January 2014

La memoria del "Giorno della Memoria"

L'ingresso del campo di concentramento di Auschwitz«E' una ben povera memoria quella che funziona solo all'indietro». Così ha scritto il bizzarro e controverso autore che fu Lewis Carroll, quello di "Alice nel Paese delle Meraviglie". E' quella da lui scritta una storia fantastica, che tende anche a rendere grottesco il concetto di tempo.
Ci pensavo rispetto all'odierno "Giorno della Memoria", che votai alla Camera dei deputati (c'è nei resoconti un mio intervento), che è una ricorrenza internazionale che è commemorazione delle vittime del nazismo, in particolare dell'Olocausto (ebrei ma non solo) e per ricordare chi ebbe il coraggio di proteggere i perseguitati. Quindi ricordo anche mio papà, definito come "giusto" dalla comunità ebraica di Torino per aver accompagnato ebrei in fuga verso la Svizzera, talvolta ospitati a casa dei miei nonni in via Sant'Anselmo ad Aosta.
La data coincide con la liberazione da parte dei russi del campo di sterminio di Auschwitz (che mio padre - paradosso delle vicende personali - vide con i suoi occhi di militare italiano imprigionato), allora territorio annesso alla Germania e oggi in Polonia, avvenuta proprio il 27 gennaio 1945.
Noto che la ricorrenza è entrata nella coscienza comune e molti ne parlano e ne scrivono. Per fortuna, pensando alle teorie revisioniste e negazioniste, che vogliono riscrivere vicende storiche purtroppo ben note e largamente documentate.
E lo fanno non solo in modo subdolo, come chi cerca di edulcorare verità che creano angoscia nel solo rievocarle, ma anche con la violenza dei neonazisti e dei neofascisti di oggi, per i quali i delitti di allora sono un vanto. Questo atteggiamento da lobotomizzati ci deve servire, esattamente per una reazione civile, ad avere una memoria non solo come elemento rievocativo, ma come "va e vieni", che attraversi il tempo e ci ponga - qui ed oggi - di fronte alle nostre coscienze.
Conosco il giochino al rialzo: e i "gulag", e Pol Pot, e gli armeni, e i palestinesi e, e, e... Ognuno ha una aggiunta da fare o in buona fede o in malafede. Compartecipo all'idea che certi orrori sono memoria, ma assieme ammonimento. Quei morti sono vivi perché ci ricordano che l'umanità partorisce anche degli orrori e non è solo una circostanza passata.
Ma attenzione: l'Olocausto e dintorni - per la spietatezza di un piano, che fu condiviso da larga parte del popolo tedesco - ha una sua singolarità tremenda e sconvolgente. Ad Auschwitz ho pianto tutte e tre le volte che ci sono stato e non solo perché riscontravo certi ricordi paterni e per il coinvolgimento emotivo. Ma anche perché - maledizione! - quei fatti, in luoghi che parlano da soli, sono una chiave di lettura, che mi aiutano come antidoto contro il pericolo, sempre incombente, delle dittature.
Ma appunto senza mai dimenticare quanto il nazismo sia riuscito a fare, incarnando - in un unicum che toglie il fiato - il Male assoluto.

Il caso Alitalia

I giochi di prestigio di certa politica italiana, in cui più che la politica c'entrano gli inamovibili grand commis di Stato (la vera casta mai toccata) e i loro intrecci con l'affarismo, sono delle volte sconcertanti.
Si avvia una "privatizzazione" delle "Poste" (ma con la quota del quaranta per cento ceduta ai privati e dunque lo Stato resterà maggioritario) e le "Poste" sono la stessa società - caso preclaro di come certi sindacati siano consociativi - che, sulle spalle dei contribuenti, ha salvato, alla fine e sul filo di lana, l'"Alitalia" in coma. Operazione di "aiuto di Stato" - e dunque contraria alle regole comunitarie - per mantenere la compagnia aerea in mano a privati, ma socializzando le perdite, come era già avvenuto al tempo della discussa acquisizione.

Aspettando la Foire

Artigianato moderno nella Foire del 2013Ne scrivo prima, perché devo elaborare il lutto. Quest'anno, credo dopo almeno trentacinque anni, non sarò alla "Foire de Saint-Ours". Il 30 e il 31 gennaio - ma ricordo che il Santo si festeggia il 1° febbraio - sarò molto distante, ma non potrò non pensare a questa due giorni. La Fiera l'ho vista in lungo in largo, sopra e sotto (specie le cantine) e resta la più grande festa popolare della Valle d'Aosta.
Per i rari che leggeranno queste righe senza saperne nulla, direi: si tratta di un'enorme fiera dell'artigianato tradizionale valdostano, esempio particolare di un filone che deriva da strumenti del mondo agricolo e pezzi d'artigianato (talvolta tramutati in arte) in legno, pietra, ferro e altri materiali. Si mangia, si beve e si canta, perché d'inverno fa freddo...
Fin qui l'involucro, poi si può penetrare più in profondità. Il gigantismo attuale è abbastanza recente e in fondo la Fiera è cresciuta al ritmo del suo successo e poche decine di espositori sono diventati centinaia e centinaia. Chi decidesse di percorrerla, scoprirà come si snodi nel centro storico di Aosta, specie nel cuore della città e, nel complesso, si trova di tutto un po' in una logica da grande sagra. Ma le graduatorie dei premi sono il termometro dei "pezzi" più belli e dunque degli autori più bravi.
Nel giudicare la Foire ci sono, en gros, due scuole di pensiero. La prima è quella dei liberisti, che ritengo in sostanza che le regole devono essere leggere leggere e questo comporta il gigantismo attuale e un discostarsi marcato da elementi tradizionali. A chi obietta si osservano diverse cose: la prima è che la tradizione si evolve e la seconda è che un politico astuto non rompe troppo le scatole, perché regolamenti stringenti piacciono a pochi e spiacciono a tanti.
Vi è poi il mondo dei puristi, che vagheggiano un mondo ormai scomparso, ma forse felice, in cui un'élite dispiegava le sue forze in un contesto raccolto e familiare. Sono quelli che, con il machete, vorrebbero fissare norme più stringenti per avere più qualità che quantità. Denunciano a spada tratta come certo modernismo finisca per travolgere e stravolgere alcune certezze.
Io mi colloco - e non democristianamente, che pure ormai è un avverbio di gran moda con un incredibile effetto simpatia - fra i due opposti estremismi. Chi mira al sodo: "crescere, crescere, crescere" dovrebbe guardarsi dagli eccessi del liberismo e, d'altra parte, chi predica forme di protezionismo dovrebbe ricordarsi che, a tenere viva la concorrenza, scende in campo l'innovazione.
Ma quest'anno, come dicevo, non sarò della partita e avrò dei fatti un'eco distante, avvicinando all'orecchio una conchiglia.

Far finta che tutto va bene...

Vecchi seggiolini della Casa da gioco, nella foto messa su 'Facebook' da Raimondo DonzelVorrei premettere che se, nella vicenda del Casinò di Saint-Vincent che si sta inabissando, non ci fossero in ballo centinaia di famiglie verrebbe da dire - verso certa politica - «una risata vi seppellirà». Invece, sebbene la vendetta sia un piatto da gustare freddo, non trovo soddisfazione nell'altrettanto celebre frase: «io lo avevo detto!».
Eppure, quando all'inizio del 2013, cominciammo a dire - noi fondatori dell'Union Valdôtaine Progressiste e allora ero ancora in Consiglio Valle - che i conti non tornavano e ci sarebbe stato a breve un piano "lacrime e sangue" ero stato smentito, in aula, dal presidente della Giunta, Augusto Rollandin. Il suo sembrava un autentico sdegno e sulla stessa pista si era messa la dirigenza della Casa da gioco, dopo una serata UVP a Saint-Vincent, in cui avevamo messo tutti in guardia sulle prospettive fosche all'orizzonte. Ed invece, con l'amministratore unico e in presenza del solo politico considerato amico e mentore, proseguivano le inaugurazioni delle costose opere alberghiere e il rilancio - questione solo di finire i lavori - passava per diverse strade. Quella cinese, considerata salvifica, per ora riguarda una clientela di basso target, che fa scappare il resto dei giocatori. Ma attendiamo i fuochi d'artificio di Macao prossimi venturi.
Ma tornando a certi profeti (dispiaciuti) di sventura, si sa, che toccava smentirli seccamente, in vista delle le elezioni regionali. C'erano in ballo i voti dei dipendenti e dei poveretti con contratti precari e con corsi in corso per trovare lavoro e dunque bisognava sprizzare ottimismo. Così Caveri era cattivo, geloso, invidioso perché non comanda più lui, «che ha avuto lo sciopero più lungo della storia del Casinò».
Le "truppe cammellate", capitanate da amici e famigli, sodali e benedetti, riciclati e leccapiedi erano pronti a montare questa panna. Molti di loro erano quelli che - guarda che caso - già prima del 2008 diedero fuoco alle polveri contro la Presidenza Caveri, aspettando tempi d'oro che qualcuno prometteva. In effetti, per alcuni l'ascensore per carriere insperate c'è stato, così come consulenze che si sono poi allargate a posti di comando veri e propri. Da notare che certi agitatori sindacali dei miei tempi si sono trasformati d'incanto in pacifiche pecorelle, addirittura con successive conversioni politiche. Non c'erano più incendi da appiccare: tutti pompieri a pieno servizio.
Di fronte a certe vicende, tra pensionamenti in atto e, ora, con gli annunciati tagli agli stipendi ci sarebbe stato, ai miei tempi, l'assalto alla Regione, come se fosse il Palazzo d'Inverno degli Zar della rivoluzione russa. Chissà ora se trionferà il mugugno o se ci sarà una ribellione.
Nessuno gode delle sventure, ma fare finta che tutto vada bene e che i risultati siano da battimano e da premio mi pare una colossale presa in giro.
Manca ancora molto al Carnevale...

La storia di un papà

La copertina elettronica del libro su Beppe ViolaQuando ero bambino, forse per la morte del padre di una mia compagna di classe e anche per aver sentito parlare in casa di un piccolo problema cardiaco di mio papà, per un certo periodo avevo vissuto con la paura che lui, d'improvviso, morisse. Ci pensavo la notte e scrutavo di giorno dei segni che, in qualche modo, indicassero i presagi di qualche tragedia imminente. Poi mi passò e lui è morto ad un'età veneranda.
Sarà anche per questo ricordo d'infanzia, ma anche per il racconto commovente e affettuoso, che mi ha colpito un libro che racconta della morte di un papà. Si intitola "Mio padre è stato anche Beppe Viola" di Marina Viola: padre e figlia, che compaiono nella foto di copertina, inquadrata non a caso da una televisione.
Ai giovani sfuggirà chi sia stato questo Beppe Viola: era dal 1961 un giornalista sportivo della "Rai" di Milano, che morì per un ictus nel 1982 - io lavoravo in "Rai" già da due anni, ma non lo conobbi mai di persona - a soli 42 anni. Era un innovatore, che usava la televisione con leggerezza e ironia: il suo carattere bizzarro era certo visto con sospetto nella "Rai" parruccona e romanocentrica (Viola era milanese, ma di origine campana). Non a caso Viola era amico d'infanzia e di quartiere di Enzo Jannacci (cui toccherà il triste destino di spegnere la macchina cui Viola, agonizzante, era attaccato) e scrisse per lui le parole surreali e divertenti della canzone "Quelli che...". Ma era amico di Cochi e Renato, stralunata coppia del "nonsense", che da ragazzino seguivo con immenso divertimento, ricopiandone nel gergo giovanile i tic linguistici.
Naturalmente il libro ricostruisce la vita di Beppe Viola, della sua famiglia e dei rami parentali, ricordando come questi Viola avessero nel "dna" la passione per il gioco, in particolare ippodromi e cavalli. Così come tratta con grande garbo le vicende familiari, compresa la "fuga" del papà con un'altra donna.
Quel che più colpisce è proprio il gioco di specchi che si crea, nel rapporto padre e figlia, nel racconto di quest'ultima, a nome anche delle tre sorelle. È una circostanza rara, quella di aver qualcuno che smonti questi meccanismi, che in genere restano inespressi. Anche se qualunque padre passa il tempo a chiedersi che cosa, nel proprio intimo, pensino di sé i propri figli. Marina, che quando il papà morì aveva solo quattordici anni, lo fa con una ricostruzione, che è in fondo un dialogo che attraversa il tempo con l'immagine paterna e quanto rimasto in sospeso in un rapporto finito prematuramente. Le pagine esprimono un infinito amore per quel padre, il cui ricordo, con il passare degli anni, sarebbe stato destinato ad affievolirsi e che, invece, oggi è stato imprigionato nella magia di un libro.

I maya ci sono!

Il sottoscritto con il piccolo Alexis sulla piramide mayaQuando giri per il mondo, scopri quanto sia ingenuo l'atteggiamento eurocentrico che spesso, in buona o cattiva fede, assumiamo. Specie quando ci si trova di fronte a Paesi e popoli rispetto ai quali gli europei hanno conti da saldare. È il caso dallo Yucatàn, da dove scrivo, uno dei centri della cultura maya e dove vive, come in altre zone del Centro America, uno dei famosi popoli vittime dei conquistadores, ma certo il più combattivo, visto che è ancora ben presente con la sua lingua e le sue tradizioni. Lo sanno bene in Messico, che annesse queste zone caraibiche solo dopo guerre secolari contro le spinte indipendentiste, che restano nel cuore di queste popolazioni, che si sentono dei maya e non dei messicani.
E proprio dei maya si è molto parlato, a sproposito, rispetto a quella interpretazione ridicola, perché fatta solo per fare sensazione con calcoli assurdi, quando si parlò di una loro profezia, che prevedeva la fine del mondo il 21 dicembre del 2012. In molti arrivarono in queste zone per compartecipare in un luogo sacro alla fine imminente e, come ben sapeva chi aveva letto degli svarioni interpretativi dei calendari maya, se ne sono tornati a casa con le pive nel sacco. I maya attuali se la ridevano.
Certo visitare le vestigia più antiche, quelle nell'interno, già abbandonate quando arrivarono gli spagnoli, crea un'enorme curiosità attorno agli sforzi degli archeologi di capire le logiche sottili che riguardano monumenti come i famosi templi, le strade che li collegano o gli enormi disegni nel deserto che qualcuno - ricordo i libri di Peter Kolosimo - pensava ingenuamente fossero il segno di civiltà extraterrestri.
La guida che ci ha accompagnati in queste visite ha ben spiegato come si stia progredendo nelle scoperte e come nella giungla ci siano certamente luoghi dove verranno prima o poi scoperti documenti nuovi - specie i manoscritti, visto che gran parte dei documenti cartacei trovati vennero bruciati ai tempi dell'Inquisizione - e questo consentirà di capire meglio la vita dei maya o meglio del sovrapporsi di diverse etnie di ceppi simili a partire dal 1500 a.C. .
Intanto l'irruzione del turismo di massa (Cancun era un villaggio di poche migliaia di persone, oggi è una città che conta un milione di abitanti e molti hanno lasciato i villaggi dell'interno) pone il problema di una cultura che cambia e che in parte si perde e di popolazioni che chiedono, giustamente diritti e dignità: «Non siamo un mito del passato, rovine nella giungla o negli zoo. Siamo persone e vogliamo essere rispettate, non essere vittime dell'intolleranza e del razzismo». Così ha scritto la più famosa dei maya, la guatemalteca Rigoberta Menchú (che venne ad Aosta con l'entusiasmo del mio rimpianto collega "Rai" Gianni Bertone, convinto terzomondista), "premio Nobel per la pace" nel 1992 per il lavoro in favore delle popolazioni indigene.

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