January 2014

Papa Francesco

Papa Francesco nel selfie realizzato con alcuni ragazziAd inizio anno, in radio, mi sono occupato – senza alcuna presunzione, ma in una logica cronachistica – degli avvenimenti principali del 2013 in Valle d’Aosta. Ne esce, con chiarezza, l’immagine di un anno di transizione, situato in un periodo difficile, in cui la bussola stenta a trovare la direzione e vien da riassumere con il pensiero "nulla sarà più come prima". In fondo, per molte questioni, politica compresa, sembra quasi contenere una serie di titoli che abbisognano, da inizio anno in poi, del proprio svolgimento e di una conclusione o, se preferite, di un "punto a capo".
Poiché non ci si deve mai limitare al proprio territorio, trovo interessante il giochino, che in molti hanno già svolto, di guardare alla dimensione mondiale per vedere chi sia stata la personalità più marcante dell’anno trascorso, nella logica - cui mi ispiro, pronunciandomi - di qualcuno che non è scomparso, ma la cui azione potrebbe rivelarsi interessante nell’immediato futuro.
Sarò banale e ripetitivo, perché in tanti lo hanno già detto, ma penso che Papa Francesco, Jorge Mario Bergoglio, l’argentino-piemontese diventato Pontefice, per via dell’inusuale scelta del suo predecessore di pensionarsi, raccolga oggi l’attenzione generale.
Tra l'altro, guardando l'origine del cognome è davvero piemontesissima, visto che il sito sui cognomi italiani dice: "Bergoglio è specifico del torinese, di Torino, Santena, ma presente anche a None e Collegno, e di Robella nell'astigiano (...) deriverebbe dal nome dell'antica località di Bergolio nell'alessandrino (...)".
E' vero che, in questa fase, più che su molti atti concreti del suo apostolato sulla Chiesa, conta lo stile di un uomo semplice e diretto, che sembra contrapporsi - specie in Italia - al grado elevatissimo di antipolitica che si è generato. Ma non c’è dubbio che da questa persona, che con la sua anzianità è dimostrazione che la capacità non è solo questione anagrafica (lo stesso vale, comunque lo si giudichi, per il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, sinora dominus della politica italiana), ha caratteristiche che piacciono all’opinione pubblica e che condivido.
Chissà se verrà mai in Valle d’Aosta, sulla scia dei suoi due predecessori, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Chissà se mai ci è venuto in passato, durante le visite che ha svolto in passato, quando andava a trovare i parenti piemontesi. Chissà se, come a molti argentini, gli piace la montagna e chissà - visto che i valdostani in Argentina stanno creando una propria associazione - se il Papa nella sua vita ne abbia conosciuti. Chissà se prenderà in considerazione l’invito rivoltogli dal Sindaco di Introd di una vacanza in mezzo alle nostre montagne. Chissà se il fatto che la casa di Les Combes sia dei Salesiani e che Introd abbia dato la cittadinanza onoraria a Tarcisio Bertone, con cui il Papa non ha mai "legato”, possa pesare su di un'eventuale decisione di un soggiorno papale.
Sarebbe davvero straordinario decidesse di venire, ma resta, comunque sia, che attorno a lui, si è creata un'aspettativa, che vale per i credenti, ma anche per i non credenti.
Un non credente, che ha dialogato con lui su "La Repubblica", Eugenio Scalfari, ha scritto: «E' buono come Papa Giovanni, affascina la gente come Wojtyła, è cresciuto tra i gesuiti, ha scelto di chiamarsi Francesco perché vuole la Chiesa del poverello di Assisi. Infine: è candido come una colomba ma furbo come una volpe».

La saggezza digitale

Il wi-fi sul Canal grande, a VeneziaScrivevo, giorni fa, di come il mio status, rispetto alla rivoluzione digitale in corso, sia quello – secondo gli esperti – di "immigrato", tradotto ovviamente dall'espressione in inglese "digital immigrant". In sostanza sono uno che ha approcciato - per ovvie ragioni d'età - le tecnologie digitali solo in età adulta e oggi le padroneggio più o meno bene, a seconda dei contesti.
Nel 2001 fu uno scrittore statunitense, Marc Prensky, esperto di queste cose, a creare questa famosa metafora, che distingue fra nativi e immigrati digitali. Ritornò poi, una decina di anni dopo, su nuovi orizzonti del problema e dunque sulla necessità di fare riferimento ad altri concetti per leggere la continua evoluzione del rapporto fra l'uomo e le tecnologie digitali. In un suo articolo venne, infatti, introdotto il concetto di "digital wisdom" (saggezza digitale), una qualità dell’uomo che può emergere grazie al potenziamento che le naturali capacità umane ricevono dall'utilizzazione appropriata e creativa delle tecnologie digitali.
Questo nuovo "Homo sapiens digitale" assomiglia, in sostanza, a ​quella specie di guerriero del futuro, chiuso in un esoscheletro che lo trasforma fisicamente in una specie di supereroe, ma la differenza è che la grande massa di dati che è a sua disposizione migliora mentalmente le sue decisioni. Leggo un passaggio dell’autore: «I saggi digitali distinguono fra la saggezza digitale e la semplice destrezza digitale, e fanno del loro meglio per sradicare la stupidità digitale. Essi sanno che il semplice sapere come usare una tecnologia non rende più saggi di quanto non lo faccia il semplice saper leggere le parole. Saggezza digitale non significa agilità nel manipolare la tecnologia, bensì capacità di prendere decisioni più sagge in quanto potenziate dalla tecnologia».
In fondo avere un bagaglio di una società, per così dire, "analogica", permette di usare con cautela i grandi vantaggi del digitale e di quelli che sono chiamati "propulsori di saggezza".
Questo porta a dire che su questi temi bisogna riflettere in una realtà piccola come la Valle d'Aosta, ideale per essere un'"area test". Capisco che c'è chi può essere più interessato (in senso buono e cattivo, a seconda) ai lavori fisici che comporta, ad esempio, la creazione delle reti a fibre ottiche e quanto consente di avere quel segnale che permette di avere una connessione di qualità, senza tribolare con reti penose fornite dalle società telefoniche o saltare da un wi-fi all'altro, dove si trovano. Ma, senza sottostimarne il ruolo, bisogna che sin da ora si ragioni sui contenuti da veicolare, perché sarebbe folle avere Reti più o meno sofisticate senza poi mettere dentro quanto serve alla popolazione nelle sue diverse fasce di età e di attività economica.
Quando guardiamo al passato, siamo sempre colpiti da quella peculiarità valdostana delle scuole di villaggio, antidoto contro quell'analfabetismo che altrove faceva disastri. Oggi potremmo essere innovativi, senza costi folli. Ma bisogna pensarci per tempo e con un approccio democratico, perché la società dell'informazione non vive sulla Luna, specie se molti decisori non sono... saggi.

Le imprese e la crisi

Dettaglio di un capannone abbandonatoLa Statistica è importante. Pur con tutti i suoi limiti, consente - con le interpretazioni e i correttivi del caso - di esaminare lo stato della situazione. Naturalmente l'esame dei "fondamentali" di un'economia è prezioso, a condizione che si accompagnino alle percezioni personali, che certo sono possibili, in realtà piccole come la Valle d'Aosta. In questo ambito ristretto, infatti, l'osservazione (come dovrebbe essere - ahimè - anche per la democrazia...) è più facile, specie per chi ha potuto conoscere bene la realtà dove vive.
Ci pensavo, riflettendo su due aziende di recente sottoposte a processi societari di ristrutturazione, per motivi di crisi, che non sto qui ad approfondire e che per altro non conosco a pieno. La prima è una storia di una società di macellazione, passata di padre in figlio in passato, che è sempre stata un solido caposaldo in un settore assai concorrenziale. La seconda è un'importante azienda energetica con un amministratore colto e perspicace. Possiamo dire che anche determinate certezze granitiche, in questo periodo, sono venute meno.
E potrei, purtroppo, citare, in questi ultimi anni, molte altre aziende, piccole e medie, che sono sopravvissute a stento o sono morte e sepolte sotto i colpi della crisi e di un "sistema valdostano" che non ha saputo reagire. E mi riferisco alla politica e alla responsabilità di risposte date nel solco del déjà vu, come se il mondo fosse fermo e non dinamico. Evito di fare l'elenco dei responsabili, perché tristemente noto. E c'è persino qualcosa di beffardo, nel vedere qualche eminente "colpevole", che oggi incontra - con un gran toupet - le categorie economiche, che ringraziano pure dell'invito, per capire come reagire ai momenti difficili! Fa altrettanto sorridere guardare, alla fine, come certi tagli di bilancio regionale senza criterio oggettivo abbiano colpito, in modo cieco, una parte importante di quel settore indicato con il termine, ormai desueto, di "attività produttive", che era già "Cenerentola" nella Finanziaria regionale.
Di fronte a questa situazione di slabbratura di un tessuto economico, che vale anche per le microimprese e anche per settori un tempo floridi come edilizia e turismo, ci vorrebbe veramente un punto della situazione. Sapendo che, senza troppe analisi, basterà guardare la mazzata delle entrate fiscali, che sono - con il nostro riparto fiscale - un segnale visibilissimo e allarmante di un declino. Si tratta di ferite gravi alla stessa autonomia politica della Valle, perché gli aspetti giuridici dell'autogoverno non possono prescindere dall'economia.
Questo vale, di riflesso, per il cuore pulsante di una società: il lavoro, di cui tanto si discute con le recenti proposte di Matteo Renzi. Il cane si morde la coda in un sistema in difficoltà, dove cresce la disoccupazione, specie dei giovani e di chi ha livelli elevati d'istruzione. Questa situazione da sabbie mobili, che inghiottono la ricchezza e le persone, se dovesse continuare, rischia di mettere in dubbio tutto, in una forma di fallimento complessivo, che ci trascinerebbe in un gorgo di cui non si vede il fondo.
L'appello al buonsenso non passa attraverso formule di consociativismo o di ambigua "unità nazionale", che spesso vengono da chi predica che «tutto cambi perché nulla cambi», ma certo le migliori energie devono alzare la testa, puntare il dito e lavorare per il cambiamento.
Primum vivere...

Quando ci vuole ragionevolezza

Una simpatica istantanea sul tema, di Andrea VenturaCasa mia, a Verrès, dove sono cresciuto, distava poche centinaia di metri dalla scuola elementare. L'unico pericolo era rappresentato dall'attraversamento della strada statale, poi si passava in un prato e mi ritrovavo in classe. Idem per le scuole medie, un pochino più distanti.
Non ho memoria di quando ho cominciato ad andare e tornare da solo: ero certamente piccolissimo. Per questa "libertà" ero stato del tutto responsabilizzato, in un paese dove esisteva un ovvio controllo sociale e non a caso potevo andare in giro a piedi e in bicicletta senza alcun impedimento, fin da bambino. Sarà impensabile oggi, ma si trattava di fiducia e di un processo intelligente di responsabilizzazione. Poi potremmo a lungo disquisire su di un mondo meno violento e pericoloso, ma fatemi dire che ci sono troppi bambini oggi che rischiano grosso per un eccesso di bambagia, in cui finiscono per essere avvolti da genitori che da apprensivi rischiano di trasformarsi in tiranni.
A causa della segnalazione di un collega, mi sono trovato di fronte ad un dedalo giuridico, perché un'Istituzione scolastica valdostana ha cominciato a porre il problema dell'obbligo di accompagnamento dei genitori, per ora all'uscita (ma si arriverà anche all'ingresso, se tanto mi dà tanto). fissando come limite i quattordici anni. Per cui il sottoscritto, pendolare in treno, se la norma fosse cogente, sarebbe andato in IV Ginnasio ad Aosta ancora accompagnato dai genitori per i primi mesi di scuola!
Scavando in questa storia, ho trovato circolari, cause civili e penali, sentenze che formano una composita giurisprudenza e pure gli accordi internazionali sui bambini, cui l'Italia aderisce, che obbligano ad avviare un processo di progressiva autonomia dei più piccoli. Si aggiungono molte esperienze in Italia e in Europa (ci sono Paesi in cui i bambini devono imparare ad andare a scuola da soli), dove - per evitare il traffico delle auto - si creano progetti appositi per mandare i bimbi a scuola a piedi.
Da noi, invece, si agitano reati tipo "abbandono di minore", si disconoscono liberatorie semplici o dettagliate, si svolgono assemblee sul tema in cui tutti fanno i giuristi e li invidio davvero perché poi, in Italia, la Giustizia - unico caso di federalismo inventivo - ha detto sul tema tutto e il suo contrario.
Urgono chiarezza, procedure e forse - mi odio mentre lo scrivo, perché basterebbe il buonsenso - una leggina ad hoc che eviti, in chi le ha, le paure per responsabilità troppo grandi e dia certezze ai genitori e pure ai bambini, che sono esseri pensanti, benché in scala ridotta, perché in crescita. E per crescere devono, sin da piccoli, capire che esistono regole da rispettare e comportamenti da tenere.
Ma, per favore, usiamo come punto di riferimento, la ragionevolezza!

Una volta c'era la SIP

Il logo 'Sip' che si scopre sotto l'adesivo di 'Telecom'Emerge, dal lontano passato, il ricordo di qualcuno che, a fronte di un guasto telefonico, diceva: «Bisogna avvertire la Stipel!». Per i giovani ricordo che era la "Società telefonica" di epoca fascista, rimasta poi nel linguaggio dei nonni. La mia vita è andata di pari passo con il boom e le trasformazioni della telefonia del dopoguerra. Protagonista assoluta è stata la "Sip - Società Italiana per l'esercizio telefonico per azioni", che fu - essendo defunta - la principale azienda di telecomunicazioni italiana (appartenente al gruppo "Iri"), attiva dal 1964 al 1994, nata a Torino e poi trasferita a Roma, come si conviene in uno Stato centralista. "Sip" fu una specie di Ministero, che presidiava il territorio con caparbietà, ma poi venne trasformata in "Telecom Italia SpA", in vista solo della privatizzazione, avvenuta tre anni dopo con una logica di svuotamento che fa impressione ancora oggi a pensarci. Operazione, infatti, assai dubbia, come dimostrato da libri sul tema, su cui ancora aleggiano mille sospetti: per la Valle d'Aosta ha significato l'abbandono di ogni presidio sul territorio, come se fossimo la più sfigata Provincia dell'Impero.
In più, a titolo generale, è stato un esempio tangibile di come le privatizzazioni all'italiana - e lo stesso avvenne anche con le autostrade, come ben visibile coi pedaggi alle stelle - sono sempre state a vantaggio dello scalcinato capitalismo italico e a svantaggio del povero cittadino italiano, il cui simbolo araldico dovrebbe essere "cornuto e mazziato". Per cui va bene l'antipolitica, ma sarebbe opportuno fare l'elenco di industriali e manager che non hanno saputo fare il loro lavoro, alcuni dei quali ancora rampanti e glamour.
Il settore della telefonia, dagli anni Ottanta in poi, si apre timidamente al mercato e oggi quel che conta è più la telefonia "mobile" di quella "fissa", anche se strategiche sono le infrastrutture che permettono i collegamenti.
Oggi le compagnie telefoniche nel settore mobile, che hanno come core business sempre più la fornitura di Internet, sono in Italia una trentina, ma a giocarsi il grosso del mercato sono "Tim", "Vodafone", "Wind" e la "3". Incrociando le tariffe, non si trovano differenze enormi e immagino che l'Autorità sulle Telecomunicazioni e quella sulla Concorrenza vigilino per evitare logico "di cartello" con accordi occulti.
Nessuno, invece, vigila davvero sulla qualità e la diffusione dei segnali: basta fare un giretto in tutta Italia per accorgersi che siamo mal messi. Il caso valdostano - con la Regione che, grazie ad una piccola norma, che misi anni fa in una legge, potrebbe vigilare sui piani d'investimento - è evidente. La copertura della Valle - e sarebbe bene che le autorità regionali "mappassero" il territorio - è piuttosto scadente e ci sono zone importanti servite malissimo.
Questa situazione non è tollerabile e in parte si collega anche con problemi di modernità e di manutenzione delle infrastrutture, in barba agli obblighi dei gestori. Eppure tutti in Valle - anche chi non distingue un byte da una vite - parlano della "società dell'informazione", delle meraviglie che verranno da fibre ottiche capillari e diffuse e abbiamo una società pubblica "In.Va." che dovrebbe fare scintille, mentre la quotidianità - sul nostro telefonino, come esempio di applicativi "valdostani" - è piuttosto deprimente.
C'è un fosso profondo fra il dire e il fare.

La prima macchina non si scorda mai

Una 'Autobianchi 'A112' simile alla miaQuando ti tocca cominciare a discutere su quale macchina comprare per il tuo figlio diciottenne, incombe il tempo che passa. Se poi calcolo, in quelle logiche strampalate di comparazione, che mio papà – nel 1977 – era un pochino più giovane di quanto lo sia oggi, quando ebbe con me lo stesso problema, allora questo maledetto pallottoliere, con cui calcolo il tempo che passa, lo bruceresti nel camino. I figli – l'ho detto tante volte – più di molte altre, ti battono il tempo, che sembra diventare più svelto ogni anno che passa.
Cominciamo dalla mia macchina: la richiesta era a colpo sicuro "Autobianchi A112", vettura prodotta dal 1969 al 1986: la mia era la "terza serie". Ricordo come la scelta avvenne, in modo ponderato, con vasta lettura del già esistente "Quattroruote", testo sacro per chi cerchi la soluzione giusta. Quando ho rivisto, di recente, un modello simile di auto, ho capito come il tempo sia ingeneroso con la dimensione delle macchine: a me allora non sembrava una scatolina così piccola! Ma la ricordo, comunque, con grande simpatia: era una vetturetta scattante e andava bene sulla neve, anche perché all'epoca si usavano le "chiodate", che non sono neanche parenti lontane delle termiche come tenuta (ma so bene che si "mangiavano" l'asfalto).
Certo l'anno dell’acquisto, per ragioni anagrafiche e dunque di ottenimento della patente, fu non proprio azzeccato: il 1977, per il sommarsi delle crisi energetiche per turbolenze internazionali, fu un anno record, in negativo, per il prezzo della benzina! In questo, oggi, si va pure peggio...
Il giovane Laurent, in attesa del foglio rosa, ma con il vantaggio di essere già da diciassettenne in grado di avere una "guida assistita", come da nuovo codice della strada, ha iniziato la "caccia" alla macchina con un grande anticipo.
La prima "moral suasion" paterna è stata diffidare degli specchietti per le allodole su Internet, dove chiunque può trovare dei grandi affaroni che puzzano di carogna lontano un miglio. Devo alla pazienza del vecchio amico Pierre Noussan – famiglia che ha fatto la storia della "Fiat" in Valle d’Aosta – una spiegazione analitica al ragazzo su come muoversi sul mercato con consigli preziosi, sapendo, tra l'altro, che oggi un neopatentato deve scegliere la prima auto in un novero piuttosto limitato a causa della restrizione prevista all'inizio, per chi guida, sulla potenza dell'auto.
Poi siamo finiti sul mercato a cercare e, dopo lunghe tribolazioni e qualche "colpo di fulmine" estemporaneo per qualche modello un pochino più chiassoso, la lancetta si è alla fine fermata su un usato, recente e con poca percorrenza, di una "Fiat Punto Evo".
L'operazione è stata complessa, ma alla fine, tra breve, si chiuderà. Pur notando, ma varrebbe un altro post, che per i neopatentati esiste un salasso per l'assicurazione Rca auto, che sarebbe una materia da forconi.

Le vacche non sono tutte uguali

Il tweet di Lorenzo BaratterOgni tanto devo convincermi che tutto quel che sta capitando - mi riferisco al quel che non funziona nell'economia e nelle istituzioni di governo della Valle d'Aosta - passerà. Confesso che sto facendo uso delle scorte di ottimismo più nascoste e ogni tanto penso che, una volta esaurite, dovrò ingegnarmi, se necessario, per trovare un nuovo filone di speranza e fiducia cui attingere.
Se non fosse persino uno sproposito, verrebbe da citare Georg Wilhelm Friedrich Hegel e la sua celebre espressione «una notte in cui tutte le vacche sono nere». Si riferiva - in una polemica filosofica - a quella sorta di buio avvolgente, in cui tutte le cose non sono più ben distinguibili, non perché non ci siano delle differenze, ma perché ogni diversità viene appunto offuscata dal buio, che finisce per creare delle ombre.
Ci pensavo rispetto agli attacchi, ormai sistematici, nelle istituzioni e sui mezzi d'informazione (ciliegina sulla torta è stato il recente "Porta a Porta" con il sempreverde Bruno Vespa) verso le autonomie speciali. Si fa di tutto un'erba un fascio delle "speciali" (tutte le mucche sono uguali nel buio) per portarle tutte al macello. Così quella fiammella di federalismo, che c'è nelle autonomie differenziate, è destinata a scomparire a beneficio di un generale regionalismo debole su cui trionfi lo Stato-Nazione. Cose da non credere e, in questa situazione, una manovra di umiliazione e forse - nel caso valdostano - di scomparsa di una forma di autonomia, si intravvede un rischio persino da svolta autoritaria. Non nascondo certi timori, perché ogni crisi economica coincide con forme di neocentralismo - persino nei Paesi federalisti - ma è diverso il rischio, in un'Italia dalla fragile democrazia, di trovarsi in malaparata con una "Repubblica delle banane".
Mi ha fatto sorridere, ma per non piangere, il commento secco e condivisibile in un tweet, del consigliere provinciale, autonomista trentino, Lorenzo Baratter: "Porta a porta. L'Italia è quel pastore che, avendo nove pecore ammalate e una sana, anziché guarire le malate ammazza quella in salute".
Giustissimo e fatemi aggiungere ancora un pensiero. Di fronte a questa situazione, c'è oggi invoca - ma lo vedo come una furbesca difesa di una propria rendita di posizione - un'unanimità in Valle d'Aosta per evitare che trionfi una logica alla "divide et impera".
Per me questa impostazione assomiglia alle già citate mucche nel buio. Prima di spegnere la luce, bisogna appurare chi, in questi ultimi anni, ha compromesso i nostri rapporti con Roma e non esiste gioco di prestigio che, ex post, ci renda tutti uguali.
Solo una salutare catarsi potrebbe darci una rinascita, in favore di una onesta e convinta azione autonomista. Giorni fa, un mio follower scriveva con un pizzico di ironia e di garbato dissenso: "anche in #valledaosta la "distruzione creatrice" di #Schumpeter, ma creatrice di cosa?!".
Di qualcosa di nuovo.

Strettamente personale

Ci vorrebbe un rullo di tamburi o una bella musica romantica. Ma, comunque sia, un annuncio è sempre un annuncio ed esprimo qui - anche se bisogna sempre farlo in punta di piedi - la mia felicità.
Sabato mi sposo e, in effetti, è un argomento strettamente personale. Tuttavia, avendo o forse avendo avuto un ruolo pubblico non mi trincero in questa mia pagina dietro la privacy. Chi fa politica non può nascondersi - solo quando gli fa più comodo - dietro la "foglia di fico" del privato. Spesso chi si cela dietro una sfera di riservatezza, lo fa solo quando deve costruirsi un alibi. Esemplari i "presidenti francesi" che si fanno fotografare in casa con la loro famiglia o nel tempo libero con cani o cavalli, ma poi, se vanno a letto con un'attrice e li beccano, allora - a destra come a sinistra - urlano contro la violazione dei propri spazi più intimi.
O vale sempre o non vale mai.

Roma, tanto per dire...

Giovanni MalagòLa maledizione è nota e riassumibile in una formuletta da appiccicarci addosso: «ricchi e privilegiati». La Valle d’Aosta che, in termini di bilancio, è in Italia come una goccia nel mare si trova - assieme alle altre "Speciali" - quale "pecora nera". Tocca giocare sulla difensiva (ma, per carattere, io sono offensivo) e incrociare le dita perché il Parlamento - a dimostrazione, come ho sempre detto, che il federalismo è ben diverso dalla nostra fragile autonomia speciale - potrebbe abrogare l'articolo 116 e lo Statuto di autonomia conseguente. Nella migliore delle ipotesi diventeremmo una Regione ordinaria, comandata da Roma con il ritorno in gran pompa di un "Signor Prefetto" o, scenario peggiore, potremmo diventare una Provincia di Torino. A condizione che possa vivere una Provincia in tempo di abolizioni delle Province…
Mi pare che l'azione della maggioranza regionale, che esprime anche i due parlamentari, sia coraggiosa come i pesci di un acquario, chiusi fra le proprie mura di vetro e incapaci di interagire con l'esterno. A Roma non ci ascoltano.
Ecco perché, a fine anno, ho seguito, con un umore torvo, la sceneggiata - esemplare della situazione in atto - del decreto che, dopo una prima battuta d'arresto, sta per "sanare" il rosso catastrofico del bilancio di quella che è - con una scelta sciagurata - ormai "Roma Capitale", ottenendo uno status giuridico che, più di ogni altra cosa, ha implicato più soldi.
Sul "Fatto Quotidiano" del 28 dicembre aveva scritto Marco Palombi: "quant'è il debito storico? Per anni non si è avuta una stima ufficiale. Alemanno lo quantificò inizialmente in 8,6 miliardi di euro: 6,8 di debito storico, spesso risalente al contenzioso urbanistico degli anni Cinquanta o ai mancati trasferimenti per il trasporto locale, il resto "extra" (cioè nascosto da Veltroni, dice il centrodestra). Poco dopo, il sindaco cambiò idea: il buco è di 9,6 miliardi sostenne - nel dicembre 2008 - l'allora assessore al bilancio Castiglione; nel 2010 il suo sostituto, Maurizio Leo (che poi perse il posto pure lui), lo quantificò addirittura in 12,3 miliardi. Quando quest’anno è finalmente arrivata in Parlamento la relazione ufficiale del commissario Varazzani, il quadro era questo: un debito complessivo di 22,4 miliardi di euro a fronte di crediti per 5,7, cioè un buco di 16,7 miliardi compresi gli oneri finanziari. Per i numeri che ci interessano, insomma, il debito vero - cioè netto - del comune di Roma si aggirava sui dieci miliardi di euro, oggi ridotti a otto e mezzo, e il suo ammortamento ai ritmi attuali è garantito solo fino al 2017, dopo bisognerà aumentare le rate (ma ancora non si sa come)".
Eccoci alla conclusione sull'urgenza: "Ma allora perché c'è bisogno di "salvare" Roma subito? Semplice: perché il debito non ha smesso di accumularsi nemmeno in quella che doveva essere la "good company", cioè nella gestione ordinaria dal 2008 in poi. Secondo l'agenzia di rating "Fitch", durante i cinque anni della giunta Alemanno i deficit annuali complessivi ammontano a oltre un miliardo di euro e questo nonostante i romani paghino da tempo un'addizionale "Irpef" doppia rispetto a prima (dallo 0,5 allo 0,9 per cento), un bel po' di Imu sulla casa e una tassa di imbarco aeroportuale da un euro che colpisce chiunque passi dalla Capitale. Per Ignazio Marino, invece, il debito attuale è un po' inferiore: 867 milioni, che comunque mettono a rischio la capacità del Comune di pagare gli stipendi e garantire i servizi. Tradotto: default e commissariamento".
Scusate le lunghe citazioni, ma le cifre in ballo, che sono poi uno dei mille casi che si potevano fare, dimostra che chi guarda ai nostri conti - con il cipiglio con cui si additano dei colpevoli - dovrebbe vergognarsi.
E così dovrebbero fare quelli che, facendo finta di niente, hanno pure il coraggio - e quando Giovanni Malagò, nuovo presidente del "Coni", lo ha detto ad Aosta nessuno ha eccepito nulla - di lanciare Roma come candidata per le Olimpiadi del 2024. E' istruttivo vedere che cosa è capitato nella città per i Mondiali di calcio di "Italia '90".

Rifondare le Olimpiadi

La struttura per lo 'ski-jumping' di PragelatoHo letto molto, in questi anni, dei retroscena e delle vicende incredibili che ruotano ormai attorno ai Giochi Olimpici. Tutta la retorica versata sulle Olimpiadi non nasconde la verità di una manifestazioni che, siffatta, dovrebbe essere rifondata. I valdostani lo aveva capito con il referendum che nel 1992 bocciò la candidatura della Valle.
Il caso più vicino sono gli imminenti XXII Giochi olimpici invernali, a Sochi in Russia, su cui, meglio dirlo subito, incombe la cupa minaccia dell'integralismo islamico. Ne parlavo anche con un valdostano che ha la moglie originaria proprio di quella città ai piedi del Caucaso.
Qualche giorno fa, sul settimanale francese "L'Express" è uscita una bella inchiesta di Bruno Lesprit. La premessa: "Le 4 juillet 2007, dans la torpeur de Guatemala City, se déroule la 119e session du Comité international olympique (Cio). A l’ordre du jour, l'attribution des 27e Jeux olympiques d'hiver prévus en 2014. Emporté par les accords grandioses du premier concerto pour piano de Tchaïkovski, le président russe Vladimir Poutine s'élance vers la tribune pour défendre la candidature de son pays. Celle-ci a été décrétée enjeu national par le maître du Kremlin. La ville retenue est Sotchi, station balnéaire sur les bords de la mer Noire, recalée pour l’édition 2002. «Un endroit unique, martèle Poutine. Sur le rivage, on profite d'une belle journée de printemps, mais là-haut, dans les montagnes, c'est l’hiver. Je suis allé skier là-bas il y a six ou sept semaines et je sais que de la vraie neige est garantie». Plus que par cette dualité géographique, les membres du "Cio" sont impressionnés par la somme qu'annonce le prétendant : 12 milliards de dollars (8,8 milliards d'euros), du jamais-vu pour les Jeux d’hiver. Depuis, la facture aurait au moins quadruplé, dépassant 36 milliards d'euros, ce qui permet à Sotchi de battre le record olympique, toutes saisons confondues, détenu par Pékin en 2008 (26 milliards d’euros)".
Passiamo ad un altro aspetto: "Pour signifier la folie du sport moderne, une comparaison s'est vite imposée avec l'aberration qu’est l'attribution du Mondial 2022 au Qatar. D'autant que Sotchi se situe en zone subtropicale, avec treize jours enneigés en moyenne dans l'année. En février, la température moyenne tourne autour de 6 °C. «Les conditions météorologiques étaient affreuses, a raconté le skieur freestyle Kevin Rolland à son retour d'une étape de Coupe du monde, en février 2013. C'était la saison des pluies et il n'y avait aucune glisse. Après, il s'est mis à neiger, il y avait du brouillard et on ne voyait rien. Si c'est comme ça pendant les Jeux, ce sera la compétition la plus pourrie de l'Histoire! Le choix de Sotchi n'a pas été fait pour le sport, ce n'est qu’une question de business et c'est dommage». Rémy Charmetant est moins alarmiste: «La situation géographique fait songer à la ville de Nice, avec des palmiers en bord de mer et la montagne à proximité. Mais la neige n'est pas la même que sous des climats continentaux. C'est principalement une neige de production, très solide et qui tient mieux au passage des skieurs»".
Insomma un colpo al cerchio e uno alla botte.
Aggiungiamo questo pezzo: "Coauteur en mai 2013 d'un rapport intitulé "Les Jeux d’hiver dans les subtropiques", Boris Nemtsov, qui est originaire de Sotchi et a été vice-premier ministre de la Russie en 1997-1998, a établi un parallèle avec l'histoire nationale: «C'est une arnaque à une échelle qui surpasse le programme insensé de Nikita Khrouchtchev de planter du blé dans la Russie arctique, ou les projets de Leonid Brejnev de détournement de fleuves sibériens». Ce qui a surtout été détourné, selon lui, ce sont 20 milliards d'euros (estimation faite à partir d'une projection peu rigoureuse), au profit des trois principaux investisseurs: le conglomérat d'Etat Olympstroï; les sociétés des frères Rotenberg, amis d’enfance de Poutine; et la compagnie publique des chemins de fer, dont le patron, Vladimir Yakounine, est aussi un proche du président".
Questi sono alcuni aspetti, cui se ne potrebbero aggiungere altri, legati in buona parte alla figura di Putin, dittatore moderno e spietato, che sa bene come ci sia - in questa fase - la terribile "spada di Damocle" del terrorismo. Ma l'affarismo, cieco e spietato, viaggia di pari passo. Altro che "spirito olimpico"!

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