August 2013

Quante paure

Una situazione di demofobiaLa persona con cui passiamo più tempo - mi sia perdonata la banalità - siamo noi stessi e in fondo, scavando dentro di noi lungo la nostra vita, scopriamo sempre lati nuovi, che ci possono stupire. Non sono mai stato in analisi, a differenza di miei conoscenti, ma confesso di non esserne molto attirato, anche se ne comprendo l'utilità.
Così come credo di non soffrire di nessuna particolare fobia, quel fenomeno complesso e multiforme, fatto di una paura esagerata, irrazionale e immotivata, per qualche particolare tipo di oggetto o di situazione. Mi è capitato di parlarne con un amico psicologo, con cui ragionavamo se potesse starci di raccontare al pubblico come si può uscire da certe patologie, consentendo in più di raccontare - attraverso casi emblematici - la varietà di tipologie possibili, che lascia esterrefatti. Della paura degli animali sappiamo bene, come avviene ad esempio per i ragni ("aracnofobia") o per i gatti ("ailurofobia"), ma la "scotofobia" (paura del buio) o la "acrofobia" (paura delle altezze) già sono meno usuali, mentre altre credo le abbiamo vissute con amici o parenti, genere la "brontofobia" (paura dei temporali), l'"emofobia" (paura del sangue) o la "claustrofobia" (paura degli spazi limitati).
In certi casi c'è poco da scherzare, penso appunto ai numerosi casi, che mi sono capitati, avendo preso tante volte l'aereo, di avere vicini di posto che, in modo insospettabile rispetto alle loro apparenze, sin dal decollo vivevano un autentico incubo nella convinzione che la loro ora stesse per suonare.
Forse, tornando a me stesso, l'unica preoccupazione che ho - penso che si chiami "demofobia" - è quando mi trovo nel "pigia pigia" di una folla: mi è capitato, dovendomi sforzare di star tranquillo, una sola volta in una piazza stracolma, durante una sagra popolare ad Asti e devo dire che forse inconsciamente evito di trovarmi in una situazione di questo genere.
Eppure basta pensare ai Parchi di divertimento per aver conferma di come le persone amino le folle. Altrimenti sarebbe impensabile vivere situazioni, come mi è capitato ad "EuroDisney" o a Gardaland, dove la brevità nella durata di attrazioni in genere spaventose (il piacere di avere paura lo viviamo anche con libri noir e film horror), è preceduta - in modo illogico - da code mostruose per poter accedere al gioco. L'altro giorno, ho avuto conferma del medesimo meccanismo nel gigantesco parco acquatico di "Ondaland" nel novarese, dove le attese in coda riguardano scivoli d'acqua sempre più veloci e spaventosi, così come l'attesa spasmodica per l'onda artificiale creata ad hoc in una vasta piscina, dove si consuma un rito collettivo, fatto di urla, gridolini e adrenalina, che attraversa i bagnanti come una saetta.
Insomma, l'umanità non finisce mai di stupire.

A proposito di omofobia

Le atlete della staffetta russa sul podio dei Mondiali di atletica leggeraIeri parlavo delle fobie: l'ho fatto con degli esempi di vario genere, che fotografano differenti paure, così come si manifestano nelle persone. Esiste un campionario sterminato di possibilità con sintomi di diverso genere e livelli di patologia più o meno gravi.
In questo periodo si parla molto di "omofobia". Per capire di cosa si tratti, in termini giuridici, bisogna rifarsi - unico appiglio - ad un testo di una risoluzione del Parlamento europeo del 24 maggio 2012 sulla lotta all'omofobia in Europa. In un punto si definisce il fenomeno come "paura e avversione irrazionali provate nei confronti dell'omosessualità femminile e maschile e di lesbiche, gay, bisessuali e transgender ("Lgbt") sulla base di pregiudizi" e, di conseguenza, si ritiene l'omofobia come "assimilabile al razzismo, alla xenofobia, all'antisemitismo e al sessismo". In altro punto si dice che l'omofobia "si manifesta nella sfera pubblica e privata sotto diverse forme, tra cui incitamento all'odio e istigazione alla discriminazione, scherno e violenza verbale, psicologica e fisica, persecuzioni e uccisioni, discriminazioni a violazione del principio di uguaglianza e limitazione ingiustificata e irragionevole dei diritti, e spesso si cela dietro motivazioni fondate sull’ordine pubblico, sulla libertà religiosa e sul diritto all'obiezione di coscienza".
Questo, tra l'altro, nel disegno di legge in discussione avanzata alla Camera dei deputati significa una modifica a due leggi in vigore che si limita ad aggiungere l'omofobia e la "transfobia" a categorie che risultano già protette dalla normativa contro forme di discriminazione e di violenza per ragioni di razza, di origine etnica, di nazionalità e di religione.
Intendiamoci subito: ogni discriminazione grande o piccola verso gli orientamenti sessuali personali è grave in una società civile. Si tratta di forme di ignoranza e di oscurantismo, che possono sfociare in odio e violenza ingiustificabili. Ritengo che, per contrastare fatti e rischi, ci sia molto da fare in termini di libertà e di convivenza reciproca.
Ciò detto - e penso che non si presti ad equivoci di sorta - il termine omofobia, distaccandosi da un letterale "paura nei confronti degli omosessuali", per la "Treccani" vuol dire: "Avversione preconcetta e incorreggibile verso gli omosessuali e le loro cause". Per lo "Zingarelli", che sostiene che il termine risulta in uso dal 1985: "Avversione per l'omosessualità e gli omosessuali".
Trovo che il termine resti assai dubbio nella sua accezione giuridica e immagino che il legislatore lo sappia e demandi di fatto alla futura giurisprudenza la definizione esatta dei confini del reato. Forse sarebbe stato bene fissare paletti e confini per evitare banalizzazioni o strumentalizzazioni.
Ma questo - lo dico con dispiacere - capita ogni volta in cui un tema politico delicato, da trattare in termini giuridici per l'incapacità di una società di regolarsi da sola con il buonsenso e la civiltà necessari, diventa un campo di battaglia ideologico, in cui i primi della classe dei rispettivi campi piantano bandierine inamovibili.

Tirare a campare

Emilio LussuLa definizione "tirare a campare", che noi usiamo spesso con un sorriso, scherzando sugli alti e bassi della vita, ha un origine antica e risalirebbe alla prima metà secolo XIII, nel significato serio di "restare vivo sul campo di battaglia". Se ne avessimo coscienza, forse la useremmo con maggior misura, specie in politica. Che è poi, proprio in politica, l'impressione che oggi, in una rara simmetria a distanza, vale per il Governo sia a Roma a Palazzo Chigi che ad Aosta in piazza Deffeyes.
Mi viene in mente, nell'uso letterale, quella grande personalità che fu il sardista Emilio Lussu, relatore alla Costituente, per nostra fortuna, dello Statuto d'autonomia della Valle d'Aosta.
Fervente interventista, Lussu fu ufficiale pluridecorato nella Grande Guerra e le tragiche vicende di tante battaglie smorzarono ogni entusiasmo per la guerra. Non a caso, una ventina di anni dopo, scrisse un libro di ricordi, intitolato "Un anno sull'Altipiano", in cui raccontò del periodo trascorso dalla "Brigata Sassari" sull'Altipiano di Asiago tra il giugno 1916 e il luglio 1917. Molte e tragiche vicende da addebitare anzitutto ai Generali, quasi tutti disastrosi durante la Prima Guerra Mondiale e per primo lo fu Luigi Cadorna, comandante supremo. Così è stato l'uso delle truppe isolane, somigliante, in modo sinistro, all'impiego in battaglia dei valdostani del "Battaglione Aosta": purtroppo carne da cannone con una vera e propria strage generazionale, ben visibile dall'elenco dei caduti in ogni Comune della Valle.
Subito una frase indicativa di Lussu tratta dal suo libro: "Non è vero che l'istinto di conservazione sia una legge assoluta della vita. Vi sono dei momenti, in cui la vita pesa più dell'attesa della morte".
O ancora laddove racconta: "L'assalto! Dove si andava? Si abbandonavano i ripari e si usciva. Dove? Le mitragliatrici, tutte, sdraiate sul ventre imbottito di cartucce, ci aspettavano. Chi non ha conosciuto quegli istanti, non ha conosciuto la guerra".
Le generazioni del dopoguerra, come la mia hanno avuto la fortuna di non vivere la guerra, tranne chi si sia trovato su scenari di guerra, come le truppe impegnate in azioni di respiro internazionale, ma sono ormai tutti professionisti.
L'unica esperienza che io ho avuto fu una visita nella zona di guerra, all'epoca della guerra dei Balcani e vedere dal vivo gli esiti di uno scontro ferocissimo fu per me un'esperienza terribile, che mi consentì di capire meglio certi racconti di mio nonno e di mio padre. Per contrasto, questo mi ha convinto, se mai ce ne fosse stato bisogno, di quanto alla violenza della guerra si debba sempre contrapporre il valore assoluto della pace. Ecco perché nell'eco distante di tanti scontri in corso nel mondo - con l'Egitto che ora occupa i titoli principali - bisogna sempre trovare un ammonimento.
Fa venire i brividi la frase di Hermann Hesse, che proprio durante il primo conflitto mondiale si espresse con logiche pacifiste: "La pace non è una paradisiaca condizione originaria, né una forma di convivenza regolata dal compromesso. La pace è qualcosa che non conosciamo, che soltanto cerchiamo e immaginiamo. La pace è un ideale".

La cartolina dell'Arco

Un'antica cartolina dell'Arco d'AugustoC'era un tempo, difficile da spiegare ai giovanissimi, in cui si scrivevano le cartoline illustrate. Nate verso la fine dell'Ottocento, divennero - come racconta un sito sulla storia delle Poste - "a cavallo del Novecento un fenomeno nuovo, paragonabile all'odierno Internet, con cui milioni di persone si scambiavano saluti da un luogo all'altro del mondo per mostrare a chi stava a casa, per la prima volta nella storia, luoghi visitati dal turista".
Nella mia infanzia era ancora così ed era una sorta di vanteria dalle vacanze, mentre oggi è una sopravvivenza, surclassata proprio da Internet e dai diversi sistemi di social media, cui si accede con foto scattate e "postate" sul Web.
Facile dire quale sia il soggetto più fotografato ad Aosta, da quando esiste la fotografia: l'Arco d'Augusto. Così viene descritto in sintesi nel sito del turismo della Valle d'Aosta: "Appena passato il ponte sul torrente Buthier, lungo la strada che portava alla monumentale Porta Praetoria, principale via di accesso alla città romana, fu innalzato l'arco onorario dedicato all'imperatore Augusto. Si trattava di un segno eloquente della presenza e della potenza di Roma che nel 25 a.C. aveva definitivamente sconfitto il popolo dei Salassi e fondato la nuova colonia".
Poi una descrizione dell'antico manufatto: "L'arco, che si caratterizza per la sua severa imponenza, tipica dell'architettura del tardo periodo repubblicano, è a un solo fornice a tutto sesto, largo metri 8,29 come la strada che lo attraversava. I pilastri che lo fiancheggiano presentano ai quattro angoli delle semicolonne su basi attiche sormontate da capitelli corinzi, le stesse che scompartiscono le facciate e i lati. In origine queste superfici erano interrotte dai rilievi con probabile figurazione a trofei che erano collocati nelle quattro nicchie della facciata. Una trabeazione dorica a triglifi e metope chiude in alto quel che rimane del monumento, da secoli privo dell'attico sul quale era apposta, a lettere di bronzo, l'iscrizione dedicatoria. Nel medioevo l'Arco era denominato "Saint-Vout" da una immagine del Salvatore che vi era stata collocata e sostituita in seguito col Crocifisso. Nel 1716 il Conseil des Commis decise di preservare il monumento dalle infiltrazioni d'acqua ricoprendolo con un tetto d'ardesia. L'Arco fu definitivamente restaurato dal negli anni 1912-1913; uno scavo nelle sue vicinanze, risalente ai primi anni del '900, portò alla luce due grandi lettere in bronzo dorato, con tutta probabilità appartenenti all‘iscrizione dedicatoria".
Insomma: noi siamo cambiati e l'Arco, usato in duemila anni in vario modo, saccheggiato, ammirato, discusso è rimasto lì, mentre il mondo gli turbinava attorno. All'epoca della prima motorizzazione, purtroppo per lui ci si transitava pure sotto e attorno al 2008, con una rivoluzione del traffico nella zona con la scelta di un nuovo e discutibile ponte sul Buthier, il Comune di Aosta annunciò che finalmente la piazza sarebbe stata pedonalizzata e con questa scelta si sarebbe tutelato il segno distintivo della città e del suo prezioso patrimonio d'epoca romana. Ma poi, per un generale moto di ribellione dei residenti e dei commercianti della zona, la rivoluzione del traffico si arenò e si disse che la pace per l'Arco sarebbe arrivata con nuovi cambiamenti, comprensivi dell'acquisto per abbatterla di quella casa rossa sul fiume che oggi rovina la visuale e che, se buttata giù, dovrebbe anche consentire di costruire una nuova rotonda.
Non so, anni dopo, a che punto si sia giunti. Certo è che il povero monumento è ancora vittima del logorio dovuto all'enorme traffico urbano, che ha fatto del prezioso sito una banale rotonda.
Se fosse una vendetta postuma dei Salassi si potrebbe sorriderne, ma invece si tratta solo di ritardi e di paura di decidere. Fortuna che il motto di certa politica valdostana attuale dovrebbe essere il decisionismo, il cui contrario - realtà conclamata - è proprio la titubanza. Andrebbero fatte delle cartoline illustrate.

Chi ci capisce, è bravo

Enrico Letta ed Angelino Alfano, premier e vice premier"Salvare il soldato Berlusconi" dalla cacciata dal Senato e dalla ancor più temuta ineleggibilità, che gli impedirebbe la candidatura in future elezioni politiche. Questa è per il Popolo della Libertà, ormai tornato ad essere "Forza Italia", come in un gioco dell'oca, la mission impossible. Se non si trova la quadra sull'"agibilità politica" - cioè un "lasciapassare" per restare leader della Destra e rimanere in Parlamento - salta il Governo Letta e si vota con il "Porcellum". Tutto in pochi giorni e si sa che la fretta è cattiva consigliera.
In più il Cavaliere - secondo le cronache dei giornali - sarebbe sempre più umorale e cambierebbe idea con la velocità con cui un semaforo alterna i suoi colori. Nessuno riesce a stargli dietro, ma nessuno alla fine lo contraddice, seguendolo in questa situazione ormai paradossale, fondata oltretutto su questo patto luciferino fra due schieramenti avversi, uniti da un Governissimo che si logora giorno per giorno e che non può affrontare i dossier più importanti per visioni troppo diverse delle cose. L'unico collante resta la crisi, che esiste e picchia duro, ma che ormai viene agitata come uno spauracchio ogni volta e credo che ne abbiamo tutti abbastanza.
Forse è ora di fare qualcosa, altrimenti le sabbie mobili di questo immobilismo inghiottiranno tutto e tutti e persino l'Unione europea non ci dice più nulla, come avviene con un malato ormai incurabile, di cui si attende la morte imminente.
Uno più girarla come vuole, di fronte a questo uomo - Silvio Berlusconi - ormai quasi ottantenne, che, come tutti i leader carismatici, o si ama o si odia, perché non ci sono mezze misure che tengano. Quel che stupisce non è tanto il suo comportamento così cangiante, quanto l'atteggiamento dei suoi, che alla fine lo seguono dappertutto, anche sui terreni più minati. Si dice giustamente che in molti non hanno alternative: senza il Capo di mezzo sparirebbero dalla scena in un battibaleno, per cui il "resistere, resistere, resistere" è scelta obbligata. Ma ce ne sono tanti altri che, invece, dovrebbero battere un colpo e potrebbero - espressione che si usa anche nell'Union Valdôtaine verso la leadership di Augusto Rollandin - "fare la battaglia da dentro" e reagire a questa situazione di una Destra nelle mani di un Capo in declino, che vuole trascinare tutti con lui verso il disastro. Con la presunzione di essere il solo e l'unico, un uomo della Provvidenza e questo mostra ormai problemi seri di equilibrio. Ma tentennano e aspettano, diventando sempre più complici di questa situazione di declino, resa più complessa dal fatto che anche a Sinistra (mentre il Centro è effrité) mancano scelte definitive e si resta tutti in una "terra di nessuno", aspettando - in un clima di "bellum omnium contra omnes", cioè "tutti contro tutti" - un congresso che definirà Segretario politico e candidato Premier in pectore. Se Atene piange, Sparta non ride.
Così non resta davvero che dire che "chi ci capisce, è bravo!".

Se l'estate non va in vacanza

Quest'anno il periodo ferragostano, che di fatto scivola ormai sino a inizio settembre, offre - a Roma e in Valle in un parallelismo nel segno dell'ingovernabilità - un mondo politico ricco di attese e di voci.
Normalmente era un momento sonnolento, in cui solo il gossip e il calcio dominavano la scena nel cuore del periodo delle vacanze, mentre in questa estate 2013 c'è una grande attesa per diverse forme possibili di "crepuscolo degli dei". Una politica confusa e contraddittoria, che però è ricca di trailer, che sembrano preannunciare un autunno da non dimenticare, come nei "prossimamente" che indicano le pellicole in uscita.

I padiglioni non sono farfalle

L'allestimento della tensostruttura estiva in piazza Chanoux ad AostaChi frequenta il mio blog - e vi assicuro che siete sempre in molti e vi ringrazio per la vostra attenzione - sa quanto mi piaccia scavare nelle parole, che sia "etimologia" (da dove deriva una parola) o "semantica" (il significato della parola). Penso, infatti, che troppo spesso ci scordiamo di quanto la parola scritta possa scolpire i nostri pensieri nella relazione gli uni con gli altri e non bisognerebbe mai contentarsi della rozzezza del linguaggio corrente, che è ben rappresentato - nella banalizzazione dello scritto - dagli sms.
Per occuparci di una parola, un pensiero di partenza: l'altra sera, ma d'estate capita molte volte, ammiravo con orrore (che credo sia un "cacofemismo" o forse un "ossimoro"?), un padiglione di una sagra popolare. Un bestione plasticato, spiaggiato come una balena in un gradevole spiazzo erboso. Non so nel cuore dell'estate quanti ce ne siano di montati in Valle d'Aosta, credo parecchi e immagino che il business sia di notevole valore e i prezzi dell'impianto, per avere queste strutture a disposizione, non sono per nulla banali.
E mi sono detto: che dire del "padiglione"? Nel tempo ho già parlato degli orrori di cemento, ricordando Goffredo Parise, che se la prendeva negli anni Settanta-Ottanta con i capannoni che avevano stravolto il "suo" Veneto e in certe zone della Valle d'Aosta questa reprimenda vale del tutto.
Ma mentre il termine "capannone" pare sia stato usato per la prima volta nel 1884, quello "padiglione" è ben radicato e starebbe in origine "per tenda da campo destinata in passato a sovrani e condottieri" per diventare in seguito "edificio isolato, destinato all’esposizione di merci e prodotti in mostre e fiere". L'origine è poetica, dal latino papiliōne(m) (nominativo papilĭo) "farfalla", usata anche per "tenda militare" per la somiglianza delle cortine alle ali della farfalla.
Ma di poetico ormai c'è poco e, tranne qualche padiglione che ho visto in Svizzera, che mi pareva piuttosto gradevole per architettura e per materiali, il trionfo della plastica o cose simili mi sembra che qui da noi crei una visuale paesaggista esterna brutta e un ambiente interno poco salubre.
Segnalo il problema, ma non la soluzione. Sarebbe bello fare un concorso di idee che consentisse di inventare soluzioni nuove oppure fare quello che raramente si fa in Valle: andare a vedere cosa sia stato fatto altrove. Scelta che resta basilare, perché lo sviluppo della società umana passa anche attraverso la copiatura o l'imitazione. Per migliorare, certo!

Quelle aerovie sulla nostra testa

Un particolare di una mappe di rotte aereePer una dozzina d'anni, ho viaggiato in aereo con una certa continuità su percorsi europei, avendo come destinazione privilegiata Bruxelles. Tranne le volte in cui mi capitava di viaggiare da Ginevra, il grande dei viaggi era da e per Torino Caselle o Milano Malpensa.
Durante l'attraversamento delle Alpi, la direttrici di traffico che ho più frequentato sono state quelle che passano sopra la Valle d'Aosta, godendomi o in salita o in discesa viste panoramiche straordinarie delle nostre montagne e analoga fortuna ho avuto, a quote più basse, in decollo o atterraggio su Aosta. Ma proprio le tratte internazionali i viaggi confermavano un problema che avevo sollevato a Roma e poi a Bruxelles, quello dei troppi aerei che attraversano la nostra Valle.
Scrivevo nel 1999 al Ministro dei trasporti un'interrogazione parlamentare a risposta scritta, che non ebbe seguito. Ricordavo in quel testo "che per ragioni storiche, legate all'evoluzione del volo aereo sin da epoca pionieristica, la zona del Monte Bianco - con il massiccio che contiene anche la vetta piu' alta d'Europa - è un punto di riferimento geografico che è rimasto tale dal tempo del volo a vista sino alle attuali sofisticate tecniche di radioassistenza per gli aerei, che consentono notevole sicurezza e gran precisione". Aggiungevo come questo "significa che il sorvolo della Valle d'Aosta rappresenta una costante per molte rotte aeree e l'incremento del numero di aeromobili che sorvolano quotidianamente la Valle (la stima è di circa 350 velivoli che attraversano complessivamente lo spazio aereo della regione nel corso delle 24 ore con numeri maggiori nel caso di eventi bellici, come la guerra del Golfo) è dovuto all'enorme crescita del traffico aereo lungo i diversi assi europei e mondiali e anche, in parte, alla vicinanza di importanti aeroporti, quali Malpensa, Linate, Bergamo, Caselle, Ginevra e Lione".
Poi il problema politico: "questa grande concentrazione di sorvoli ha evidenti ricadute sotto il profilo dell'inquinamento atmosferico e acustico per la piccola regione e vi sono "punte" di traffico che risultano eccessive rispetto ad un elementare rapporto fra numero di aerei in volo per chilometro quadrato, che rischiano di far assomigliare la Valle a congestionate aree limitrofe ai grandi aeroporti e ciò contrasta con la locale vocazione turistica, crea preoccupazione per la popolazione residente visti i problemi ambientali al suolo che possono derivare dagli scarichi dei residui di combustione di tanti velivoli e vi sono infine problemi legati alla sicurezza di chi sceglie la Valle per effettuare il volo a vela".
Con l'aiuto di tecnici mi ero infilato anche nel dedalo delle normative: "considerate le difficoltà di alzare le quote minime di sorvolo per gli aerei in partenza dalla Malpensa, che rappresentano uno dei "prezzi" che la Valle si trova a pagare dopo la valorizzazione dello scalo lombardo, è opportuno riflettere su di un parziale spostamento del traffico aereo grazie ad una modifica delle aerovie che la sovrastano e la attraversano; l'aerovia che da Saronno va a Passeiry in Francia effettua una deviazione per passare esattamente sul punto di riporto detto Banko (vale a dire Monte Bianco), dove cambia denominazione da B4 a B37, tagliando così per lungo l'intera Valle d'Aosta, mentre un eventuale tracciato congiungente, senza deviazioni, Saronno con Passeiry consentirebbe di stare più a nord, interessando solo marginalmente la zona nord-est della Valle; si tratterebbe poi di ridefinire i percorsi dei veivoli che, partendo da Malpensa, si dirigono verso ovest e che attualmente seguono o la rotta Romagnano, Biella, Aosta o si spingono, se si tratta di aerei più pesanti, sin quasi a Caselle (D17 BLA) per poi virare verso Aosta e quindi proseguire, a seconda delle rotte, verso Passeiry in Francia o per St. Prex in Svizzera. Per evitare il sorvolo di Aosta, di buona parte della Valle e soprattutto per consentire di liberare gran parte del cielo della regione almeno sino al livello di volo 300 (9.000 metri circa), bisognerebbe, almeno per un certo numero di veivoli, una volta raggiunta Biella, instradare gli aerei, a seconda delle destinazioni, o per Adiso (Gran Paradiso) dove si immetterebbe sull'aerovia A1 o per il punto Cervi (Cervino) sull'aerovia B372 o per Biban sull'aerovia L612; è certo che la ristrutturazione, pur parziale, di un sistema di aerovie che non toccherebbe, come si osservava precedentemente, altri sorvoli svolti invece ad alta quota, richiederebbe la soluzione di problemi legati ad accordi internazionali e progettazioni e realizzazioni che potrebbero scontrarsi con abitudini e scelte già effettuate da tempo, trovando perciò una comprensibile resistenza al cambiamento". Nella parte finale disquisivo sui problemi delle normative per avere aerei meno rumorosi e inquinanti.
Non credo che le dose siamo cambiate, certo che allora Roma tacque, mentre la Commissione europea disse che certe questioni sarebbero state risolte con il "Cielo unico europeo", uscendo dall'assurda situazione di una visione del cielo comunitario ancora intrisa di abitudini dei vecchi Stati e dei "loro" cieli rispettivi. Ma questo è ancora di là da venire per i soliti rallentamenti nazionali nella politica europeista in tutti i settori del Trasporti.
Così troppi aerei viaggiano sulle nostre teste e troppi "sfiorano" il massiccio del Monte Bianco.

Il ciclo delle stagioni

Le stagioni nel gioco cinese del MahjongPrescindiamo per un attimo dalla solita polemica sulle stagioni, che ormai sembrerebbero non più tanto catalogabili, com'era invece spiegato dal sussidiario ai tempi della scuola con delle belle illustrazioni. Quando si imparano i rudimenti di quelle che dovrebbero essere le poche certezze della nostra vita, poi scompaginate dalla vita vissuta.
La solfa la conosciamo: non ci sono più le "mezze stagioni". Ricordo, però ed è un ammonimento a non strafare, che cosa rispose sul punto il mio amico Luca Mercalli, specialista del clima sulle Alpi: «Basta, anche voi come giornalisti non dovreste propagare questo luogo comune. E' una chiacchiera da bar; lo diceva già Giacomo Leopardi nello "Zibaldone" duecento anni fa. Poi, che cosa significa "mezza stagione"? L'unica cosa che possiamo dire è che il clima è sempre molto variabile e ogni anno ha le sue particolarità. Allora potremmo affermare che c'erano meno stagioni duecento anni fa, perché faceva molto più freddo e c'erano un lunghissimo inverno ed una breve estate».
Eccolo uno dei brani evocati di Giacomo Leopardi: "Del resto non ha molt'anni che le nostre gazzette, sulla fede dei nostri vecchi, proposero come nuova nuova ai fisici la questione del perché le stagioni a nostri tempi sieno mutate d'ordine ec. ec. Quello che tutti noi sappiamo, e che io mi ricordo bene è, che nella mia fanciullezza il mezzogiorno d'Italia non aveva anno senza grosse nevi, e che ora non ha quasi anno con nevi che durino più di poche ore. Così dei ghiacci, e insomma del rigore dell'invernata. E non però che io senta il freddo adesso assai più che da piccolo".
Questo per dire anch'io una rischiosa banalità, sapendo che con queste riflessioni viviamo ogni giorno. Ci pensavo l'altra sera, guardando dal balcone il castello di Ussel di Châtillon, in un imbrunire pieno di profumi e con nuvole rosate all'orizzonte, in questa estate bizzarra bagnata e solare, secondo le sue bizze. L'estate mi piace e potrei, in un immaginario album dei miei ricordi, proiettarmi con la fantasia le innumerevoli immagini che ho accumulato con luoghi, volti e circostanze.
Ma, dovessi dire, mi piacciono proprio tutte le stagioni in quel circolo rassicurante che avvolge la nostra vita e nel mio album credo che possa esistere una sorta di "par condicio" con la quale posso passare - come un giocoliere - dalle memorie di una stagione o dell'altra senza particolari preferenze.
Con gli anni finisci proprio, al di là delle stranezze del clima, per cogliere la bellezza di tutte le stagioni e osservi - perché l'esperienza varrà ben qualcosa - i ponti che ci sono fra le stagioni. Poi, in Valle d'Aosta, esiste un raro privilegio: le stagioni scorrono come un film nella stessa sala, che è il nostro scenario naturale. A giorni l'autunno incomincerà a manifestarsi ad alta quota e poi lo farà l'inverno, scendendo a mano a mani verso il basso, mentre la primavera e l'estate le montagne le risalgono per portare a rate la bella stagione. Ci sono momenti in cui - come una una "pizza quattro stagioni" - caratteristiche diverse convivono a seconda delle quote in un mix dovuto all'altimetria straordinaria.
Una ricchezza particolare, di cui i valdostani dovrebbero essere fierissimi.

Una legge sulla prostituzione

Annunci di 'professioniste' su un periodico valdostanoL'altro giorno, in un residuato stradale sulla statale, poco prima di Chambave, ho visto spuntare, anche in Valle d'Aosta, l'ultima modalità di prostituzione da strada, visibilissima da sempre lungo le strade in pianura: la prostituta con sedia di plastica al seguito, seduta ad aspettar clienti. In Valle di "professioniste" ce ne sono parecchie, come dappertutto. Alcune sono "lavoratrici autonome", ma la maggior parte sono inquadrate da "protettori" di vari livelli: dal balordo di turno alla criminalità organizzata.
La variante originale in Valle è rappresentata dalla "mondana" (come si scriveva una volta sui giornali) automunita, che si posiziona in modo strategico, più o meno sempre nella stessa piazzola, con allettante scorcio di gamba o sorriso ammiccante. Mentre più usuali sono la modalità agli angoli della strada o da "bar simpatici" - come avviene, con entrambe le tipologie, a Saint-Vincent - o la modalità dell'appartamento "ospitale" che, leggendo certi annunci sui giornali, ha consentito in qualche zona di Aosta un boom delle locazioni.
Intendiamoci subito: io non ho alcun intento moralistico nello scrivere di queste cose, perché solo in Italia si può accettare che una legge del 1958, la famosa "legge Merlin" - dal nome della deputata socialista Lina Merlin - che abolì giustamente le "case di tolleranza o chiuse" ("casini" o "bordelli" nel linguaggio corrente) dell'epoca, sia ancora in vigore, in un mondo che muta e basta pensare - in ultimo - alle diverse modalità di uso della Rete.
La filosofia italiana, che dice "chiudiamo una cosa e eliminiamo il problema" si è dimostrata ipocrita: l'offerta si è scaricata sulle strade e perfezionata in tratte di ragazze a livello internazionale e corrisponde - girala come vuoi, ma è così - ad una domanda che è insita nella natura umana e non solo al maschile. Per cui logiche dei divieti da proclama e non regolatrici del problema - fiscalità compresa - non portano da nessuna parte, perché "fatta la legge, trovato l'inganno" e in Italia gli inganni, che hanno ingrassato le mafie, durano da più di cinquant'anni.
Pare ormai certo che saranno chiamati ad esprimersi i cittadini, per un referendum già depositato in Cassazione, che prevede un'abrogazione totale della legge Merlin, il nome con cui è appunto la nota la legge 20 febbraio 1958 numero 75. Ma vi è anche la raccolta di firme in corso, su spinta di sindaci veneti, per una sua abrogazione parziale. Un referendum, minacciato e svolto, costringerà il Parlamento - sonnolento sulla materia per una serie di ragioni - ad occuparsi della questione.
Nell'Unione Europea il tema di un'armonizzazione legislativa è finora un tabù e non sarebbe facile, visto che si va dal proibizionismo totale, con prostituzione vietata per legge, come in Svezia, a forme di regolamentazione per legge in Paesi come Germania, Olanda, Svizzera, Austria, ma anche Grecia, Regno Unito, Ungheria e Lettonia. Formule diverse che si sommano a situazioni di apertura di fatto ma non di diritto, compresa appunto l'ambigua situazione italiana, ormai sfuggita di mano e piena di formule creative per ingannare la regolamentazione obsoleta, con le Forze dell'ordine spesso nell'impossibilità di agire.
E' bene che un referendum riapra il dibattito, obbligando a decisioni certe e definitive, in linea con i tempi e ovviamente con una logica di tutela per chi scelga - per propria decisione - di praticare questo mestiere. Chi dice il contrario o ha gli occhi ricoperti di pelle di salame o è in malafede.

Registrazione Tribunale di Aosta n.2/2018 | Direttore responsabile Mara Ghidinelli | © 2008-2021 Luciano Caveri