October 2013

Amnistia e indulto: bisogna pensarci bene!

Attraverso l'ausilio della "Treccani" vorrei, in premessa, ricordare di che cosa si parli, dopo il messaggio al Parlamento sul sistema carcerario e la Giustizia del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.
Le alternative poste sono, anche eventualmente affiancate, come da auspicio del Presidente: "L'amnistia costituisce una causa di estinzione del reato, mentre l'indulto è una causa di estinzione della pena: pertanto, con l'amnistia lo Stato rinuncia all'applicazione della pena, mentre con l'indulto si limita a condonare, in tutto o in parte, la pena inflitta, senza però cancellare il reato".

Il Vajont e il legame con Valgrisenche

Longarone dopo la tragediaOgni volta che sono stato in Provincia di Belluno è stato come un viaggio in un pezzo di storia della mia famiglia, visto che mio nonno René era stato Prefetto di Belluno dal novembre del 1920 al settembre del 1923 e mio padre - come i suoi fratelli, che seguirono il papà nella carriera prefettizia in giro per l'Italia - nacque proprio nella cittadina delle Alpi venete nel febbraio del 1923. In una lapide presso la Prefettura di Belluno ho trovato inciso il nome del nonno.
Quando ebbi il ruolo di Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, con delega sulla montagna, andai ad inaugurare la "Fiera di Longarone" e fu l'occasione per una visita alla diga del Vajont (dal nome del torrente imbrigliato), teatro della tragedia che cinquant'anni fa, come oggi, uccise 1.910 persone. Vi assicuro che quei luoghi portano ancora, in profondità, il segno della tragedia, causata dalla stupidità e dall'avidità degli uomini sulla pelle dei montanari.
La diga era stata costruita in una vallata pericolosa sotto il profilo geologico (la frana che causò l'ondata, che esondò dal muro della diga, cadde da un monte chiamato non a caso Toc) e la quota del lago artificiale era posta oltre i margini di sicurezza e, infine, gli abitanti della zona - molti di fronte al televisore per una partita di calcio o colti nel sonno attorno alle ore 22.39 - non erano stati allertati del rischio inondazione.
Un'immane disastro, che lascia ancora oggi senza fiato, specie rileggendo la cronaca degli anni precedenti, che dimostravano quanto si possa parlare di un "disastro annunciato".
Non per niente, come conseguenza di quei fatti, anche da noi si ebbe una sorta di ravvedimento sui rischi della diga del Beauregard (nome, preso da una frazione che venne sommersa, che suona come una presa per il naso) in Valgrisenche. Infatti, come per quella del Vajont, la grande diga costruita in Valle era minacciata da un movimento franoso sulla sinistra orografica in corrispondenza del Mont Pellà. Ma l'azienda costruttrice, "Società idroelettrica Piemonte" (la "Sip", che poi dopo la nazionalizzazione del settore elettrico si occupò di telefonia), aveva fatto orecchio da mercante sulla pericolosità manifesta, resa ufficiale anche da mio zio Séverin Caveri, allora Presidente della Regione. Ma all'epoca la Valle non aveva strumenti per bloccare la costruzione, che tra sondaggi e fine lavori coprì gli anni dal 1949 al 1958.
Poi accadde il Vajont e la diga di Valgrisenche - si racconta sin da subito - venne ridimensionata e si abbassò drasticamente la quota dell'acqua, per evitare quel che era capitato nel bellunese.
E' recente la riduzione, ancora in corso e lo sarà sino al 2015, del gigantesco muro in cemento della diga di Beauregard e alla fine l'impianto diventerà a tutti gli effetti a scorrimento, chiudendo una partita con la storia, che ha modificato profondamente la vallata di Valgrisenche. Anche a causa della tragedia del Vajont, che resta una strage a futura memoria.

Aspettando un cinguettio...

Scrivendo a 'Twitter'Illustrissimo Dottor Twitter,
sono un suo utente, ormai da tempo, e devo dire che mi sono sempre molto divertito a far parte di quella community che si avvale del singolare mezzo di diffusione (social media), che Lei rappresenta con la sua icona con un uccellino che cinguetta. Ma il mio uccellino virtuale, come in una favola feroce, ha smesso - mio malgrado - di gorgheggiare e sembra stecchito in fondo alla gabbietta. L'osso di seppia e il biscottino, così come il ricambio dell'acqua, sono ormai inutili.
L'altra mattina, nefasto risveglio, una sua mail - a conferma di un divieto di accesso che mi aveva stupito - mi ha avvertito che il mio account poteva essere stato "piratato" e cioè che un "pirata digitale" - a me i pirati "normali" sono sempre stati simpatici, nella loro rappresentazione artefatta per l'infanzia - aveva cercato di carpire la mia identità e voi lo avevate beccato e bloccato. «Fellone!», hai fatto il furbo, ma ti hanno beccato in flagranza di reato.
Seguiva una spiegazione simile ad un percorso di guerra, sino ad un certo punto in italiano, poi solo in inglese, che mi obbligava a lunghi e complessi scenari - con un vostro tono piuttosto moraleggiante, che mi ha fatto sentire in colpa - per poi dirmi che dovevo cambiare password. Dovevo farlo in un certo modo, con sforzo di fantasia e senza essere banale, per fregare i cattivi di oggi e di domani.
Come un goffo funambolo, ho cercato di stare in equilibrio fra istruzioni spesso contraddittorie e così questo famoso account l'ho cambiato, ma a questo punto da "piratato" ho cambiato il mio status in "bloccato". Mi sono fumato i contatti e sono rimasto triste e solo nel deserto informatico, che mi ha trasformato in un reietto della Rete.
Pare che, nella catena di informazioni raccolte sul Web e fra i conoscenti smanettoni, che questa mia quarantena, non causa mia ma dell'aggressività altrui, possa finire presto o tardi, chissà! L'uccellino,ma per ora non so quando, mi dirà che sono degno di tornare nel giro e riconquistare il mio spazietto. Lo sento già cantare.
Certo che ne esci sconcertato da questo mondo, dove non sai con chi dialoghi e chissà dove finiscono e a chi le tue mail accorate e i tuoi appelli alla clemenza. Sarò antiquato e impreparato, come capita ormai molte volte in questo mondo fatto di call center remoti e con la mancanza endemica di persone in carne ed ossa.
Spero che fra tasti e tastini, accessi e blocchi, minacce e emoticon, ci sia un essere umano - magari Lei - che prima o poi sciolga la misteriosa "fatwa" e io possa tornare, come l'ape in un'arnia, a svolgere la mia modesta attività digitale.
Con devozione e speranza.

La maggioranza stenta

L'auto dei 'Ghostbusters'E' capitato a tutti gli eletti di cercare modi per evitare che "franchi tiratori" abbattessero, nel segreto del voto, la propria maggioranza.
Si è sempre trattato di soluzioni piuttosto grottesche e abbastanza inefficaci: penso che quando si manifestano dei problemi è meglio affrontarli, piuttosto che studiare marchingegni e soprattutto oliare la ghigliottina. Anche perché, nel tempo, chi ha accumulato cadaveri incomincia ad avere la casa infestata di fantasmi e non basteranno per liberarsene i "Ghostbusters".
Nel crescendo della foga del controllo, nella scorsa Legislatura, il capogruppo dell'Union Valdôtaine mi chiese, da lì in poi, di non partecipare al voto «per controllare se sei tu a votare in modo difforme». Chiesi al presidente del Consiglio d'allora, Albert Cerise, oggi spesso ricordato da chi al tempo lo trattava a pesci in faccia, che fu tranchant: ogni forma di controllo del voto è illegittima e viola la libertà dell'eletto. Mi sembra che l'attuale presidente, Emily Rini, lo abbia confermato.
I fatti sono noti e c'è chi torna sul luogo del delitto: il capogruppo dell'UV, Ego Perron, ha spiegato a "La Stampa" (per poi, come dirò, rettificare) di un sistema di controllo reciproco, che avrebbe reso impossibile sgarrare e, dunque, addio segretezza. Per cui, alla fine, la patata bollente dei "franchi tiratori" era stata rilanciata, con un gran calcio, nella parte del campo della maggioranza che riguarda la Stella Alpina. Perron, che è stato anche boxeur, tira - per l'ennesima volta, ma gli altri incassano silenti - un pugno diretto al naso dei preziosi alleati della risicata pattuglia della maggioranza sul filo del rasoio.
Non so e non mi interessa se in questa dichiarazione "urbi et orbi" di un metodo sistematico di controllo del voto, poi mutata in corso d'opera in un sistema di semplice comunicazione per evitare sbagli, ci siano aspetti contrari alla legge. Visto che la dichiarazione è stata pubblica, prima con affermazioni senza sfumature e dopo con certi chiarimenti, io osservo solo il fatto politico.
E il fatto politico è che l'attuale maggioranza stenta ad andare avanti, ha un menu di problemi da incubo che si allunga di ora in ora, continua ad avere meccanismi decisionali opachi e - dulcis in fundo - un leader che tiene duro, come ha sempre fatto anche nei momenti più bui e nessuno può negargli questa capacità di non piegarsi alle peggiori circostanze, ma ora appare quantomeno logorato e solo.
Intanto, sull'autonomia speciale, si stringe una rete e qualcuno - Roma in primis - comincia a mettere alle nostre istituzioni un cappio al collo e non è un buon segno. La capacità di difesa è nulla. Ricordo come sia stato Napoleone Bonaparte - che non finì troppo bene - ad aver detto: «Du sublime au ridicule, il n'y a qu'un pas».
Parole sante.

La dignità dei vecchi

Mario MonicelliLa cronaca nera, maestra di vita e punto di osservazione spesso feroce del nostro mondo, offre talvolta dei casi che fanno discutere e accendono il faro su argomenti difficili da trattare, perché impregnati di problemi ideologici e di coscienza.
Confesso che la morte, per suicidio, di due registi che ho sempre ammirato, Mario Monicelli e Carlo Lizzani, mi ha molto colpito e ho letto in questi giorni commenti intelligenti e impegnativi.
E' stata per entrambi una scelta di morire, per propria volontà, anche per evitare la terribile consunzione dell'età più avanzata, essendo loro entrambi novantenni e afflitti da una condizione comune a molte persone di quell'età. Un tempo vite così lunghe erano rare, oggi la piramide demografica rovesciata mostra persone sempre più vecchie in numero crescente. Questo muta le società occidentali, dove il decremento delle nascite e l'allungamento dell'età media sono un mix ben noto, che pesa come un macigno sullo Stato Sociale.
Certo le politiche pubbliche per il benessere del cittadino si tengono in piedi su chi, specie in età produttiva, paga le tasse. Direi che facciamo bene a riflettere su questo, in un momento in cui, anche in Valle d'Aosta, senza un quadro d'insieme e seguendo la logica dei tagli non sempre commisurati alle possibile scelta di risparmio, il Welfare valdostano trema. Chi aveva detto che le microcomunità per anziani in Valle d'Aosta sarebbero state ridotte era stato bruscamente smentito (ovviamente prima delle elezioni regionali), mentre ora appare lo scenario vero con numerose soppressioni di strutture sul territorio, che rischiano di sradicare molti anziani dai paesi d'origine e dalle proprie radici.
Ma torniamo al punto: con un papà ultraottantenne questa questione del "male di vivere", in età molto avanzata, l'ho vista. Quando in sostanza crolla il desiderio di vivere per gli acciacchi o le malattie, spesso molto invalidanti, mentre il mondo attorno a te cambia e si sono persi tanti affetti e si stenta a stare al passo con i tempi. Mio papà, malgrado tutti quelli che gli stavano attorno e gli volevano bene, invocava in modo accorato di lasciare questo mondo ed è stato lui stesso, a un certo punto, a perdere la volontà di vivere, che è come un motore misterioso che ci comanda. Bisogna in questo essere comprensivi, non fosse che potrebbe capitare a ciascuno di noi. Lizzani, per giustificare, invece, per il suo gesto estremo, ha usato un'espressione semplice e chiara, prima di gettarsi nel vuoto: togliere le chiavi.
Per carità, non voglio qui affrontare temi filosofici e etici di troppo spessore, ma non si può che constatare che l'invecchiamento, sempre più avanzato, è assieme croce e delizia, a seconda di come lo si veda. Un'occasione in più per una vita più lunga e più ricca, che giunge però per molti al limitare del baratro della mancata autosufficienza e, purtroppo, della demenza senile.
Non si tratta di predicare l'eutanasia assistita o chissà cosa, ma di riflettere, senza pregiudizi, sulle condizioni di questa nostra società sempre più vecchia, e dei diritti di dignità e decoro che queste persone hanno, specie di fronte ad una fragilizzazione fisica e psichica, di chi entra nella Terza e Quarta Età. In termini così vasti e incisivi, è un tema da affrontare.

Il silenzio dell'uccellino

Spiace dirlo, ma lo sblocco di "Twitter" non è ancora arrivato. Paziento e spero di tornare presto...

Quegli eritrei nella neve

Isaias AfwerkiImmagino lo stupore misto a paura degli undici migranti eritrei, quando si sono trovati in mezzo alla neve in Valle d'Aosta, in direzione Svizzera, dove speravano di entrare come clandestini. Il loro tentativo di fuggire alle Forze dell'ordine, in quell'ambiente ostile e sconosciuto, ha - se ci immedesimiamo - un che di commovente.
Chissà da quale parte dell'Eritrea arriveranno, magari dalla pianura costiera o dall'altopiano occidentale o forse la zona collinare del nord ovest o ancora dalla zona vera e propria delle pianure. Comunque sia, la neve - nel loro Paese martoriato da guerre e dittatura - non l'hanno mai vista, ma nella loro vita avranno visto storie di ordinaria violenza, di orrore e povertà.
Sul "Fatto Quotidiano" il giornalista Joseph Zarlingo ha così sintetizzato la situazione in Eritrea: «Governata dal 1993, anno di indipendenza dall'Etiopia dopo una pluridecennale guerriglia di liberazione, da Isaias Afwerki, l'Eritrea è uno dei Paesi più chiusi del mondo, anche se sempre di più al centro di una complicata partita geopolitica a causa delle sue risorse minerarie e della sua posizione strategica vicina al "collo di bottiglia" che chiude il Mar Rosso. Secondo l'ultimo rapporto annuale di "Amnesty International", la situazione dei diritti umani nel Paese è drammatica: "L'arruolamento militare nazionale è rimasto obbligatorio e spesso esteso a tempo indeterminato. E' rimasto obbligatorio anche l'addestramento militare per i minori. Le reclute sono state impiegate per svolgere lavori forzati. Migliaia di prigionieri di coscienza e prigionieri politici hanno continuato ad essere detenuti arbitrariamente in condizioni spaventose. L'impiego di tortura ed altri maltrattamenti è stato un fenomeno diffuso. Non erano tollerati partiti politici d'opposizione, mezzi di informazione indipendenti od organizzazioni della società civile. Soltanto quattro religioni erano autorizzate dallo Stato; tutte le altre erano vietate e i loro seguaci sono stati sottoposti ad arresti e detenzioni. Cittadini eritrei hanno continuato a fuggire in massa dal Paese"».
La seconda circostanza è che gli eritrei sono stati trovati e hanno poi cercato la fuga lungo la strada del Gran San Bernardo. Di certo, al di là del fatto che la Svizzera fosse a due passi, ignoravano il valore storico di quel tracciato sul quale si trovavano. Oggi potremmo raccontare loro, se non ci fosse per loro la disperazione del possibile respingimento, della via Francigena verso Roma, Capitale della cristianità, che per secoli ha visto sul Colle, intitolato a San Bernardo inventore degli ospizi alpini, il transito di pellegrini. Ma sappiamo che il passo ha un vissuto ancora più antico e di lì sono passati, avanti e indietro, persone, personalità e eserciti, attraverso i millenni.
In vari momenti - ed il caso più recente sono stati dissidenti politici e ebrei perseguitati, durante la Seconda Guerra mondiale - la Svizzera è stata terra di accoglienza. Ora nella Confederazione le regole sono ancora più stringenti che nell'Unione europea.
Ma anche in Svizzera, come in Italia e in Europa, cresce il dibattito sul necessario distinguo fra "migranti semplici" e quelli che devono poter godere del sacrosanto diritto d'asilo e dello status ancora diverso che possono ottenere i rifugiati.
Diritto internazionale, certo, ma che urta con la realtà di un disordine mondiale e del fenomeno di svuotamento, in risorse umane e intelligenze importanti, di quei Paesi da cui si fugge, cercando una nuova vita nell'Occidente. Ma l'accoglienza meglio statuita e il regolamento dei flussi, non risolvono il problema di abbandonare al loro destino Paesi come l'Eritrea. Perché anche di questo si tratta.

«Tacchi, dadi e datteri»

Cochi e Renato (foto di Elisabetta Minucci)Visto che c'è una discussione sulle riforme, che vede in campo in Valle d'Aosta non solo le istituzioni preposte, ma anche stravaganti soggetti promotori, che sono ormai come il prezzemolo su qualunque cosa (in francese, ci sono espressioni simpatiche, come «aller au persil»), con comprensibile scopo di ascesa personale, vorrei qui scrivere un mio pensiero.
Chiunque abbia studiato la nostra Costituzione repubblicana o abbia avuto - come mi è successo - la fortuna di lavorarci sopra, nell'attività parlamentare ordinaria e in certe stagioni di cambiamento, sa che si tratta, nella sostanza, di un buona Costituzione. Vi risparmio tutta la retorica sulla capacità di compromesso delle varie anime presenti fra i costituenti, che ne fecero una sintesi.
In questa fase storica, in cui si invocano riforme costituzionali di sostanza, in un clima del tutto inadatto, trovo che abbia abbastanza ragione chi si dimostra sospettoso con chi manovra attorno alle riforme prossime venture. Si tratta di vecchi e nuovi apprendisti stregoni, che hanno come scopo uno Stato più autoritario e dunque, giocoforza, più centralista. Spiace notare che da noi sul tema c'è chi abbocca all'amo o semplicemente si è venduto e poi in Valle operano anche personalità d'importazione, ormai multitasking, che si occupano di «tacchi, dadi e datteri» (divertente nonsense di Cochi e Renato).
Dice un celebre detto: «Chi lascia la strada vecchia per la nuova sa quel che lascia, non sa quel che trova». Per convinzione non sono un conservatore, ma ci sono momenti storici di difficile lettura, in cui il mio animo riformista si ferma sulla soglia della vigile ragionevolezza.
Vorrei mettere ordine in questa contraddizione. Appartengo a quelli che ritengono che la forma di Stato scelta sessant'anni fa, regionalismo flebile e troppi elementi di continuità con il passato, sia stata un'occasione perduta. Ci voleva il federalismo, probabilmente con formule differenziate, che creassero più velocità autonomistiche a seconda della base di partenza. Questo, nel caso nostro, avrebbe creato le basi giuridiche di uno Statuto d'autonomia più o meno "forte" e, mai come oggi e cioè in un periodo di autonomia speciale declinante nella realtà e nelle affermazioni verbose, si può capire cosa intenda. Un patto federale non è un'autonomia octroyé, concessa. Con meccanismi invasivi dello Stato troppo facili e con una difficoltà enorme di aggiornamento dello Statuto, perché o si ha la capacità e la forza di portare in porto certe riforme nelle difficili acque parlamentari (io l'ho vissuto, con successo, ma prendendo qualche rischio) oppure c'è la prospettiva inquietante di varare un testo in Consiglio Valle con grandi speranze e di trovarsi, infine, dopo il passaggio alle Camere della legge costituzionale, con uno Statuto peggiorato, altro che migliorato!

Gambe corte e nasi lunghi

Pinocchi«E ora le quattro monete dove le hai messe? - gli domandò la Fata.- Le ho perdute! - rispose Pinocchio; ma disse una bugia, perché invece le aveva in tasca. Appena detta la bugia, il suo naso, che era già lungo, gli crebbe subito due dita di più. - Ah! ora che mi rammento bene, - replicò il burattino, imbrogliandosi, - le quattro monete non le ho perdute, ma senza avvedermene le ho inghiottite mentre bevevo la vostra medicina. A questa terza bugia, il naso gli si allungò in un modo così straordinario, che il povero Pinocchio non poteva più girarsi da nessuna parte. [...] E la Fata lo guardava e rideva.- Perché ridete? - gli domandò il burattino, tutto confuso e impensierito di quel suo naso che cresceva a occhiate. - Rido della bugia che hai detto. - Come mai sapete che ho detto una bugia? - Le bugie, ragazzo mio, si riconoscono subito! perché ve ne sono di due specie: vi sono le bugie che hanno le gambe corte, e le bugie che hanno il naso lungo: la tua per l'appunto è di quelle che hanno il naso lungo».
La distinzione, fatta da Carlo Collodi nel suo capolavoro per ragazzi, illuminante per gli adulti, fa sorridere: con le gambe corte non si va distanti, prima di essere scoperti, e la storia del naso lungo - che ha fatto scrivere pagine e pagine a psicoanalisti per la possibile lettura fallica dell'episodio e valida, in questa chiave, per altre immagini usate dell’intero libro - evidenzia come, molto spesso, le bugie siano visibili e non basta, come fa Geppetto, tagliare il naso, perché l'effetto duraturo della bugia torna, comunque, a galla. Bisogna poi ricordare che bugia - che nell'uso comune ha ormai seppellito il latinismo "menzogna" - viene dal provenzale "bauzia", di origini germaniche (esattamente dal tedesco "böse") nel significato di cattivo. Perché il bugiardo cronico, sia chiaro, è cattivo e non a caso Dante li mette in ribasso nel suo personale Inferno.
Questa questione della visibilità delle bugie mi ha reso, nel tempo, serafico, che - nel gioco delle parole - viene da "serafino", quegli angeli che stanno sereni. Quando penso ad alcuni dossier, come la ferrovia, la "Cva", il Casinò e le Terme di Saint-Vincent, sono passato dalla rassegnazione all'attesa. Infatti, il famoso e feroce detto cinese che prevede di attendere sulla riva del fiume penso sia pieno di saggezza e evita soprattutto una dispersione inutile di energie.
Il tempo è inesorabile per scoprire gambe corte e nasi lunghi.

Avviso ai naviganti

Scritto ho scritto, sollecitato ho sollecitato, ma - a quasi una settimana dalla sospensione da "Twitter" per la "pirateria" di qualcuno che ha cercato di impossessarsi del mio account - sono ancora bloccato.
Mi spiace e ringrazio i molti che hanno manifestato la loro simpatia.
Confido di rientrare presto in campo e non nascondo una qual certa scocciatura, pensando che chi è stato vittima di chissà chi, si trovi poi a subire questa sospensione.

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