August 2013

Gli incroci della Storia

Un dipinto che celebra la Restaurazione franceseUna volta, nel parlare della "storia contemporanea", si partiva addirittura dalla Rivoluzione francese e dunque dal 1789, poi il confine tra la storia moderna e quella contemporanea è diventato ottocentesco, fissato con la fine dell'esperienza napoleonica e la Restaurazione, quindi siamo nel 1815.
Ma in realtà il confine è piuttosto mobile, con una tendenza a un progressivo e comprensibile spostamento in avanti: c'è chi vorrebbe diventasse solo la storia del XX secolo, ma per alcuni studiosi la definizione di "contemporaneo" potrebbe persino essere utilizzata esclusivamente per gli avvenimenti successivi alla seconda guerra mondiale.
Capisco quanto il tema sia scarsamente appassionante, perché quel che conta in fondo è avere coscienza della propria storia e questo consente un radicamento nel presente, senza il rischio dello spaesamento di chi non sa le ragioni per cui siamo qui oggi.
Nel 2010 e nel 2011 la Valle d'Aosta ha vissuto, con uno sconcertante oblio, due date di un anniversario di 150 anni: la prima era il 1860, quando la Savoia si riunì alla Francia con una mutilazione per i valdostani, visto il lungo percorso comune; la seconda era il 1861 con l'Unità d'Italia, che posizionò la Valle d'Aosta - nel seguire il destino della Monarchia sabauda - laddove si trova oggi. Entrambe le date avrebbero potuto essere occasione di confronto, ma una logica "usa e getta" di certa politica - votata al business più che alle idee - ha gettato alle ortiche un'occasione preziosa.
Direi, a naso, che questa scelta di una comunità valdostana smemorata si rischia di fare di nuovo nell'incrocio di date che fa tremare i polsi: un primo ciclo è il settantesimo anniversario delle vicende storiche della Seconda guerra mondiale, che va - se dobbiamo scegliere un punto di partenza e uno d'arrivo - dal già passato 25 luglio del 1943, quando il Gran Consiglio del fascismo "sfiduciò" Benito Mussolini alla Liberazione dell'aprile del 1945. In mezzo - tra poco - ci sarà un'altra data simbolo, l'8 settembre del 1943, quando ci fu il "Proclama Badoglio", come punto a capo per l'Italia, quando molti giovani raggiunsero le fila della Resistenza. Poi è vero che, in coda, in un ideale settantesimo, ci sono per la Valle d'Aosta un ulteriore addendo di date significative per l'attuale autonomia speciale.
Ma dicevo di un secondo ciclo, in questo caso la cifra tonda di un secolo che riguarderà un passaggio importante anche per la Valle d'Aosta: la Prima Guerra mondiale che si situa fra l'estate del 1914 (ma l'Italia entrò nel conflitto nel maggio del 1915) e l'autunno del 1918. Molti argomenti dovrebbero stimolare il confronto: come agì una guerra di queste proporzioni sulla popolazione valdostana, non fosse altro che per la strage di generazioni di giovani soldati inquadrati nelle Truppe alpine; quale dibattito avvenne con l'annessione del Tirolo del Sud e dunque di una grande minoranza linguistica alla luce anche della "dottrina Wilson" (dal nome del Presidente americano che propose più tutela per le minoranze nel diritto internazionale) e mi limito a questi due punti, cui se ne possono aggiungere altri.
Vedremo se si sceglierà la strada del minimo indispensabile o se, viceversa, si vorranno sfruttare le occasioni.

Fra Ponzio Pilato e i "chissà!"

Hristo Shopov nel ruolo di Ponzio Pilato nella 'Passione di Cristo' di Mel GibsonRomano Prodi, qualche settimana fa, in una conferenza in un'Università, aveva detto: «Ponzio Pilato è diventato il modello della nostra vita collettiva. Io sono un ciclista e fino a vent'anni fa sulle fontane c'era scritto "Acqua potabile" o "Acqua non potabile". Oggi invece trovo scritto "acqua non sottoposta a controlli" e questo è il simbolo di una struttura collettiva che non ha nemmeno più il coraggio di dire se l'acqua è pulita».
Sono testimone: l'altro giorno, in un fontanile qui in Valle, durante una passeggiata, mi sono trovato di fronte a quella scritta ipocrita, che in sostanza suona come una specie di «fatti tuoi!», che ha fatto invocare a Prodi la figura di Ponzio Pilato. Il solo personaggio - per il suo ruolo nella morte di Gesù - che viene nominato nella professione di fede dei cattolici (il "Credo"): "Fu crocifisso per noi sotto Ponzio Pilato, morì e fu sepolto".
Ricordo, per inciso, come a Ponzio Pilato sia collegata una singolare tradizione nel paese di Nus (dal latino "nonus", perché situato a nove miglia romane da Augusta Prætoria), dove viene chiamata "castello di Pilato" la costruzione che oggi è uno scarno rudere al centro del borgo. Secondo la leggenda, il castello avrebbe ospitato la celebrità, fermatasi lungo la strada verso l'esilio nelle Gallie - dove si dice morì suicida - all'epoca dell'imperatore Caligola. non esiste nessuna fonte credibile sulla fondatezza dell'episodio, ma chissà che non ci sia una briciola di verità.
A Ponzio Pilato è stato Papa Ratzinger, in un suo libro recente, a dedicare una ventina di pagine, che tratteggiano i molti aspetti complessi derivanti dal Nuovo Testamento. Così sintetizza in un passaggio: «L'immagine di Pilato nei Vangeli ci mostra il prefetto romano molto realisticamente come un uomo che sapeva intervenire in modo brutale, se questo gli sembrava opportuno per l’ordine pubblico. Ma egli sapeva anche che Roma doveva il suo dominio sul mondo non da ultimo alla tolleranza di fronte a divinità straniere e alla forza pacificatrice del diritto romano».
È chiaro che Prodi ha usato il riferimento al senso popolare e dunque al celebre e piuttosto rozzo "lavarsene le mani", ma un passaggio successivo non lascia dubbi e fotografa la situazione italiana, quando segnala come oggi ci si trovi di fronte «a un sistema politico così pieno di regole che nessuno si sente più in grado di prendere le decisioni».
In verità penso che si debba aggiungere che non è solo la complessità delle regole ad incidere, ma anche le crescenti contraddizioni di una paralisi derivante dal comitato disposto di un Governo che deve durare, perché senza una riforma elettorale le elezioni potrebbero riproporre un Parlamento senza maggioranza, cui si somma - in senso peggiorativo - la maggioranza ora al governo, che è composta da nemici giurati, che coabitano nel nome della stabilità, quasi santificata.
Per cui non viviamo in un'epoca in cui si possano dire con nettezza le cose e sembra prevalere una parola manifesto dell'incertezza: «chissà!».

Il gigante buono

Uno dei cani San BernardoIn una domenica estiva un classico, sin da bambino e poi nelle tappe della paternità, è la gita al Gran San Bernardo. Attrazione scontata sono i cani "San Bernardo", che salgono lassù ormai solo d'estate, mentre nella storia la loro specialità era il salvataggio invernale del viandante in transito. Diciamolo subito: senza la botticella al collo, che è stata un'invenzione dei pittori inglesi, ormai assorbita persino dai souvenir in vendita, kitsch come tutta l'oggettistica di questo genere.
Oggi i cani sul Colle sono della "Fondation Barry", nel cui sito trovate tutta la storia, che è poi riassumibile in poche righe: "En 2005, la "Fondation Barry" reprenait des mains des chanoines le chenil des célèbres Saint-Bernard du col éponyme. Depuis lors, la fondation est propriétaire du plus ancien élevage au monde du chien national suisse". Senza la "Fondation" e certi mecenati che la sostengono l'allevamento e i cani in quota sarebbero spariti a causa della grave crisi di vocazioni dei Canonici svizzeri, che reggono l'Ospizio con crescenti difficoltà e non a caso da poco hanno lasciato il nostro "Institut Agricole" di Aosta, che avevano collaborato a far nascere nel 1951.
Per cui onore alla Fondazione che prende il nome dal San Bernardo eroico, quel Barry I (1800-1814), che salvò almeno quaranta persone e il cui corpo imbalsamato è esposto presso il Museo di Storia Naturale di Berna. Va detto, però, che il prezzo per la visita agli animali al Colle è piuttosto cara e le gabbie che ospitano i cagnoni mettono una certa tristezza, forse un piccolo sforzo architettonico avrebbe evitato l'effetto Guantanamo.
Traggo dall'Atlante delle razze canine la seguente descrizione: "Il Cane di San Bernardo (St. Bernhardshund) è tra i cani più grandi del mondo, soprannominato il "Gigante delle Alpi". La sua culla d’origine di trova al confine tra Italia e Svizzera, ad un'altitudine di 2.472 metri. E' il più grande tra tutti i molossoidi. Sono diverse le ipotesi della sua origine. Deriva certamente dai grandi molossi pesanti della lontana stirpe assiro-babilonese. Presso le civiltà sumero-accadiche erano già presenti molossi simili a questo cane. L'ospizio di San Bernardo fu fondato dal nobile Bernardo da Mentone nel 1049 con il generoso intento di dare riparo ai viandanti e ai dispersi; in questo ospizio venivano usati dei molossi che venivano specializzati nel soccorso. L’opera di soccorso dei San Bernardo raggiunse il suo apice nel ventennio 1790-1810. la selezione della razza venne portata avanti da monaci con molta serietà. La razza si è, con il passare degli anni, specializzata nel soccorso dell'uomo, ed è attualmente la razza più indicata al mondo per questo ruolo significativo. Con la stesura dello Standard nel 2 giugno 1887, al Congresso Citologico di Zurigo, iniziò ufficialmente l’evoluzione cinofila del Cane di San Bernardo".
Una sola precisazione per evitare storpiature: il grande Santo, San Bernardo, era di Aosta ed è bene che questo nostra grande personalità sia oggetto di vanto per i valdostani.
Quella dei cani è, invece, una storia di certo ancora più antica dell'Ospizio al Colle del Gran San Bernardo e mi sento di azzardare ancora più datata della strada romana, che da Aosta biforcava verso la Francia e la Svizzera, attraverso i Colli del Piccolo e del Grande, dedicati a quel San Bernardo, che dal 1923 - non a caso e per scelta di Papa Ratti, grande esperto di montagna - è diventato il Patrono degli alpinisti.

Pila e la memoria

La cappella e la chiesa di PeseinDa Jules Verne ad Aldous Huxley, ma gli autori citati potrebbero essere decine, chi si è occupato di fantascienza ha sempre precorso i tempi: l'ingegno umano ha dimostrato, ogni volta, che anche quelle che ai contemporanei sembrano bizzarrie un giorno potranno trasformarsi in realtà.
Ci pensavo ieri, a bordo della telecabina "Aosta-Pila", terza generazione dell'impianto funiviario. La prima ovovia - una "due posti" dalla clamorosa portata oraria per l'epoca grazie al numero fitto di "ovetti" in linea - fu inaugurata nel 1957, dunque non sono per poco un suo coetaneo. Ma l'ho sempre vista in funzione nell'esercizio ventennale delle origini, poi nella versione seguente che coprì meno di un decennio e infine nell'attuale versione, aperta al pubblico nel 2008.
Mi piacerebbe che, un giorno, esistesse un'apparecchiatura che potesse riversare le immagini imprigionate nella memoria del nostro cervello e si potesse comparare l'Aosta degli anni Cinquanta e quella attuale con una "Cogne" allora gigantesca e la teleferica che da Plan Praz trasportava nella fabbrica quel materiale ferroso che il trenino portava da Cogne, passando sotto la galleria del Drink. Charvensod era molto più verde e meno costruita, certo più immersa in quel mondo rurale, che è cambiato in profondità. A Les Fleurs ricordo da sempre i ripetitori "Rai", compreso l'altissimo traliccio che serviva per le Onde Medie, che qualche tempo fa è stato spento.
Quando oggi arrivo a Pila e getto uno sguardo alla baita dove passai alcune estati da zia Eugénie, non posso non essere investito dalla terribile cementificazione dell'Alpila e di altri speculazioni di molti anni fa. Pila poteva essere Verbier, con una logica di tante belle costruzioni di montagna, e invece è stato il tentativo fallimentare di scimmiottare lo "ski total" di certe grandi stazioni francesi in un intrico di interessi e corruzione che è ormai caduto nell'oblio. Oggi si può dire che aveva ragione chi, come mio zio Séverin Caveri, veniva accusato da politici rampanti dell'epoca «di non capire» e invece lui, che di quella zona conosceva ogni sasso, sapeva bene quel che diceva, perché un bravo politico è sempre visionario, in senso buono!
Oggi se potessimo tornare indietro lo sviluppo sarebbe diverso.
Quando ero bambino, la piccola cappella di Pesein richiamava i fedeli con i rintocchi argentini di una piccola campana sul minuscolo campanile in pietra, azionata da una catena all'ingresso, che era sovrastato da un affresco di Madonna con bambino. La chiesetta è stata affiancata da una chiesa nuova, consacrata da una dozzina d'anni, che è un segno architettonico moderno, che in sostanza completa - per così dire - il cambiamento dei luoghi, che nella mia memoria - evviva! - sono diversi.

La montagna e i suoi rischi

Giorgio PassinoSul Web trovi questa presentazione sintetica di Giorgio Passino: "Guida alpina, sciatore e alpinista estremo nel team "No Limits", ex presidente della società delle guide di Courmayeur. Non servono parole per descrivere un personaggio leggendario che ha fatto la storia dello sci ripido e dell’arrampicata su ghiaccio".
Passino, 51 anni, con un curriculum di imprese alpinistiche invidiabile e polivalente, è la guida che ha avuto oggi prima dell'alba, mentre saliva il Monte Bianco dalla parte francese, una sfortuna che può capitare su quel versante. Si è trattato del distacco improvviso e imprevedibile di un seracco, un gigantesco blocco di ghiaccio, ha innescato una slavina che ha colpito la cordata di Passìno con due alpiniste ossolane che accompagnava verso la cima. Non c'era niente da fare se non sperare: le due donne purtroppo sono morte e questa sciagura si somma alle molte già avvenute su questo stesso percorso, forse accentuate dal cambiamento climatico.
Passino - con una grave ipotermia - è stato salvato dalla Gendarmerie e elitrasportato all'Ospedale di Annecy. Questo è quanto ha scritto il giornale "Le Dauphiné Libéré": "«Les trois alpinistes ensevelis ont été engloutis dans une crevasse», a également précisé la gendarmerie. «C'est un secteur très fréquenté à cette période de l'année. Il y avait peut-être jusqu'à quarante personnes dans l'ascension au moment de l’accident»".
Quindi un colpo di sfortuna, quella stessa imprevedibilità che può colpire in ogni momento ciascuno di noi, specie perché non c'è stata imprudenza o sottovalutazione. Questo è importante: in quest'estate luttuosa sulle Alpi a causa di numerosi incidenti non sempre quel che è avvenuto è da ascrivere ad un comportamenti corretto, che si incrocia con i grandi rischi sempre intrinsechi nell'alpinismo, specie una alta quota.
Si tratta di un ambiente naturale ostile e che comporta sempre pericoli seri. Sono umanamente vicino a Passino, perché capisco - per le lunghe frequentazioni dell'ambiente - quanto sia doloroso per una guida alpina perdere in un incidente i propri clienti. Esiste in questa parola "cliente", un'accezione umile e affettuosa, davvero di chi - in zona ostile - chiede protezione a chi è più esperto e sa come muoversi minimizzando i rischi. Ma nessuno può, purtroppo, annullarli del tutto e anche questo fa parte del contratto fra la guida e i suoi clienti.
La Montagna, quante volte l'ho detto, è inanimata: non è buona o cattiva, accogliente o ostile, amica o nemica. Siamo noi che sfidiamo le montagne, ognuno al proprio livello: così dobbiamo sapere accettare il destino. Anche quando sa essere crudele.
Questo ci può essere insegnato dalla guida alpina, quel professionista della montagna, nato agli albori dell'alpinismo e ormai radicato nella tradizione e che ha fatto del Ferragosto - nel cuore della stagione estiva - la sua Festa.

Napolitano ferragostano

Giorgio NapolitanoCon un'attesa quasi grottesca, pensando che siamo a poche ore dal Ferragosto, è arrivata la dichiarazione del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, sul "caso Berlusconi".
Prima di esprimere qualche valutazione, mi sia permesso un ragionamento. L'estate, più di altri periodi, è un momento di socialità: sono numerose le occasioni d'incontro conviviale e la politica diventa uno degli argomenti di chiacchiera in queste occasioni. Essendo politico "di lungo corso", vengo considerato un interlocutore con cui parlare di politica diventa un fatto quasi naturale.
Molto spesso, in queste occasioni, si spalanca un abisso con la scoperta che, mentre il mondo della politica si agita su molte questioni come un formicaio impazzito, per una gran parte delle persone questi temi sono distantissimi e in parte o del tutto incompresi. Così mentre la politica simula scenari di guerra e campi di battaglia a colpi di dichiarazioni a mezzo stampa, si osserva il fenomeno, in barba alle speranze di tanti padri della democrazia, di una vasto repertorio di vuoto pneumatico rispetto alla politica. La casistica è vasta: da chi non prende un canale al qualunquismo spicciolo, dalla curiosità ingenua all'aggressività disinformata. Per molti la politica è una professione di fede ma senza conoscenze elementari. Per altri discutere di certi argomenti è come andare ad orecchio. Manca spesso una bussola che indichi, in modo elementare, quantomeno i punti cardinali.
Non voglio generalizzare o trasformare in una caricatura un tema delicato, ma sembra quasi che questo famoso teatrino della politica abbia sempre meno spettatori e che quelli che assistono allo spettacolo non sempre colgano la trama.
Colpa di chi? Della politica certo e del degrado delle stituzioni, ma anche dei troppi cittadini che hanno deciso che certe cose non vanno approfondite e che ci si può accontentare del minimo sindacale nelle loro conoscenze.
Così la dichiarazione di Napolitano potrebbe essere oggetto di qualcuna delle trasmissioni satiriche in televisione, come avvenuto con "Le Iene", quando hanno scoperto che tanti parlamentari mancano di elementi fondamentali di cultura generale. Temo che scopriremmo che lo stesso testo, come da commenti odierni dai giornali, consente di dare un colpo al cerchio e uno alla botte: senza vincitori né vinti, facendo un pari patta fra contenti e insoddisfatti.
Al mare, in montagna, alla sagra popolare o ai giardinetti, oggi tanti "politologi fai da te" commenteranno le scelte del Quirinale. Alcuni, se opportunamente interrogati, farebbero un'insalata russa della mappa istituzionale della Repubblica o delle vicende che hanno portato alla nota, ma questa drammatica deriva della democrazia partecipativa e consapevole sembra non preoccupare più nessuno.
Cosa penso della dichiarazione di Napolitano? Il succo è: tenetevi il Governo Letta, poi si vedrà. E che Silvio Berlusconi stia calmino, come dimostrato dall'evocazione - fra parentesi - di Bettino Craxi.

Ferragosto = Turismo

Il rifugio 'Arp' di EstoulIl tormentone di questi anni nel turismo è in Valle d'Aosta, più o meno, il seguente: «gli italiani abbandonano la montagna, ma arrivano più turisti stranieri». E' un mantra che viene ripetuto sia d'estate che d'inverno e che, per la stagione in corso, registra una sola novità: anche la corazzata Trentino-Alto Adige/SüdTirol si lamenta di un calo, dopo anni di incrementi.
Da noi il dibattito, negli ultimi tempi, si svolge più o meno seguendo uno schema, che somiglia a certi filmoni sentimentali con il lieto fine. A inizio stagione lamentazioni generali, poi pian piano più le voci diventano ufficiali e più i problemi sembrano risolversi sino all'arrivo, settimane dopo, dei dati di presenze e arrivi, che vengono commentati con il sorriso, come fanno tutti i partiti nei commenti del post elezione. Sui titoli di coda scorrono i ringraziamenti reciproci fra autorità e associazioni di categoria.
Forse le varianti più recenti sono due: l'evocazione della crisi come elemento immanente, tipo il peccato originale, cui non si può sfuggire e che cala sulla scena, come il risolutore deus ex machina della tragedia greca e che serve a sgravare tutti dalle colpe in un'assoluzione generale; la seconda è che il politico non blandisce più ma, forte di elezioni appena svolte, avverte le categorie del turismo che la fine dell'epoca delle vacche grasse coincide con un generale «tiratevi su i pantaloni» e dateci dentro, com'è giusto che sia in una società capitalistica con il welfare agonizzante.
Applausi.
Che è poi più o meno il tono del "tecnico del settore" che con tono muscolare e modi spicci indica la linea del futuro che verrà, usando il comunicato stampa come un machete nella giungla contro chi timidamente obietti e proponga di aprire un confronto. Il modello è già pronto e frigge nel microonde, per cui «zitti e mosca!», mangiate il piatto precotto.
Non resta che godersi il Ferragosto, via dalla pazza folla, com'è capitato a me in un rifugio alpino (l'Arp sopra Estoul, a Brusson, dell'ospitale famiglia Vicquéry), dove la sera ci si ritrova con rassicuranti habitué della montagna (ormai, purtroppo, in prevalenza anzianotti), che sanno dove sono e di che cosa parlano. L'assenza del segnale del telefono consente di "staccare" per qualche ora in un mondo che vive la connessione come una droga. Mi sono perciò evitato il fervore delle dichiarazioni sul "tutto esaurito", sulla "prenotazione all'ultimo secondo", sulla santificazione dello "straniero che apprezza e l'italiano che ci ha lasciati", su "l'aumento dei posti letto" ma con percentuali di occupazione in calo, su "il progetto importante con TripAdvisor" come pannicello caldo.
Mi godo, invece, il fischio delle marmotte lungo il sentiero e il richiamo delle aquile nel cielo, che mi offrono la chiave dell'unica vera soluzione: il silenzio.

I fari gialli dell'autonomia

Gli storici fari gialli su una 'Citroën Ds'In politica non esistono marchi e brevetti sulle idee e non ci sono sistemi di certificazione di qualità o controlli su rischi di sofisticazione. Peccato, perché a me questa storia che tutti in Valle, pur con diverse gradazioni, come le lenti per i miopi, siano autonomisti e federalisti mi ha per un certo periodo molto divertito, sino a quando mi sono convinto che questa standardizzazione della politica risulti nociva per la Valle d'Aosta.
Sarebbe bene distinguere in qualche modo chi ci crede davvero da chi, per diverse ragioni, interpreta una parte e finge di essere chi non è. Ho già detto che si tratta di una forma di travestimento (genere "ballo in maschera" per piacere agli elettori), se vogliamo usare un esempio umano, o peggio ancora di "mimetismo" (per favorire la sopravvivenza della specie politica), se ci riferiamo al mondo animale.
Per capirci, riprendo un capitoletto di "Wikipedia" su perché per tanti anni - e per chi lo voglia ancora oggi - i francesi avessero i fari dei loro veicoli in circolazione di color giallo, per chi non lo sappia: "Lors de la guerre 1939-1945, la France aurait adopté les phares jaunes, pour se démarquer des véhicules allemands et ainsi pouvoir différencier les véhicules français des ennemis; il était donc aisé de distinguer de loin les colonnes militaires par l'armée française, les résistants et les alliés. L'arrêté imposant les phares jaunes date du 3 novembre 1936 et concerne les véhicules mis en circulation à compter du premier avril 1937, disposition applicable à tous les véhicules au premier janvier 1939. Aucun document officiel n'atteste de l'origine militaire de cette décision, mais quelques sources la suggèrent.
Ce système est ainsi resté obligatoire (avoir des phares blancs sur une voiture immatriculée en France avant janvier 1993 était passible d'une amende). Ce système fut abandonné, au profit des phares blancs en janvier 1993 et ainsi d'une meilleure harmonisation européenne, mais il reste légal pour tous les véhicules"
.
Mi piace l'esempio: vorrei che chi crede in certi valori e segue certi pensieri fosse come i fari gialli nella notte dei francesi per poter distinguere gli "altri". In tempi difficili, quando la moda del "tutti valdostanissimi" passerà, la distinzione sarà più facile per l'evaporazione di certi idealisti d'accatto, ma affrettare i tempi sarebbe come stipulare un'assicurazione sulla vita.

La montagna comporta rischi

Non ho elementi per giudicare - ma i particolari arriveranno nelle prossime ore - come abbiano pensato i genitori del neonato di otto mesi, morto questa mattina, di portarlo senza conseguenze sulla sua salute ai 3.000 metri del rifugio degli "Angeli al Morion" (ex "Scavarda") in Valgrisenche.
Una scelta sbagliata, che accrescerà il dolore straziante dei parenti del bimbo, come spiegano tutti i dottori specializzati in medicina di montagna. Gli esperti nel tempo hanno, infatti, grazie a molti studi, declinato obblighi e consigli sulla montagna e i suoi rischi dalla nascita sino a tarda età.

Lassù sull'alpeggio

Bovini al pascolo in alpeggioIn alta montagna, quando capita di incontrare una mandria di bovini al pascolo, il tempo potrebbe essere fermo da secoli. Tolte le strade poderali, le auto che le percorrono, i recinti elettrificati e altri segni della modernità, come gli aerei che sfrecciano nel cielo con le loro scie, dal profondo della nostra storia spunta l'allevamento del bestiame, come evoluzione - grazie all'addomesticamento - della caccia.
Quando il turismo di massa non raggiungeva ancora le nostre montagne, prima con l'alpinismo poi con il turismo estivo (anche per la salute e il termalismo) e poi con il grande sviluppo invernale inseguendo lo sci, le "terre alte" erano in effetti il regno dell'allevamento, di un'agricoltura di sussistenza, dei cacciatori eredi di antichissime gesta e di chi attraversava i colli per pellegrinaggio, commercio o guerra.
Per questo trovo - alla ricerca di radici profonde - che l'iniziativa "Alpages Ouverts" dell'Arev ("Association Régionale Eleveurs Valdôtains"), che dal 2000 organizza visite guidate agli alpeggi, sia una bella idea.
Da "Treccani" ricordo cosa si intenda per alpeggio: "Esercizio del pascolo del bestiame in montagna, da quote di circa 1000 metri sino a 2300 - 2500 metri, denominato anche "monticazione" o "estatatura". Si effettua da fine maggio a metà settembre, ma ha durata diversa secondo l'altitudine, l'esposizione, la giacitura e la vegetazione dei pascoli (minimo due mesi: luglio ed agosto). E' una pratica molto antica, che risponde a necessità economiche e tecniche a un tempo, sia perché permette di sfruttare la produzione foraggera di alta montagna, inutilizzabile in altro modo, sia perché irrobustisce gli animali".
Nel suo sito l'Arev "fotografa" il fenomeno, che da noi prevede passaggi intermedi sino ad arrivare alla "montagne", così definita non a caso dai valdostani, quando le vette erano improduttive: "La superficie degli alpeggi valdostani è di circa 75.000 ettari. Vi sono in tutto 281 alpeggi, 217 alpeggi ospitano vacche da latte; queste montagne producono "Fontina" oppure conferiscono il latte al caseificio a valle. Sono 64 gli alpeggi destinati a pascolo per bestiame improduttivo (manzi). La media generale di permanenza in alpeggio è di 115 giorni".
Immagino che il dato sia mobile e vadano aggiunti anche alpeggi di ovini e caprini.
Visitare gli alpeggi ha una duplice valenza. E' interessante per tutti quei valdostani, che sono vittime di una sorta di analfabetismo di ritorno verso usi e tradizioni locali. E' bello per i turisti scoprire questo mondo che è un caposaldo della civiltà alpina.
Resta inteso che molto ruota attorno al formaggio più noto, la "Fontina". Visitare un alpeggio consente di capire che - a fronte di una "Fontina" di qualità per la bontà del latte e la capacità di ben lavorarlo - non deve stupire che la "Fontina" possa avere gusti diversi al palato, rispetto ai formaggi standardizzati di produzione industriale. Questo non vuol dire che sia accettabile la presenza di formaggio con gusto non all'altezza del prodotto o che non si debba esplorare la strada di due denominazioni "alpeggio" e "pianura", che chiarirebbe meglio l'origine nel quadro europeo della "Dop" (Denominazione d'origine protetta), che lega indissolubilmente la fontina al nostro territorio. E non mi sento di esclude neppure - ma so che c'è lo fa, non usando il termine "Fontina", perché il disciplinare di produzione non lo consente - la possibilità, cui ho sempre pensato per la difficoltà derivanti da forme molto grandi e dunque difficili da porzionare, di avere formaggi più piccoli rispetto agli 8 - 12 chili attuali con il diametro di 43 centimetri, che è molto grande.
Sono pensieri in libertà, come le mandrie di mucche di razza valdostana che, in queste settimane estive, sotto l'occhio dei pastori e dei loro cani, presidiano le distese erbose al limitare delle cime delle nostre montagne.

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