January 2014

La grande storia dell'émigration

Il pranzo durante uno degli ultimi 'Arbre de NoëlOggi, dopo tanti anni di presenza e per impegni inderogabili, non sarò a Parigi per l’Arbre de Noël, che riunisce gli émigrés valdotains della Région parisienne, ma anche esponenti delle associazioni del resto della Francia.
Ho scritto parecchie volte del tema che, tuttavia, assume una valenza diversa in un periodo nel quale per molti giovani valdostani la scelta dell’emigrazione rischia di non essere più una scelta consapevole, ma un obbligo di fronte alla crisi occupazionale in Valle. E' bene evocare dal passato quanto questa "ferita" dell’emigrazione di massa sia stata e resti un fenomeno che richiederebbe un approfondimento maggiore. In molti, a loro titolo di merito, hanno scritto e analizzato le diverse parti delle vicende, ma manca uno studio in profondità che consenta di apprezzare le ricadute di questa "diaspora" così vasta, specie nel caso in cui l'abbandono della terre natale sia stato definitivo.
Si tratta di studi non semplici, che trarrebbero pochi spunti dalle feste dell'émigration che ancora si celebrano, che sono come delle candele ridotte al lumicino, che rischiano ormai di spegnersi con la scomparsa dei rari protagonisti rimasti, mentre le nuove generazioni perdono quei riferimenti di un tempo.
Segnalo, a questo proposito, il lavoro del regista Didier Bourg, che sta ricostruendo - in trasmissioni trasmesse dalla "Rai Vd’A" - una parte di mappatura con protagonisti che vanno intervistati ora, visto appunto il rischio che una parte del patrimonio orale, ma anche materiale (pensiamo alle fotografie), rischi di scomparire, rendendo più difficili certe ricostruzioni.
E' vero, semmai, che il rinnovato interesse per le proprie radici viaggia ormai in Rete e proprio i parigini dell'Union Valdôtaine de Paris, cioè quel che resta di quella "Mutuelle" che aveva creato una rete solidaristica per chi sceglieva di trasferirsi nella Ville Lumière, hanno messo in piedi un sito, che può essere considerato un punto di riferimento. Lo dimostrano i contatti provenienti dai diversi Continenti, da parte di chi - con un cognome di origine valdostana, ma con delle piste ormai difficili da ricostruire sul passato della propria famiglia - cerca contatti che gli consentano di scoprire le proprie antiche origini. E' normale che questo avvenga in un mondo in cui il "dépaysement" può originare il desiderio di guardare al passato più remoto per riscoprire che cosa ci fosse stato.
Quella valdostana è stata un'emigrazione seria e rispettosa: nulla a che fare con l'esportazione, altrove in parte manifestatasi, di fenomeni malavitosi. Per cui è normale che, come in Argentina (dove gli emigrati valdostani di origine si stanno organizzando) o negli Stati Uniti (dove le associazioni che esistevano sono scomparse), la spinta all'integrazione con il Paese ospitante sia stata più forte di ogni logica di clan. Ma oggi, periodo in cui l'identità valdostana vive, come sempre per altro, proprie trasformazioni, sarebbe davvero un tassello mancante non avere pensieri più compiuti e legami possibili con quell’altra Valle d'Aosta, sparsa nel mondo.

Neppure i fiocchi di neve son tutti uguali

Un'istantanea da La Salle nella mattina del 19 gennaioStamattina, guardando fuori dalla finestra a La Salle, mi sono incantato, grazie ad una bella nevicata in corso, pensando a quanto sono fortunato a vivere in una Regione alpina. Anche elementi come questi uniformano il pensiero di una comunità, senza scomodare autori come Aristotele o Platone, Jean Bodin e la complessa teoria sull'influenza del clima sui popoli di Montesquieu.
Guardavo da un'ampia vetrata - uno dei segni architettonici delle costruzioni, numerose nella zona, dell'ingegner Paolo Jaccod - e mi domandavo come i turisti presenti nella sala da pranzo, all'ora della piccola colazione, interpretassero la cosa. Ad esempio: una giornata "buttata" perché non è granché sciare o un privilegio di cui godersi lo spettacolo?
Io trovo che, nei fiocchi di neve che cadono, esista qualcosa di ipnotico e di solenne, come un calmante naturale, che invita alla riflessione. Un panorama innevato è carico di suggestione: è come uno spazio da osservare per riempirlo con i propri pensieri. Trovo che i paesaggi non debbano mai essere sottostimati e spesso chi abita da tanto tempo in un luogo finisce per abituarsi e l'abitudine è una cattiva consigliera.
Peccato, però, che la neve in Italia sia considerata una calamità. Questo deriva dall'evidenza che su Roma si concentra l'informazione radiotelevisiva. Per cui, nevicando nella Capitale rarissimamente, il meteo e i servizi sulla neve dipingono sempre ingenui scenari da tregenda e i montanari come poveracci, cui tocca la malasorte di essere "vittime" della neve.
Questi tic culturali vanno combattuti, perché sono forme che dimostrano come il centralismo, che in politica è quanto di peggio possa esserci, ha delle radici prepolitiche, che finiscono per impoverire elementi che dovrebbero, invece, essere forieri di ricchezza. E l'Italia, Paese ingovernabile se si pensa di farlo imponendo modelliste uguali per territori diversi, dovrebbe, invece, fare della diversità un elemento forte.
Chiudete gli occhi e pensate proprio alla varietà di paesaggi e a quanto le caratteristiche di quei territori corrispondano al genius loci di popoli la cui "fusione" potrebbe essere un elemento di fierezza. Se non ci fosse chi - e sono troppi - vorrebbe soffocare ogni differenza.
Neppure i fiocchi di neve sono tutti uguali!

Tempi grami per l'autonomia

Tutto torna nel tempo e solo una visione attenta della propria storia consente di trovare le energie per uscire da situazioni difficili.
Ma non è un automatismo: non c'è un pulsante da schiacciare, cui corrisponda un intervento che contrasti l'emergenza. La mobilitazione è un fatto spontaneo, che pone la nostra comunità di fronte alle proprie responsabilità per dimostrare che esiste una capacità di reagire a pericoli e difficoltà.
Pensiamo all'attuale messa in discussione del nostro Statuto e delle ragioni della specialità sulla base di studi dottrinari di costituzionalisti e di un uso potente dell'informazione, che spingono contro le autonomie differenziate in nome di una supposta equità.
Lo si fa in modo cieco e senza distinguo, ma è una manovra a tenaglia che si può giocarsi nel breve volgere di alcuni mesi.

Le contraddizioni del numero chiuso

L'inizio di uno dei complicati 'Quesito con la Susi' della Settimana EnigmisticaFra le tante stupidaggini dell'Italia di oggi, spicca la questione del numero chiuso per l'accesso all'Università, che ormai - per l'incrociarsi di diversi meccanismi - interessa quasi il sessanta per cento delle Facoltà e riguarda, di fatto, i principali corsi di laurea.
L'aspetto grottesco, che cozza con queste restrizioni, è che il numero dei laureati in Italia resta fra i più bassi nell'Unione europea. In più ci sono professioni - pensiamo ai medici o agli ingegneri elettronici - che avrebbero bisogno di avere più laureati. In una realtà come quella valdostana, inoltre, il blocco attuale impedisce a molti giovani locali di "coprire" posti di lavoro futuri a casa propria, obbligando alcuni a lasciare la loro vera vocazione e trovando, in alternativa, o una Facoltà "aperta" o iscrivendosi per forza a più test d'ingresso e dunque finendo per entrare da qualche parte più per causalità che per scelta.
E le prove di accesso sono un azzardo come la roulette, fatte come sono di domande più o meno ridicole, che nulla hanno a che fare con la reale determinazione - ammesso e non concesso che ciò si debba fare - di un livello che dimostri di essere portati davvero per una certa Facoltà. Guardavo i quiz, l'altro giorno, e sono rimasto esterrefatto: roba da gioco televisivo o da "Settimana Enigmistica". Oltretutto - e temo che qualche scandalo scoppierà - sento una gran puzza di bruciato, quando penso ai rischi corruttivi per ottenere un "aiutino", visto il clima che si respira in certe Università e i troppi occhi che vedono le prove, prima del giorno in cui si svolgono.
Si aggiunge il fatto che è stata tolta la premialità prevista per un buon voto alla Maturità, per la semplice ragione che esiste un abisso fra Nord e Sud sui voti dati: si corregge la stortura, ma si appiattisce tutto. Che soluzione brillante!
Si dice, però, devono entrare solo i "meritevoli". Ma chi merita deve dimostrarlo e non certo con "quizzoni", ma con la possibilità - con gli esami dati - di meritare di restare. Per cui non avrei alcun dubbio su "filtri" che evitino agli studenti di finire "fuori corso" e espellano chi non lo merita. Così come riterrei anche possibile, come un tempo, che determinati diplomi non consentissero un accesso universale e automatico a qualunque Facoltà.
Ma, si dice ancora, il numero chiuso evita, in tempi di magra, costi derivanti da affollamenti eccessivi. Sono altri i risparmi possibili. Ad esempio mandiamo in pensione all'età giusta i professori universitari e riduciamo gli stipendi di chi (e sono tanti!) è presente all'Università come se lì svolgesse un secondo lavoro rispetto ad un primo lavoro svolto altrove.
Insomma, come dicevo, si creino semmai ragionevoli sbarramenti durante gli studi per chi fa il furbo, ma il primo anno deve consentire a tutti di avere una chance da giocare. E poi, aggiungiamolo chiaramente, se c'è un settore su cui non bisogna risparmiare è in generale quello dello studio.
Ma trionfano altre logiche.

Riforme: per non piangere sul latte versato

Una goccia di latteIn queste ore, sono in tanti a chiedermi che cosa pensi della svolta impressa al dibattito politico italiano su alcune riforme dal nuovo leader del Partito Democratico, Matteo Renzi. Dopo aver "sdoganato" Silvio Berlusconi, coinvolgendolo in un patto politico, con grande rapidità, inusuale nel sistema politico italiano, ha portato alla Direzione del suo partito lo schema di questo accordo con Forza Italia, ottenendo un via libera a larghissima maggioranza e senza voti contrari.
Uno scacco matto a quella parte del partito dissenziente, come il presidente Gianni Cuperlo, che aveva chiesto più tempo per decidere. Ma quel che più conta, a mio avviso, è la tiepidezza del presidente del Consiglio, Enrico Letta, che - pur d'accordo sull'ineluttabilità delle riforme - a Palazzo Chigi sta cuocendo a fuoco lento, essendo inconcepibile una diarchia con Renzi come l'attuale.
La sostanza delle riforme è difficile da dire, vista dall'ottica dell'autonomismo storico della Valle d'Aosta, di cui mi sento espressione. Il sistema elettorale, che pure oggi sui giornali è ricco di simulazioni, non l'ho ancora capito fino in fondo e la scelta di chiamarlo "italicum" fa sorridere. Sono abituato, per la mia formazione nella vita parlamentare, a giudicare sui testi scritti e non sulle anticipazioni: scripta manent, verba volant.
Visto dalla Valle d'Aosta, quel che conta oggi è capire - per la Camera dei deputati, che resterebbe la sola Assemblea elettiva - che fine farebbe la circoscrizione elettorale prevista, con rango costituzionale, dal nostro Statuto, che dal dopoguerra ad oggi si è basata su un collegio uninominale, ben funzionante, con votazione secca all'inglese del deputato. Vedo che non se ne parla e spero si tratti di una dimenticanza.
Sul Senato, che dovrebbe sparire come camera elettiva, penso che si debbano capire due cose. La prima: cosa resterebbe in capo a questo Senato e, per la Valle d'Aosta, chi vi siederebbe, vista la norma già citata che prevede almeno un membro valdostano. Il bicameralismo perfetto attuale non può essere distrutto completamente: penso, ad esempio, alle leggi costituzionali e a molte materie afferenti alle Regioni e alle autonomie locali. Il nuovo Senato dev'essere la Camera delle autonomie, ma non può essere vuota di contenuti e infarcita di attori troppo diversi da quelli del sistema autonomistico e non certo giocando sul dualismo fra Regioni e Comuni a vantaggio dello Stato centrale.
Il tema risulta così strettamente legato alla riforma del Titolo V e alla scelta di Renzi di rivedere la riforma varata nel 2001 dal centrosinistra, quando io ero alla Camera e la seguii, passo a passo, sino ad un voto contrario per la mancanza del principio dell'intesa nel nuovo articolo 116 della Costituzione a tutela degli Statuti d'autonomia delle "Speciali". Leggo che in certe materie - come energia e turismo - Renzi vorrebbe riaffermare i poteri statali e limitare le competenze regionali. Anche qui ci vuole un testo scritto, perché se l'occasione derivasse dal clima antiregionalista attuale, in cui il federalismo è finito al macero, allora che i valdostani tengano le antenne dritte. Se, infatti, si trattasse di una sorta di controriforma centralista, bisognerebbe capire - in questo cantiere rapido e ancora senza un progetto esecutivo - la fine esatta delle grande accusate di questo periodo: le autonomie speciali, senza distinzione alcuna fra di loro.
Su questo, come già dicevo su legge elettorale e nuovo Parlamento, bisogna avere un articolato chiaro e definito, che chiarisca bene cosa sarà il regionalismo italiano futuro e quale sarebbe lo spazio per la nostra Valle, la sua storia, il suo particolarismo linguistico e quel singolare ordinamento giuridico che si è costruito nel tempo.
Non so se esista, nell'attuale Italia stremata dalla crisi e da un sistema partitico pieno di contraddizioni, quello spirito costituente necessario per mettere mano alla Costituzione senza fare macelli, ma - visto che si vuol fare - di conseguenza bisogna essere attentissimi a quanto avverrà. So, per esperienza, avendo già vissuto momenti simili, ma quando il federalismo sembrava di gran moda, che la fragilità della nostra autonomia speciale, senza la garanzia internazionale che tutela i sudtirolesi, si manifesta quando la logica dei numeri si impone. Spero che non ci siano distrazione o intontimenti nei mesi a venire, perché poi sarebbe troppo facile piangere sul latte versato.

Quelli che la politica...

Un'ipotetica immagine di z8_GND_5296«Io non mi interesso di politica». Per chi ha fatto, per molti anni attività politica e non se ne vergogna affatto, anche se non è proprio l'epoca per sbandierarlo, questa frasetta è stata un classico nella sua ripetitività e semmai le cose stanno peggiorando.
Unificati nell'affermazione, ci sono state e ci sono persone da classificare con la stessa minuzia di un entomologo, per non scambiare ragni per grilli. Cominciamo con la signora bon ton di una certa età, che ha della politica la stessa valutazione che può avere per il meretricio. C'è poi l'attempato ex militante, che ne ha viste tante, e che è giunto alla conclusione che l'astensionismo non basta, ma ci vuole una condizione zen di totale astrazione. E come non evocare il giovane di belle speranze, per il quale il vuoto pneumatico per la politica è riempito da mille altri interessi e la galassia politica è distante come la galassia vera, scoperta a 13 miliardi di anni luce dalla Terra e che, per vostra informazione, è stata chiamata "z8_GND_5296". Annoto infine la coppia disinformata: quella che incontri a cena e che scopri vivere in una specie di bolla - come degli eremiti in mezzo ad una folla - perché non si informano, vivendo con l'aria stranita, ma senza l'ironia intrinseca, di "Alice nel paese delle Meraviglie".
Ma attenzione al trucco: perché non bisogna mai farsi depistare dalle apparenze. Se è vero, infatti, che le specie descritte - a puro titolo esemplificativo - manifestano il loro status, con il tempo ho imparato a diffidare anche di molti militanti. Di quelli che sembrano masticare la politica come qualcosa di familiare e che sembrano sempre pronti a spiegarti come vanno le cose.
Ebbene molto spesso, anche chi pratica "pane e politica" e potrei annotare anche persone che ci lavorano proprio dentro, hanno di certi meccanismi istituzionali e dei fondamentali culturali solo una lieve infarinatura. Se affondi il colpo, scopri che somigliano a quei libri messi in casa in certe librerie, in cui esiste solo la prestigiosa rilegatura esterna, perché dentro il libro non c'e, trattandosi solo di un elemento ornamentale.
Su questo pesa non poco la crisi dei partiti, vituperati strumenti previsti dalla Costituzione come strumento democratico. Certi vecchi partiti ci tenevano acché la militanza coincidesse con una formazione politica, che consentisse poi, nella sostanza, alla capacità di difendere le proprie idee o a scalare senza complessi i diversi scalini di un'attività amministrativa e elettiva "per conto di...".
Ma poi molti partiti sono diventati dei castelli disneyani di cartapesta, connotati più da attività di marketing attorno al punto topico: essere una macchina da voti. Triste destino che si riversa su iscritti e simpatizzanti, lasciati in braghe di tela.
Per cui tra chi è "fra color che sono sospesi" nel Limbo della "non politica" e chi è immerso nella politica, ma con una certo analfabetismo "politico" catatonico, non sempre siamo ben messi...

I super "bisonti" della strada

Un esempio di 'gigaliner'Quando mi è capitato di spiegare in pubblico come la politica europea e le sue decisioni impattino sulla nostra vita quotidiana, la scelta più facile è sempre stata - ad esempio di fronte ad una scolaresca - scegliere la strada degli esempi concreti. Non c'è argomento che non si incroci, in maniera più o meno approfondita, con qualche forma di normativa o decisione comunitaria.
Oggi vorrei parlarvi di una discussione che agita da tempo una parte del mondo alpino e che riguarda il futuro della politica dei trasporti. Ricordo di averli visti per la prima volta in Svezia e di aver pensato ad un'allucinazione. Proprio lì, durante un incontro sul futuro dei motori meno inquinanti, ho fatto un giro, guidando goffamente, su di un "bestione" di questi, in un autodromo di un'azienda di camion, rimanendo stupito dell'indispensabile sistema di telecamere a supporto dell'autista, vista la mole del camion. Mi riferisco a quei mezzi enormi, che pesano sessanta tonnellate e sono lunghi venticinque metri, pensando che in genere i "Tir" in giro non superano i sedici metri, con pesi in media da trentadue tonnellate.
Si chiamano "gigaliner" o "megatruck" ed, in pratica, sono dei giganteschi "Tir", utilizzati appunto lungo le poco frequentate strade del Nord Europa. Paesi che spingono da tempo sull'Unione europea per farlo circolare anche nel resto d'Europa, Italia compresa, dove ora è vietato.
Per le società di trasporto l'uso di questi giganti sarebbe un business soprattutto sui lunghi percorsi. Ma questa scelta sarebbe del tutto contraria alla difficile battaglia, da tempo avviata in Europa, per far viaggiare le merci su rotaia.
Nelle Alpi, compreso l'asse del Monte Bianco, che pure ha problemi strutturali mica da ridere, compresa la sagoma del traforo, una scelta del genere sarebbe una follia. Se i "megatruck" da sessanta tonnellate fossero autorizzati a circolare ci sarebbero problemi si sicurezza stradale e i costi di adeguamento di alcune strutture stradali e della manutenzione aumenterebbero di molto.
Questa vicenda è esemplare non solo della ricaduta sui territori di decisioni assunte a Bruxelles e spesso ignote a chi ne subirebbe gli effetti, ma è significativa di come si combatta ogni giorno una battaglia per conciliare gli interessi diversi. Il caso del trasporto merci è significativo: da decenni i documenti comunitari spingono per una riduzione dei mezzi pesanti in circolazione a favore, in molte circostanze, del trasporto con il treno delle merci. In zona alpina poi dovrebbe incidere quel "Protocollo trasporti" della Convenzione Alpina che vieta scelte che possano incrementare il trasporto su gomma ed è certo il caso di cui parlo. Ma attorno ai "Tir" esiste una lobby organizzata ed efficace, mentre il sistema ferroviario europeo stenta ad avere una reale dimensione continentale sia per ragioni politiche che per standard tecnici. Per cui costruita una prospettiva non si riesce mai a raggiungerla per i mille impedimenti e i "gigaliner" sono un caso evidente di una contraddizione da evitare.

Aspettando la Chiesa

Il cardinale Oscar Rodriguez MaradiagaSe uno volesse fare il colto, potrebbe parlare di sincretismo e cioè di quel fenomeno di "fusione di teorie diverse in un sistema filosofico o religioso", ma in realtà conosco molti che ormai hanno optato per dei "misti frutta", che realizzano una specie di religione "fai da te". Trovo che sia una scelta legittima e ognuno fa quello che più gli interessa, ma penso anche che una religione, se diventa per le ragioni più varie un punto di riferimento, abbia valori e principi che vanno presi per buoni e non scegliendo quel che ti piace o meno, come si fa in un cena "à la carte".
Ci riflettevo, essendo divorziato e risposato, rispetto al tema - che mi riguarda da vicino - dell'atteggiamento della Chiesa cattolica verso chi si trova in questa situazione e il fenomeno è in crescita e peserà mica da ridere. Possiamo dirlo anche rispetto alla Valle d'Aosta, dove "salta" in media un matrimonio su due e, forse non a caso, nei giovani diminuisce la scelta di sposarsi e calano pure i matrimoni in chiesa.
Leggevo, in questi giorni, quel che ha detto il cardinale Oscar Rodriguez Maradiaga, arcivescovo di Tegucigalpa e coordinatore degli otto suoi pari grado, che aiutano Papa Francesco a sciogliere alcuni nodi mica da ridere, in un'intervista ad un quotidiano tedesco.
Sul Pontefice argentino, dando ovviamente ad un disegno divino la paternità dell'avvenimento, ha detto: «Sono profondamente convinto che nella Chiesa siamo all'inizio di una nuova era, come cinquant'anni fa quando Giovanni XXIII ha aperto la finestra per far entrare aria nuova», perché Papa Bergoglio «è vicino alle persone, senza essere in trono sopra di esse ma vivendo tra loro».
Maradiaga sui sacramenti ai divorziati risposati, ha detto: «La Chiesa è tenuta ai comandamenti di Dio, che dice "ciò che Dio ha unito, l'uomo non deve separarlo". Però ci sono diversi approcci per chiarire questo». Insomma: un'apertura, timida ma evidente.
Invece, sul Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, Gerhard Müller, che di recente - in vista del Sinodo sulla famiglia - ha detto di "no" proprio ad una apertura sui sacramenti ai divorziati risposati, Maradiaga ha detto, senza giri di parole: «Penso di capirlo. E' un tedesco, si deve dirlo, è anzitutto un professore di teologia tedesco, nella sua mentalità c'è solo il "vero" ed il "falso". Però io dico: fratello mio, il mondo non è così, tu dovresti essere un po' flessibile, quando ascolti altre voci. E quindi non solo ascoltare e dire no».
Insomma: il dibattito è aperto e vivace e forse, alla fine, spetterà al nuovo Papa decidere se il tema, che così divide la Chiesa, resterà in sospeso o se ci sarà una svolta concreta.
Sono in molti ad aspettare.

Guardiamo all'industria

Una tuta blu"Lavorare in fabbrica". Per molti valdostani, nelle precedenti generazioni, in questa frase c'era una speranza. Ricordo quanto i clienti di mio papà veterinario, dunque prevalentemente contadini proprietari di bestiame, ritenessero che un "posto fisso" in un'industria - specie prima dell'esplosione del settore pubblico - rappresentasse per i loro figli una svolta, rispetto alle insidie insite nel lavoro agricolo. Era una sorta di riscatto sociale, che tra l'altro creava quelle figure - a cavallo fra campagna e industria - teorizzate dallo stesso Adriano Olivetti a sostegno della coesione sociale di una comunità, conciliando due mondi apparentemente diversi, che diventavano complementari.
E' difficile capire, se non forse pensando alla "Cogne" di Aosta di oggi e al suo numero ancora imponente di dipendenti, che cosa siano state l'"Ilssa Viola" di Pont-Saint-Martin per la zona o egualmente il "Cotonificio" di Verrès o la "Montefibre" di Châtillon e potrei a lungo proseguire l'elenco di aziende scomparse. E sono state delle ferite che hanno messo un sacco di tempo a rimarginarsi.
L'industrializzazione valdostana è nata e si è radicata per la presenze in loco di energia e di certe materie prime e poi, nel dopoguerra, anche l'azione di stimolo della Regione, infrantasi contro operazioni sbagliate con troppi industriali che hanno sfruttato i benefici e se ne sono andati e poi con il venir meno di sostegni pubblici alle imprese. Certo in alcuni casi, naturalmente, le aziende aprivano o chiudevano, a seconda del respiro dell'economia mondiale: l'Italia e noi di seguito abbiamo visto la crisi del tessile, della chimica, dell'elettronica, della componentistica per auto.
In questi anni i piani di reindustrializzazione non solo non hanno funzionato, ma prosegue l'emorragia del settore industriale (le ultime sono a Verrès la chiusura della "Rivoira" e la "Verrès Spa" ridotta al lumicino) e basta guardare ai dati occupazionali e alle aree, che sono state dismesse e restano sottoccupate o mal impiegate, per capirci.
Così, di tanto in tanto, specie quando in politica decresce il tasso culturale a vantaggio del rampantismo elettoralistico, sento discorsi del genere: tocca rassegnarsi, l'industria non è nelle nostre corde, bisogna fare altro. Evidentemente si tratta di discorsi che non tengono conto di due caposaldi. Il primo è che l'industria, sin dagli esordi del fenomeno dell'industrializzazione, fanno parte della vocazione del fondovalle e dunque chi pensa ad una sorta di dismissione cui rassegnarsi sbaglia di grosso. Il secondo riguarda la vocazione della nostra economia: chi favoleggia di una monocultura turistica, pur essendo il turismo - nelle sue diverse vocazioni - settore fondamentale, dimentica che la Valle non può vivere solo di questo.
Avere un'economia equilibrata, comporta che ci sia anche l'industria. E mi spiace che si insegua sempre di più l'effimero - l'una tantum come elemento di prestigio, nel solco del "popolo bue" - piuttosto che la solidità di attività produttive, che abbiano una ricaduta generale sulla comunità.

All inclusive

Mr. Creosote che, nel film 'Il senso della vita' mangia fino a scoppiarePrendo per buoni tutti i discorsi sugli eccessi del consumismo, tranne certe derive pauperistiche intrise di ideologia, quando penso basterebbe il buonsenso. Certo che, in certe occasioni, uccide più il ridicolo dei sermoni.
Ci pensavo rispetto a questa storia delle vacanze "all inclusive", termine anglosassone per "tutto compreso", di cui non sono riuscito a trovare la paternità applicata ai villaggi vacanze. Emerge nel linguaggio turistico negli anni Novanta e si afferma come formula vincente, oggi declinata in vari modi, ma la cui sostanza è "mangiare e bere gratis", durante il soggiorno, a qualunque ora. A conti fatti, questa sorta di "liberi tutti" piace al consumatore e non rovina l'imprenditore, segno che evidentemente che ci guadagna ancora, mentre il cliente è convinto di guadagnarci lui. Pari patta, moralmente.
Confesso che non ricordo quando fu la mia prima volta. Qualcosa del genere si delineava già alla fine degli anni Settanta nel "Club Med", dove andavo con i primi soldi guadagnati. Era ancora una vacanza un pizzico alternativa e i pasti a buffet offrivano già una varietà di cibo e di bevande senza limiti, nel solco della soluzione più vasta che poi arriverà. Ma il bar, appunto, si pagava con palline di plastica, che avevano un corrispettivo in denaro, ma girare con queste collane colorate faceva tendenza e - astuzia del Club - dava un senso di libertà un po' da hippie, non fosse che in realtà pagavi anticipatamente!
Poi, appunto, spunta l'"all inclusive" e - lo vedo in questi giorni in un club - ormai non ci sono limiti e si manifestano forme selvagge di consumismo, che infastidiscono anche chi, come me, considera che ognuno, se proprio non mi cammina sui piedi, possa fare quel che vuole. Emerge, però, in tutta la sua virulenza una voracità insaziabile, che ha declinazioni personalizzabili dal famelico al goloso. Naturalmente la versione liquida, il famoso "open bar", è il trionfo dell'alcolista o dello sprecone, cui poi corrispondono altrettante, possibili categorizzazioni.
Sarò démodé, ma ognuno si porta dietro quel che gli è stato insegnato. Per cui stranisce vedere persone con piatti debordanti, lasciati lì sul tavolo in buona parte o ingollati come farebbe un collaudatore di "Alka Selzer". Si notano poi bimbi a cui si propone, facendo incetta nel banchetto, tutto e il contrario di tutto, alla ricerca della pietanza che finalmente gli piaccia. Questo fa a pugni con quella logica educativa, cui sono stato cresciuto, del «finisci tutto quello che hai nel piatto», compresa la "cervella", degna di una chiamata a "Telefono Azzurro". Un insegnamento, cui non vengo mai meno e che ho cercato di trasferire ai miei figli questo del rispetto per il mangiare, che arriva da distante e che è - me lo dico da solo - un segno di civiltà.
Sulla bevanda resta quanto già detto, cui aggiungerei solo che finisco persino per ammirare chi, con una forma di malattia o nevrosi, si piazza al bar in modo sistematico e senza complessi, assorbito - fino al bicchiere della staffa - dalla logica della gratuità. Se il locale non chiudesse, sarebbe pure disponibile a bersi la sciacquatura dei piatti. Prosit!

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