September 2013

«Il tuo domandare eccede il mio sapere»

Una serie di istantanee di Stefan ZweigTi guardi attorno e trovi, oggi come da sempre nella storia umana e in quella di ciascuna famiglia, drammi collettivi e tragedie personali e ti chiedi ogni volta il perché. Per quale ragione il dolore è in agguato, tema sviscerato nel tempo da filosofi, pensatori, artisti di tutte le provenienze, essendo un rovello che ci tocca e attorno al quale le religioni hanno costruito spiegazioni consolatorie.
Ieri, rispondendo ad una lettera sul "Corriere della Sera", Sergio Romano raccontava di un libro, uscito nel 1937, dello scrittore ebreo austriaco Stefan Zweig, che cinque anni dopo - a conclusione di molte peregrinazioni per sfuggire alle persecuzioni naziste - decise di suicidarsi in Brasile con sua moglie (scrisse in una lettera: «Abbiamo deciso, uniti nell'amore, di non lasciarci mai»)
Il libro, intitolato "Il candelabro sepolto", l'ho comprato e letto su "Kindle" - comodo per l'immediatezza e il costo inferiore - per l'interesse che mi aveva suscitato. Trovo che la curiosità intellettuale vada soddisfatta subito, se possibile.
E', quella raccontata, una storia che riguarda la "Menorah", il candelabro simbolo per eccellenza del popolo ebraico, che illuminava l'arca del Tempio di Gerusalemme. Dopo la distruzione del tempio e il saccheggio romano della città, nel 70 d.C., fu portata a Roma, in trionfo da Tito, persino raffigurato sull'Arco dell'imperatore. Poi a Roma arrivarono i Vandali che ne fecero, a loro volta, un bottino di guerra, portandola a Cartagine. Ma solo finché Giustiniano non riuscì a recuperarla per trasferirla a Bisanzio, poi chissà dove sarà sparì (nella post-prefazione al libro si ipotizza possa essere a Roma). Non a caso la vicenda viene usata come metafora del popolo ebreo e del suo essere errante nel corso della storia. Ma vale per un interrogativo universale.
Così riassume Sergio Romano un passaggio molto lungo fra un bambino, voce dell'ingenuità, e un rabbino, voce della conoscenza: "Un bambino, Benjamin, chiese al rabbino Elieser: «E Dio? Perché permette questa rapina? Perché non ci aiuta? Perché tiene la parte dei ladri e non quella dei giusti?». Elieser gli disse con franchezza: «Non lo so perché non conosciamo i disegni di Dio e non immaginiamo i suoi pensieri». Parlò ancora qualche minuto e infine disse: «Ora non chiedere di più perché il tuo domandare eccede il mio sapere»".
Pensate poi a cosa è stato - per certe domande - la tragedia dell'Olocausto.
Il male, insomma, rispetto al quale esiste un limite invalicabile nella comprensione, che è fatto anche di dubbi e di mistero.

"La rivista che vanta innumerevoli tentativi d'imitazione!"

Il tenero GiacomoLa "Settimana Enigmistica" è sempre stata per me un cimento estivo. Avendo visto mio padre nel periodo di vacanza, generalmente in spiaggia, impegnato con i giochi, specie quelli più complessi cui ho sempre rinunciato, ad una certa età ho cominciato a contendergli il giornalino. Dapprima con la lettura delle barzellette (che poi erano vignette, come quelle con il matto con lo scolapasta in testa) e poi con le parole crociate facilitate. Certo fa impressione come, anche nelle piccole cose, il processo imitativo, appreso, guardando i nostri genitori, colpisca, nostro malgrado.
Ma, nel caso in esame, questo fenomeno, pur ormai cosciente, colpisce lo stesso e quando sono in giro, magari in aeroporto per partire per un viaggio, nella "mazzetta" dei giornali spunta la "Settimana enigmistica", con la sua scritta fattasi proverbiale: "La rivista che vanta innumerevoli tentativi d'imitazione!".
Nella canzone di Paolo Conte, "Sotto le stelle del jazz", c'è una strofa fulminante: "nel tempo fatto di attimi / e settimane enigmistiche…". Nata nel 1932, la "Settimana enigmistica" ha compartecipato a forgiare generazioni e generazioni. Ho un simpatico amico imprenditore, Maurizio, che non ha mai nascosto di aver studiato poco, ma si vanta - diciamolo: generalmente seduto in bagno - di essersi lentamente formato una cultura, almeno nozionistica, risolvendo le parole crociate o attraverso rubrichette fattesi proverbiali, del genere "Forse non tutti sanno che…", "Strano, ma vero!", "Spigolature".
Capita spesso, infatti, di usare nel linguaggio comune qualche riferimento ad una cultura popolare del citato prodotto editoriale, che permette - anche con una battuta - di capirsi subito. Ad esempio, in queste ore, mi divertivo a pensare come alcuni si autorappresentino sui social media. Vedo un collega politico che scrive su "Twitter" (penso che, in realtà, lo faccia per lui un suo fedele "ghostwriter", cioè chi gli scrive le cose), rappresentandosi come se fosse una sorta di "Il Tenero Giacomo", l'omino con baffi e bombetta (fa pensare a Magritte, che le bombette le usava nei suoi quadri), al quale erano dedicate due vignette sulla "Settimana Enigmistica", che rinviavano l'una all'altra per la comprensione della scena. L'autore era un tedesco, Hans Jürgen Press, morto nel 2002. A lui si deve questo personaggio un pochino lunare, ingenuo e bonario, che metteva in scena storielle buoniste e pedagogiche.
Senza la "Settimana Enigmistica", avrei dovuto usare la maschera ben più drammatica, tratta dal noto romanzo "Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde" dello scrittore scozzese Robert Louis Stevenson.
Invece una risata è più efficace di una tragedia.

Diritti e doveri

Un esempio di 'tolleranza zero'"Tolleranza zero": l'espressione è stata attribuita all'invenzione del sindaco di New York, Rudolph Giuliani, al governo della città americana dal 1994 al 2001. Pare, invece, che l'uso di questa definizione risalga al 1992, quando l'"Edinburgh district council women's committee" accostò le due parole per combattere contro la violenza sulle donne. Alcuni leader conservatori nel Regno Unito ripresero la locuzione per la sua evidente efficacia mediatica. Ancora oggi il modo di dire viene tirato fuori dalla naftalina, dopo essere stato sezionato in lungo e in largo.
Non so se oggi il termine - che pure non mi è mai piaciuto - sia efficace, certo però esprime uno stato d'animo e non solo l'insieme di norme giuridiche e le susseguenti azioni applicative.
Spiace dover vivere anche in Valle d'Aosta, come altrove, pur godendo di una situazione di certo migliore in confronto a "zone calde", di un senso di insicurezza, che ha generato nel tempo un cambio nei nostri comportamenti. Non si tratta di rimpiangere un bel tempo antico, trattandosi di un esercizio ozioso e per certi versi patetico, ma neppure di far finta di niente.
Oggi si è diventati molto diffidenti e cauti e le ragioni ci sono. Saranno in calo, ma conosco centinaia di persone colpite negli affetti da furti in casa. Preoccupate perché insolentite per strada per ragioni banali. Come genitori, lasciamo ai figli grandi e piccoli spazi di manovra limitati, rispetto alla maggior possibilità di movimento di un tempo alla stessa età. Pensiamo di più all'incolumità dei genitori anziani, perché vulnerabili.
Si diventa guardinghi e si teme il peggio: la cartina di tornasole sono i sistemi di allarme nelle case e il cellulare ben stretto in certe circostanze, specie di notte. È rimasta, come una ferita, la chiusura notturna di molte stazioni dei carabinieri: si è avuta la sensazione di un cambio di passo, in negativo.
Esiste una paura dello "straniero" e non è solo una forma atavica di sospettosità, che si finge talvolta di una forma di xenofobia, che tende ingiustamente a fare di ogni erba un fascio. Le statistiche mostrano, qualunque siano le ragioni sociali del fenomeno, che "mafie" di altri Paesi si sono organizzate qui e far finta di niente è una forma di accondiscendenza stupida.
Allora, forse, più che di "tolleranza zero", mi permetterei di parlare di "Stato di diritto", che prevede un equilibrio delicato fra diritti e doveri del cittadino. Ciò permette di sapere, con chiarezza e senza sconti in che cosa si incorre quando si delinque. Banale direi, ma l'impressione è che troppe scorciatoie e vie di fuga consentano al delinquente incallito e alle associazioni criminali di prosperare, specie se il "comparto sicurezza" diventa uno dei settori su cui tagliare per via dei risparmi nella spesa pubblica.
Così il nostro spazio di libertà si restringe e finiamo per sentirci, a torto o a ragione, prigionieri dei pericoli incombenti.

Il mondo e il campanile

L'ingresso del 'Rendez-Vous' di Biarritz"La televisiun la g'ha na forsa de leun
la televisiun la g'ha paura de nisun
la televisiun la t'endormenta cume un cuiun"
.
Ogni tanto capita di vedere un Enzo Jannacci in bianco e nero in Televisione. Scrivo la parola con la maiuscola, perché il celebre artista meneghino, stralunato e provocatore, era stato fra quelli che - pur prendendola in giro - avevano snasato, sin dagli esordi, la forza del mezzo (di comunicazione di massa, se si vuole aggiungere).
Io sono figlio della televisione, perché la mia generazione è fra quelle che hanno non solo vissuto l'epica pionieristica, ma anche si sono trovati sempre all'inseguimento di uno strumento partito al galoppo e che corre ancora. Poi, nella professione, mi sono trovato dall'altra parte dello schermo, prima nel telegiornale, cominciando quando ero una sbarbatello, mentre oggi - nel mio piccolo - mi occupo di programmi. Sono quegli spazi che vanno dopo il Tg della Valle d'Aosta, dal lunedì al venerdì attorno alle 20, e la domenica attorno alle 9.30, di cui qui parlo poco, perché questo è uno spazio che ha una logica diversa.
Ma oggi - rara avis e come considerazioni generali - vorrei dire qualche cosa che ho ricavato dall'unica occasione annuale (è la quarta volta che vado) per inserire la mia modesta esperienza in un contesto internazionale vasto e articolato, come avviene per qualche giorno nella splendida Biarritz, stazione balneare francese, ma dalle radici basche, che si affaccia sull'Oceano per la gioia dei surfisti.
Lì si svolge la manifestazione cui partecipo, così descritta: "Organisé chaque année par Tv France International, le "Rendez-Vous" est un marché dédié spécifiquement aux programmes français, permettant aux acheteurs étrangers de visionner le meilleur de l'offre télévisuelle française récente ; plus de deux tiers des œuvres y sont présentées pour la première fois au marché international".
E' interessante capire che cosa sia questa associazione che organizza: "Tv France International, l'association des exportateurs de programmes audiovisuels français, a pour but de promouvoir les ventes de programmes français à l'étranger et de faciliter les coproductions internationales. Elle regroupe près de 150 producteurs, distributeurs et filiales de distribution des chaînes, réalisant environ 90% des exportations françaises".
Ho registrato che: in Francia esiste una rete di protezione che lo Stato ha creato a difesa delle produzioni nazionali in nome della nota teoria dell'"l'exception culturelle française"; in generale le produzioni europee stentano ormai a comprodurre con il mercato anglosassone, mentre i francesi sperano di intercettare interessi e fondi della Cina; se il mercato sta ripartendo dopo la grande crisi economica, oggi si guarda al futuro della televisione e delle sue tecnologie di trasmissione e all'interazione con Internet.
Concludo con un punto di particolare interesse: alla globalizzazione della televisione si accompagna anche un regionalismo televisivo, che si fonda sull'interesse delle comunità locali a ritrovarsi dentro lo schermo della televisione.
"Glocal", insomma: il mondo e il proprio campanile.

«Qui si fa l'Italia o si muore»

Vien da sorridere, per non piangere, a ricordare il celebre motto attribuito al famoso - almeno una volta - Giuseppe Garibaldi: «Qui si fa l'Italia o si muore».
Ormai svaporata la storia risorgimentale, del tutto sconosciuto l'Italia liberale e gli eventi della Prima guerra mondiale, vagamente noti il fascismo e i fatti della Seconda guerra mondiale, destrutturate Resistenza e la Liberazione, resta il percorso dell'attuale Italia repubblicana, dopo aver seppellito la Monarchia sabauda.
Vivi siamo vivi, per carità, ma se Garibaldi fosse vivo anche lui, per quanto la sua personalità fosse bizzarra, sarebbe rintanato nella sua casa di Caprera.

I nodi al pettine al Casinò di Saint-Vincent

Giocatori al Casinò di Saint-VincentGià prima delle elezioni regionali non ci voleva molto per capire che il Casinò di Saint-Vincent stesse agonizzando. Solo il presidente Augusto Rollandin indossava - non a caso - la mimetica per dire in Consiglio che il rancio era ottimo e abbondante e che il tramonto evidente era, invece, il sol dell'avvenire. Chi diceva il contrario veniva bollato come disfattista: eravamo, a Saint-Vincent, i migliori sul campo di battaglia delle case da gioco italiane, almeno così diceva con quei toni e sguardi che non consentono repliche.
Ma la verità era diversa: il flop economico era già chiaro, le prospettive di sviluppo fumose, perché basate su occupazioni alberghiere paganti inesistenti e su chimere, genere l'arrivo risolutore di frotte di cinesi ricchi e spendaccioni. Bravo chi ci crede e lo stesso vale per la piega che prenderà il "Convention bureau" per la convegnistica, il cui unico scopo pare quello di piazzare qualche noto/a.
Negli altri Casinò già si tagliava il costo del lavoro con accordi sindacali (prima a Campione e poi a Sanremo), mentre Venezia viaggia verso la privatizzazione e dunque i tagli si spostano nel tempo. Da noi a chi diceva, come me, che i tagli del personale bollivano in pentola si replicava - in termini ufficiali assai rudi - che ero un visionario o persino un mentitore. Aspetto le scuse, che mai arriveranno, perché vorrebbe dire che avevo ragione.
Io non godo affatto che queste riduzioni possano avvenire, ma chi si è bevuto un sacco di panzane se l'è cercata e ora cadrà - in una logica da purghe staliniane - qualche testa dei capri espiatori da sacrificare sull'altare del giochino: eliminiamo qualche colpevole e si riottiene una verginità. Come se a manovrare tutto non fosse Palazzo regionale e il management del Casinò godesse di qualche reale autonomia, anche nell'avventurosa chiusura del bilancio. Forse questa presunta autonomia varrà per qualche aspetto progettuale, nel regno del cartongesso, con opere dubbie dal punto di vista funzionale e architettonico. Lavori e soprattutto cantieri che richiedono, dopo i soldini della "Cva" con il noto prestito che chissà mai quando verrà restituito, pure un cospicuo mutuo suppletivo. Investire sugli immobili è giusto, ma quel che conta è e resta il gioco su cui non si capiscono strategie vere, se non quella di mandare a casa una serie di "vecchi" a vantaggio di contratti da fame, a chiamata, per personale sempre più precario e con casi di figli di amici elettori...
Un degrado che richiederebbe uno sforzo di tutti per salvare il salvabile, ma nessuno ha pensato di avvertire il Consiglio Valle - l'azionista unico, non solo il socio, come lo chiama l'imperturbabile amministratore unico - prima che uscissero le notizie di tagli sui giornali. Ma la speranza è quella di mettere, come per molte altre cose, il silenziatore, confidando sulla credulità popolare. I nodi arrivano al pettine e c'è chi - non essendo una "Cassandra" - lo aveva detto.

Un pisano e un fiorentino

Enrico Letta e Matteo RenziEnrico Letta, pisano, sfotte Matteo Renzi, fiorentino, rinfocolando l'evidente rivalità dentro il Partito Democratico, ma diventando esempio plastico delle terribili liti che dividono le storiche cittadine della Toscana.
Johann Wolfgang von Goethe, in viaggio per l’Italia, verso la fine del Settecento, scrisse: "Qui sono tutti in urto, l'uno contro l'altro, in modo che sorprende. Animati da un singolare spirito di campanile, non possono soffrirsi a vicenda".
Se si prende il microscopio, questo campanilismo esiste anche nel reticolo più minuto, come sanno bene quelli che, anche nella piccola Valle d'Aosta, conoscono rivalità millenarie nell'uso delle acque fra Comuni viciniori o antiche beghe fra frazioni del medesimo paese, di cui restano ancora oggi dei cascami. Ricordo un politico ancora in auge, quando, nel corso di certe discussioni, agitava - come un'arma letale - le sezioni del suo partito della bassa Valle, come se si trattasse di una "Révolution des Socques". Fenomeno storico - lo spiego ai non valdostani - così denominato per le calzature con suola in legno, che si erano ribellati ai rivoluzionari giacobini francesi e ai seguaci autoctoni e questo avvenne in due riprese, nel 1799 e poi nel 1801.
Io trovo che il campanilismo possa non essere una malattia, se instradato saggiamente in un senso d'appartenenza locale e se non diventa diffusore di rivalità inutili e mette sabbia nell'ingranaggio delle decisioni. Ma bisogna soprattutto evitare che i veleni del campanilismo gretto diventino un cavallo di battaglia di chi rifiuta l'Italia delle autonomie. Quante volte ho sentito con le mie orecchie chi equiparava federalismo e campanilismo, specie nei rari momenti in cui in Italia si parlò di come cambiare la forma di Stato, mentre oggi si parla di nuovo della sola forma di Governo. E lo si fa, relegato il federalismo a una sorta di caricatura da buttare via con certe forme di leghismo, senza rendersi conto di quanto la crisi italiana affondi le sue radici nella scelta di uno Stato centralista e di un addendo regionalista, che hanno finito per non essere né carne né pesce.
Eppure, nel caos attuale, fatto di discussioni oziose, che legano ormai la Legislatura al destino di Silvio Berlusconi, il suo impero e i suoi sodali, la riforma costituzionale è una pietanza informe che serve più a distrarre dal presente, immaginando orizzonti meravigliosi di una "nuova Italia", che prima o poi rinascerà dalle proprie ceneri. Peccato!

La Cina in un tagliere

Il titolo sulla 'Vallée notizie'A me non spiace che, talvolta, ci sia un mondo alla rovescia. Bisogna sempre avere il coraggio di guardare le situazioni da un punto di vista diverso. Ricordo che Gianni Rodari - con la sua inventiva bislacca - ci aveva fatto una filastrocca: "C'era una volta un povero lupacchiotto, che portava alla nonna la cena in un fagotto, e in mezzo al bosco, dov'è più fosco, incappò nel terribile Cappuccetto Rosso, armato di trombone, come il brigante Gasparone. Quel che successe poi, indovinatelo voi. Qualche volta le favole succedono all'incontrario e allora è un disastro: Biancaneve bastona sulla testa i nani della foresta, la Bella Addormentata non si addormenta, il principe sposa una brutta sorellastra, la matrigna tutta contenta, e la povera Cenerentola resta zitella e fa la guardia alla pentola".
Ma la realtà ogni tanto è per davvero un mondo alla rovescia, che non è una sana provocazione per ragionare, ma solo un paradosso. Raccontiamo una vicenda: nel corso di una manifestazione, denominata "Chef Vallée", svoltasi presso "Dinus donavit hall" della famiglia Bertolin, l'Office du Tourisme ha regalato ai partecipanti un tagliere in legno "Made in China". C'è chi ha sorriso e chi ha protestato.
Quando il settimanale "La Vallée notizie" ha chiesto la ragione della scelta, dall'Office è arriva la spiegazione con il tono di chi la sa lunga. In sostanza: i taglieri provenienti dalla Repubblica popolare Cinese costavano poco e certamente meno di quelli di produzione locale, con tanto di preventivi. Questa differenza di prezzo, esplicitata a giustificazione dell'acquisto, dovrebbe essere la prova schiacciante per dimostrare l'economicità della cineseria rispetto alle esose richieste degli artigiani locali, essendo la qualità - par di capire - neppure considerata.
Facciamo un respiro forte, contiamo fino a cento e cerchiamo di capire, invocando la benedizione di Sant'Orso, protettore dell'artigianato tipico locale. Chi predica questa logica al ribasso, chiedendo un preventivo nel lontano Oriente, sembra non aver capito una serie di cose. La prima: nelle mission dell'Office si suppone che ci sia la valorizzazione del territorio valdostano e dei suoi prodotti. Per cui scegliere un tagliere cinese, che è frutto tra l'altro d'imitazione, e non uno originale di produzione valdostana nel solco della tradizione, è una contraddizione. Chi non lo capisce, ci si domanda come possa occuparsi di strategie di vendita e affini. Perché, se il principio fosse il risparmio, allora per quale ragione un turista dovrebbe comprare la fontina e non un formaggio tarocco, perché dovrebbe bere un vino locale e non un tavernello a buon prezzo? Oppure perché dovrebbe venire in Valle d'Aosta, visto che ci sono zone montane equivalenti, ma meno costose?
Ma si vede che, come per le note apparecchiature delle centrali idroelettriche della "Compagnia valdostana delle acque", con la Cina esiste un feeling, che rende Aosta e Pechino più vicine degli ottomila chilometri circa in linea d'aria.
你好!(nǐhǎo): Ciao!

Le rire désarme

Un dettaglio della locandina del filmEro convinto che il celebre slogan «una risata vi seppellirà» fosse un prodotto originale del Sessantotto francese. Invece, pare che l'espressione beffarda la si debba addebitare addirittura a Michail Bakunin, anarchico e rivoluzionario russo, che attraversò poi nella sua vita, in buona parte dell'Ottocento, mezza Europa.
In fondo, in un mondo intriso da sempre di violenza, contro i rischi di eccessiva demonizzazione dell'avversario politico, ci sta tutta l'idea salutare di sdrammatizzare. E' una regola che evita che le circostanze avvelenino troppo la propria vita e finiscano per imbibire ogni nostro atto con quei due sentimenti detestabili, specie a dosi troppo elevate, che sono l'odio e il risentimento.
Ieri, saggiamente, una persona - rispetto alla situazione politica valdostana - mi invitava al mantenimento dei nervi saldi e alla necessità di non spaccare troppo la comunità valdostana. Sarà pur vero che sono meno coinvolto, per i passi indietro che ho fatto dalla politica elettiva, ma su questa visione più serena - senza indulgere con la retorica dei buoni sentimenti - ci posso stare. Stemperare gli animi è un buon esercizio. In questo senso, meglio una risata in più che farsi un fegato marcio.
Tuttavia, bisogna anche intendersi: di certo la politica è fatta da personalità che possono, nel loro agire, dar vita a complessi giochi di alleanze e rotture, di simpatie e antipatie, di punti di vista coincidenti e opposti. Questo è normale che avvenga.
Ma penso che esista sempre un "punto di non ritorno", quando si oltrepassa il limite di sopportazione ed è un bene che si rompano equilibri di facciata. E' un bene che certe questioni emergano con chiarezza, evitando tatticismi, che spesso giovano a un pernicioso status quo.
Certo ci si può anche provare con un sorriso. Anni fa, uscì un filmetto simpatico dal titolo: "Tesoro, mi si sono ristretti i ragazzi". Pellicola che descriveva come uno scienziato un po' pazzo rimpicciolisse per sbaglio figli e loro amici nel giardino di casa. Ebbene il titolo potrebbe diventare "Tesoro, mi si è ristretta l'autonomia", quando scelte politiche e amministrative, comportamenti personali e metodi adottati risultino nocivi per il futuro stesso della Valle d'Aosta.
Questo diventa il punto, quando c'è - in una crisi che ormai è un effetto domino che non si riesce a nascondere - la preoccupazione che proprio tutto vada a catafascio, nel caso in cui non si contrapponga un modo di fare e di essere diverso.
Tornare ad una reale condivisione è un operazione complessa, ma necessaria. Si può voltar pagina sorridendo e evitando di demonizzare/santificare qualcuno.
L'umorista francese Pierre Dac diceva, seriamente: «Le rire désarme, ne l'oublions pas».

Occhio all'industria!

Lo stabilimento ex 'Tecdis' di ChâtillonL'industria declina ancora in Valle d'Aosta e sarebbe davvero interessante fare un "focus group" specifico, che desse conto della situazione e della sua evoluzione negli ultimi anni. Certo molte delle aree che dovevano essere ripopolate da imprese - pensiamo alla parte di area "Cogne" liberata dalla siderurgia o alla vasta superficie ex "Illsa Viola", ma anche ai capannoni vuoti di "Vallée d'Aoste Structure", già sede di fabbriche - e invece gli esiti sono ben lontani dalle speranze. Significativa è la scelta - che ritengo temeraria - di dare in comodato la ex "Tecdis" di Châtillon, parlando di riutilizzo - con un revamping - delle "camere bianche", che con i miei occhi ho visto non solo essere obsolete, ma neppure più funzionanti per la lunga chiusura della fabbrica. Si è scelto di dire di «no» ai molti artigiani locali, che chiedevano spazi da occupare (come avvenuto proprio nell'area "Cogne") e si insegue invece un progetto "importato", che dovrà dimostrare che quelli attuali sono pregiudizi e non presagi.
Spiace che nella definizione di nuovi utilizzi e nella ricerca dei partner (non parlo dei piccoli numeri degli incubatori) non si sia tenuto conto dello studio della "Ambrosetti", che spiegava le piste da seguire per attrarre società in Valle. Si trattava di trovare gruppi solidi ed evitare quel fenomeno, più volte manifestosi nel tempo, del "prendi i soldi e scappa" o anche quei cordoni ombelicali con grandi gruppi, che ti legano poi alle loro crisi, com'era avvenuto direttamente con l'"Olivetti" del tempo che fu e, indirettamente e non molto tempo fa, con l'importante indotto "Fiat".
Simbolo della preoccupazione resta la più grande azienda della Valle, la "Cogne", fabbrica siderurgica storica e oggi di proprietà del gruppo svizzero Marzorati. Non ho ragioni per essere né ottimista né pessimista, ma certo la siderurgia in Italia e in Europa sta passando un brutto momento e non a caso - anche per il complessa vicenda giudiziaria dei Riva a Taranto, dove aleggia lo spettro del disastro ambientale e dell'attentato alla salute pubblica - il Governo italiano promette misure di sostegno e lo stesso fa, con apposito piano che dovrà derogare alla severa disciplina degli aiuti di Stato, l'Unione europea. Si coglie il rischio che l'Europa sia privata di un pilastro per la propria economia e ci si preoccupa giustamente, nel siderurgico, cosa causerebbe un effetto di chiusure a catena, che avrebbe un effetto disastroso su questo settore e su un vasto indotto, attraverso l'intero Vecchio Continente.
Tornando alla Valle, va detto che in questi ultimi mesi l'emorragia dei posti di lavoro e la crescita della disoccupazione sono andati di pari passo. Magari è mancato il caso macroscopico, ma l'esito negativo è spesso la sommatoria dello stillicidio delle chiusure o di ridimensionamento occupazionale di piccole imprese.
Chi denuncia questi fatti non lo fa con il sorriso, nel gioco della torre verso chi governa, ma lo fa con il muso lungo di chi, giorno dopo giorno, vede prospettive sempre più cupe e mancanza di strategie reali per contrastare gli avvenimenti.

Registrazione Tribunale di Aosta n.2/2018 | Direttore responsabile Mara Ghidinelli | © 2008-2021 Luciano Caveri