divertissement come certi apparati statali guardassero con sospetto alla nostra autonomia, quasi fosse un fatto eversivo. L'esperienza mi ha creato, come conseguenza, una serie di convinzioni, che trasmetto - pur sapendo che si tratta di un messaggio in bottiglia, gettato nel mare in tempesta della politica italiana - a Matteo Renzi, che si è lanciato nel difficile cimento di governare l'Italia.
Provo a farlo in alcuni punti, scegliendone fra i tanti possibili:

  1. Penso che l’Italia sia un Paese non governabile dal centro e dunque ogni tentativo di riforma costituzionale in senso di accentramento politico e amministrativo peggiorerà le cose e, in questa logica, l'esperienza delle autonomie speciali, quelle che hanno funzionato, è una storia che non va affossata, ma semmai deve essere un esempio lungo l'unica strada possibile, forme differenziate di federalismo;
  2. La macchina dello Stato è sgangherata e lo è in particolare Palazzo Chigi e cioè quella Presidenza del Consiglio, che dovrebbe essere il motore, assieme al Parlamento, perché il nostro è e deve restare un regime parlamentare, che è una struttura vecchia e inefficiente da modernizzare;
  3. I peggiori nemici di chi governa sono le stratificazioni dei "grand commis" di Stato, che ruotano negli incarichi ma son sempre lì, mantenendo una solida rete di potere e profittando della velocità con cui i politici vanno e vengono e anche, in molti casi, della loro incompetenza; per questo bisogna svecchiare e rompere situazioni di autentico privilegio;
  4. Chi pensi di agire da Palazzo Chigi con la forza di "Mazinga Z", andando avanti come un rullo compressore, sappia che lo snodo del rapporto con il Parlamento è fatto di tanti incontri e capacità di mediazione, altrimenti la palude parlamentare - con le sue insidiose sabbie mobili - blocca anche le ambizioni più forti e le azioni più coraggiose;
  5. Chi governa deve contare sulla rete dei presidenti di Regione e avere anche un rapporto con i Consigli regionali per evitare proprio che la visione "romanocentrica" ti faccia perdere il senso della realtà e questo significa anche buoni rapporti con il sistema comunale, ma ricordando il rango costituzionale assegnato al livello regionale;
  6. Ma è indispensabile anche guardare in alto, al sistema di relazioni con l'Europa, oggi macchinoso e difettoso, che ci rende la "Cenerentola" dell'Unione europea: bisogna sveltire le istanze di decisione, pesare in tutte le riunioni che ci sono a Bruxelles con persone valide e competenti, così come il rapporto con le delegazioni italiane al Parlamento europeo ed al "Comitato delle Regioni" deve funzionare in una logica di sistema;
  7. Roma è una città tentacolare e corruttrice: chi ci lavora deve sapere che un conto sono salotti e amicizie, un conto la quotidianità da affrontare. Non è solo una questione di energie da non sprecare, ma certi giri finiscono per incidere sulla tua libertà, in un'Italia delle consorterie e delle camarille.

Ritrovata la donna scomparsa

I palloncini in piazza Chanoux in ricordo di Christiane SeganfreddoOrmai le notizie di cronaca irrompono nella nostra vita con la velocità di un flash. Finito il tempo in cui bisognava - in sequenza nell'ordine di apparizione sulla scena dei media - leggere il giornale, ascoltare la radio e vedere la televisione. Oggi un giornalismo, ormai anche senza i giornalisti, arriva sotto forma di un tweet. Leggi la notizia e segui gli aggiornamenti, sino ad un assestamento dei fatti descritti.
Così ieri, all'ora di pranzo, è arrivata la breve: ritrovato un corpo senza vita ad Arpuilles, collina di Aosta, vicino alle vigne dell'Institut agricole. Notizia di routine, che invece diventa importante per una serie di antefatti e di circostanze. Infatti, si è trattato del triste ritrovamento del cadavere di Christiane Seganfreddo, l'insegnante aostana di 43 anni scomparsa di casa il 30 dicembre dello scorso anno. Non penso di averla mai conosciuta, ma, nel piccolo mondo valdostano, ho chi me l'aveva descritta come una persona in gamba e sorridente. E così la immagino, guardando in queste ore le fotografie che la ritraggono.
Mi fa sempre impressione pensare come le nostre disgrazie, oggi nella società dell'informazione, si colleghino alle foto che mettiamo sui social media o che, più tradizionalmente, vengono date dai nostri cari.
Questo della sparizione era in partenza un caso come molti, ma con una rivelazione di qualche giorno dopo che è risultata molto umana e commovente: la donna era in difficoltà per la scoperta di una grave malattia agli occhi, che avrebbe potuto, in tempo breve, renderla cieca. E il fatto le appariva, così era stato descritto, come opprimente.
La ricerca, con grande spiegamento di uomini e mezzi, non aveva dato frutti (questo in parte ora stupisce) e così la scomparsa è stata fertile di scenari di vario tipo e anche di sospetti sgradevoli. Il giornalismo spettacolo, come il format investigativo "Chi l'ha visto?". Una trasmissione che campa su storie simili e lo dico come constatazione e senza falsi moralismi, ma ricordando quella frase di Cesare Pavese nel suo addio: «Non fate troppi pettegolezzi».
Così è stato montato un "caso": si è parlato di fuga per curasi, ci sono stati avvistamenti della scomparsa, qualcuno pensava a un suicidio o persino a un possibile delitto. Tutto un campionario, fattosi eccessivo e imbarazzante.
Poi, alla vigilia di una veglia (ora diventata un ricordo) nella piazza principale di Aosta per mantenere viva l'attenzione, organizzata da parenti e amici, con un doloroso e casuale tempismo la donna è stata rinvenuta e riconosciuta.
Ora, conclusi gli accertamenti di rito, che dovrebbero svelare le ragioni della morte, credo che la famiglia abbia il diritto alla tranquillità e al rispetto, dopo il troppo clamore e vociare. Immagino quanto queste settimane siano state difficili, anche per lo stillicidio di notizie che hanno in qualche modo alimentato la speranza che Christiane potesse essere ancora in vita, purtroppo svanita con il ritrovamento di ieri.
Dunque - per chi dovrà occuparsi delle notizie, a chiusura della vicenda - valga almeno il rispetto, non essendo malauguratamente immaginabile il silenzio, come le circostanze richiederebbero.

Chi sbaglia, paga

Soldi..."Chi sbaglia, paga". Questo è il punto di partenza, la regola generale, cui non ci si può sottrarre. Ciò vale, a maggior ragione, in politica, quando gli eletti, nei loro comportamenti, tradiscano la fiducia ottenuta.
La recente vicenda dei "costi della politica" in Valle d'Aosta è, in fondo, la ciliegina sulla torta nel rapporto, sempre più difficile, fra chi fa politica e la popolazione. Che è poi un legame stretto, perché in democrazia gli eletti li scelgono i cittadini-elettori e perciò i politici non nascono da soli, come se fossero dei funghi. Per cui i politici, buoni o cattivi che siano, sono espressione della società che li designa e non personaggi che abbiano occupato illegalmente il potere, come può avvenire nelle dittature. Il legame si fa luciferino, quando l'elettore sa delle magagne del suo eletto, ma lo giustifica, perché ottiene in cambio della sua "fedeltà" dei vantaggi che non gli spettano. Nei casi in cui questo assurga a sistema vincente per l'eletto, siamo panati, perché il politico - come i trapezisti del circo - pensa di poter fare sempre più salti mortali, vittima della sua tracotanza. Sino alla caduta.
Osservo queste cose senza entrare nel merito del caso specifico: credo, infatti, che ci siano nella vicenda valdostana responsabilità molto diverse fra i chi i soldi se li è messi in tasca e li ha adoperati per i fatti propri e chi li ha usati a vantaggio del proprio partito. Temo, per altro, che - e sarebbe un livello di gravità ancora più elevato - nella politica valdostana ci possano essere vicende corruttive, su cui sarebbe bene scavare a fondo, per evitare la sgradevole impressione di impunità.
L'antipolitica e la sua variante dell'antiparlamentarismo sono sempre esistiti e non stupiscono. Quel che semmai amareggia è che non si veda il fondo del barile, in questi anni così travagliati. Necessita un punto della situazione e anche di equilibrio. Attenti a non buttare via l'acqua sporca con il bambino incorporato, che sarebbero - nel caso - le istituzioni. Il processo di dissoluzione, come insegna la storia, può funzionare come la distruzione, nell'urto di poche ondate violente, dei castelli di sabbia. Questo vale, sia chiaro, anche per l'autonomia speciale della Valle d'Aosta.

Vince il centrosinistra in Sardegna

Bisogna sempre guardarsi attorno con curiosità. Il peggior esito, per una piccola autonomia speciale, sarebbe quello di chiudersi nel proprio particolare, mentre è bene mantenere contatti e confronti.
Ecco perché ho seguito l'esito delle urne nelle elezioni regionali in Sardegna. Iniziamo dal risultato: diventa presidente della Regione per il centrosinistra Francesco Pigliaru, economista e pro-rettore dell'Università di Cagliari, subentrato all'ultimo momento alla candidata vincitrice delle primarie. Francesca Barracciu, infatti, è stata "bruciata" nell'inchiesta sui costi della politica presso il Consiglio regionale della Sardegna. In questa fase della politica, che piaccia o no, chi si trovi in aria di sospetto, pur in una fase preliminare, esce di scena.
Il grande sconfitto è il presidente che conosco bene, Ugo Cappellacci, che penso si fosse convinto di farcela, contando anche sull'appoggio al centrodestra del Partito Sardo d'Azione.
Sconfitta anche a sinistra la scrittrice Michela Murgia, che ho sempre letto con piacere, e che ha avuto un risultato inferiore alle aspettative.

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