November 2013

«Tu quoque...»

Il dipinto di Vincenzo Camuccini sulla morte di CesareImmagino che tutti conoscano la frasetta storica: «Tu quoque, Brute, fili mi». L'espressione latina, che significa «Anche tu Bruto, figlio mio», viene ormai usata - nel latinorum della nostra quotidianità - con un intento scherzoso, specie nella formula accorciata «tu quoque...», che è uno sfottò da compagnia.
La frase dovrebbe - il condizionale è d'obbligo perché non ci sono... registrazioni - essere stata pronunciata, prima di morire, da Giulio Cesare, vittima della congiura delle "Idi di marzo" del 44 a.C., riconoscendo tra i congiurati il suo caro amico Marco Giulio Bruto.
Lo storico Svetonio, a complicare le cose, afferma che Giulio Cesare pronunciò questa frase in greco: «και συ τεκνον» («anche tu, figlio»). Ma bisogna proprio evidenziare che non bisogna, che sia latino o greco, farsi depistare dal termine "figlio".
Giusto, direbbe Silvio Berlusconi, che ha detto di sentire Angelino Alfano come un figlio e di non aver dormito di notte per il suo "tradimento", almeno avvenuto senza spargimento di sangue. E' comunque, in questo caso, una sorta di parricidio politico.
Chi si stupisce dei fatti penso sia distratto: erano mesi ormai che la rottura era nell'aria. I "governativi" volevano, da una parte, mantenere il ruolo nell'Esecutivo e, dall'altra, voltar pagina con il vecchio leader. Anche se, questo è il secondo punto, non è del tutto riuscito questo passaggio, perché i transfughi non hanno voluto affondare il colpo e la scissione - a cavallo fra Popolo della Libertà e Forza Italia - nasce sotto due strane stelle. Anzitutto il bislacco discorso dei fuoriusciti, quando tessono lodi per Berlusconi, parlandone - per così dire - da vivo. Per non dire del futuro accordo per elezioni prossime venture. Sembra quando da ragazzini ci si lasciava, con gran dramma, con la fidanzatina, e la sera dopo le si telefona per uscire assieme. Ma dai!
Per esperienza personale, devo dire che tagliare i rapporti con una figura carismatica può diventare una necessità, quando il mito crolla per scelte non condivise, per visioni diverse o per cose ancora peggiori, che in parte si scrivono nelle memorie. Si tratta di una scelta importante e dunque capisco l'euforia di Alfano e dei suoi, mentre non capisco certi loro tentennamenti, che svuotano il gesto liberatorio. Quando ci vuole ci vuole e bisogna tirare dritti, sapendo che in certe situazioni non verranno fatti sconti e chi se ne va rischia di essere inseguito dalle maldicenze. Ma - ne sono persuaso e parlo per me - il tempo aggiusterà tante cose: bisogna pazientare e mai guardarsi indietro. Chi lo fa, finisce come nel controverso episodio biblico, mentre bruciano Sodoma e Gomorra, quando "la moglie di Lot si voltò indietro a guardare e divenne una statua di sale" (Genesi 19,26). Chi si gira a guardare rischia di "restare di sale", perché dimostra nostalgie e incertezze, mentre bisogna sempre guardare avanti e non avere paura dell'avvenire.
E' di questi giorni il ricordo del mezzo secolo trascorso dal delitto di Dallas, ancora avvolto da misteri, in cui morì il giovane presidente americano, John Fitzgerald Kennedy. Ricordo - mio raro caso di memoria da piccolo - la notizia che arrivò da una edizione del giornale radio: avevo cinque anni e vidi i miei genitori scossi per quella simpatia diffusa verso il presidente americano, simbolo di quegli anni.
C'è una sua frase che gira di questi tempi e che, meglio di altro, disegna lo scenario futuro. Diceva Kennedy: «Scritta in cinese la parola crisi è composta di due caratteri. Uno rappresenta il pericolo e l'altro rappresenta l'opportunità».
Bisogna crederci.

Il Signor Partito Preso

Supereroi superscontatiDelle volte capita che qualcuno scriva ai giornali e mi spari addosso, in genere ormai solo per cose del passato, non avendo oggi un ruolo politico particolare e nessuna funzione amministrativa.
Confesso che, nei primi anni in cui ero stato eletto, pensavo di rispondere sempre, ritenendo che fosse un mio dovere farlo, anche per cercare di convincere certi interlocutori della bontà delle mie tesi. Mi sforzavo - in ogni occasione utile, anche in incontri pubblici - di essere persuasivo e documentato, ma raramente ottenevo successo verso alcuni interlocutori coriacei e mi dispiaceva che questo accadesse. Ci restavo male, beata ingenuità! Pensavo di essere sbagliato io ed invece non ero io il problema, ma ci voleva esperienza per saperlo.
In questo senso, il passare degli anni ti istruisce e, con una certa lentezza e qualche salutare nasata, ho cominciato a farmi il callo, scoprendo l'esistenza di una creatura straordinaria del mondo umano: quello con il "partito preso".
In genere si atteggia a "democratico doc" e dispensa lezioni a tutti nel metodo e nel merito. Per cui, di fronte a certi "campioni" del dialogo, ti immagini, ingenuamente, che siano come dei libri aperti, disponibili a meravigliosi dialoghi, che migliorino entrambi in una poderosa forma di interscambio. Poi scopri, con delusione, che il "Signor Partito Preso" sa già tutto "a priori", vive in un mondo di convinzioni inossidabili e pensa che gli altri siano ignoranti e anche un po' tonti, sostanzialmente inutili, anche se, essendo politicamente corretto, non te lo dice in faccia.
Lui "sa" per una forma di scienza infusa e considera ogni obiezione, avanzata sulle sue tesi granitiche, con le stesso fastidio con cui in genere si allontana una mosca con una mano per un semplice automatismo.
In fondo li ammiro questi "Supereroi della politica", che - dall'alto dei loro superpoteri - guardano a noi poveri umani con scarso interesse. In noi non vedono rifulgere la luce della fede e quella forza dell'ideologia che consente loro quella allure e quella sicumera che li fa vivere in una straordinaria bolla di certezze. Bellissima l'espressione di Claude Lévi-Strauss: «Rien ne ressemble plus à la pensée mythique que l'idéologie politique».
Essere militanti a tempo pieno dev'essere faticoso e questa sorta di "servizio permanente", che permea la loro vita con ostinazione, li trasforma in soldati modello nell'esercito degli "illuminati". Chi vive di dubbi, incertezze, rovelli non è della partita: ogni incrinatura è considerata come una debolezza, rispetto ad un mondo schematico, in cui esiste una "causa" (intesa come "militanza senza cedimenti"), cui tutto si deve piegare.
Per cui: chi non si allinea alla filosofia del "pensiero unico" è classificato fra i "nemici" e questo in nuce è - andrebbe ricordato sempre - il nucleo duro di tutte quelle ideologie, che sono franate in logiche assolutistiche o peggio totalitarie.
E la Storia su questo ci può insegnare tante cose, per chi voglia vederlo. Ma non ditelo a chi è "invasato", perché potrebbe dispiacersene.

Se il coccodrillo "chiagne e fotte"

CoccodrilloRisale ad epoca medioevale - ed è scientificamente infondato - quel modo di dire che, ancora oggi, adoperiamo e che suona più o meno come: «versare lacrime di coccodrillo». Esisteva il mito di un pentimento, che pareva potesse causare commozione nel lucertolone, mentre oggi sappiamo bene che certe lacrimazioni sono dovute solo alla fisiologia del grande rettile.
Ma "lacrime di coccodrillo" sono, invece, nell'espressione applicata a noi umani, il segno di un pentimento tardivo - e persino solo apparente - di chi si dispiace del male da lui stesso voluto.
Ci pensavo rispetto agli eventi drammatici della Sardegna. Fatemi dire, anzitutto, di quanto legame ci sia fra la Valle d'Aosta e la Sardegna. Non solo per i secoli trascorsi sotto l'ala di "casa Savoia", ma anche perché siamo due Regioni autonome con Statuti ricchi di somiglianze.
Esiste poi una "figura ponte": il sardista Emilio Lussu, relatore alla Costituente del nostro Statuto speciale con una foga e una capacità straordinarie, che evitarono il peggio in certi passaggi d'aula. Aggiungo, infine, che c'è in Valle una comunità sarda che, perfettamente integrata, mantiene però rapporti con la terra di origine della propria famiglia.
La Sardegna è stata investita da una tempesta di quelle cui ci dobbiamo abituarci perché, per quanto già manifestatesi in passato, sembrano avere ormai assunto un carattere di sempre più maligno, accentuato appunto dalle bizzarrie dei cambiamenti climatici in corso.
Di fronte a questi fatti, ci sono almeno due "pianti da coccodrillo". Il primo: la modellistica italiana per le previsioni del tempo resta scarsa e inefficace per avere previsioni davvero precise in località circoscritte. Il secondo: ormai è notissima la fragilità del territorio e la necessità di interventi di prevenzione dei rischi di vario genere.
Eppure si cincischia. Per il settore meteo per l'ancora prevalente ruolo dell'Aeronautica Militare e l'assenza di un coordinamento fra i diversi soggetti, specie le Regioni cui spetterebbero le previsioni più di dettaglio per dare degli allerta meteo che non siano come quelli attuali, che sono sparati da Roma come i pallettoni a rosa di una lupara. Troppi allarmi, nessun allarme, come il famoso «al lupo, al lupo» della favoletta di Esopo, che si conclude difatti con i lupi che fanno strage di pecore e agnelli.
Per i rischi idrogeologici siamo ormai di fronte, almeno nelle zone virtuose di cui facciamo parte, ad una mappatura esatta. Ma conoscere le situazioni non basta: bisogna avere - e in questo la Valle d'Aosta è stata un modello - monitoraggi e studi specifici per opere davvero realizzate che prevengano i disastri e anche norme di comportamento in caso di emergenze. Ma ci vogliono per far tutto questo soldi veri e lavori finiti e non lacrime più o meno amare, altrimenti le autorità pubbliche agiscono nella logica del vecchio e sprezzante detto napoletano «Chiagne e fotte», che tradotto in italiano significa: «Piange e intanto imbroglia tutti».
Noi valdostani riuscimmo a tirarci fuori dall'alluvione del 2000 grazie a finanze regionali floride, ma oggi - fra tagli e "Patto di stabilità" - non potremmo più farlo. Ci troveremmo così a pietire e ad aspettare, com'è per altro già avvenuto con l'inutile attesa per quei fondi statali promessi allora, per contrastare proprio i rischi idrogeologici, e mai visti.
Intanto, amici sardi: Forza Paris!

La memoria

Le audiocassette, ormai obsoleto sistema di memoriaIo non so bene come funzioni la memoria e cioè quella facoltà di catturare parte del proprio passato per richiamarlo nel presente. L'esercizio è comunque sempre affascinante. Immagino che in questi 1300-1400 grammi del nostro cervello ci siano parti, opportunamente riservate, che imprigionino pezzi della nostra vita. Certo con il tempo il suo uso cambia: ricordo mio papà ottantenne che era un orologio svizzero su certe parti molti distanti della sua esistenza e si inceppava nella quotidianità, come se esistesse uno scrigno più resistente, che ci salva dalla distruzione almeno una parte di questi nostri "pensieri congelati".
Non so gli altri, ma come funzioni esatta mente (questo è un refuso, ma sembra fatto apposta!) la mia testa non l’ho ancora capito. Ho ricordi vivissimi e altri oscurati, spuntano per un nonnulla o spariscono inghiottiti dal vuoto, sono evocati da un particolare o invece non tornano a galla neanche spremendosi le meningi. Mi capita - non essendo fisionomista - di fare delle brutte figure inenarrabili non riconoscendo le persone e invece, avendo un naso imponente, un odore può evocarmi un mondo d'improvviso. Ci sono luoghi in cui immagino dei déjà vu, ma poi scopro dei fatti reali, oppure delle volte mi faccio portare in braccio da delle certezze su avvenimenti trascorsi e scopro, invece, che ad insinuarsi è stato solo il frutto della mia fantasia.
Invidio quelli che ricordano particolari remotissimi. Capita nelle feste dei coscritti, che sono quelli che conosci dai tempi delle scuole nel proprio paese, di avere dei veri e propri fenomeni che ricordano particolari minuti dell'infanzia in comune, che sono come dei camei che spuntano dal tempo che fu. Oppure ci sono quelli che ricordano dei particolari - che so del giornalismo e della politica - che mi riguardano direttamente e spesso faccio buon viso a cattivo gioco.
Ogni tanto mi chiedono come mai ho scritto molte cose quotidiane. L'ho fatto perché trovo che, a parte il solito noto "verba volant, scripta manent", esiste per fortuna nella scelta di mettere nero su bianco i propri pensieri la possibilità, ex post, non solo di ritrovare i fatti o i pensieri narrati, ma anche di seguire un percorso che - come i pezzettini di mollica di Pollicino - ti consenta di ritrovare quadri e scenari irrimediabilmente perduti. E lo stesso vale - nelle diverse patologie originate dalla diffusione degli smartphone - per le fotografie digitali, che non abbisognando più del traffico dello sviluppo, e sono oggi un ancora di salvataggio per memoria e anche una sorta di catena a cui attaccarsi per ritrovare in seguito persone ed episodi di vita vissuta.
Ma forse, alla fine, la capacità selettiva, che ci fa trovare e perdere tante cose, senza un ordine apparente, è racchiusa in poche parole di Laurent Laplante, giornalista québécois: «La mémoire, une faculté qui choisit».

L'albero genealogico

L'albero geneaologico della famiglia De La PierreMi piace immergermi, come fa un tuffatore buttandosi di piedi "a candela" nel mare, nella storia familiare. Non per chissà quale forma di vanagloria, ma perché trovo che sia sempre interessante capire - con casi concreti - chi ci fosse prima di noi. E' una curiosità legittima e non sempre facile da soddisfare per la dispersione delle memorie familiari e per le difficoltà ancora di svolgere ricerche sui rapporti di parentela con l'uso del Web. Conosco persone che ci mettono cuore e passione, come un Curtaz, Luigi, che da anni si sta occupando, con cura certosina, nelle carte del passato, alla scoperta dei propri avi, attraverso infinite ricerche negli archivi. Anche la "grande Storia" acquisisce un significato particolare, pensando appunto a propri consanguinei che vissero certe vicende. Poi, visto che ciascuno di noi è un singolare cocktail di chi ci ha preceduti, è interessante capire se un puntino infinitesimale del DNA arrivi da qualche antenato.
In questi giorni, ho fatto restaurare l'albero genealogico dei rami familiari della mia bisnonna, Herminie-Marie-Antoinette De La Pierre, che sposò il mio bisnonno Paolo Caveri, che era già vedovo con due figli (Alessandro e Greca, che vissero in Liguria) ed assieme ebbero mio nonno René, nato ad Aosta nel 1867.
Ebbene questo intrico di discendenti, partendo dal lontano, è un modo affascinante per capire come si susseguano le generazioni. La mia bisnonna era di chiare origini walser e - come racconta mio zio Séverin Caveri - figlia di Pierre-François, procuratore del Re presso il Tribunale di Aosta e di Clara Gallo, originaria di Busca in Val Maira, in provincia di Cuneo.
A sua volta il nonno della mia bisnonna era il senatore Jean-Joseph-François De La Pierre, nato a Gressoney-La-Trinité nel 1771. Laureatosi a Torino, dopo i primi ruoli pubblici in Valle, ebbe compiti importanti in tutto il Piemonte , specie in funzioni giudiziarie, e anche politici ad Aosta in anni caldi fra Rivoluzione e Restaurazione. Venne, a fine carriera, nominato Barone.
Ma quel che conta è proprio il fatto che questo ramo dei De La Pierre, ormai esaurito, comincia nel 1420 nelle carte con il "notaire ducal", Jean, originario di un piccolo paese vicino al Lac de Bourget.
Che giri, che storie!
Guardando le caselline ramificate dell'albero genealogico, ci si stupisce delle tante vicende che contiene e si scopre quanto già si sapeva. Quelle del passato non erano affatto società immobili, come spesso ci viene rappresentato, ma esistevano persone e famiglie che si muovevano nel vasto perimetro di un area geografica ben disegnata oggi, aggiungendoci la Svizzera, si tratta - in chiave europea - dell'Euroregione AlpMed. Non è appunto un caso che i cognomi vadano e vengano da una parte all'altra - senza neppure pensare alle frontiere - fra Alpi e pianure sino al mar Mediterraneo.

Se anche il Natale s'ingrigisce

Avevo notato, in un recente passato, come il Natale - nel suo contenuto commerciale - fosse diventato terribilmente aggressivo. In una specie di rincorsa, si incominciava sempre prima il punto di avvio, scandendo un conto alla rovescia che finiva per essere quasi ridicolo e segno di un rampantismo consumistico persino grottesco.
Quest'anno noto, invece, che una patina di grigiore avvolge tutto, quando ormai siamo a un mese dal culmine dei festeggiamenti.
E' l'aria dell'epoca più di quanto possano mostrarlo cifre e statistiche della famosa e ancora ben presente crisi, giunta purtroppo al suo quinto Natale.

La qualità al singolare

La qualità italiana ad 'Eataly'Il termine "qualità" si è modificato nel tempo. Una volta, quando si usava la parola, era prevalentemente legata alle doti di una persona, appunto le sue qualità, declinate al plurale. Era, nelle società del passato, un termine interessante, perché in una dimensione più umana certe forme di controllo sociale potevano permettere di avere meno farabutti o "furbetti" in giro. Oggi constato, senza fare il moralista o il barbottone, che non sempre le buone qualità pagano e anzi spesso sono comportamenti sbagliati o abnormi a creare interesse e a costruire fenomeni mediatici. Genere: fenomeni da baraccone o personaggi negativi che affascinano.
Intanto, eredità o - se preferite - cascame della rivoluzione industriale, usiamo ormai la parola "qualità" in altro modo, quasi solamente riferendoci ai prodotti e servizi e ai diversi sistemi, sempre più complessi, nati per determinare criteri che accertino il grado di qualità.
Sono dell'idea che questa storia della qualità, senza farne un verbo infallibile, resti uno dei capisaldi per il futuro della Valle d'Aosta in ogni settore. E' una sorta di precondizione, che deve condizionare la politica.
Lo è per la nostra vita quotidiana nel rapporto con le Pubbliche amministrazioni, da cui bisogna pretendere livelli elevati di servizi a cittadini, famiglie e comunità. Noto da questo punto di vista il rischio che il diminuire delle risorse finanziarie a disposizione offra il destro per creare un alibi buono per tutte le occasioni. Quando, invece, in molti settori, si tratta di rimettersi in linea con situazioni esterne. Non sono un fautore dei "costi standard", so che le cifre vanno corrette per i costi suppletivi che gravano sulle zone montane, ma qualche buco nella cintura non significa che i pantaloni debbano cadere per terra.
La qualità è poi decisiva come molla per la nostra economia. Pensiamo al turismo e alla richiesta di livelli sempre più elevati di accoglienza o ai prodotti della nostra agricoltura, che vincono solo con la carta della qualità e delle tipicità, altrimenti è impossibile restare sul mercato. Chi da anni vive di esportazioni, come alcune aziende leader, - e la prima è la "Cogne" nella siderurgia, ma ci sono anche parecchie PMI - sa che ormai per fornire prodotti non si scherza e chi sbaglia esce fuori e sparisce, senza alcuna pietà.
A questa linea direttrice non si sfugge, in un mondo che si è fatto sempre più complicato e concorrenziale, ma anche - con la rete informativa diffusa, capillare e personalizzata - più piccolo e invadente. Basta poco a intaccare il proprio patrimonio di credibilità: nella lotta per la qualità chi si ferma è perduto e ritrovarsi in gara - in un mondo in cui la competitività incombe - è più che mai complicato.

A proposito delle verdure invernali

Il classico minestronePrima regola da genitori: farsi i fatti propri con i figli degli altri. Qualunque commento rischia sempre di essere sgradito e inopportuno. Per cui vige la regola aurea del "zitto e mosca" (il silenzio in cui non si sente volare neppure una mosca...). Un tempo questo ammonimento risuonava nelle nostre orecchie di bimbi e ha consentito forme di educazione che oggi paiono solo un ricordo.
Ci penso al silenzio, per evitare qualunque intromissione con discussione annessa, ogni volta in cui capita di sentire genitori che si lamentano che i propri figli non mangiano le verdure e i poveri parenti raccontano come si vedano costretti ad astuzie per costringerli al consumo o a lotte "corpo a corpo" per ingollare i pargoli con gli indispensabili vegetali.
Rifletto, allora, su quanto io sia stato fortunato (e facendo ereditare ai miei figli questa stessa caratteristica) ad aver subito, sin da piccolo, una corretta "moral suasion" su una cucina onnivora, che è stata di certo facilitata dal fatto - in tema di verdure - che sono cresciuto negli anni in cui l'orto di casa era ancora una realtà. Ho sempre ammirato gli orticoltori e non ci vuole molto a dire quanto la Natura offra, grazie alla costanza di chi semina e raccoglie, straordinarie varietà. Giova ricordare quanto un tempo ci si ingegnasse nella loro conservazione, prima che il congelatore diventasse una figura familiare in cantine o garage.
Ho raccontato, tempo fa, di un libro sul mondo botanico, in cui si spiega di come l'orticoltore nella sua versione più antica sia di certo una creatura premiata dalla sua capacità, in una logica darwinistica, di avere maggiori chance di vita e di adattamento. Così come, rovesciando l'assioma, frutta e verdure si siano ingegnate, in vista della conservazione della loro specie, ad interagire con la specie umana.
Così, in questi giorni, mi sono convinto, seguendo questo filone di pensiero e con una speculazione intellettuale del tutto inutile se non per farvi sorridere, di come certe verdure autunnali e invernali giochino il loro futuro sulla bizzarria delle forme, ma soprattutto sulla sapidità e persino su odori forti. Beccatevi un elenco non esaustivo e il semplice nome evoca fattezze e gusti: barbabietole, broccoli, bietola da costa, carciofi, cardi, cavolfiori, cavoli cappuccini, cavolini di Bruxelles...
Non vi tedio con l'elenco completo che termina, ovviamente, con porri, spinaci, verza e zucca.
Il più tenebroso di tutti, nascosto nella terra, ma maliziosamente pregno di un profumo inconfondibile, è lui, il tartufo. So che non siamo fra le verdure, ma fra i funghi, creature misteriose, che oscillano fra il sublime piacere della vita, spuntata di botto, e la terribile trappola velenosa che incombe su chi non sappia distinguere i buoni dai cattivi.
Confesso, in annate come queste in cui i tartufi - scovati dai cani dall'odorato allenato e scavati dai trifulau - si trovano a prezzi non da gioielleria, il piacere di una degustazione. Ognuno ha le sue preferenze: io sono per l'uovo al tegamino, ma anche la nostra "Fontina" valdostana nella saporita fonduta è ideale letto di morte per il solo vero tartufo, quello bianco, il piemontese "Tuber magnatum Pico".
Un godimento per il mio nasone e per il palato.

Se il carisma svapora

Silvio Berlusconi nel comizio nel giorno della sua decadenza da senatoreQuando vado a rileggere certe mie riflessioni nel tempo su Silvio Berlusconi non si può non notare come, in quanto ho scritto nel flusso della quotidianità, il suo declino sia stato, con il senno di poi, un lentissimo avvicinarsi al precipizio. E' vero, però, che ci sono stati momenti in cui lo avevo già dato per morto (politicamente), ma, ogni volta, il Cavaliere - anche nelle circostanze più avverse - ha dimostrato una vitalità incredibile. Così, al momento buono e cioè quello del voto, ha saputo sempre tirar fuori la capacità di raccogliere consensi, come nessun altro poteva essere in grado di fare. Si aggiunge anche, per il centrodestra, che sul suo patrimonio personale sono gravati i costi enormi della macchina organizzativa e della propaganda politica e chi oggi vuole prendere il suo posto dovrà fare i conti (in euro!) anche con questo aspetto. Vi è poi la circostanza, che sinora ha fatto comodo agli ex odierni, di una potenza di fuoco del Cavaliere nel settore dei media, che è in grado di montare campagne stampa che fanno male e che oggi vengono semplificate con il "caso Boffo", dal nome dei direttore di "Avvenire", che aveva dettato una linea antiberlusconiana sul suo giornale, e che venne fatto a pezzi per aspetti della sua vita privata.
Ma il tempo passa per tutti e anche la forza della politica carismatica, che è legata a meccanismi di fascinazione dell'opinione pubblica, è destinata prima o poi ad esaurirsi e la farsa della grazia presidenziale, bocciata dal Quirinale, ha confermato una scarsa lucidità.
C'è un giorno in cui anche il leader di sempre - perché i cyborg non esistono - finisce per apparire vecchio e logoro, incapace del colpo di reni che lo ha sempre salvato. Quando certe maschere cadono, emerge la realtà fatta di affarismo e debolezze umane e quel che sembrava splendente come l'oro mostra il volto grigio della realtà. Troppo spesso dietro al carisma, specie quando diventa l'unica ancora di salvataggio utile nelle circostanze negative, c'è il vuoto delle idee e delle proposte e il leader carismatico crolla miseramente.
Berlusconi si gioca, in queste settimane, il suo futuro politico, che pure deve fare i conti con la sua età. Alternando toni patetici e dichiarazioni di guerra, Berlusconi - e noi con lui - ci prepariamo a vedere quali conseguenze avrà la famosa decadenza dal Senato di questa settimana, che è l'atto finale di una parte delle intricate vicende giudiziarie. Un complesso di storie che ruotano sia attorno al mai risolto conflitto di interesse di magnate della televisione e dell'editoria e di uomo di Governo sia attorno ai vizi privati che in una personalità pubblicola non possono essere coperti dalla privacy. Non fosse altro che le due personalità - la pubblica e la privata - nel Cavaliere hanno finito per essere indistinguibili.
Mentre al centro i democristiani di Pierferdinando Casini, gli ex "montiani dc" e l'inossidabile "Comunione e Liberazione" (in Valle d'Aosta legata all'Union Valdôtaine, finché dura...) cercano spazi propri nel popolarismo (povero Don Luigi Sturzo), la destra si trova alla ricerca dei nuovi equilibri, incarnati per ora dallo stesso Berlusconi e dal suo ex delfino Angelino Alfano.
Ne vedremo delle belle.

Ricevimento parenti

Banchi a scuolaOgni età ha i suoi mal di pancia anche rispetto ai problemi di quel mondo, tutto particolare, che è la scuola.
Quello del "ricevimento parenti" è un rito che dura sino al limitare dell'Università, anche quando i figli sono - in un clamoroso batter d'occhio, che corrisponde, purtroppo, al proprio personale invecchiamento - diventati dei "marcantoni". E' il caso del mio figlio quasi diciottenne, che mi mangia in testa, come io facevo con mio papà, segno che l'evoluzione della specie funziona.
Questo meccanismo di incontro fra genitori e professori è una delle cose rassicuranti della vita. Mentre la tecnologia avanza a passi da gigante, compreso il "registro elettronico" che impedisce ai poveretti di "tagliare" da scuola e di nascondere i voti peggiori, la modalità continua ad assomigliare ai miei tempi e non la immagino molto dissimile da quella dei miei nonni.
Il "vis à vis" con i "prof" mi mette sempre una certa ansia, forse per motivi caratteriali, avendo un penchant ereditario sul fare in fretta «per non perdere tempo».
Uno si trova in una lunga coda, che si basa sull'individuazione dell'ultimo in attesa e con qualcun altro che incombe alle spalle e qualche genitore che con il telefonino in mano usa i corridoi come un proprio ufficio. Al docente tocca la sintesi e al genitore un'interlocuzione breve in cui si spera di cogliere l'essenza del problema senza che sguardi di riprovazione, per un'attesa troppo lunga, ti attendano all'uscita.
Poi, a lunghe falcate, con lo schemino della scuola in testa e la corrispondenza tra "prof" ed aula, si ripete la stessa scena sino - se ci si arriva - all'esaurimento della lista.
Un cimento che fa spogliatoio fra genitori, che intrecciano i dialoghi più vari nelle attese. Bisognerebbe trascrivere questi dialoghi, autentico spaccato di vita vissuta in una generazione di genitori molto più presenti e apprensivi di quelli delle generazioni passate. Lo dimostrano i ragazzi che accompagnano i genitori (spesso solo per fare i furbi con le code), fatto impensabile in passato, a meno di esplicita e ferale richiesta degli insegnanti stessi.
Abbiamo creato per i nostri ragazzi un nido abbastanza confortevole, malgrado l'angoscia crescente per le loro prospettive di lavoro. Non credo che siano dei "bamboccioni", sarebbe del tutto ingiusto. Ma che esista una rete protettiva di noi genitori è evidente e i rapporti in passato erano affettuosi ma più ruvidi. Penso a mio padre, sempre presente in caso di bisogno, tuttavia meno disponibile per tutte quelle cose che prevedevano che noi ragazzi dovessimo ragionevolmente "disciularci" da soli.
Speriamo che la loro vita, oggi di certo in salita per le condizioni generali, sia piena di cose belle e di tanti ricevimenti parenti.

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