July 2013

Parlamento "vuoto"

Una panoramica della CameraQuesta storia delle Camere che non lavorano per un giorno, come ritorsione sul caso "Berlusconi-Mediaset", non la capisco per niente e mi sono dato, quando ho letto la notizia, qualche pizzicotto per capire di essere ben sveglio.
Sarò ottuso e mi sfuggiranno le tattiche protestatarie, ma non sarei stato clemente nell'accettare la bislacca richiesta del Popolo della Libertà, che scambia le istituzioni con problemi di partito, che poi riguardano per l'ennesima volta Silvio Berlusconi.
Per altro, capisco che tutto ruota attorno alla sopravvivenza del Governo Letta e le larghe intese sono come una coperta troppo corta, che non riesce a coprire l'anomalia italiana di un'alleanza fra avversari politici e vorrei essere una mosca al Consiglio dei Ministri per vedere come fanno a discutere argomenti - se lo fanno - su cui la vedono in modo diverso.
Giratela come volete, ma alla fine il logoramento è evidente e la vulgata del continuo rinvio è rozza e ingiusta verso l'Esecutivo accusato di "tirare a campà", ma ormai l'impressione si è fatta strada come vernice indelebile.
Questa storia della protesta è come quando a scuola - per protestare contro i "cattivi", in genere i Ministri della Pubblica Istruzione - si faceva tutti assieme ( ed io, pensa te, ero della "Jeunesse Valdôtaine") l'okkupazione e questo ad Aosta - oltre a discussioni e autogestione - era anche il tempo (delle mele, per i turbamenti) dei panini con peperone e acciuga e del vino bianco frizzante del bar "Papà Marcel" con musica e politica nelle aule del vecchio Liceo tra chitarre e ciclostile.
Ma il Parlamento non è un'assemblea studentesca e i parlamentari non sono degli adolescenti brufolosi.
Certo che non mi sfugge - nel tentativo, forse mal riuscito, di farne una caricatura - la questione politica: la fissazione già a fine mese della causa che porterà alla sentenza definitiva su uno dei tanti processi del Cavaliere rischia di farlo uscire dal Parlamento per mano di un'ineleggibilità dovuta all'interdizione dai pubblici uffici. Un rinvio all'autunno della sentenza avrebbe avvicinato la prescrizione e dunque avrebbe consentito al PdL di mantenere il proprio leader in attesa di nuove burrasche.
Insomma: quando al mattino leggo sul Web i quotidiani svizzeri la tentazione dell'espatrio è sempre più forte e non per motivi fiscali, come Sergio Marchionne. Parafrasando Leopardi: "e il naufragar m'è dolce in quella noia".

La vedo grigia

Angelino Alfano ed Enrico LettaDifficile mettere assieme i pensieri di questi tempi. Ogni cosa che dici, nella difficile lettura della realtà, potrà essere usata contro di te, perché chi scrive - a differenza di chi non lo fa mai - arrischia.
Ma qualche pensiero ci sta e parte da un'elementare constatazione: delle elezioni non si può fare a meno. Sono e restano la conditio sine qua non della democrazia. Se si pensa a quali lunghe tribolazioni ci sono state per affermare il principio del suffragio universale, che in Italia si è assestato solo con il secondo dopoguerra, non si può che ritenere che il passaggio delle urne resti un caposaldo, ma per fortuna non dev'essere l'unico assillo per chi creda nel ruolo della politica.
E gli appuntamenti elettorali non mancano mai: pensate all'infilata dei prossimi anni, con le "Europee" nel 2014 e poi nel 2015 le "Comunali" e di mezzo ci saranno anche le "Politiche". Circostanza che sarebbe stata azzeccata con facilità - essendo l'attuale, travagliata Legislatura la XIIesima - da qualunque esperto della "Smorfia", che pure non avrebbe potuto capire anzitempo la grave situazione d'impasse istituzionale in cui siamo sprofondati e che supera ogni nefasta fantasia con due Camere con maggioranze sbilenche, che sono state drizzate solo con l'imbarazzante "embrassons nous".
Io penso che, in queste circostanze, bisognerebbe ripartire per un attimo dai fondamentali. Si tratta, nella politica italiana, di capire quali sono i temi veri da affrontare senza cedere alle due tentazioni crescenti, che si stanno già materializzando come ectoplasmi nelle sedute spiritiche. La prima è la filosofia del "rinvio", che si basa sull'antica logica che se non ci si riesce ad accordare, spostare la decisione risolve già un pezzo del problema. La seconda è che, per addolcire l'amara medicina, si cita la formula salvifica delle "Grandi Riforme".
Scelta che in epoca di economia stabile e dati economici in buona salute potrebbe anche starci, perché - come si dice - «la nave va», per cui anche senza capitano ed equipaggio la navigazione funziona lo stesso. Ma qui le circostanze sono diverse: il mare è in tempesta, il capitano e gli ufficiali non sono certi della rotta e una parte del personale si sta infilando nelle scialuppe, senza garantire il posto per i poveri passeggeri.
Io la vedo grigia.
Sulla Valle d'Aosta mi sono espresso così tante volte da non voler sembrare come un disco rotto, che suona sempre la stessa musica.
Anche qui, comunque, la vedo grigia.
Resta la politica, come impegno civile: la sola risposta per cambiare.

Il sol dell'avvenire del Turismo

Una targa della 'Via Alpina'Attorno al "Turismo", inteso nel suo disegno più ampio di una pluriattività e cioè una sorta di ragnatela, che collega i settori più diversi, si agitano mille idee e mille proposte per fermare il declino dell'estate in montagna. Se ne discute specie sulle Alpi, che in Europa restano lo spazio montano più grande e maggiormente legato al turismo nelle sue diverse accezioni con esperienze e successi così vari da consentire comparazioni.
Ritengo, in questo senso, un autentico privilegio aver avuto delle esperienze di dialogo fra le diverse realtà alpine in istanze internazionali, come la "Convenzione Alpina" o in iniziative progettuali emerse nello Spazio Alpino. Un esempio è stata quell'iniziativa, che ho pure presieduto per alcuni anni, che si chiama "Via Alpina", e che collega tutta la catena alpina con una sentieristica lungo tutta la sua estensione. O lo stesso è valso nel settore, che ho seguito per un certo periodo, dei trasporti alpini, così connessi al turismo.
Se qualcosa mi manca nella politica attiva, è di non poter seguire in prima persona quello sviluppo politico della "Macroregione alpina" su cui sento dire, purtroppo, un sacco di baggianate, perché studiare i dossier costa fatica e spesso chi parla lo fa senza cognizione di causa.
Sul turismo ho partecipato nella mia vita a convegni, incontri, riunioni attorno al problema e guardo sempre come dei marziani quelli che hanno ricette certe, specie fra gli addetti ai lavori - tecnici del ramo oggi sulla scena - che spiegano a tutti come bisogna fare e poi, nel loro grande affannarsi, ottengono risultati scarsi. Io trovo che, specie in tempo di crisi, con il suo effetto distorcente e la possibilità di essere un bel paravento per certe mediocrità, le strade giuste non siano mai così banali, ma vorrei dire che ho ormai almeno due convinzioni che sono per me delle sicurezze.
La prima è la straordinarietà della bellezza delle nostre montagne e la varietà di offerta possibile in un realtà naturalistica e in un'espressione umana e culturale piccola, ma molto variegata, rispetto alla vastità delle Alpi. Una sorta di bonsai che racchiude tanti aspetto della "Civilisation alpine", di cui la "Civilisation valdôtaine" è un sottoinsieme, di cui possiamo andare fieri.
La seconda è che a quanto sopra non corrispondiamo sempre in termini di accoglienza e di professionalità e forse è ora di dire che il gap accumulato per il ritardo nei tempi di partenza del nostro turismo rispetto ad altre zone non può più essere un alibi ed è ora anche di fare una seria autocritica su che cosa funzioni e non funzioni.
Ma il dibattito è fermo perché lo strumento convegnistico non serve più e l'associazionismo o langue nella palude delle abitudini o è lacerato da lotte intestine. E intanto la crisi morde e i dati, che sembrano sempre più ottimistici della pessima percezione generale, sono ormai un metodo di rilevamento obsoleto. Altri criteri e indicatori nuovi - e magari istantanei per evitare foto della situazione solo ex post - potrebbero essere preziosi.
Ma forse ho torto: meglio far finta che quello che vediamo è il sol dell'avvenire e non un tramonto.

Pippi, una evergreen

Karin Nilsson nel ruolo di Pippi CalzelungheSarà capitato ai lettori con dei figli di trovarsi in difficoltà con il racconto del proprio passato. Talvolta vieni guardato come se fossi una mummia egizia rinvenuta in una tomba o come un mammut trovato in un pezzo di ghiaccio. Basta uno sguardo, fra disprezzo e umana comprensione, per sentirti "vecchio come il cucco". Anche questa espressione "cucco" temo sappia di muffa: per chi non lo sapesse "Cucco", o l'equivalente "Bacucco" deriverebbero dal profeta e santo Abacucco e dalla sua immagine, talvolta dotata di lunga barba bianca, segno di vecchia estrema.
Penso di conseguenza che se già era stato difficile alla generazione anni Novanta di Laurent ed Eugénie capire che cosa fosse stata per la mia infanzia la "TV dei ragazzi", rinuncerò a farlo con il piccolo Alexis, figlio del nuovo millennio.
Mentre nel mio caso nel tardo pomeriggio arrivava, con apposita sigla e ancora nell'epoca del monocanale "Rai" e del "bianconero", per i miei adolescenti la scelta dei canali era già infinita e si sommava al vasto mondo di videocassette e delle successive evoluzioni tecnologiche, ma per il bimbetto - oltre a tutto questo - esiste una logica "on demand" attraverso l'uso in particolare di quello strumento amichevole e tattile che è l'iPad con cui monta e rimonta le sue scelte.
Ma la vendetta - anche per i papà dai capelli bianchi e oggettivamente attempati - si chiama Pippi Calzelunghe. Io attorno ai dieci anni scoprii nella "TV dei ragazzi" questa bambina protagonista della serie per il piccolo schermi tratta dal romanzo "Pippi Calzelunghe" (nome completo: Pippilotta Viktualia Rullgardina Succiamenta Efraisilla Calzelunghe) della scrittrice svedese Astrid Lindgren. Ricorderete che la serie, fatta da ventisei episodi, era composta da avventure strampalate e con logiche anticonformiste (oggi posso dire un pelo diseducative), in parte vissute nella grande casa, "Villa Villa Colle", in cui la bizzarra protagonista vive un cavallo e una scimmietta, avendo come amici due fratellini, Tommy e Annika.
Aggiungo che conosco a memoria la sigla che cominciava con:
"Ecco sono qui
Pippi Calzelunghe così mi chiamo;
credo proprio che
una come me non c'è stata mai!
Ogni volta che
devo far qualcosa combino guai,
ma alla fine poi
vedo che son tutti amici miei!"

La piccola vendetta è che Alexis è schiavo di Pippi, che vuole vedere tutti i giorni su un canale satellitare. Passa il tempo, ma si vede che certe storie colpiscono ancora, segno che i "classici" funzionano.
Non sa la creatura che l'attrice storica, Karin Inger Monica Nilsson, è bambina solo più in televisione, visto che è della classe 1959, di un anno più giovane di me...
Io taccio, lasciandola negli evergreen, per solidarietà con la mia amica d'infanzia dalle trecce rosso fuoco.

A proposito di Twitter

È ormai un certo tempo che qui sulla pagina, sopra il "Calepin" che ritrovate con cadenza settimanale (erede di una rubrica che ho tenuto per anni sul "Peuple Valdôtain" e che ha fruttato due libri), figurano i "Tweet" che annoto con la brevità caratteristica di questo social media. Per me "Twitter" è un'esperienza divertente in cui mischio notizie, pensieri e qualche foto, direi come la maggior parte dei frequentatori normali.
Essere là, oltre che qui, ha modificato la partecipazione ai dibattiti su questo vecchio blog (che pure prima o poi sottoporrò al necessario restyling, compreso l'aggiornamento alla biografia!).
Una parte del confronto, per brevità e immediatezza, è finito su "Twitter", che pare prendere piede anche in Valle, dove "Facebook" è più assestato, ma al quale per scelta non ho mai preso parte.
Qualche occhiata di comparazione conferma che Twitter - con le solite eccezioni che confermano la regola - è uno spazio piuttosto educato, con un mix equilibrato fra serio e faceto e di logica glocal, un po' globale e un po' locale.

La crisi dell'editoria della montagna

Enrico CamanniChiunque lavori nella carta stampata o, come me, guardi la situazione come osservatore interessato e piccolo artigiano di una programmazione radiotelevisiva di una Regione alpina, assiste con preoccupazione alla mancanza, netta e definita, di certezze su come si passerà dal vecchio al nuovo e cioè dalla carta a quella prateria da esplorare che è l'editoria digitale es i territori ancora più vasti delle nuove tecnologie (che, per chiarezza, riguardano anche televisione e radio).
Sinora il "camposanto" di giornali e riviste che si occupavano del tutto o in parte dei problemi della montagna continua a popolarsi di tombe e gli esatti contenuti editoriali non sono sempre rinvenibili sul Web, segno che si è creato un buco di contenuti e un impoverimento del dibattito, in un'epoca in cui la crisi economica rischia di marginalizzare e impoverire ancor di più le zone montane.
Pochi mesi fa, con la lucidità che gli è propria e senza troppe cautele diplomatiche, osservava Enrico Camanni, giornalista e scrittore, che ha vissuto di persona l'editoria della montagna: «La chiusura di "Alp" e della "Rivista della Montagna", recentemente riunite in un solo periodico, è una notizia molto grave per Torino e il suo rapporto con le Alpi, che invece di rafforzarsi in occasione dell'appuntamento olimpico è andato via via smagrendosi e impoverendosi, fino a perdere tutta la sua preziosa tradizione editoriale».
Racconta poi Camanni del post '68 e dell'effervescenza intellettuale e sociale che ruotava anche attorno alla montagna e all'alpinismo: «La "Rivista della Montagna" nasce nel 1970 grazie all'iniziativa di un pugno di amici appassionati, squattrinati e con idee molto chiare sull'informazione: "Un gruppo di giovani alpinisti piemontesi - si legge sul primo numero - ha recentemente costituito a Torino un "Centro di documentazione alpina", per la raccolta e lo studio del materiale utile alla conoscenza di ogni aspetto della montagna. Tra le altre iniziative essi hanno pensato a una rivista, su cui pubblicare i risultati più interessanti delle proprie ricerche, dedicata in modo particolare agli alpinisti che intendono la pratica della montagna come una forma di arricchimento culturale, oltre che un fatto sportivo o una piacevole forma di evasione contemplativa". Accanto all'editoriale non appare un "duro" arrampicatore armato di martello e chiodi, ma tre portatrici di fieno sullo sfondo delle Levanne. (...) La redazione è soprattutto un vivacissimo laboratorio di idee, che, in un tempo in cui le Alpi non sono ancora "terra" completamente divulgata, partoriscono selezionati articoli sulla cultura e l'economia alpina ed esemplari monografie escursionistiche, alpinistiche e sci-alpinistiche. (...) In Italia il 1980 segna l'avvento di "Airone", il mensile patinato di divulgazione naturalistica che farà scuola a tutto il settore. In Francia i periodici "Alpinisme et Randonnée" e "Montagnes Magazine" rivoluzionano la grafica e il modo di raccontare la montagna. Lo stesso alpinismo stenta a riconoscersi: irrompono gli exploit e le immagini dell'arrampicata sportiva, i futuristici concatenamenti di cime e pareti alpine, le galoppate sugli ottomila himalayani. E così, mentre già si mormora di gare di arrampicata, la "Rivista della Montagna" diretta da Roberto Mantovani subisce la concorrenza di un nuovo giornale, colorato e aggressivo come i nuovi tempi: "Alp, vita e avventura in montagna". (...) L'ambizione e l'innovazione del giornale consistono nel raccontare i fatti della montagna con gli strumenti giornalistici ed estetici delle altre riviste, senza rifluire nelle logiche sempre più asfittiche della comunità alpinistica. "Alp" parla di alpinismo con le parole e le immagini del giornale sportivo, un fatto nuovo nel mondo della montagna italiana, e affronta senza condizionamenti i grandi problemi del territorio e dell'ambiente alpino, lo sfruttamento turistico, il degrado, la salvaguardia, le politiche dei parchi. Nel tempo la rivista si trasforma più volte sotto la guida di Marco Ferrari e Linda Cottino, poi il "Centro di documentazione alpina" e l'editore "Vivalda" confluiscono in un'unica casa editrice, unendo forze e criticità, finché un redattore storico – Walter Giuliano – riprende in mano il prodotto per cercare il rilancio. Il resto è cronaca di oggi, come scrive il segretario di redazione Marcos Devalle in una mesta mail indirizzata ai collaboratori: "La testata "Alp" sta per uscire con l'ultimo numero (il 288) della sua storia, durata quasi ventotto anni. All'inizio del mese in corso, infatti, la "Vivalda Editori", proprietaria del mensile, ha avuto conferma dagli enti preposti della messa in cassa integrazione straordinaria per ventiquattro mesi dei suoi dipendenti, periodo che prelude alla cessazione dell’attività…"».
Per chi segua i problemi della montagna la preoccupazione è evidente: l'editoria scritta si spegne, la televisione offre spazi ristretti, la radio non c'è, Internet esiste ma senza un disegno complessivo e la Rete forse non lo consente, ma non impedisce raccordi e alleanze.
Che ne sarà dell'informazione che dalle montagne fuoriesce verso l'esterno e dove si formerà un humus culturale e politico per il dibattito "dentro" le montagne? Non so bene, ma forse ci vorrebbe un forum attraverso il quale ritessere i rapporti per capire in che modo farlo e ripartire, sapendo che Internet è una prospettiva che - nella sua multimedialità, rapidità e ramificazione - non si può sfuggire.

Ah, la pizza!

Pizza!"Pizza" assieme a "ciao" è una delle parole che qualunque straniero conosce dell'Italia. Poi magari, scavando, spunta anche qualche altra parola genere "Roma", "Venezia" e - buona in tutto il mondo - "mafia" e esiste poi un filone canoro su cui spicca "Volare" e cantanti simbolo genere "Celentano" e infine ci sono le squadre di calcio.
Non me ne stupisco affatto: la conoscenza della geografia e delle culture altrui non è un privilegio di tutti all'estero e, in una logica di reciprocità, ciò vale per gli italiani stessi. Io stesso ogni tanto vacillo, per quanto sin da bambino mi piacessero mappe e mappamondi e penso di avere una conoscenza discreta di culture di altri Paesi. Poi, fatta salva la geografia e cenni sulle caratteristiche dei "diversi da noi" o presunti tali, i pregiudizi reciproci sono bilaterali e multilaterali: il cosmopolitismo è privilegio di pochi.
Così, per quanto orripilato dallo stereotipo - che riduce la ricchezza ad un francobollo - "italiano, pizza, pasta e mandolino", sono e resto un grande difensore della pizza. Oltretutto, le mie lontane (papà) e vicine (mamma) origine liguri mi hanno sempre fatto apprezzare il prodotto nella versione a taglio della Riviera di Ponente (ma i Caveri erano del Levante, esattamente Moneglia). E' una pizza morbida e non croccante, dotata di olive taggiasche d'ordinanza da consumarsi in qualunque ora del giorno, prima colazione compresa.
Ma poi nella vita la mappatura della pizza, partendo dalla napoletana ma con altre varianti del Sud, con incursione di prova nell'incredibile catena "Pizza Hut", si è completata in vario modo nelle molte versioni possibili. Così scopri che, fatto salvo il nome "pizza", sotto la stessa definizione albergano cose diversissime.
Il sito pizza.it sull'etimologia sostiene: "Dalla parola latina "Puls" (pappa, pappina) deriva la parola italiana "polenta o polentina"; le polentine o "puntes" erano il cibo di tutte le antiche popolazioni italiche, come lo erano state per gli uomini della preistoria, ed è da questa poltiglia impastata e cotta che deriva la nostra pizza. Il termine "Pizza" deriverebbe da "Pinsa", participio passato del verbo latino "Pinsere", che significa pestare, schiacciare, pigiare, frantumare, macinare, ridurre in poltiglia".
Se poi vai su "l'Etimologico" ti prende male, perché le cose si complicano: "la semplicità fonetica di una parola come "pizza", con le varianti "pinza" sulla costa alto-adriatica e "pitta" in Calabria e nel Salento, la espone a molteplici interpretazioni etimologiche, che si contrappongono secondo almeno quattro filoni: quello greco-semitico, orientato verso il bacino del Mediterraneo, quello germanico che chiama in causa Goti e Longobardi, quello di ascendenza diretta indoeuropea e quello del sostrato con epicentro illirico. Tutte le proposte hanno qualche argomento forte a proprio favore, ma nessuna è in grado di render conto di tutte le varianti e della loro distribuzione geografica. L'ipotesi greco-semitica si fonda sulla presenza di "pitta" in calabrese e in salentino in continuità coi Balcani (greco pit(t)a, albanese pite, serbo pita, rumeno pită, ungherese pite, turco pita), che a loro volta sono debitori della Siria e della Palestina (aramaico pitā, dalla radice verbale ptt "sbriciolare, sminuzzare"); l'efficacia della motivazione dal verbo semitico si arresta però di fronte alle varianti "pizza" e "pinza". L'ipotesi germanica si fonda sul fatto che solo la fenomenologia fonetica del gotico e del longobardo è in grado di spiegare le varianti "pitta", "pizza" e "pinza", che si riscontrano nei testi medievali come corrispondenti al latino buccella "boccone" e "panino" e che chiamano in causa il gotico "-bita" e il longobardo "-pizzo" "morso, boccone" (a. alto tedesco bizzo "morso", tedesco Bissen); ma il contatto romanzo-germanico ha confini ben precisi che non hanno giurisdizione sul Mediterraneo. L'ipotesi indoeuropea, poi abbandonata dal suo stesso sostenitore, è in grado di dominare l'area italiana e balcanica, ma si fonda sulla ricostruzione di una forma "-pĭtu" "cibo", che è priva di consistenza e di evidenza. L'ipotesi del sostrato aggiunge a questi difetti l'evocazione di un fantasma "-pĭtta", privo di fondamenti storici. La conclusione che emerge da questi confronti è che una soluzione unitaria non pare possibile; il calabrese e salentino "pitta" è in continuità con l'area mediterranea e risale in ultima analisi all'aramaico "pittā", documentato fin dal secondo secolo d.C., mentre "pizza" (con la variante "pinza"), le cui prime attestazioni in documenti latini datano alla fine del decimo secolo, è riconducibile alla famiglia del latino "pi(n)sāre" "pestare, schiacciare con le mani", latino volgare "-pisiāre" ("pigiare"). A questo verbo risalgono diversi termini culinari, che indicano cibi ottenuti manipolando una sfoglia di acqua e farina, come i "pici" senesi, che sull'Amiata diventano "piciarelli" e nell'Umbria adiacente "picchiarelli"; proseguendo la sua deriva fonetica, il nesso "-sja-" si è rafforzato in "-tsja-", da cui "pizza" e "pinza" con nasalizzazione della geminata".
Se siete ancora vivi dopo la spiegazione - ho messo un po' di tempo a capire cosa fosse la misteriosa "nasalizzazione della geminata" che dovrebbe essere la risonanza nasale della voce che porta al raddoppio della "z", forse!) - resta il fatto che, per riffa o per raffa, questa "pizza" ha tanti genitori! Se Umberto Bossi, mangiatore di pizza, scoprisse la "pista longobarda" saremmo a posto.
Ma dalle Americhe, attenzione attenzione, è arrivato il decisivo pomodoro...

Dal Kazakistan all'orango

Cécile KyengeIl "caso Shalabayeva" ed il "caso Calderoli" infiammano la politica italiana, ma sarebbe bene dare una gerarchia alle due notizie per evitare di tutta l'erba un fascio.
Il primo è un intrigo internazionale e una vicenda politico-giudiziaria di una delicatezza estrema, il secondo è un caso di polemica politica da non sottostimare, ma dai contorni tutti italiani, anche se sulla stampa internazionale abbiamo fatto una figura di palta.
Entrambe le questioni, unite dall'insolito destino della contemporaneità, sono il segno di un degrado della politica e dimostrano come la sfiducia dei cittadini non sia una lamentazione campata in aria, ma ci siano fatti e circostanze che sono il segno distintivo che le cose non vanno.
La storia di Alma Shalabayeva è ormai nota: è la moglie di un dissidente kazako, rimpatriata nel suo Paese di origine, dove c'è una feroce dittatura, lo scorso 29 maggio con la figlia, dopo un blitz della Polizia in una villetta alle porte di Roma. Siamo di fronte ad una sorta di museo degli orrori-errori fra procedure, decreti, passaporti, giudici e funzionari. Dulcis in fundo la sua espulsione è stata revocata, ma comicamente a cose fatte! Molti tremano perché alla fine, nella logica legittima in Occidente, dello "cherchez le politique" al Viminale tira una brutta aria per Angelino Alfano. Se il Ministro sapeva (ma lui nega al Senato) è politicamente finito, ma se non sapeva, fa comunque una brutta figura per un omesso controllo su un dossier bruciante e che inerisce diritto internazionale e diritti umani. Giganteggia il sospetto che il Kazakistan ed il suo dittatore abbiano goduto di autorevolissimi "aiutini" e se fosse stato così penso che lo vedremo.
Quella di Roberto Calderoli, già ministro e oggi vice presidente del Senato, è storia più semplice e rozza: ha detto in un comizio - immagino per scaldare la "base" - che il ministro dell'Integrazione, Cécile Kyenge, italiana di origine congolese, «somiglia ad un orango» e questo riecheggia la propaganda razzista - incanalata poi nello sterminio - dei nazisti. Perciò una battuta che non solo non fa ridere, ma dimostra una vena xenofoba non nuova nell'esponente leghista e non ci sono attenuanti. Sono state chieste le sue dimissioni, ma lui si è attestato sulle scuse. Anche qui dobbiamo seguire le prossime puntate.
Non credo che né l'una né l'altra vicenda siano da sottostimare. Usare il silenziatore, come in Valle d'Aosta c'è chi tenta di fare sulla 'ndrangheta e su certi reati contro la Pubblica amministrazione (ma i nodi verranno al pettine), sarebbe davvero un segno di degrado nel degrado. Ci sono, infatti, degli indicatori della democrazia, della civile convivenza, dell'etica pubblica e persino dell'educazione che non devono scendere sotto un certo livello. Altrimenti, finiremmo tutti nei guai e l'Unione europea dovrebbe cominciare a trattarci - con giusto senso della decenza - come degli appestati ed i cittadini italiani, a casa loro, dovrebbero smettere di specchiarsi per la vergogna.

Il nodo gordiano

Un complicato nodoCapita di coltivare certi pensieri, che ti ronzano per la testa e non vi è nulla di più intrigante della duplicità di un'espressione apparentemente univoca, almeno nell'uso che ne viene fatto comunemente.
La storia è antica e così riassumibile: "Gordio era un contadino che arrivò con la moglie in una piazza della Frigia - regione dell'Anatolia - con il suo carro. Circostanza fortunata, perché un oracolo aveva comandato ai Frigi di incoronare re il primo uomo che sarebbe arrivato alla guida di un carro e così Gordio divenne re e diede il suo nome alla città. Il nuovo re - padre del famoso re Mida! - dedicò per riconoscenza il suo carro a Zeus, legando il giogo al timone con un nodo talmente particolare da essere inestricabile. Una profezia conseguente fissò che chiunque fosse riuscito a sciogliere questo nodo sarebbe diventato imperatore d'Asia. Ci riuscì Alessandro Magno, giunto in città nel 334 a.C., quando - dopo alcuni tentativi falliti - sguainò la spada e troncò il nodo con un secco fendente, diventando imperatore. Perciò, ancora oggi, il "nodo gordiano" significa una difficoltà inestricabile, che può essere risolta solo, con una logica da taglio netto, agendo con decisione ed energia".
Ha scritto sul tema, per la "Radio Svizzera italiana", Alessandro Stroppa: "Il "nodo di Gordio" non è solo una metafora che indica un problema di difficilissima - o addirittura impossibile - soluzione, ma è anche un'allegoria con più sottesi simbolici: in generale significherebbe che la risolutezza e l'irruenza risolvono solo illusoriamente i problemi, che vanno affrontati e sciolti, non recisi, poiché la rescissione violenta non risolve il nodo, come solo la pazienza e la perseveranza possono fare. Ma giova ricordare anche una lettura di carattere metastorico, che mette in evidenza la scaltrezza e la callidità di Alessandro il Grande, la sua smisurata e spregiudicata ambizione: un'ambizione in parte madre di quel vastissimo impero che, realizzando la celebre visione onirica di Nabucodonosor, si sarebbe trasformato in un gigante dai piedi argilla".
E' interessante vedere, al di là dei diversi livelli di lettura e dei linguaggi complessi che arrivano dal passato, come il tema sia importante: il decisionismo, nella sua espressione di autoritarismo in politica, può essere una dote apparente che diventa alla fine una trappola. La rozzezza del taglio, il gesto esemplare e scenico con cui risolvere temi complessi può, in fondo, essere lo specchio della mancanza della pazienza nel districare i nodi.
E, prima o poi, i nodi vengono al pettine, senza che possano più essere tagliati in modo violento.

Nessuna ambiguità

Un momento della processione, parte religiosa della festaMi è capitato di andare in passato alla "Festa dei calabresi" di Aosta, come "autorità" o come semplice cittadino. Si tratta di una grande kermesse, che è specchio di una parte di quella comunità - in particolare arrivata da San Giorgio Morgeto - immigrata in Valle, specie a partire dagli anni Sessanta. Oggi i calabresi rappresentano, dopo i valdostani - per così dire - di origine, la più numerosa fra le comunità di valdostani d'adozione, spesso ormai molto radicati nei paesi d'accoglienza in un dare e ricevere reciproco, come deve avvenire nella logica d'integrazione.
Non ho mai considerato la presenza alla festa, cresciuta di taglia negli anni passati nei vasti padiglioni nell'area Montfleury, con una valenza elettoralistica: spero - forse ingenuamente - che una persona non debba essere votata se balla bene la tarantella, se si strafoca di melanzane alla parmigiana o se distribuisce sorrisi e pacche sulle spalle (e mi fermo al lecito, ma c'è anche una parte oscura, di cui il clientelismo è solo il primo scalino). Spesso questa "simpatia", vera o presunta che sia, conta più della competenza. Ma il voto è un'espressione di libertà, che non prevede patenti di cittadinanza consapevole.
La festa di quest'anno si svolge in una temperie particolare, su cui non si può far finta di niente. La sentenza "Tempus venit", che ha riguardato un tentativo mafioso di estorcere del denaro a chi si occupava della costruzione del parcheggio pluripiano nell'area vicino all'Ospedale, mostra brutti intrecci, collusioni e omertà, che dovranno essere ulteriormente compresi. Così è avvenuto per l'inchiesta, gemmata in parte da quella storia e oggetto di una complessa indagine della Magistratura e dei Carabinieri, che porterà a breve ad "illustri" richieste di rinvio a giudizio e c'è chi cercherà di far finta di niente, scaricando su altri. Altro che "capitani coraggiosi"!
Dunque sarà pur vero che "The show must go on", ma non si può neanche pensare che tutto sia come prima e non si tratta di essere colpevolisti o innocentisti o di immaginare che le feste di qualunque tipo non ci debbano essere. Ma stupirsi dello stupore e praticare la logica del "tarallucci e vino" non giova a nessuno, neppure a quella gran parte di comunità calabrese che, pur mantenendo tradizioni e collegamenti con la terra d'origine, ha scelto la Valle come il luogo dove far vivere e far nascere figli e nipoti, anche per rompere certe catene.
Anzi, credo di poter dire - perché di amici di origine calabrese ne ho tanti - che sono loro i primi a voler evitare che certe ambiguità creino imbarazzi o incomprensioni, perché con la 'ndrangheta non si scherza e la sua presenza, per anni abilmente celata agli occhi del grand public in un logica di mimetismo, oggi rischia di diventare un incubo anche qui.
Per questo i "no" devono essere forti e corali.

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