July 2013

Capisco e non capisco

Testa sotto la sabbiaVerrebbe voglia di utilizzare un linguaggio serio e paludato per dare il senso estremo di questi tempi, in cui bisogna scegliere come schierarsi, senza infilare la testa sotto la sabbia, così come parrebbe fare - ma è una leggenda - il povero struzzo.
Ma se lo struzzo non c'entra, esistono pur sempre persone che giocano con opportunismo e doppiezza. Sono come i "tappi di sughero" (o altra materia organica, meno nobile), che stanno a galla per navigare, malgrado le tempeste in atto, in una logica di sopravvivenza, che spesso appare umana e patetica assieme. La dignità è per molti una moneta rara.
Resta il fatto che ci sono dei momenti in cui appare difficile, anche per un inguaribile ottimista, trovare qualche elemento su cui costruire un minimo di fiducia per il futuro, specie in una situazione complessa e difficile come l'attuale.
Sarà - come elemento cardine dello scoramento - che io ci capisco poco di politica, specie di una situazione italiana diventata inafferrabile. Stimo il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ed il Presidente del Consiglio, Enrico Letta, perché so che sono persone serie e prudenti. Ma confesso che mi sfugge come possano condividere, in nome della governabilità come valore supremo, la politica sistematica del rinvio delle soluzioni dei problemi da risolvere e il continuo annacquamento delle vicende più delicate, come quella tragicomica del Kazakistan.
Ogni tanto sembra di rivivere la conversazione, all'inizio dei "Promessi sposi", quando per evitare un possibile conflitto tra l'Ordine francescano e la nobiltà lombarda, viene disposto il trasferimento di Frà Cristoforo a Rimini come predicatore, e sul punto c'è il noto dialogo fra il Conte zio e il Padre provinciale. Una prima frase nota e che mi è già capitato di adoperare: «Sopire, troncare, padre molto reverendo: troncare, sopire». L'altro passaggio, meno usato, ma che pare un ritratto, dice: «Un parlare ambiguo, un tacere significativo, un restare a mezzo, uno stringer d'occhi ...».
Sarà che nella politica valdostana sono comportamenti - ahimè! - ben noti e mentre leggo la frase mi figuro le scene, ma a Roma sono maestri di certe tattiche e dissimulazioni.
Anzi, certi comportamenti sono diventati una regola e la politica degli annunci e dei rinvii, come un brodo di coltura, alimenta l'antipolitica. Nell'Italia dei paradossi questo vuol dire soprattutto l'antiparlamentarismo, che può sfociare nell'"uomo forte", liquidatore della democrazia.
Con buona pace di tutti quelli che, di questi tempi, intasano l'autunno prossimo venturo di decisioni importanti.

Non è solo lo "ius soli"

La convivenza in Valle d'Aosta non si ferma e deve essere improntata a valori sempre praticati di integrazione e di reciproco rispetto. Le generazioni come la mia si trovarono a scuola con bambini arrivati da poco dal sud, mio papà giocava ad Aosta con i veneti appena arrivati in città, mio nonno assistette da ragazzo - sempre in via Sant'Anselmo - all'arrivo dei commercianti piemontesi nel Borgo con le loro famiglie. In altri Comuni si potrebbe dire dei friulani, dei lombardi, dei sardi e via così in un "Giro d'Italia" che arrivò in Valle...
I miei figli hanno avuto, nella loro vita sino ad oggi, compagni di classe e amici che arrivano da diversi Paesi: Albania, Marocco, Cina, Ucraina. L'altro giorno il più piccolo giocava ai giardinetti con un piccolo indiano. Credo che oggi siano oltre settanta i Paesi rappresentati in Valle sul totale - la foto cambia in fretta - dei 204 Stati presenti nel mondo e riconosciuti come tali.

Bolle di sapone sull'Expo 2015

Un'installazione per l'Expo 2015Confesso le mie colpe: pur ritenendo di essere una persona di cultura media e discretamente informata, giuro che mi sfugge del tutto a che cosa serva l'Expo di Milano 2015.
Ne ho letto e sentito parlare, in un vorticoso annuncio di cifre monstre di giro d'affari, di costruzioni, di espositori e di visitatori, ma - fatti salvi i costi enormi per ospitare la manifestazione in un periodo di "vacche magre" (elegantemente "spending review") - sono fermo al punto di prima. Naturalmente per mia totale ignoranza e, probabilmente, per provincialismo.
Così, per farmi un'istruzione e per capire, sono finito sul sito - facile da rintracciare e in versione solo bilingue francese-inglese (pochino per chi si occupa di una dimensione universale) - del "Bureau International des Expositions", che ha sede a Parigi e che è nato, sulla base di accordi internazionali, nel 1928, diventando funzionante nel 1931. Mi permetto di osservare che sono date mica tanto fortunate fra la crisi di Wall Street e il misto di vicende che porteranno agli orrori della Seconda guerra mondiale.
Lì sul sito trovate tutto quel che ci vuole per acculturarsi, in un corso accelerato che spazia dal primo "Expo", che viene considerato quello di Londra del 1851, sino alla candidatura in corso per il 2020, che se ho ben capito - cartina di tornasole delle contraddizioni mondiali - se la stanno giocando Dubai per gli Emirati arabi, la russa Ekaterinburgk negli Urali, Izmir in Turchia e San Paolo in Brasile. L'Occidente in crisi mi pare che si tenga alla larga, ma è un'impressione superficiale.
Noto, in seguito, che sul sito i casi della vita fanno sì che si mischi l'imminente sede di Milano con la sede in preparazione del 2017, Astana, Kazakistan, l'ex Repubblica dell'Unione Sovietica, oggi sotto il pugno di ferro di Nursultan Nazarbayev. Anche qui il destino è beffardo, della serie destini incrociati.
A che cosa servirebbe l'Expo lo dice, in sintesi, l'organizzazione internazionale che se ne occupa.
Leggiamo: "D'abord outils au service de la promotion de l'identité nationale, du progrès industriel et des consommateurs éclairés, les Expos sont devenues aujourd'hui une plate-forme unique pour le dialogue international, pour la diplomatie publique et pour la coopération internationale.
C'est le seul événement international de cette envergure dont les règles sont approuvées par les gouvernements des pays membres de l’organisation.
L'unicité des Expos repose sur trois piliers: leur portée universelle, leur échelle internationale, leur legs culturel et urbain durable.
En conséquence, les Expos offrent aux visiteurs une véritable expérience transformationnelle, permettent un dialogue sans cesse renouvelé avec les citoyens et contribuent au renforcement de la coopération entre les pays"
.
Capisco che è come chiedere all'oste se il vino è buono, ma direi che le ragioni sono esposte correttamente, a parte qualche espressione genere "expérience transformationnelle", che non so bene che cosa possa essere.
Io mi sono formato, scartabellando i "pro" e i "contro", un'opinione nuda e cruda: il "Bureau" è un gigantesco ente inutile e l'Expo un retaggio del passato, che oggi serve ad alimentare costose e spesso inservibili opere pubbliche.
Penso, però, che i miei pensieri siano come "bolle di sapone", perché ormai Milano non si può più fermare, anche se - ad un passo dall'evento - ho l'impressione che tutto proceda a passo di lumaca.

Alla ricerca del senso civico

Scritte vandaliche nel centro di AostaI rudimenti della formazione del cittadino, ai miei tempi e in senso generale, erano centellinati in quella materia, l'"educazione civica", che sarebbe dovuta servire alla "formazione della personalità del cittadino, come soggetto dei diritti e doveri fondamentali in tutti gli aspetti della vita sociale". Non so se, in fondo, fatte salve alcune nozioni giuridiche e storiche, spetti davvero anche tutto questo alla scuola o se il trasferimento di certi fondamenti dovrebbero essere - almeno in parte - nel ruolo educativo della famiglia, cui si aggiunge la responsabilità soggettiva di ogni persona di sentirsi un cittadino e gli strumenti per farlo oggi non mancano di certo. Un ruolo spetterebbe anche ai partiti e movimenti politici, ma per loro il barometro segna brutto stabile.
Il comico Enrico Bertolino segnala, con una battuta, come il rischio sia quello, piuttosto, di un'"educazione cinica" e mi pare che certi fatti gli diano ragione per una crescente rottura del ponte che ci dev'essere fra la sfera personale e familiare e i livelli più vasti di civile convivenza o, se preferite, della vita associata. Non parlerò della politica e delle sue responsabilità, nei modelli e dei comportamenti, perché sarebbe come sparare sulla Croce rossa.
Il problema, preso per le corna, è il "senso civico", che definirei "la coscienza che ogni cittadino ha rispetto ai propri doveri e quindi anche delle proprie responsabilità nei confronti della comunità di cui fa parte". Noto anche in Valle d'Aosta, dove esiste un cemento forte d'identità e di valori condivisi, un progressivo allontanamento da regole e comportamenti. Non volo troppo alto, ma mi limito a questioni elementari, che sono però indicatori su cui riflettere.
Penso ai rifiuti di diverso genere buttati per strada e in altri luoghi pubblici, ai muri imbrattati da graffiti e al degrado dell'arredo urbano. Mi riferisco a chi si infila nei parcheggi riservati ai disabili, a chi non rispetta le code, a chi grida e disturba nel cuore della notte, a chi ti minaccia per strada per una precedenza. Evoco quei dipendenti pubblici maleducati e volutamente lenti nel loro lavoro e chi, per contro, li insolentisce senza ragione.
Sono come dei segnali che si accendono, per i controlli elettronici, sul cruscotto di un'auto. Possono essere in giallo o in rosso, a seconda della gravità.
Ma di certo non si può far finta di niente.

Un autunno più o meno caldo

Bisogna saper stare in equilibrioEro troppo piccolo per ricordarmi, con esattezza, storie e avvenimenti, il cui clou fu in Italia nel 1969, di quel fenomeno complesso e contraddittorio, che venne chiamato allora "autunno caldo". Diciamo, però, che quanto avvenne ormai oltre quarant'anni fa risulta ormai ampiamente storicizzato e fa sorridere - come in un gioco di pazienza - mettere assieme i pochi ricordi personali del tempo, le testimonianze di chi mi ha raccontato la sua vita vissuta in quel periodo e poi la "grande Storia", frutto dei libri, che sul periodo consente di conoscere bene gli aspetti marcanti.
Oggi, come molte volte in passato, l'espressione, in vista dell'autunno, assume un valore ripetitivo, quasi scontato.
Eppure se esaminiamo il breve tratto di strada che ci separa da agosto - mese senza politica, perché il Parlamento è chiuso - non c'è alcun dubbio che la temperatura della politica italiana (ma, di riflesso ma anche per ragioni proprie, della politica valdostana) sarà destinata a crescere. Se la definizione rischia, tuttavia, di essere fuorviante, è indubbio che l'autunno sarà necessariamente il "redde rationem".
Per capirci: la politica italiana dovrà dire che cosa si fa della legge elettorale, delle grandi riforme e soprattutto dei diversi temi (fiscalità, rilancio dell'economia, debito pubblico, occupazione) che possono trovare posto solo nella famosa "legge di stabilità", cioè l'insieme di misure che non sono altro che la manovra finanziaria per il 2014 e per l'intero triennio.
Questo vale pari pari per il Consiglio Valle, aggiungendo il tema caldissimo della riforma del sistema degli enti locali e del suo ordinamento, sgombrato il tavolo dalla applicabilità delle norme dello Stato, ancora agitata nelle recenti riunioni del "Consiglio Permanente degli Enti locali". Una tesi di applicabilità delle norme statali sgonfiata, come da me previsto nella scorsa Legislatura regionale, dalla Corte Costituzionale. Resta, scolpita nella pietra, quella competenza esclusiva sull'ordinamento degli Enti locali, scritta di mio pugno nella riforma dello Statuto di vent'anni fa. Chi sosteneva, di fatto, il contrario fa finta di niente e plaude in queste ore all'esito della Consulta, dopo avere sostenuto il contrario, sino a poche ore fa. Un equilibrismo da circo, che conta sulla smemoratezza di molti valdostani e sarebbe ora che molti Sindaci, che sinora hanno ingoiato il rospo, alzassero la testa, se nel 2015 vogliono ripresentarsi ai loro cittadini elettori.

La montagna "fast" o"slow"?

Un'istantanea del 'Tor des Géants' del 2012L'interrogativo non è per nulla banale di questi tempi: la montagna è "fast" (veloce) o "slow" (lenta)?
Io appartengo alla generazione che ha appreso, per educazione familiare, che la montagna è lentezza e contemplazione. Ricordo quando mio papà raccontava delle gite con i suoi - molti - fratelli, sotto la guida del primogenito Séverin con l'ammonimento di camminare in modo cadenzato con "la figure au soleil". Questo avveniva in particolare a Pila, dove i miei - come molta "bourgoisie" aostana - affittavano o compravano una casa lassù per salire in montagna d'estate e d'inverno. Vi era la certezza che la montagna facesse bene e non era un pensiero peregrino in questa impostazione salutistica dell'aria buona in quota, che passava attraverso il cimento fisico con camminate e alpinismo vero e proprio e poi, in stagione, lo sci ancora pionieristico. C'era in tutto questo un'educazione sentimentale, che era anche un collegamento romantico con il mondo contadino, considerato il presidio certo e sicuro delle alte quote. L'ho vissuto in parte nella mia infanzia e un pochino credo di averlo trasferito ai miei figli in questo mondo che sembra distante un abisso dalla semplicità di un tempo, quando una semplice scampagnata, andare a cercare fragoline di bosco, raccogliere i funghi, una lunga camminata con parenti e amici era una gioia essenziale, senza troppi fronzoli.
Per questo osservo con curiosità la logica del "fast", specie con la moda crescente del "Trail", cioè in sostanza una forma di corsa in montagna, imparentata in qualche modo con la valdostana "martze a pià". La gara più famosa resta il "Tor des Géants", nata nel 2010, con una forma endurance su più giorni, così descritta nel sito della gara: "Il percorso si snoda lungo le due Alte Vie della Valle d'Aosta con partenza ed arrivo a Courmayeur per un totale di circa 330 chilometri e 24.000 metri di dislivello positivo, seguendo per prima l'Alta Via numero 2 verso la bassa Valle e ritornando per l'Alta Via numero 1. Il passaggio ai piedi dei quattromila valdostani rende il percorso di una bellezza unica".
Ho molti amici che lo hanno fatto e che, in vari ruoli, hanno partecipato alla lunga competizione. Tutti concordi che è una prova massacrante ed è ricca l'aneddotica su chi perde la testa proprio per gli sforzi terribili e basta leggere i social media per capire come questa prestazione - per chi la fa - si ammanta di un misto tra mito e leggenda per un'élite di atleti che si allena tutto l'anno per far bella figura (compreso qualche politico tipo "battaglia del grano" del Buonanima durante il Ventennio).
Su questa competizione e su altre si concentra lo sforzo promozionale e economico dell'estate in Valle d'Aosta: evidentemente si pensa che la montagna atletica e agonistica sia da privilegiare rispetto alla lentezza. Chissà se si tratta di una moda passeggera.
Per altro un grande alpinista degli "ottomila", che ho frequentato al Parlamento europeo, Reinhold Messner, ha scritto: «Camminare per me significa entrare nella natura. Ed è per questo che cammino lentamente, non corro quasi mai. La Natura per me non è un campo da ginnastica. Io vado per vedere, per sentire, con tutti i miei sensi. Così il mio spirito entra negli alberi, nel prato, nei fiori. Le alte montagne sono per me un sentimento».

Vicini ma lontani

Bandiere vicineIn politica ci sono argomenti che vanno e che vengono e bisogna evitare di avere la memoria corta. Si usa spesso - ma è persino troppo elegante, specie di fronte a amnesie finte o volute - questa immagine del fiume carsico: ogni tanto sparisce e riemerge a molti chilometri. Per un certo periodo, insomma, vi è attenzione, poi un certo tema tramonta e poi magari risorge.
E' la speranza che coltivo per quella che una trentina di anni fa si chiamò, prima per il "Consiglio d'Europa" e poi per l'attuale Unione europea, "cooperazione transfrontaliera". In seguito le frontiere - pur con qualche geometria variabile ma con un percorso lineare che ci porta fino ad oggi - all'interno dell'Unione europea sono stati aboliti tutti i controlli alle frontiere sulle merci e i controlli doganali sulle persone, allargati pure a Paesi come la Svizzera. Per cui oggi si tende, con il venir meno delle frontiere, a parlare di cooperazione territoriale, che ha una logica ancora più interessante, perché può riguardare anche territori simili, ma non obbligatoriamente confinanti. E' il caso che ci interessa dei territori montani, che hanno problemi analoghi anche se situati in differenti massicci montagnosi.
Perché spero che il tema risorga? Perché ci ho lavorato tanto, ma ormai noto uno sconcertante oblio per una chance che abbiamo e che sembra non solo relegata fra pochi addetti ai lavori, ma addirittura subisca fra i politici una sorta d'eclisse nel suo interesse. Sopravvive - penso ai rapporti con il Canton Valais e altri cantoni svizzeri o al rapporti con la Savoia, i suoi due Dipartimenti e con altri partner di prossimità - per uno sfruttamento dei fondi comunitari e non più per una volontà politica di avere una prospettiva di collaborazione, che vada oltre la logica degli Stati. Dunque una vocazione europeista, la cui crisi profonda si evidenzia dalla morte apparente in cui versa l'Euroregione Alp-Med, cui manca il riconoscimento giuridico del "Gect - Gruppo europeo di cooperazione territoriale", migliorato da poco nella sua base giuridica, e che non parte mai, malgrado molti summit e tanti documenti.
Questa distonia fra la retorica spesso adoperata su questi temi e la realtà mi sbalordisce, perché in una democrazia ci dovrebbe essere un controllo e cioè i cittadini dovrebbero essere quelli che vigilano sulle panzane, frottole, balle proprio quando la distanza fra il dire e il fare diventa siderale.
Per cui spero che si chieda conto di questa eutanasia di un'idea, quella di un mondo alpino vicino e legato da tempi remotissimi, che sappia lavorare assieme in una moderna concezione europeista.
Teniamo, in questo buio, accesa la luce!

Un affresco della Valle d'Aosta

L'insegna, corretta, in una casa cantoniera dell'AnasRagionare serve e bisogna profittare di spunti che possano servire, come i trapezi per un trapezista, per spostarsi con i propri pensieri, gli unici che garantiscono ai neuroni un salutare esercizio per evitare atrofie.
La questione è stata posta per primi da Mauro Caniggia e Luca Poggianti. Dopo aver esplorato anni fa la figura dello scienziato valdostano, Innocenzo Manzetti, scippato ingiustamente delle primogenitura dell'invenzione del telefono, i due hanno cominciato a percorrere diverse strade concernenti la "valdôtaineté" in una logica ad ampio spettro. Così, senza tabù e spinti da una sana curiosità intellettuale, hanno prodotto - nelle diverse vesti di impegno associativo - serie di libri snelli ed efficaci, accompagnati da cicli di conferenze, di cui bisogna rendere merito. Lo faccio con una logica culturale, senza mettere loro - posso affermarlo con nettezza - un "cappello" di appartenenza politica, che certo non gradirebbero. Concordo che ci sono temi che dovrebbero unire e non dividere in una suddivisione partitica, che tende invece a rendere tutto oggetto di disputa, quando certi "fondamentali" dovrebbero essere invece oggetto di memoria collettiva.
Condivido ad esempio - e vengo al punto - un loro pensiero: la dizione ufficiale della nostra Regione, sancita in Costituzione all'articolo 116 e sono stato io ad inserire la parte in lingua francese nel 2001, è "Valle d'Aosta - Vallée d'Aoste" e ha il pregio - in linea con la continuità storica dal latino ad oggi - di fissare l'intero territorio regionale, mentre l'uso di "Val d'Aosta - Val d'Aoste" sarebbe giusto se si riferisse alla sola vallata centrale, senza le tredici vallate che, a spina di pesce, originano dalla nervatura centrale.
La lunga premessa è accessoria ad una banale osservazione: l'idea di questa Valle d'Aosta policentrica è forse lo sforzo maggiore che bisogna fare oggi nel presentarla ai turisti.
Non si tratta di negare singolarità di stazioni montane più famose di altre o di rimarcare paesi che abbiano storia turistica propria, da Aosta a Saint-Vincent attraverso altri Comuni che vantino castelli di pregio o altre attrattive, ma di immaginare la Valle come un affresco. Si tratta cioè di un vasto paesaggio nella sua interezza e questo vale sia che si ragioni con una logica pittorica che letteraria.
Non è un'egualitarismo sterile, ma semmai la considerazione di un unicum, che dev'essere la forza trainante di un territorio e questo consente al turista scoperte inattese.
Uno sviluppo armonico non è una livella che renda tutto uguale, ma deve evitare - penso a tutte le zone di media montagna - fenomeni di marginalizzazione e valorizzazioni strambe, che diano tutto ad alcuni e poco ad altri.

Anche noi siamo la Natura

Sete per tuttiUna delle regole è guardarsi attorno per vedere i segnali della Natura cui apparteniamo. Ricordo come mi montasse la carogna quando, all'inizio degli anni Novanta, nella discussione sulla legge quadro sui Parchi, uscisse la parolina passepartout "antropizzazione" (complesso degli interventi che l'uomo compie sull'ambiente naturale al fine di adattarlo ai propri bisogni), come orrore verso l'Ambiente con la "a" maiuscola. Io mi sforzavo di dire come, almeno sulle Alpi, ci fosse un "volto buono" della presenza umana, ormai da millenni, ma ho imparato - anche con quelle discussioni di allora - quanto si debba rifuggire dagli integralismi, che allontanano dalla ragionevolezza. Convincendomi, per altro, che - ma poi ne studiai le irrazionali radici ideologiche - chi pensa ad una Natura buona, cui si contrapporrebbe un Uomo sempre cattivo, sragiona. Per l'ovvia considerazione che anche noi siamo la Natura. E questo comporta raziocinio e intelligenza nei propri comportamenti, specie quelli distruttivi che pure purtroppo esistono, ma non il paradosso di un uomo "espulso" dal Pianeta.
E' davvero interessante, in questo senso, quando ti capita, di riflettere sulla ricaduta del clima. Non mi riferisco al caldo di queste ore - con "Caron dimonio, con occhi di bragia..." - che picchia duro e si boccheggia, quanto al periodo prima, in cui c'è stato un inverno con neve tardiva, una primavera senza sole e un esordio d'estate con la pioggia.
Così ci siamo trovati alpeggi con la neve in quota, nevai sui sentieri più alti, api senza una buona fioritura, giardini alpini con piante fattesi più piccole, orti con verdure in ritardo, idem per i frutteti e le viti minacciate dai parassiti. E mi limito a poche osservazioni di un campionario che potrebbe farsi lungo e potrebbe riguardare anche un capitolo "umano": grandine che ti picchietta sulla macchina, zanzare tigre che ti pungono, pioggia tropicale che crea laghi sulle strade e altre amenità.
In fondo il ritmo del clima ci accompagna nella nostra vita ed è sempre stato così dall'antichità ad oggi, come si vede dal popolamento più o meno in quota e dal limite delle coltivazioni di sulle nostre montagne e cereali che salivano e scendevano a seconda del fatto che si potessero o no coltivare. Ricordiamo poi i sentieri intervallivi, di cui il Colle del Teodulo nell'alta Valtournenche era uno dei punti di snodo del commercio di un tempo a seconda appunto del movimento avanti e indietro dei ghiacciai. Oggi esemplare è la vite, che profittando del riscaldamento tende ad arrampicarsi sempre più in alto o anche la sofferenza o meno di certi uccelli - tipo pernice bianca o gallo forcello - cui, per patrimonio genetico, il caldo fa schifo.
Osservazioni che mirano a dire, per le persone come noi che i cambiamenti li vedono negli anni in modo vivido, che questi famosi cambiamenti climatici non devono essere oggetto solo di studio scientifico. Purtroppo, infatti, le ricadute pratiche ci investono con violenza e non bisogna far finta di niente, perché se la nostra vita vale - e non ha un confine oltre al quale qui non ci saremo più - è proprio per quel che lasceremo alle generazioni a venire.

Il 25 luglio e il redde rationem

Benito Mussolini alla partenza dal Gran SassoLeggo spesso, ma all'Università ho dato pure un esame con lui, i pensieri dello storico e politico Nicola Tranfaglia, che è stato un Professore prestato alla politica, prima come comunista e poi - ma ha lasciato con polemiche feroci con Antonio Di Pietro - nell'Italia dei Valori. Si può essere d'accordo o no con lui, per una chiave di lettura spesso molto ideologica, ma sulle robuste conoscenze e competenze sulla Storia contemporanea non si discute.
Scriveva poche ore fa: "Sono passati sette decenni da quella calda giornata del 25 luglio 1943 in cui il cavalier Benito Mussolini di Predappio dovette lasciare il potere e, fatto arrestare dal re Vittorio Emanuele III di Savoia Carignano, esser portato nelle isole vicino a Roma, prima di andare alla prigione stabilita per lui al Gran Sasso".
L'evocazione è chiara, quella di un punto a capo: Mussolini era stato fatto fuori dai "suoi" in un contesto assai complesso, così riassunto da Tranfaglia: "L'Italia era in guerra, alleata alla Germania di Hitler e al Giappone di Hiro Hito contro la Francia divisa e in parte filonazista e l'Inghilterra di Churchill ma anche gli Stati Uniti di Roosevelt, e le cose andavano male. Qualche mese dopo l'Italia di Vittorio Emanuele III e Pietro Badoglio avrebbe dovuto chiedere l'armistizio alle potenze alleate di fronte alla sconfitta che si stava profilando. Insomma, a dirlo in poche parole il mondo era diviso in due, i fascismi avevano conquistato buona parte dell'Europa ed era stata la vittoria in Africa e l'ingresso in guerra degli Stati Uniti nel '41-'42 e poi dell'Unione Sovietica di Stalin a modificare gli equilibri del conflitto e a dare finalmente speranze a tutti quelli che sparsi, nei vari continenti, avevano identificato nel fascismo l'agente della dittatura e degli antisemitismi contro i quali lottare. Ma oggi sappiamo, dopo decenni di ricerche storiche, che l'antisemitismo era presente non soltanto nei fascismi ma anche nel comunismo staliniano e che il governo dittatoriale e antidemocratico era presente senza dubbio nella dittatura sovietica. Dunque siamo più che mai antifascisti ma ci battiamo perché razzismi e antisemitismi come dittature antidemocratiche lascino il posto in tutto il mondo (siamo ancora lontani da un simile risultato!) a governi retti da costituzioni democratiche applicate realmente nei vari Paesi".
Un passaggio condivisibile, che denota come tutti possano, se lo vogliono, fare autocritica e maturare posizioni nuove, rinnegando errori fatti nel passato. Rievoca ancora Tranfaglia: "La notte del 24 luglio 1943 si riunisce a Roma, a palazzo Venezia il Gran Consiglio del Fascismo, era molto tempo che l'organo massimo del regime non si riuniva, Mussolini decideva tutto da solo ma quella notte occorreva decidere sullo sbarco avvenuto quindici giorni prima in Sicilia che aveva portato la guerra in casa e un gruppo di gerarchi capitanato da Dino Grandi voleva che il duce si mettesse da parte e lasciasse il potere al sovrano di fronte all'imminente invasione anglo-americana. Una dura lotta per il potere in un regime che era al tramonto ma che in Italia resisteva grazie a un forte apparato repressivo, ai media del tutto asserviti, agli oppositori ridotti a migliaia nelle carceri o al confino oppure obbligati a stare chiusi in casa nascosti e lontani dalle masse. C'erano alcune cellule operaie e contadine dei partiti socialisti e comunisti o del movimento di Giustizia e Libertà ma erano pochi e dispersi in un territorio misero e disperato. Il dittatore non si fida degli alleati nazisti, come dei suoi gerarchi preoccupati, e vive alla giornata. In questa situazione Grandi, ex squadrista ma poi ministro degli Esteri e ambasciatore degli Esteri, prepara un ordine del giorno che chiede a Mussolini di lasciare il governo e affidare al re - con il quale ha fissato da molti anni una sorta di diarchia - il comando delle forze armate e i rapporti con gli alleati e con i nemici. Mussolini non può accettare ma in quella notte ottiene soltanto cinque voti contro i diciannove che hanno votato con Grandi (tra i quali c'è anche Galeazzo Ciano, marito di Edda Mussolini e fino al qualche mese prima ministro degli Esteri del regime). La tragedia si consuma in una lunga notte e all'alba il romagnolo va dal re che gli impone le dimissioni e dà disposizioni perché sia arrestato uscendo dall'udienza e trasportato nelle isole. Uno scherzo da prete da parte di un re che è stato per quasi vent'anni (dal delitto Matteotti del giugno 1924 in poi ad essere indulgenti) complice e compagno del regime fascista ma Mussolini avrebbe potuto aspettarselo, come dirà, infatti, quando farà per venti mesi il "re travicello" della Repubblica sociale italiana (prima di essere fucilato dai partigiani a Giulino di Mezzegra il 25 aprile 1945), costruita dai nazisti per l'ultima parte della seconda guerra mondiale".
Il finale di Tranfaglia si tuffa nella realtà odierna e nel curioso fenomeno del berlusconismo. Così, infatti, conclude: "Del resto quel che agli italiani può servire ancora oggi, nel ricordo del 25 luglio 1943, è la passione ripudiata, dopo vent'anni abbondanti, per un uomo fatale. Non dimenticando che la passione per l'uomo fatale si è riprodotta il 27 marzo 1994 per l'uomo di Arcore e rischia di sopravvivere ancora nelle prossime elezioni politiche se il PD non metterà la testa a partito, non costruirà un'alternativa con le altre forze a sinistra piuttosto che perseguire uno pseudo-compromesso con i luogotenenti dell'ineffabile Cavaliere".
Chissà se il bagaglio dello storico serva davvero a capire il futuro nelle sue assonanze con il passato. Certo che certi avvenimenti storici dovrebbero far riflettere anche in Valle d'Aosta, spesso vittima di smemoratezza.
Determinati culti della personalità con adorazione nel "Capo" assoluto, lo svuotamento di elementari principi di democrazia nel nome del solo decisore, l'uso manifesto di un abisso fra i valori affermati e l'azione di governo mostrano evidenti e pesanti contraddizioni. Chi parla di federalismo e si crogiola in forme di autoritarismo bestemmia e calpesta idee e principi.
Ma, prima o poi, arriverà il "redde rationem", espressione usata in brano del Vangelo di Luca, dove si racconta di un ricco proprietario che aveva dato l'amministrazione dei suoi beni ad un'altra persona. Ma le cose andavano male e il possidente così interloquì: «Redde rationem villicationis tuae: iam enim non poteris villicare». Traduzione: «Rendimi conto della tua amministrazione, perché non potrai più amministrare».
Segnatevi la frase.

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