November 2013

Se sogni Peppa Pig

La famiglia di Peppa Pig al completoStanotte ho sognato Peppa Pig: dopo aver visto - obtorto collo - tante puntate di cartoni con la maialina antropomorfa (pensando in più al vastissimo merchandising, di cui sono e penso sarò vittima), me la sono ritrovata, come un incubo, insinuarsi nelle mie notti. con la sua risatina. Spero che il ritorno di Marilyn Monroe, nella pubblicità di "Chanel N°5" (dopo un inutile Brad Pitt), controbilanci questa apparizione porcina con una suadente femminilità, pur postuma, più adatta a cullarmi nel sonno.
Capisco, come attempato genitore di un bimbo piccolo, di essermi ritrovato, in età normalmente da nonno giovane, sprofondato nella genitorialità, che impone anche di avere a che fare - in una televisione rigidamente contingentata per il pargolo per non avere un alienato in casa - con i personaggi del momento e Peppa e famiglia sono fra questi.
Questa Peppa – traggo le notizie da una vastità di siti degna di una diva del cinema - nasce dal mondo dei cartoni animati, precisamente dalla matita di Neville Astley e Mark Baker.
Il cartone animato appare sul piccolo schermo in Inghilterra nel 2004, con 52 storielle da cinque minuti ciascuno, grazie alla produzione ad opera di Phil Davies e la distribuzione dalla "E1 Entertainment". In Italia la prima in televisione è del 2010 e la serie prosegue ancora oggi, con un décalage di un anno sugli episodi inglesi.
I disegni dei personaggi ricordano molto le figure dell'arte egizia, in particolare con la "rozza" rappresentazione "laterale" e le figurine sono molto stilizzate, mentre i movimenti dei personaggi non sono fluidi, ma procedono semmai a scatti, in una logica pensata naïf.
I personaggi principali sono: Peppa Pig, che è la figlia maggiore di Papà Pig e Mamma Pig. Frequenta la scuola materna, appare curiosa e vivace, ama essere al centro dell'attenzione. Partecipa con entusiasmo alle attività scolastiche, e alle iniziative dei suoi genitori. E' abbastanza ubbidiente, certo vanitosa e talvolta impaziente. Adora saltare dentro le pozzanghere di fango, e giocare con la sua migliore amica Suzy Pecora a fate e principesse. Il fratellino George è una sua vittima e a Peppa capita di battibeccare con gli amici. Ma poi torna il sereno e giocano di nuovo tutti assieme.
George Pig: è il fratello minore di Peppa. Ha un dinosauro giocattolo e ama solo i dinosauri. Per questo risponde sempre «Dinosauro» a qualunque domanda gli sia rivolta, ma a volte si esprime. Ad esempio, quando Nonno Pig gli chiese: «Qual è la verdura che ti piace?», lui rispose impropriamente: «Torta al cioccolato!». Ha quasi due anni, è un po' capriccioso e dispettosetto. Il suo migliore amico è Richard Coniglio.
Papà Pig: volto roseo con peli irsuti da barba malfatta, mangia sempre ed è un po' distratto. Fa l'architetto e lavora con il Signor Coniglio e la Signora Gatto. Benché ben in carne, Papà Pig è un ballerino provetto, un eccellente tuffatore e anche batterista. Come Peppa, ama le pozzanghere di fango e vanta il titolo di campione del mondo della specialità.
Mamma Pig: sempre diligente ed attenta, al contrario del marito pasticcione. E' una casalinga, che lavora da casa ("telelavoro") tramite il computer. Cuoca provetta, sforna deliziosi biscotti e torte di cioccolato.
Nonno Pig: marinaio e esperto di astronomia. E' colto e saggio e i suoi amici per la pelle sono Nonno Cane e Nonno Coniglio. Possiede un orto, dove coltiva piantine di pomodori, ed ha un intelligente pappagallo di nome Polly (Parrot).
Nonna Pig: ama la tranquillità e ha tre gallinelle: Sara, Giuditta e Vanessa. E' un po' distratta.
Non mi dilungo con la parentela.
Ci sono poi, con il nome che inizia come la lettera dell'animale in inglese altri personaggi, da Danny (dog) cane a Candy (cat) gatto, da Pedro (pony) ad Emily (elephant) elefante e avanti così con altri animali che animano la serie, mischiando comportamenti umani a qualche residuo animale.
Ormai si tratta di un business colossale, come ben si vedrà con i prodotti natalizi. Come li trovo? Queste figurine, da zoo misto a caravanserraglio, fanno sorridere e sono animaletti del tutto elementari, ma credo che ci stia, visto il loro basico ruolo pedagogico. Soprattutto se non mi capiterà più che si insinuino nei miei sogni!

Contro la crisi

Albert Einstein durante un intervento alla 'Nbc'So che queste frasi, che sto per proporvi, le ho già scritte. Ma anche le citazioni si trasfigurano nel tempo, perché si inchiodano sulla realtà attuale a seconda degli scenari che trovano nel loro lavoro evocativo.
Quando usai la riflessione, nel 2012, si parlava di una crisi che sarebbe finita, si diceva da lì a poco, mentre l'economia in Italia è purtroppo pure peggiorata e la politica nazionale è in una crisi nera. La Valle d'Aosta non è più un posto al riparo e sono molteplici i segni di un declino, assieme drammatico e triste, cui non rassegnarsi per evitare che vincano quelli che, soli e in alleanza, stanno portando la nave verso la scogliera.
«Non possiamo pretendere che le cose cambino, se continuiamo a fare le stesse cose. La crisi è la più grande benedizione per le persone e le Nazioni, perché la crisi porta progressi. La creatività nasce dall'angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura. E' nella crisi che sorge l'inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera sé stesso senza essere "superato". Chi attribuisce alla crisi i suoi fallimenti e difficoltà, violenta il suo stesso talento e dà più valore ai problemi che alle soluzioni.
La vera crisi, è la crisi dell'incompetenza.
L'inconveniente delle persone e delle Nazioni è la pigrizia nel cercare soluzioni e vie di uscita. Senza crisi non ci sono sfide, senza sfide la vita è una routine, una lenta agonia. Senza crisi non c'è merito»
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Interessante vero? Questo brano è tratto da "Il mondo come lo vivo io", un insieme di pensieri dell'inizio degli anni Trenta, scritto da Albert Einstein (1879-1955).
La crisi, cui si riferisce Einstein, è quella celebre del 1929, quando il crollo della borsa di New York e la successiva gravissima crisi economica, finanziaria e sociale degli Stati Uniti - che attraversò poi il mondo - fu un evento marcante della storia del Novecento. La crisi del '29 fu come un ponte fra la Prima e Seconda guerra mondiale, in uno scenario che vedeva da un lato la presenza della Russia comunista, l’ascesa al potere di Adolf Hitler e dei nazisti in Germania e l'affermarsi della dittatura fascista in Italia.
Einstein arrivò negli Stati Uniti nel 1933 per sfuggire, in quanto ebreo, alle leggi razziali e assistette in America alla discussione su un nuovo modello di società e di economia negli Stati Uniti di quegli anni, pensando a che cosa fu il "new deal" del presidente Franklin Delano Roosvelt.
Oggi la Valle d'Aosta soffre, come dicevamo, per le vicende della crisi economica, che è usata in più come un alibi per colpire il cuore dell'ordinamento e anche il portafoglio della nostra autonomia speciale. Spetta ormai all'Union Valdôtaine Progressiste un ruolo di traino per discutere il futuro della nostra Valle. Bella, su questo, la frase, adatta alle circostanze, di Henri Lacordaire: «Entre le passé où sont nos souvenirs et l'avenir où sont nos espérances, il y a le présent où sont nos devoirs».
In gioco c'è una forma più moderna e attuale di società valdostana: una sfida politica da affrontare, con impegno, voglia di fare e sincerità.

La saggezza dei proverbi

Dal serial 'The Walking dead', un esempio di strada verso l'inferno"La strada per l'inferno è lastricata di buone intenzioni".
"Chi di spada ferisce, di spada perisce".
Questi due proverbi illustrano, in modo esemplare, un problema che serpeggia in Valle d'Aosta e che riguarda la democrazia interna nella nostra Valle. E' una questione capitale, che deve interessare tutti noi cittadini ed è bene farsene un'idea, perché - lo scrivo come fautore della democrazia rappresentativa, che obbliga in primis gli eletti ad assumersi le proprie responsabilità davanti agli elettori - ci sono scelte da cui, alla fine, dipende davvero il futuro della nostra comunità.
E' in corso da molto tempo un confronto, il cui culmine non è ancora stato raggiunto, su come si debba risparmiare sui costi del settore pubblico, sia come considerazione generale, sempre valida, sia perché le circostanze attuali obbligano a effettuare risparmi e tagli. Sappiamo che non si tratta solo di un capriccio, bensì di una tendenza che non può essere derogata e non solo per gli obblighi che incombono su di noi di fonte europea o per imposizioni statali.
Ma le buone intenzioni, per evitare che ci portino all'inferno, devono essere sempre essere legate al risultato che si intende ottenere. Storicamente la pur piccola Valle d'Aosta, prima che le modifiche nelle istituzioni ci portassero ad essere una Regione autonoma (e sono solo settant'anni di storia millenaria), aveva maturato un sistema policentrico di potere, diviso in comuni piccoli e medi e con una sola città, Aosta. Questa è una tradizione su cui, non a caso, è maturato in Valle, come una delle concause, uno spirito federalista.
Il culmine è stato l'ottenimento nel 1993 della competenza esclusiva sugli enti locali con modifica statutaria, che dotava la Regione di nuovi poteri, tagliando il cordone ombelicale dei Comuni valdostani con Roma. Si era così avviata anche un'azione di decentramento vero e di progressiva responsabilizzazione della spesa comunale, che mirava a gestioni efficaci e efficienti. Insomma: un disegno di finanza locale federalistico per dare trasferimenti certi e solidi, accompagnati da una valorizzazione del ruolo degli amministratori locali non soggetti a sudditanza verso la Regione, evitando logiche di rubinetti dei finanziamenti aperti o chiusi, a seconda di simpatie o antipatie.
Il processo ha cominciato ad essere invertito nel 2008 con un progressivo smontaggio della logica autonomistica a favore di un centralismo regionale. Questo è avvenuto sia sotto il profilo finanziario, mutando i meccanismi nei trasferimenti e poi gli Enti locali sono stati sempre più gravati di costi impropri e sono, in contemporanea, state usate a dismisura le leggi di settore, che creano un rapporto passivo verso la Regione, rispetto alla scelta autonomistica, che era stata fonte di libertà per i Comuni. Libertà che era, in positivo, un contropotere rispetto ai rischi di una gestione autocratica del potere regionale, che contrasta contro ogni logica federalista.
Il cerchio stava per chiudersi e non a caso, dopo aver ridotto soldi e funzioni, persino con propositi di fusioni forzate, stoppati con la nascita dell'Union Valdôtaine Progressiste. Oggi siamo in un momento di apparente bonaccia, in cui si insinuano nuovi meccanismi. E' il caso dell'uso, come una clava e non con il giusto discernimento in montagna, del principio dei costi standard e più in generale di un tam tam che porta a dire: le dimensioni devono essere di un certo genere, altrimenti esiste una logica antieconomica.
Ma cosa c'entra il secondo proverbio, quello delle spade? Semplice: il paradosso sta che medesimi comportamenti - tagli, costi standard e politica del rubinetto, aperto o chiuso - li sta usando lo Stato verso la nostra Regione autonoma. E chi usa certe medesime tecniche verso il sistema di democrazia locale, rischia di perire con il centralismo di Roma sulla stessa lunghezza d'onda e nella contraddizione dei comportamenti. Specie quando si dice, servendo su un piatto d'argento una motivazione che diventa antivaldostana e cioè che il piccolo non ha più senso!
E' bene pensarci.

Il "cupio dissolvi"

Un monumento a Wiston ChurchillL'italiano di Enrico Letta è una lingua precisa, come ci si aspetta che sia da un toscano - o meglio un pisano, vista la ferocia dello scontro fra i campanili in quella Regione - e così si può dire che non impieghi mai un'espressione a casaccio.
Così è avvenuto con l'uso di quella locuzione in latino, "cupio dissolvi", (letteralmente «desiderio d'essere dissolto»), adoperata per dire a Silvio Berlusconi di non affondare il suo Governo, anche se decadesse dal suo mandato elettivo di senatore.
La "Treccani" ne spiega l'origine colta: "Espressione che ha la sua origine in San Paolo, il quale nella prima lettera ai Filippesi scrive, secondo il testo della Vulgata, desiderium habens dissolvi et cum Christo esse, traduzione letterale del gr. τὴν ἐπιϑυμίαν ἔχων εἰς τὸ ἀναλῦσαι καὶ σὺν Χριστῷ εἶναι: dove dissolvi e ἀναλῦσαι esprimono il concetto dello scioglimento dell'anima dal corpo e quindi della morte. La frase ritorna con frequenza nella patristica latina, come citazione diretta o come reminiscenza, anche con varianti formali, tra le quali predomina appunto quella stabilizzatasi nell'uso come cupio dissolvi ecc., che in questa forma risale con molta probabilità a versioni bibliche anteriori alla Vulgata (cfr. infatti Tertulliano, De patientia 9, 5: «Cupio dissolvi et esse cum Christo, dicit Apostolus»)".
Poi si passa dall'uso sacro a quello profano: «Col tempo però il senso originario di cupio dissolvi si è via via trasformato, per indicare in genere un desiderio di mistico annientamento in Cristo, e il motto è stato assunto a simbolo di aspirazione a una vita ascetica, di rinuncia alla propria personalità, e successivamente adattato anche ad accezioni e usi più laici e profani, esprimendo, a seconda dei casi, rifiuto dell'esistenza, desiderio di estenuazione, volontà masochistica di autodistruzione e simili».
Il tema è interessante e in fondo adombra certe argomentazioni usate contro i comportamenti dell'opposizione in Valle d'Aosta. La tesi è semplicistica: un uso eccessivo della democrazia parlamentare, usando strumenti previsti dal regolamento del Consiglio valle come interrogazioni, interpellanze e mozioni, finisce per essere una perdita di tempo per il Governo, che è stato eletto per governare. Proposizione suggestiva e che impressiona, ma bisogna fare attenzione al suo contenuto potenzialmente velenoso.
Piace vincere facile, se si cita la celebre frase di Winston Churchill: «E' stato detto che la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora». Ma non è solo questo e cioè il fatto che sia la normalità e non l'eccezione la dialettica fra maggioranza e opposizione, c'è da smontare la tesi che chi critica mirerebbe ad una sorta di distruzione del sistema autonomistica dal proprio interno.
C'è chi lo ha pensato e fatto, ma di certo questo non fa parte del DNA dell'Union Valdôtaine Progressiste: nessuno gioca a fare il "tupamaro" per danneggiare in qualche modo la Valle d'Aosta.
Semmai, non essendo appunto un tentativo di "cupio dissolvi", è un'azione difensiva per evitare i comportamenti distruttivi di chi svilisce le istituzioni e disperde - con un contagocce continuo - un patrimonio di idee e di valori.

Un sorriso, per favore

Un sorrisoSe uno si affaccia sulle campagne civili in corso, che siano pro o contro qualche causa, trova di tutto e di più. Un contenitore, com'è "Twitter", esemplare cartina di tornasole delle tendenze in corso, propone una panoplia di temi vicini e lontani su cui mobilitare l'opinione pubblica e i singoli cittadini. Mi sono iscritto, per un caso specifico per un argomento che mi interessava, ad un sito di petizioni e ora - ma non mi sono cancellato dall'indirizzario per curiosità e dunque la colpa è mia se continuo ad essere martellato - ricevo richieste di firmare contro le corride, a favore delle adozioni dei cani, contro la chiusura di fabbriche, a favore dei celiaci, contro la violenza domestica, a favore del reddito di cittadinanza e via con più argomenti di mobilitazione. Se dovessi seguire tutto, sarei abile arruolato in centinaia di buone cause, finendo per perderne il filo e, si sa, quanto il troppo stroppi.
Da tempo, però, mi balocco con l'idea che una campagna andrebbe fatta ed è di una banalità sconcertante. Si tratterebbe di chiedere alle persone di usare, pur con la dovuta circospezione, il proprio sorriso per rendere la vita meno amara. Espressione vita "meno amara" che ricorda quella vecchia canzone romanesca del 1932 - uno dei parolieri era addirittura Ettore Petrolini - che cantava, quando ero bambino, Nino Manfredi. E che faceva: «Tanto pe' cantà, perché me sento 'n friccico ner còre, tanto pe' sognà, perché ner petto me ce naschi 'n fiore...»
Da adulto, trovo più nelle mie corde l'ammonimento di Jacques Prévert, che ha scritto: «Essayons d'être heureux, ne serait-ce que pour donner l'exemple».
Si sa quanto non sia facile: nel quotidiano incrocio di storie e situazioni di vita vissuta ci attorniano drammi e dolori, tristezza e paure, disagi e disperazione. Che il sorriso scompaia da molti volti non è una scelta, ma frutto delle circostanze. Esiste, però, anche chi - senza averne motivazioni reali e questo suona ancora più paradossale - ha deciso di mettere una maschera e decidere che il sorriso non serve più.
A questi rivolgerei una campagna, spiegando che non è così e che talvolta un sorriso è la base di partenza nei rapporti umani. Combatto spesso contro quelli che vengono definiti i "musoni", cioè chi si pone, spesso per partito preso, con un atteggiamento mogio o persino negativo, che peggiora solo le cose.
Per favore, accendete il sorriso!

P.S.: qualcuno deve averci già, almeno in parte, pensato, se oggi scopro - e come non restarne sorpreso - che proprio oggi, tanto per cominciare, è la "Giornata mondiale della gentilezza"!

I fondi strutturali sulla graticola

Il dettaglio di una banconotaLa storia dei "fondi strutturali" dell''Unione europea può avere diverse chiavi di lettura, a seconda del proprio punto di osservazione e del proprio background. Io ho seguito per parecchio tempo i fondi, occupandomene nei ruoli avuti , il più importante dei quali è stato quello di presidente della Commissione del Parlamento europeo che si occupa proprio della "politica regionale".
Se vogliamo fare una storia in pillole, risalendo molto indietro, è nel "Trattato di Roma" del 1957 che si scrive già qualcosa, che resta di fatto inespresso per molto tempo: "la Comunità mira a ridurre il divario tra i livelli di sviluppo delle varie regioni". Se, infatti, qualche passo viene compiuto negli anni Settanta, è a partire dalla fine degli anni Ottanta che prende vigore la politica di coesione su spinta in particolare del presidente della Commissione Jacques Delors. Infatti è solo nel 1986, con l'Atto Unico europeo, che la coesione economica e sociale diviene espressamente un obiettivo prioritario della Comunità, per essere, infine, riconosciuta come politica europea dal "Trattato di Maastricht" del 1992. Si evolve sino ad oggi con ulteriori miglioramenti, come la nozione di coesione territoriale, fruttuosa per le zone di montagna, finalmente citate nei Trattati e considero il fatto come uno dei passaggi più importanti del mio lavoro in politica.
Politica regionale che si è rafforzata negli anni e ha "sdoganato" le Regioni come partner dell'Europa, più nella concretezza di programmi e progetti che nella base giuridica dei Trattati, che ruota ancora attorno agli Stati nazionali. In Italia si manifestano purtroppo anche oggi tentazioni centralistiche del tutto sbagliate.
La Valle d'Aosta ha goduto nel tempo di cospicui finanziamenti e anche nel periodo 2014-2020 le risorse dovrebbero risultare importanti. Ma lo sono, di questi tempi, per una ragione in più: il riparto fiscale soffre di una riduzione di risorse per varie ragioni, specie per il venir meno dei fondi compensativi che erano stati dati per la fine dell'Iva dei "Tir" che sdoganavano in Valle. A causa del sedicente "federalismo fiscale" abbiamo perso denaro e abbiamo difficoltà di impiegare quello che abbiamo per i meccanismi nella rigidità della spesa, legati al famoso "Patto di stabilità". Morale: mentre in passato i soldi di provenienza comunitaria impattavano su di una Regione già capiente - e dunque questo denaro era relativo rispetto al Bilancio regionale - oggi quei soldi sono una manna dal cielo in epoca di austerità.
E qui, come si dice, casca l'asino. Mentre in passato la Valle d'Aosta si era dimostrata virtuosa, oggi si soffre di evidenti problemi. Il più eclatante riguarda i rischi di perdita di fondi nel "Fondo sociale europeo - Fse", che riguardano i delicati settori del lavoro, in un momento gramo per l'occupazione. Ora si dice che potremmo farcela a non perderli, come se si trattasse di una gran cosa. Ma perché questo è avvenuto? Di chi le reponsabilità? Perché oggi si è costretti a una rincorsa e a progettualità improvvisate?
Queste regole europee che sovrintendono i fondi non piacciono a tutti, perché costringono e obbligano a essere attenti e disciplinati e non permettono di spendere con facilità. Ma la macchina deve funzionare. Un solo esempio attuale: la difformità nei controlli di primo e secondo livello sui progetti, come sanno bene gli enti di formazione che rischiano il tracollo
Va aggiunto che il complesso dei fondi comunitari ha subito spesso, nel periodo di programmazione in corso, cambi di direzione repentini negli impegni per l'umoralità della politica, con scelte di spesa discutibili. Esemplare l'acquisto dei treni bimodali, che rischia di risultare la ciliegina sulla torta esemplare dell'ondeggiamento.
Per il nuovo periodo di programmazione, aspettando chiarezza sulle disponibilità, regnano vive incertezze sui contenuti delle scelte strategiche della Regione. Ritengo che non ci sia stata in Valle una concertazione approfondita con i diversi attori interessati, tranne incontri formali e senza reale sostanza, perché tanto decide qualcuno da solo.
Questo significa che, anche in questo caso, esistono atteggiamenti di facciata, di un europeismo di bandiera, cui corrisponde purtroppo una mancanza di strategia politica e di reale conoscenza dei meccanismi e senza interlocuzione politica a Bruxelles, dove vivacchia un ufficio regionale privo ormai di un ruolo.
Peccato per tutto questo, perché un tempo eravamo considerati virtuosi, capaci e innovatori, ora non più.

A proposito d'Europa

Le bandiere degli Stati membri al Parlamento europeoIn vista delle elezioni europee, fissate per l'ultima domenica del maggio 2014, c'è chi - anche in Valle d'Aosta - scopre l'Europa e ne diventa interprete e esegeta. Per alcuni è come un risveglio periodico da un lungo sonno. Suona la campanella dell'ultimo chilometro ed ecco che si riprende il filo lasciato abbandonato alla fine delle precedenti europee, come se nulla fosse. Si torna a discutere di quanto si conosce in genere solo in superficie e che si è lasciato in stand-by per parecchio tempo.
Non me ne stupisco: per esperienza personale so che è così e non è un "j'accuse" polemico, perché il diritto comunitario e le sue prassi sono una materia molto complicata. Ho avuto la fortuna di occuparmene in modo continuativo, prima al Parlamento europeo e poi al "Comitato delle Regioni", per tredici anni, che sono un bel pezzo della propria vita e una valigia piena di ricordi.
Sono stato fortunato a fare questa vita, in parte "parallela" al lavoro a Roma e poi in Valle. E' stato un privilegio entrare in contatto con moltissime persone, di tanti Paesi diversi, in una babele linguistica, ma anche in una full immersion nella ricchezza di culture e mentalità dei popoli che compongono l'Europa comunitaria. Ciò consente una continua crescita, per chi abbia voglia di confrontarsi e stare all'ascolto. Ho cominciato quell'avventura politica con convinzioni europeiste, e ho lasciato, qualche mese fa, essendo diventato ancora più europeista, conscio quanto il percorso dell'integrazione sia complesso. Ma esistono moltissime possibilità e tante strade che la Valle d'Aosta potrebbe percorrere per migliorarsi ed essere davvero un piccolo tassello dell'Unione europea del futuro. Dobbiamo esserne convinti, perché non è la nostra taglia minuscola che ci deve spaventare in mezzo ai colossi, quanto la qualità delle nostre idee e proposte.
Assicuro - e non per un inutile snobismo - che non è banale conoscere certe materie ed entrare nei meccanismi. Anche chi ha competenze e esperienze robuste rischia di far fatica. Il Parlamento europeo ha dato vita ad un parlamentarismo molto specifico ed è assai curioso come si incrocino poteri e competenze fra le diverse istituzioni, anzitutto Commissione e Consiglio.
Raramente i rappresentanti italiani mostrano impegno e continuità e questa è un'oggettiva debolezza, di cui - negli incarichi che ho avuto - si è sempre parlato, come punto di partenza, di una difficoltà tutta italiana di "fare sistema".
Nelle istituzioni europee non vige il bla bla all'italiana e la mancanza di programmazione dei lavori parlamentari: i dossier vengono sviscerati, è meglio non parlare a casaccio e bisogna dimostrare competenza e padroneggiare gli argomenti, altrimenti nessuno ti prende sul serio.
Una bella scuola di vita e una certezza: dal cammino europeista non si può tornare indietro e la chiave della sussidiarietà, la sorella gemella del federalismo, è quella che apre la porta più difficile. Quella che custodisce un segreto: far convivere il Gigante europeo con realtà lillipuziane come la Valle d'Aosta.

L'ultima spiaggia a Saint-Vincent

Ultima spiaggia?Per il Casinò di Saint-Vincent potremmo adoperare l'espressione ben nota: l'«ultima spiaggia». Quando cioè - a fronte di una crisi impossibile da nascondere nella sua gravità - vi è un'ultima possibilità di risolvere una situazione critica. Questa locuzione deriva dal titolo italiano, "L'ultima spiaggia", di un romanzo "On the beach" dello scrittore inglese Nevil Shute, e dell'omonimo film, ambientato in Australia, dove, dopo una guerra nucleare che ha ucciso gli abitanti di tutto il resto del mondo, la popolazione rimanente in quel Paese - epilogo funebre su cui fare gli scongiuri - attende la propria fine a causa della letale contaminazione atomica.
In inglese "ultima spiaggia" si può tradurre con l'espressione "last resort" e - per una curiosa combinazione linguistica - la definizione si addice perfettamente al nuovo simbolo, che è diventato un onnicomprensivo "Saint-Vincent Resort", evoluzione attuale di una macchina da soldi dal dopoguerra sino a poco tempo fa. In un'intervista abbastanza recente, si evidenzia con chiarezza il deus ex machina dell'iniziativa: «Alla regia di tutto questo c'è l'amministratore unico della "Casino de la Vallée SpA" Luca Frigerio: "In un momento di difficoltà economica come quello che stiamo vivendo in Italia, è fondamentale rivolgersi a nuovi mercati internazionali e ad alto potenziale di sviluppo. Per fare questo, però, è necessario che il livello dei servizi, oltre che delle strutture, raggiunga l'assoluta eccellenza"».
Ma la grande novità, annunciata in primavera, prima delle elezioni fu, tratta dalla stessa fonte: «Intanto la Cina è sempre più vicina e questa evidenza è rafforzata dalla presentazione dell'accordo commerciale della Regione Valle d'Aosta con la joint venture "Chinova" per promuovere il turismo e i prodotti tipici della Valle. L'accordo è stato promosso dalla "Casino dela Vallée SpA" mentre "Chinova" offre la piattaforma e-commerce "e-Mall" grazie alla quale la Valle d'Aosta potrà presentare le proprie offerte alla clientela asiatica in forte espansione e molto interessata alla meta Italia e, in particolare, al gioco e all'enogastronomia».
Dove sia sparita "Chinova" non si sa e sul Web, almeno in una lingua nota, non si trova traccia reale dello storico accordo, che avrebbe già dovuto garantire clienti a iosa dall'Oriente.
Ma che Saint-Vincent debba diventare una sorta di "Chinatown" - immagino con annessi nuovi flussi migratori dall'Asia o dalle comunità cinesi in Italia - non esistono più dubbi. Lo stesso presidente della Regione, Augusto Rollandin, mesi fa, in una trasferta dai contorni indefiniti, è stato di persona - sposando la causa in toto - a Macao, l'ex colonia portoghese che, dal 1999, è Cina a tutti gli effetti con una particolare regime amministrativo. A dispetto del territorio minuscolo, è la località al mondo dove più si concentra il gioco d'azzardo con una progressione impressionante negli ultimi anni.
Par di capire che, dovendo essere attratti come le mosche dalle attrattive "leisure" (tempo libero, svago) del nuovo "Resort & Casino" di Saint-Vincent, si starebbe di conseguenza per concretizzare un flusso continuo e molto redditizio di ricconi cinesi, che dovrebbero trasformare la Casa da gioco e dintorni dal triste luogo di decadenza e di flop economico di oggi in una fiorente miniera d'oro per l'intera Valle d'Aosta.
Realtà o finzione? Basta aspettare, pronti a cancellare lo scetticismo con un ammirato stupore e a scolpire di mio pugno statue equestri davanti al Casinò per gli uomini della Provvidenza. Se così non sarà, in tanti dovranno fare le valigie, pagando prima il conto.

Un puzzle che non si compone più

Ti guardi in giro e noti lo sconcerto.
Spesso capita che qualcuno, reputandomi "esperto", mi chieda delle profezie e io astrologo per non apparire maleducato, ma sono piuttosto disonesto nel farlo, perché brancolo nel buio, non avendo una bussola che mi consenta di capire quale direzione stia prendendo l'Italia di oggi.
I tasselli del puzzle della politica italiana sono fatti strani. Mentre sei lì che cerchi di capirci qualcosa, c'è una manina - tipo "Mano" della famiglia Addams - che ti cambia i tasselli e quindi il mosaico non lo riesci mai a completare.

Quel tamarro di Zalone

Checco Zalone nel filmIl grande e arguto scrittore e regista torinese, Mario Soldati, diceva: "Il denaro, e il lavoro: nei casi migliori, l'arte: ecco che cosa troverete in fondo alla società cinematografica. Null'altro".
Ci pensavo, dopo aver visto al cinema il film "Sole a catinelle" di Checco Zalone, nome d'arte di Luca Medici. il terzo film del divertente comico pugliese, che è stato, all'inizio della sua carriera, un cabarettista televisivo di successo. Si tratta di un film che sta avendo un enorme esito di pubblico, testimoniato dalle molte risate in sala, durante la proiezione.
La storia è semplice: un venditore di aspirapolveri in bolletta, separato dalla moglie operaia in una fabbrica in crisi, promette al figlio una vacanza estiva, nel caso di un suo successo scolastico. Questo giunge e il papà, senza soldi, lo porta in un paesino del Molise da una vecchia zia. La vacanza disastrosa svolta in una vacanza da VIP all'italiana per il casuale incontro con una giovane miliardaria. Il finale è a lieto fine, sempre sul filo evidente del paradosso tinto di realismo, con la famiglia che si riconcilia.
Perché tutto questo successo? Il personaggio è simpatico, le battute sono ad effetto, l'uso della parolaccia e della parodia misurato, le canzoni che fanno da commento simpatiche e da tormentone. In più la confezione del film non è buttata lì grazie ad un budget costoso, che sta rientrando con gli incassi, assicurando notevoli guadagni. Ma direi che c'è qualcosa di fondo, che stimola: esiste una spensieratezza ricorrente e una leggerezza, che finiscono per essere la chiave del successo in un periodo difficile e grigio come l'attuale. Siamo nel filone della commedia all'italiana, che riesce - oggi come nei decenni passati - ad intercettare lo stato d'animo del pubblico e oggi c'è voglia di evasione e i riferimenti all'attualità devono essere lievi e non troppo incisivi (il contrario, insomma, di Antonio Albanese).
Può darsi, infatti, che il film, se analizzato, non sia nulla di trascendentale, ma sarebbe da stupidi non cogliere come finisca per testimoniare, meglio di molte altre cose, il desiderio segreto che ne ha fatto un fenomeno di pubblico. Ed è la voglia di normalità.
In un periodo in cui siamo afflitti da timori e preoccupazioni, crisi e tracolli, previsioni nere e rischi immanenti c'è voglia di poter sorridere e ridere. Non in una logica di evasione inconcludente, ma perché anche nel divertimento senza troppi pensieri, c'è una delle necessità della vita quotidiana.
Provo con un altro esempio. Guardo ogni tanto i contenitori televisivi del pomeriggio, che sono ormai imbottiti di cronaca nera. Una certa filosofia della televisione segue ormai un filone dell'orrido, nella convinzione che questo "tiri", specie in orari in cui ormai ci sono solo telespettatori anziani. E' un gorgo senza fine che verrà un giorno spezzato dagli stessi telespettatori, che manderanno a casa autori e conduttori, trasformarti in cercatori di storie brutte, in una ripetizione infinita e noiosa alla ricerca spasmodica del particolare macabro o spaventoso.
Per cui, senza "se" e senza "ma", sto dalla parte di Zalone, cognome inventato che deriva dal barese "cozzalone", che somiglia a "tamarro", e della sua maschera di imbranato gaffeur, che fa - in un misto fra Alberto Sordi e Carlo Verdone, mentre il riferimento ad Homer Simpson fatto da Michele Serra non mi convince - la caricatura del mondo che viviamo, risultando più efficace di chi gioca con "delitti e castighi".

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