July 2013

Dopo cinque anni di crisi

Una delle case in vendita dopo l'esplosione della bolla 'subprime'Tutto - ricorderete - ebbe inizio con lo scoppio della bolla del mercato immobiliare americano ed ebbe il suo culmine nel 2008, inizio del quinquennio in corso. Allora, dopo un lungo periodo in cui i prezzi delle case erano sempre cresciuti negli Usa, alle famiglie veniva data l’opportunità di accendere un mutuo con gran facilità. I creditori, infatti, si erano dati ad una pratica chiamata dei "prestiti subprime", concedendo prestiti a persone poco solvibili, a cui normalmente non sarebbe mai stato accordato un mutuo. Il patatrac è noto.
Ci sono stati poi gli alti prezzi delle materie prime (petrolio anzitutto), una crisi alimentare mondiale per via di speculazioni, un'elevata inflazione che ha attraversato i Continenti, la minaccia di una recessione globale e per finire una crisi creditizia con conseguente crollo di fiducia sui mercati borsistici. Amen.
Si è poi passati alle difficoltà e ai deficit delle finanze pubbliche e alle difficoltà dei sistemi bancari di molti Paesi con tonfo dei consumi e sfiducia nei mercati ad incrementare ancor di più la spirale negativa.
Ma veniamo a noi. La storia della Valle d'Aosta, come un'"isola felice", è sempre stata uno stereotipo e come tale esagerato e ha pure attirato invidie e gelosie non da poco. Ma da lì a diventare, come ben visibile oggi, una sorta di "città bombardata", c'era comunque un bel cammino da fare, vista la bontà dei principali indicatori economici e sociali. Spiace dunque constatare che sia andata così e ora è bene definire con esattezza le responsabilità, che non hanno consentito - e non è un dato di parte - alla nostra Regione di accendere neppure il famoso mutuo sulle "grandi opere", neppure nella versione ridotta. Brutta storia, di cui si è scritto poco.
Se è giusto, infatti, evocare il fosco quadro italiano in cui ci troviamo in cui la politica zoppicante peggiora tutto e il travagliato cammino europeo e mondiale come da premessa, è anche l'ora di dire che la reazione del Governo valdostano - fingendo una logica collegiale, quando invece a decidere era ed è uno solo - di fronte alla crisi, grave e persistente. è stata debole e legata a logiche ormai vecchie, con tagli indiscriminati e finanziamenti improduttivi a causa di una mancanza di visione politica e culturale. Trovare nuovi strumenti per reagire alle difficoltà è risultato di conseguenza impossibile (esemplari in negativo per le misure per l'impiego) e l'accettazione, piuttosto passiva, di tagli finanziari statali e di regole che che hanno reso difficile la spesa, ha fatto il resto. E non basta un successo elettorale personale come lasciapassare per quanto è avvenuto e sta avvenendo. Anzi.
Dal 2008 ad oggi, ci siamo sentiti dire più volte che bisognava pazientare e che dietro l'angolo c'era l'uscita dalla crisi. O gli angoli sono risultati infiniti oppure la verità è che la crisi persiste e anzi da noi picchia durissimo.
Penso che sia giunta l'ora di mettere ordine nei molti dati statistici. Va bene (anzi malissimo) sapere che cresce la disoccupazione, ma bisogna capire con esattezza cosa stia capitando nell'industria, nell'artigianato, nel commercio, nel turismo. E' necessario sapere di più sulla salute finanziaria delle imprese (pensiamo alla verità sulla "Cogne acciai speciali" che emerge, guarda caso, dopo le elezioni) e delle famiglie. Solo la conoscenza complessiva potrà evitare interventi a spizzichi e bocconi per fermare il degrado e per essere pronti a sfruttare l'alito di vento, quando la paralisi attuale - che è persino regressione - finirà.

Ascoltare i valsusini

Una manifestazione del 2010 dei 'No Tav'Ho seguito, per alcuni anni e molto da vicino, la vicenda dei trasporto merci in zona alpina, tema su cui cerco di tenermi aggiornato.
L'interesse, sin dall'origine, era evidente: uno dei corridoi di passaggio dei Tir è stato, da una quarantina d'anni, quella tratta della "Rete transeuropea dei trasporti" su strada, che è il tunnel del Monte Bianco con le autostrade afferenti sui due versanti. In particolare questo avvenne, dopo la riapertura del traforo a seguito dei lavori dovuti alla tragedia dell'incendio dentro il tunnel nel 1999, prima con il via al traffico leggero nel marzo 2002 e poi, quattro mesi dopo, coi camion a senso alternato e infine a doppio senso l'anno successivo.
Allora gli ambientalisti temevano un boom nei passaggi di mezzi pesanti - e dati derivanti da diversi studi confermavano i timori - e questo supportava due necessità: contingentare ragionevolmente i Tir in transito in Valle, sapendo che mai un blocco sarebbe stato accoglibile dalle autorità comunitarie e, visto dalla mia visione di allora, allineare l'Italia alla scelta svizzera di trasferire le merci dalla rotaia alla gomma. La Confederazione Elvetica aveva, non a caso, preventivato due nuovi tunnel ferroviari: la galleria di base del Lötschberg, che con i suoi 34,6 chilometri collega le località svizzere di Frutigen e Raron ed è stata inaugurata il 16 giugno 2007 e quella di base del San Gottardo, ancora in costruzione e in esercizio dal dicembre 2016, che collegherà le località svizzere di Erstfeld e Bodio e sarà, con i suoi 57 chilometri di lunghezza, il tunnel ferroviario ad alta velocità più lungo del mondo. Costruzioni ciclopiche, che rientrano nel progetto ferroviario svizzero "AlpTransit", che mirava a togliere il più possibile camion dal territorio transalpino.
Allora in Italia si discuteva di due trafori: il "Torino - Lione" di base e analogo traforo fra Austria e Italia (Tirolo del Sud) sotto il Brennero. Il secondo, partito più tardi, sembra ormai avviato in modo deciso ed è di ieri lo stanziamento suppletivo di 106 milioni di euro dell'Unione europea per un'opera che ha ormai un decimo del percorso in galleria già realizzato. Invece la Torino-Lione langue per carenza di soldi in Italia e per una volontà francese di spostare l'opera dopo il 2030. Pesa in più il "no" della gran parte della Val di Susa e il manifestarsi di dissenso anche sul versante francese, sinora piuttosto silente.
Sul punto vorrei dire la mia, sapendo che non ho mai nascosto di essere stato favorevole a questo traforo ferroviario nelle circostanze di una decina di anni fa. Oggi il tempo passato, lo scenario europeo mutato e la crisi economica incombente invitano, tuttavia, alla prudenza e spiace che l'appello dei sindaci valsusini ad un dialogo rinnovato sul traforo di base sia coinciso con azioni giudiziarie, addirittura con ipotesi di reato di terrorismo e eversione, verso la frangia violenta che si è insinuata nel movimento "No Tav" e sulla quale non ci devono essere ambiguità o complicità.
Questa circostanza obbliga ad una riapertura del dialogo e non per ragioni ideologiche, che lasciano il tempo che trovano, ma perché lo scenario in cui il traforo nacque è cambiato (la "Lisbona - Kiev" si è sgonfiata, così come è diminuito il numero di Tir in transito attraverso le Alpi) e sarebbe bene ormai aspettare l'esito dell'esercizio del nuovo San Gottardo. Oggi far finta di niente rispetto alle proteste dei montanari della Val di Susa si dimostrerebbe una scelta miope e ne approfitterebbero solo quei movimenti antagonisti che cavalcano la tigre per i loro disegni.
E la violenza, sia chiaro, non porta da nessuna parte.

Non stupirsi di razzisti e xenofobi

Cécile Kyenge ed Enrico LettaUna premessa è d'obbligo: quando ero bambino, nella biblioteca di famiglia, c'erano una serie di volumi del 1941 di una sorta di enciclopedia edita dalla "Utet" di Torino e curata da Renato Biasutti, dal titolo "Le Razze e i Popoli della Terra".
Un libro bellissimo, con tanto di foto, certo frutto della sua epoca e di un etnocentrismo occidentale, che mi consentiva, però, di girare il mondo stando seduto alla scrivania di mio papà. Oltretutto alcune foto di nudi mi turbavano non poco da ragazzino, in un'epoca in cui vigeva ancora le pruderie e le ballerine in televisione indossavano i mutandoni.
La mia educazione ha sempre avuto una caratteristica libertaria e cosmopolita, per cui mai ho pensato che questa storia delle razze superiori o inferiori valesse un bottone bucato. E, ben prima degli studi universitari con maestri come il prof valdostano di Storia dell'Africa Giuseppe Morosini, i razzisti mi sono sempre stati sulle scatole. Scherzare si può sempre, ma se si fa sul serio l'unica razza esistente - come hanno dimostrato genetisti come Luigi Luca Cavalli-Sforza - è quella umana, che esprime una pluralità di culture, ma siamo tutti uguali. So che non convincerò mai un razzista di questa eguaglianza dai molti volti.
Sul punto lo stesso Cavalli-Sforza, non a caso, diceva: «Che si tratti di un anziano senatore o di un giovane fanatico, il razzista è un tipo difficile da convincere. Credo che gran parte dei pregiudizi vengano trasmessi dalla famiglia ed è per questo che la scuola può giocare un ruolo importante». E proprio sul razzismo il grande scienziato era tranchant nei libri e nelle interviste: «Il razzismo è l'intolleranza per le persone che sono un po' diverse da noi. Certo, ci sono differenze visibili, poche e non importanti, come per esempio il colore della pelle, che aiutano a stabilire la diversità. Soprattutto però vi sono differenze di costumi, largamente superficiali, che sono il risultato dell'apprendimento, dipendono dalla società in cui viviamo. Il nostro aspetto del resto coinvolge una frazione relativamente piccola del codice genetico della razza umana. Ecco perché individui che discordano su pochi geni, relativi al colore della pelle per esempio, possono invece avere in comune caratteristiche genetiche molto più complesse, anche se non visibili».
Ma eccoci al tema correlato. Non conosco di persona il Ministro per l'integrazione Cécile Kyenge, che è giunta in Italia dal Congo nel 1983, quando aveva diciannove anni, laureandosi in Medicina in Italia e diventandone cittadina a tutti gli effetti, sino a essere eletta di recente deputato e essere indicata come Ministro, il primo di colore nella storia della Repubblica.
Conosco un pochino il Congo e so quanto, nelle società locali, il ruolo della donna sia significativo, a dispetto dei nostri pregiudizi e quindi la Kyenge è certamente espressione non casuale della sua cultura di origine e segno di integrazione nella nostra. Poi, nel merito politico di certe sue dichiarazioni, com'è giusto che sia, ognuno è libero di essere o no d'accordo.
Certo quando Enrico Letta, ma soprattutto il Partito Democratico, l'ha indicata al suo dicastero lo ha fatto certo per una questione di stima per la persona, ma anche e forse soprattutto per una questione simbolica e di immagine. Per cui voglio essere sincero: mi stupisco che ci si stupisca che neofascisti, razzisti per appartenenza politica, o qualche leghista xenofobo sparino cattiverie e compiano stupidaggini tipo il lancio delle banane o l'uso della scimmia della pubblicità del "Crodino".
Il Ministro sapeva bene, all'atto della sua accettazione dell'incarico, quanti veleni sarebbero stati distillati contro di lei. In fondo certe follie fanno proprio emergere, per contrasto, come tolleranza e integrazione siano concetti non condivisi da tutti e questo era facile da capire.
Per cui che il Ministro svolga con serenità e con impegno il suo difficile lavoro in un Ministero "senza portafoglio", ma in connessione con Ministeri "pesanti", come Interno, Giustizia e Affari Esteri. Se dovesse prevalere la logica della continua indignazione verso stupidi e ignoranti, sarebbe, a conti fatti, solo una perdita di tempo e di energie.

Il "Generale Agosto"

Il mondo cambia e si stenta a tenere il passo con cambiamenti rapidissimi, ma Agosto - nel bene come nel male - resta Agosto. Si tratta di un apostrofo estivo fra Luglio e Settembre. Un buco nero che risucchia tutto, come nell'Italia del dopoguerra, quando il mese delle vacanze di massa - dettato dall'industria e dalla chiusura delle fabbriche - fissava lo stop generalizzato sull'onda del boom di quegli anni.
La "vacanza intelligente" è stata la risposta alla massificazione, ma la ragionevole scelta di vacanze in altri mesi, non fosse altro per evitare i costi più elevati quando esplode la domanda, non ha sminato l'idea che Agosto resti il clou.
E' una certezza nella nostra vita, come il Natale.

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