November 2013

Non arrossire guardandosi allo specchio

Piccioni che si specchianoLa politica è fatta anche da rapporti umani che non dovrebbero incidere sulle amicizie. Uso il condizionale, perché invece talvolta avviene e posso testimoniarlo, pur non essendone stato responsabile.
Incontro un amico di quelli della "battaglia interna" nell'Union Valdôtaine e non è il solo che ho visto, ormai parecchi mesi fa, mettere la "mimetica" per partecipare a questa famosa battaglia, ma forse era solo un eccentrico pigiama.
Ci parliamo lo stesso, pur essendo ormai su posizioni diverse, ma ciò non avviene in luoghi troppo pubblici, perché - si sa - che potrebbe essere rimproverato per le sue deprecabili frequentazioni. Ci sono passato: finire nel "libro nero" è un'esperienza spiacevole, soprattutto perché non ti arriva mai a casa una notifica del fatto e la circostanza viene sempre negata da chi ha operato l'ukase (nell'antica Russia, fino al XIX secolo, editto o decreto imperiale, tipica espressione e strumento del dispotismo zarista).
Il mio amico è arrabbiato nero per le nomine nel Comité fédéral, raccontandomi i retroscena delle scelte e delle assenze. Ascolto, divertito perché non mi tange,anche se i "dietro le quinte" mi sono sempre piaciuti, perché mettono sale sulle notizie ufficiali, che sono insapori per natura.
Nelle quattro chiacchiere fatte, finisce poi quasi per rimproverarmi, dicendomi: «ma anche tu ultimamente non picchi più duro!». Mi sento per un attimo un mollaccione, che ha perso la verve che sperava di avere e dunque come non chiedersi: «specchio, specchio delle mie brame, chi è il più fiacco del reame?». Visto che lo specchio è mio, smentisce recisamente!
Caspita, l'occasione è davvero propizia per un ragionamento. Cosa capiti nell'Union Valdôtaine è un problema per chi è iscritto o simpatizzi per il Mouvement. Una critica "esterna", in questa fase, che non è più - per così dire - di transizione, non avrebbe senso.
Chi mi conosce sa quanto sia stato difficile e doloroso per me lasciare il Mouvement per ragioni personali e familiari. Ma, quando si sceglie una strada nuova, bisogna poi percorrerla, fatto salvo il fatto comprensibile di un'elaborazione del lutto. Un processo mica da ridere, ma che ha un salvifico punto d'arrivo, che è liberatorio.
Per cui, oggi potrebbero mettere in un organo di qualunque partito il "Mostro di Firenze" o Messalina e non sarebbero fatti miei, almeno da esplicitare qui. Anche perché la figura dell'ex - in amore, così come in politica - che continua ad impicciarsi di fatti che non lo devono riguardare sarebbe del tutto patetico.
Per altro l'ex non può avere un ruolo di supplenza verso chi dovrebbe indignarsi in proprio e fare la celebre "battaglia interna". Ognuno risponde dei proprio comportamenti.
Aveva ragione Indro Montanelli, quando scriveva: «L'unico incoraggiamento che posso dare ai giovani, e che regolarmente gli do, è questo: "Battetevi sempre per le cose in cui credete. Perderete, come le ho perse io, tutte le battaglie. Una sola potete vincerne: quella che s'ingaggia ogni mattina, quando ci si fa la barba, davanti allo specchio. Se vi ci potete guardare senza arrossire, contentatevi"».

Sono un cangatto

La frase di Tonino FossonSono un gatto o un cane?
Il tema è diventato politico da quando, facendo piazzare (per poi rimuoverlo dopo che la questione è stata portata in Consiglio Valle) una sagoma di una statua di un montanaro con i due animali, nella piazzetta coperta dell'Assessorato regionale alla sanità, l'assessore Tonino Fosson, ha sentenziato - con apposita scritta (ma con nessun costo per il contribuente per opera e installazione) – quello che appare come una sorta di tazebao del "fossonpensiero".
La questione non si capisce se, come nei romanzi d'appendice, non si fa un passo indietro. Nell'estate del 2012 il grande "Bobo" Pernettaz, sposato da tanti anni con la sorella di Tonino ed ormai nonno, tiene una mostra dei suoi "legni esausti" al Forte di Bard. Lo merita, perché - come ho detto in tempi non sospetti - Bobo, affabulatore estroso e estroverso, si è messo negli anni a lavorare legni che hanno il pregio di una prospettiva 3D e di un'effervescenza da autodidatta che scalda il cuore. Bobo è un vero compagnone, che ama nello stesso modo uomini ed animali e mi spiace che abbia perso, pochi giorni fa, il suo cane Tabui, amico degli ultimi anni, che lo guardava con uno sguardo che sembrava dire «Il mio padrone, pur bizzarro, è il numero uno!».
Il catalogo della mostra, che aveva anche un introduzione dell'allora assessore all'istruzione e cultura, Laurent Viérin, aveva il pregio, scelto in modo originale per l'allestimento della mostra, di far corrispondere ad ogni "pezzo" un commento di un critico d'arte improvvisato, estratto dalle amicizie di Bobo.
E fra questi Tonino, che si era occupato già allora di quel cane e di quel gatto in un suo scritto, un unicum di cui evidentemente andava particolarmente fiero da riproporlo per il gran pubblico nel luogo dove esercita il suo mandato governativo.
Comunque sia, Fosson parlava e lo ripete ora nella scritta, rispetto al cane, di amicizia. Io penso, sommessamente, che bisognerebbe parlare di fedeltà, che non a caso viene da fede. Il cane crea un legame che è basato sull'amore fideistico illimitato anche verso un padrone che non ne sia affatto degno. Scodinzola anche per chi non lo merita.
E il gatto? Nella frase famosa diventa un animale - che severità - senza idealità (sic!). «Miao!», verrebbe voglia di dire, a sua difesa, aggiungendo che chi conosce il felino domestico, come me, potrebbe raccontare di come sappia anche lui essere fedele, ma con un amor proprio che non è solo opportunismo. E lo dico in una logica di affettuosa equidistanza fra cane e gatto, amandoli entrambi e non volendo per nulla giocare su una logica antropomorfa e cioè adoperare gli animali come pretesto per colpire vizi umani.
Allora, forse, la verità sta nel fatto che in Valle abbiamo, senza saperlo, un nuovo Jean de La Fontaine, l'autore delle celebri "Favole". E di conseguenza all'arte non ci si può che inchinare.
E io mi autoproclamo un "cangatto" o un "gattocan"!
Aspetto una stele ad hoc.

Rosa, rosae, rosae...

Un dizionario di latino«Rosa rosæ rosæ
ma com'è difficile il latino
chi mi aiuta a fare la lezione
di prima declinazione?
Io! Io! Io! Io! Io! Io!»
.
Chissà chi ricorda "I ragazzi di padre Tobia", cui si riferiscono le strofe della canzoncina, la serie televisiva italiana in onda, tra il 1968 e il 1973, nello spazio televisivo della "Tv dei ragazzi". Le vecchie canzoni sono indelebili nella memoria e quelle delle sigle televisive sono in prima fila. I protagonisti di quegli episodi erano un prete anticonformista, padre Tobia, il suo sacrestano un po' fesso, Giacinto, e il gruppo dei ragazzi della parrocchia.
Ma quel che conta è quanto il motivo mi rievochi gli stessi anni in cui, allora era già nel programma alle Medie, cominciai a studiare il latino. Ricordo anche come, nella mia infanzia, ci fossero ancora le messe in latino, che erano state normali fino alla riforma liturgica promulgata da Paolo VI nel 1969.
Il latino erano state anzitutto le lezioni della severa e legnosa professoressa Maghetti, nelle scuole di Verrès e poi, a seguire, i vari professori del Liceo Classico, dal Ginnasio alla Maturità, dove uscì la emutissima prova scritta di greco.
Che dire del latino? Che, a conti fatti e malgrado i patimenti, specie sulle versioni, questo benedetto latino è servito. Non solo per la solita banalizzazione degli studi classici e specie della solita storia delle traduzioni "che ti fanno ragionare", a dispetto delle lingue morte, quanto perché le nostre lingue - e nel caso valdostano sono tutte: italiano, francese e francoprovenzale - sono da considerarsi neolatine e dunque le radici sono principalmente nel latino. Ma poi a motivazione ulteriore c'è proprio la profondità del latino e della sua storia, pure riassumibile - nella sua utilità presente - nella serie infinita e ancora vivente di motti e detti, che mostrano la straordinaria stratificazione e anche come l'umanità nei millenni e nei secoli abbia mantenuto uno zoccolo duro nei propri comportamenti.
Sono abbastanza vecchio da avere avuto, come l'onda che si esaurisce sulla battigia, a che fare con le ultime propaggini del "latinorum" della Goliardia, fenomeno ormai quasi sconosciuto, ma che segnava un tempo la formazione dei giovani universitari. Era un uso scherzoso e maccheronico, che mostrava però un'affezione di chi, dovendolo studiare, sul latino sapeva pure scherzarci.
Oggi, quando vedo i miei ragazzi più grandi impegnati nelle versioni, confesso una qualche curiosità. Così, mentre per il greco sono ormai in piena "nebbia in Val Padana", per il latino qualche sprazzo di comprensione c'è ancora. Anche in questo caso sono vecchie nozioni che tornano in mente, accomunate ai "momenti magici" della scuola, quando - fra mille emozioni e fremiti - non vedevi l'ora di spiccare il volo.
«Nihil est magnum somnianti» (Niente è straordinario a coloro che sognano) Marco Tullio Cicerone.
Oggi come allora.

La partenza dello sci

Ci sono stati anni in cui sciavo come un pazzo.
Ricordo la compagnia di Champoluc, un misto fra noi autoctoni e turisti di diverse provenienze, con cui vagavamo sulle piste di un Monte Rosa sempre più vasto, dapprima il vecchio comprensorio storico del Crest, poi l’allargamento utile per lo scollina mento verso Gressoney-La Trinité e poi, infine, il complesso sistema di funivie verso e da Alagna Valsesia.
Credo negli anni di aver dato, in varie vesti, di aver dato il mio contributo per la nascita di questo enorme e vario comprensorio del "Monterosaski".

Giocatori vicini e locali

Nunzio Filogamo«Amici vicini e lontani», così esordiva, nei primi passi della televisione, il celebre presentatore Nunzio Filogamo. A questa filosofia, che mette tenerezza, sembra adeguarsi il marketing del "Casinò di Saint-Vincent". che nell’improbabile impresa di non finire allo sfascio - per il profondo rosso dei suoi bilanci - ormai usa una ammirevole tecnica che, alla romanesca, potrebbe essere definita «'ndo cojo cojo» («dove prendo prendo»).
Della Cina sappiamo per gli accordi e i viaggi studio effettuati, specie a Macao, il tempio del gioco asiatico, immagino alla ricerca di "porteur" (quelli che, guadagnandoci, portano giocatori), che dovrebbero garantire una linea diretta "Cina - Valle d'Aosta". Dopo aver pescato a piene mani nella clientela dei cinesi residenti in Italia, sarebbe giunta l'ora - in questa logica - di non accontentarsi delle comunità immigrate, ma di far venire i cinesi dal loro Paese d'origine, sfruttando le nuove e assai costose strutture alberghiere e per il gioco, che dovrebbero essere adatte a un flusso di milionari pronti a giocarsi anche la camicia. Temo che siano un po' rozzi rispetto all'attesa e chissà se è fondata la speranza che, con il loro arrivo, i bilanci dovrebbero invertirsi e dal "rosso" si passerebbe in fretta al "verde", in concomitanza con la prima fase della cura dimagrante del personale, ormai in corso. Non condivido l'ottimismo e non mi convince la bontà delle cifre, che mi sembrano buttate lì a casaccio per avere un orizzonte di vita.
Ma se questi sono gli "amici lontani", ci sono poi gli "amici vicini" e cioè i valdostani. Storicamente - anche i bambini lo sanno - la scelta della nostra Regione, all’epoca ancora "circoscrizione autonoma" ai sensi dei decreti luogotenenziali del dopoguerra, fu quella di non far giocare i residenti in Valle. Non era solo una pruderie moralistica, ma anche l'elementare considerazione, secondo la quale sarebbe stato assurdo che i preziosi proventi per la nascente e povera nostra autonomia derivassero da una sorta di tassazione per il vizio del gioco dei valdostani.
Perché questa "linea Maginot" a un certo punto, nel 2009, è crollata? Semplice: l'enorme sviluppo del gioco, specie con le "macchinette mangiasoldi" nei bar, ha fatto scegliere per un'apertura, almeno di questa parte dei giochi della Casa da gioco ai residenti.
Solo questo? No, chi ha scelto di riaprire non lo ha fatto solo per questo, ma anche per trovare un escamotage contro l'emorragia in corso, come dimostra la "componente valdostana" dei giocatori, servita ad evitare che la falla sullo scafo del "Titanic - Casinò" fosse così grande da andare subito a picco.
Oggi regna l'imbarazzo. Da una parte la Casa da gioco capisce - e con lei gli amministratori regionali - che il vizio del gioco è una malattia ormai diffusa anche in Valle, e basta monitorare la situazione sociale per capirlo. Perciò la ludopatia vede una responsabilità non solo dello Stato biscazziere, ma anche della Regione biscazziere, che gestisce direttamente il Casinò (con una Spa pubblica che si dice «pubblica» quando c'è bisogno e si autoproclama «privata» quando è utile…).
Dall'altra, in una specie di forbice incongrua, la Casa da gioco deve incrementare la partecipazione al gioco dei locali per fare incassi e presenze. L'aspetto singolare, dunque, sta nel fatto che, ad esempio con una serie di feste dedicate ai valdostani - che inizieranno mercoledì prossimo sulle tracce delle feste svolte alle Terme di Saint-Vincent - si cerchino nuovi giocatori (malgrado il celebre "buco" del passato della "Disco Slot" e l'uso discutibile dei promoticket…), mentre la "Saint-Vincent Resort" fa accordi con la sanità pubblica per arginare i "viziosi" del gioco della nostra Regione. Come se la mano destra non sapesse bene cosa fa la mano sinistra e dimostrazione che studi, cultura e curriculum non sono un optional.
Usando il latino, di cui parlavo ieri: "Mala tempora currunt".

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