May 2013

La fragilità del territorio

La Montgiovetta interrotta dalla frana, nella foto di Chantal GodioPurtroppo l'enorme frana di La Saxe, che incombe su una parte di Courmayeur e crea apprensione per le continue piogge di queste settimane, è solo uno dei tanti casi di manifesta pericolosità che si trovano in Valle d'Aosta.
Basta andare con la memoria, senza rifarsi a quel pozzo di notizie che si rinviene lungo i secoli, prima attraverso le cronache luttuose delle parrocchie e poi negli avvenimenti raccontati dai giornali, ai fatti non così distanti dell'alluvione del 2000. Fu allora una sorta di riassunto di un sacco di problemi dappertutto, anche in zone abitate da lungo tempo in villaggi antichi. Brutti ricordi di morte e di devastazione e poteva andare anche peggio e non è un caso se oggi, quando piove a lungo in primavera o in autunno, tutti riandiamo con il pensiero a quei giorni drammatici e temiamo il peggio. Non posso non evocare quel senso di angoscia di quelle ore concitate quando, specie con i sorvoli in elicottero, si passava di vallata in vallata a vedere quelle ferite causate dalla Natura.
Va detto, però, che ci sono stati investimenti ingentissimi per i ripristini e per la messa in sicurezza, gravanti quasi del tutto su bilancio regionale per un'evidente assenza dello Stato dopo tante promesse. Certo queste opere potevano ovviamente risolvere questioni in larga misure intrinseche alle caratteristiche naturali dei nostri versanti.
Dimostrazione che il territorio valdostano è delicatissimo, come tutte le zone di montagna, a causa proprio del perpetuo lavorio dei complessi fenomeni geologici, che che sono alla base dell'esistenza stessa delle Alpi. Per cui è normale che si debba convivere con diversi rischi che incombono anzitutto sulla popolazione residente e in più si sommano alcuni aspetti negativi derivanti dai cambiamenti climatici, che hanno accentuato una serie di fenomeni, oggi studiati a fondo e in parte monitorati.
Ricordo come la più mappa dei Comuni ad elevato rischio idrogeologico in Italia ponga in zona pericolosa tutti i 74 Comuni della Valle d'Aosta con zone più o meno estese, a seconda dei casi.
Così quando si discute del riparto fiscale della Valle, decurtato da tagli e taglietti, anche in spregio alle regole più recenti sul riparto fiscale e con la stupidità del patto di stabilità senza eccezioni, il tema della montagna va posto in evidenza. Anche con questo capitolo dei costi della tutela del territorio dal molteplici rischi idrogeologici, cui lo Stato ha contributo pochissimo e questo va fatto pesare senza timidezze.
P.S.: questa mattina una caduta di sassi ha bloccato la strada statale 26 nella salita della "Montjovetta". Sarebbe bene che l'Anas riflettesse sui lavori che devono essere eseguiti in quella zona, che crea anche problemi seri di transito ai mezzi più grandi per la sagomatura della parete rocciosa, in caso di blocco dell'autostrada.

Ricordando Chanoux

La targa, in via Frutaz, ad Aosta, che ricorda le torture ad Emile ChanouxIl 18 maggio, per chi crede nei valori fondativi dell'autonomia valdostana, è una data importante, da ricordare e non da festeggiare. Quel giorno del 1944 la Valle d'Aosta perse, a soli 38 anni, Emile Chanoux, morto nella cella dove era stato imprigionato dai fascisti. Era in quel momento il capo della Resistenza valdostana. Sottoposto a torture dalle "SS", Chanoux morì senza tradire i suo compagni (l'ultima frase alla moglie fu, in patois, «Non ho parlato, Celeste»).
Questa data quest'anno coincide con la parte conclusiva della campagna elettorale. Per cui Chanoux viene ricordato da tutti con diverse modalità. E' un bene che sia così, perché la sua vita è stato un esempio di coerenza e perché i suoi scritti ci restituiscono una profondità di pensiero e una visione del futuro fuori dal comune. Ho avuto in più la fortuna, nei ricordi di famiglia, di potermi fare un'idea dello Chanoux nella sfera intima e privata, fuori dall'ufficialità e dal rischio che la retorica lo renda un'icona senza anima.
Per questo penso che Chanoux sia un bene collettivo e con altre grandi personalità della nostra storia debba essere non solo un punto di riferimento, ma debba essere anche una pietra di paragone contro il degrado di larga parte della politica di oggi. La stessa che, con cinismo e ritualità, ricorda doti e virtù del martire valdostano, ma che poi nella quotidianità fa il contrario di questi insegnamenti e del suo esempio, basato anzitutto sulla dirittura morale.
Io penso che oggi, per essere degni di certe figure, dobbiamo avere memoria e coscienza. Ma questo impegno non serve solo per il suo potere evocatore, ma come stimolo per affrontare il presente e soprattutto il futuro. Il pensiero autonomista non è fermo e si anzi dece evolversi e dunque il modo più degno per celebrare il passato e i suoi grandi protagonisti è continuare in un certo solco, ma sapendo che abbiamo bisogno in ogni epoca di aggiornare le analisi e di preparare le risposte necessarie.
Se l'autonomismo valdostano vivesse di ricordi, come in una grande sala di un museo, ma non fosse aggiornato e vitale, allora sarebbe come una grande pianta destinata a rinsecchirsi. E gli appelli di Chanoux all'impegno e alla ribellione, fatti in epoca scura e terribile, devono risuonare come uno stimolo nella nostra vita. Questa è la forza delle idee che attraversa la barriere del tempo. Per chi ci crede davvero.

Quel gorgo che ci inghiotte

Un gorgo marino, non meno pericoloso di quello politicoLa paralisi della politica italiana prosegue il suo cammino. Uno può raccontare quello che vuole, ma la realtà dei fatti è che il Governo Letta non decolla. Scriveva Albert Einstein: «La struttura alare del calabrone, in relazione al suo peso, non è adatta al volo, ma lui non lo sa e vola lo stesso». Penso che il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, rimasto al Quirinale "malgré lui", pensasse che in fondo la strana alleanza tra Partito Democratico e Popolo della Libertà fosse come il calabrone e riuscisse a spiccare il volo. Ed invece il "caso IMU" è l'esempio che più di tutti dimostra che le cose non vanno e che ogni speranza per ora è stata frustrata.
Come tutti, trovo la tassazione in Italia odiosa. Con il Governo "tecnico" di Mario Monti la persecuzione fiscale era diventata indegna, in barba a tutte le dichiarazioni di principio del Professore, nato liberale e "morto" - politicamente, si intende - democristiano. Per cui chiunque decidesse di sopprimere un qualsivoglia balzello avrebbe la mia simpatia, ma l'"operazione IMU" è stata da "Armata Brancaleone". Ai proclami «partiam, partiam» è seguita la vecchia politica del rinvio e, spiace dirlo, della bugia. Ho guardato la conferenza stampa da Palazzo Chigi e sia Enrico Letta sia Angelino Alfano - la "strana coppia" a Palazzo Chigi - vantavano la scelta epocale di rinviare la rata. Alfano ha usato una metafora calcistica, quella del primo gol, quando al limite si è trattato di un "palo".
Per altro, era questa la priorità? Davvero l'IMU vale quest'attenzione? Nessuno si è accorto che senza l'IMU - i cui meccanismi sono pessimi, per cui non sono qui a difenderla - i Comuni portano i libri contabili in Tribunale?
Trovo giusto, al di là della lotta intestina nella Sinistra e di certe "compagnie di giro" presenti, il grido d'allarme sul lavoro della "Fiom", il sindacato metalmeccanici della "Cgil", che ieri ha manifestato con un ritualismo ormai fuori dal tempo. Ma la sostanza è vera: l'emergenza lavoro sta travolgendo tutto e tutti ed è il volto feroce di una crisi economica di cui ormai si parla poco, come se una sorta di rassegnazione avvolgesse la politica italiana. Non si riesce a rifare una legge elettorale che dovrebbe far schifo a tutti e che sarà a breve cassata dalla Corte Costituzionale, figurarsi azioni coordinate contro la recessione.
Confesso che questo clima mi porta a riflettere con grande preoccupazione sul futuro della Valle d'Aosta. Ciò avviene a prescindere dall'importante appuntamento elettorale di domenica prossima, che pure in Valle è l'unica occasione per uscire dalle sabbie mobili di un Governo regionale che vivacchia, con una forma di monarchia bolsa e trafficona che farebbe sorridere se non facesse danni.
Qui, fatto il Consiglio Valle e mi auguro con una nuova maggioranza, va aperto un dibattito franco e sereno su dove vogliamo andare. A me questo gorgo che ci sta inghiottendo mette paura.

Divago, in bicicletta

Rotelle per la bici, ormai inutilizzateSo che ci sono tanti problemi, ma oggi, dopo aver parlato tanto di argomenti più o meno impegnativi, divago.
Mi tocca andare in bicicletta: mi obbliga il fisioterapista. E tra la "cyclette" e la sua monotonia, confidando nella "bella stagione" - ma ormai siamo in regime monsonico - mi sono comprato una mountain bike, cioè, in italiano, una bicicletta. Due volte alla settimana, quando Giove pluvio lo consentirà, pedalerò per un'oretta e mezza, come da prescrizione.
Il mio mentore ciclistico assicura che in breve tempo diventerò tossico e quindi ci sarà un'escalation che mi porterà ad appassionarmi. Io dubito e mi atterrò all'uso terapeutico, perché ho amici ciclisti che parlano solo più di bicicletta, sono degli ossessi delle due ruote e predicano la "religione del pedale" come se fossero in una vera e propria setta.
Ma la bicicletta mi fa tornare indietro nel tempo. Il primo flash dei regali di Natale mi restituisce l'immagine fané di un triciclo rosso, che mi diede una delle prime scariche di adrenalina della mia vita. Poi l'operazione delicata con l'uso dalle rotelle per poi imparare ad andare in bici: un passaggio iniziatico, tipo ammazzare un serpente nella foresta amazzonica. Sappiate - chi ha bimbi piccoli lo sa - che oggi le rotelle non si usano più: si spinge la bici coi piedini e si passa, infine, ai pedali. I produttori di rotelle sono falliti.
La bici della mia infanzia era una "bici cross" verde a tre marce con cui ho macinato chilometri in tutta la bassa Valle, nelle stradine dell'envers in un perimetro tra Arnad e Montjovet, partendo da Verrès. All'epoca i genitori accettava tranquillamene che uno sparisse per giri in bici infiniti nella logica «niente notizie, buone notizie».
Più grande comprai una bici da corsa usata, ma la adoperai poco: le dinamiche della zona erano che partivi in giù - la "Montgiovetta" era il mio "Galibier" - e in genere "osavo" verso il Canavese più profondo e poi mi maledicevo per la lunghezza del rientro, in genere, come un Fantozzi ciclista, con il vento contro.
Ora la mia mountain bike mi pare un'evoluzione della specie, con un sacco di marce e una sua eleganza. Stento a capire perché siano spariti i fari e dunque niente dinamo, per cui suggerisco in questi ultimi giorni alla maggioranza regionale di lanciare. in vista delle elezioni, l'operazione "una dinamo per tutti" (anche cinesi, come gli acquisti di "Cva") per evitare che i ciclisti - a parte un lumino - siano invisibili al buio e dunque ottimo bersaglio mobile per gli automobilisti.
Ora - è l'ultima scelta impegnativa - devo decidere cosa mettere nella borraccia. Brancolo nell'incertezza: le bibite energetiche le boccio, l'acqua pare banale, con il "Negroni" temo gli alcoltest e non c'è più la "spuma" di un tempo.

L'autodeterminazione e l'Europa

Ragazze catalane nel costume tipico, durante una manifestazione folcloristicaAl comizio dell'Union Valdôtaine Progressiste di Châtillon arriva il Senatore Cesare Dujany. Lo osservo mentre ascolta i diversi oratori della serata: ogni tanto prende qualche nota su un piccolo bigliettino. Al momento del dibattito, spara a raffica alcune domande, mischiando problemi locali del suo paese e la visione nazionale e europea che gli appartengono.
César è la dimostrazione vivente che la curiosità intellettuale non ha età e che certi discorsi anagrafici sulla "rottamazione" lasciano il tempo che trovano. Ho conosciuto giovani vecchi e vecchi giovani e spero, quando il momento verrà, di essere un vecchio prospettico e non passatista. Per altro, credo che sia davvero una questione di idee. Scriveva Robert Mallet: "Les bonnes idées n'ont pas d'âge, elles ont seulement de l'avenir".
Dujany, sul finire del suo intervento, sgancia la bomba, chiedendosi - ma la domanda pare retorica - se si sta riflettendo su quanto sta capitando in alcune Regioni della Spagna.
Per me è facile capire il riferimento, avendone parlato ancora di recente con lui. Si riferisce al gran fermento che sta investendo la Catalogna, la "Nazione senza Stato" come la chiamano gran parte dei catalani, compresi quelli oggi al Governo della Regione autonoma, che stanno operando in una logica di autodeterminazione. A dire il vero non è solo il caso: la Scozia ha fissato il referendum nel 2014 per la sua indipendenza e nel Tirolo del Sud - la notizia è di queste ore - anche i moderati hanno partecipato alle manifestazioni che spingono verso una forma di referendum per l'autodeterminazione. In soldoni si tratta della libertà, in diverse modalità possibili per ciascuno dei casi ma certo con metodo democratico, di autodeterminare il proprio assetto costituzionale.
Sembrano in apparenza elementi contradditori rispetto al centralismo imperante, che ha una connessione con la crisi economica. L'occasione è ghiotta per avere un alibi per centralizzare le decisioni e purtroppo questo non avviene solo nel triangolo Aosta-Roma-Bruxelles, ma si sta applicando anche in Valle d'Aosta, come dimostrato dai Comuni assoggettati al potere dell'Esecutivo regionale. Ricordo che la differenza di sostanza fra "federalismo" e "decentramento" sta proprio nel fatto che il primo prevede diverse fonti di potere e di decisione, mentre il secondo ha una fonte unica di potere, situata a livello nazionale (e, nel caso valdostano, nel rapporto di sudditanza delle autonomie locali dalla Regione).
Segnalo l'iniziativa on line della "Icec - International Commission of European Citizens" proprio sull'autodeterminazione. Questa la proposta che si indirizza all'Unione europea: "Je suis d'accord avec l'initiative pour que le droit à l'autodétermination s'exprime formellement dans le quadre de l'Union euroèpéenne en tant que droit fondamental de l'Homme et que les institutions de l'Ue donnent leur appui à tous les citoyens européens et leurs nations qui souhaitent le poursuivre".
E' un dibattito politico da seguire, sapendo che l'Europa degli Stati guarda con preoccupazione a geometrie diverse e variabili rispetto allo status quo. Ma tutto muta e può cambiare, compreso il rapporto fra livello continentale e popoli più o meno piccoli, ciascuno con la propria identità. Il federalismo consente di far convivere le aspirazioni alla vastità dell'aggregazione politica e l'aspirazione nazionalitaria di chi vuole affermare la propria esistenza.

Fra mestiere e dibattito

Elso Gerandin e Patrizia Morelli durante la tribuna elettorale su bobine.tv«Ofelè fà il to mestè». In milanese: «Pasticciere fai il tuo mestiere». E' un modo di dire scherzoso che indica come ognuno dovrebbe occuparsi o parlare di argomenti che conosce.
Ogni tanto capita, nel dibattito parallelo per le elezioni regionali, di sentire delle bestialità tali su certi argomenti che creano sconcerto e mostrano scarsissime conoscenze di certi dossier. E verrebbe voglia di far scattare la frase iniziale.
Esiste, per così dire, il rischio che il "cazzeggio da bar" - che è un'arte povera da preservare - si trasferisca nel mondo politico, dove sarebbe preferibile sapere di che cosa si parla e limitare i voli pindarici.
Ci pensavo con un rimpianto, segnalando appunto come il confronto sia parallelo e mai tangente: le norme barbariche della "par condicio" e la morte di fatto delle televisioni private hanno fatto ormai morire in Valle d'Aosta ogni velleità, nel sistema radiotelevisivo, di avere dibattiti veri e propri con confronti che consentano al telespettatore di valutare il peso delle proposte e dei candidati. Esiste qualche rara meritoria iniziativa sul Web, tipo bobine.tv, ma sappiamo che per ora e per la gran parte della popolazione il mezzo privilegiato resta la televisione generalista trasmessa in digitale terrestre. E in quella manca, per le ragioni già dette, quel "sangue e arena" che sarebbe un bel respiro alla campagna elettorale.
Uno può fare lo snob come il sociologo Jean Baudriallard, che diceva, con sagacia:«La gloire auprès du peuple, voilà à quoi il faut aspirer. Rien ne vaudra jamais le regard éperdu de la charcutière qui vous a vu à la télévision». E tuttavia, con il rispetto di tutti gli altri media, la Televisione (uso la maiuscola per enfatizzare), è insostituibile e relega, in sua assenza, il dibattito a quei mondi chiusi e in gran parte autoreferenziali che sono i comizi. Intendiamoci: una cosa non escluderebbe l'altra e il vantaggio della televisione starebbe nello stanare, nelle loro case, quella larga maggioranza che mai e poi mai - per un mare di ragioni - parteciperebbe a un incontro politico. Ed è un peccato, che crea situazioni bizzarre di ignoranza e di catatonia di una parte di opinione pubblica, in barba ad ogni speranza che al suffragio universale dovesse sempre coincidere un cittadino avvertito e attento alla politica.

Quei pensieri prima del voto

Per la mia generazione il conto alla rovescia, in inglese "countdown", riporta alla vecchia televisione in bianco e nero e alla partenza dei primi missili verso lo spazio.
Queste ore, invece, valgono per un solo conto alla rovescia, ormai giunto agli sgoccioli, con quella incredibile rapidità di durata delle campagne elettorali. In breve successione alle elezioni politiche sono seguite quelle regionali, che sono per i valdostani le elezioni per eccellenza, perché sono le più vicine al cittadino e coinvolgono molte liste e molte persone. Incarnano poi il senso dell'autonomia, che è un valore statutario, dunque di rango costituzionale, in cui tutti dovrebbero riconoscersi, che è cosa diversa dal sentirsi "autonomisti".

Il dovere di ricordare Valdengo

Un giovane Giuseppe ValdengoGiuseppe Valdengo aveva più di cinquant'anni quando lo conobbi e domani sarebbe stato il suo novantanovesimo compleanno, segno che entriamo nell'anno che ci porterà alla data dei cent'anni dalla nascita e spero che la Valle nei mesi prossimi onorerà questo famoso baritono, valdostano d'adozione.
Per noi studenti delle Medie di Verrès era professore di musica e "il Maestro": un uomo brillante, sempre sorridente, che arrivava a scuola - con l'aria di una persona piacente e di mondo - a bordo di un "Maggiolino" verde. Io gli ero simpatico, forse perché sinceramente ammirato dal suo carisma e dal suo anticonformismo, e fu una simpatia che mi dimostrò sino agli ultimi anni della sua vita, ogni volta che ci incontravamo e mi diceva con quanto piacere avesse seguito il mio percorso politico.
Da ragazzino non sapevo bene chi fosse Valdengo, lo scoprii poi con un libro che mi regalò e oggi sarebbe più facile informarsi con filmati e testi su Internet, che rendono omaggio al grande artista, all'uomo senza peli sulla lingua, al formatore di talenti senza la giusta riconoscenza, al moralizzatore senza successo di un mondo della lirica pieno di magagne. Amava la Valle, ma solo ora capisco quanto questo "buen retiro" fosse in parte una medicina amara.
Da anni seguo, di tanto in tanto, pur non capendo un tubo di musica, il programma di "Radio3", "La Barcaccia" con i conduttori divertenti e caustici Enrico Stinchelli e Michele Suozzo. E proprio Stinchelli ha scritto su "OperaClick", in occasione della morte nel 2007 del mio caro Maestro: «Arturo Toscanini è stato il suo mentore e la sua gloria imperitura, Toscanini è stato anche il "padre padrone", il colossale macigno, forse anche l'incubo della sua lunga esistenza.
Ancora una volta, e non sarà l'ultima, è il caso a suggerirci una impressionante verità: il baritono che più amò e odiò il "Maestro dei Maestri" scompare a cinquant'anni esatti dalla morte del suo "totem", ma solo fisicamente. Perché Giuseppe Valdengo dal 1957 a oggi non ha vissuto, nel vero senso della parola: è sopravvissuto, annegando tra i ricordi, parlando e cantando con le sue ombre lontane,a volte benevole, a volte minacciose. Il baritono Valdengo, artisticamente parlando, finì con la morte di Toscanini.
La Valle d'Aosta è una grande, meravigliosa prigione. Cinta dalle vette più alte d'Europa, ogni giorno uguali eppur cangianti, attraverso le rifrazioni magiche dei raggi solari o delle nubi, che si posano sul Col di Joux o sul massiccio del Monte Bianco. La casa di Valdengo è appollaiata poco sopra Saint-Vincent (...) Lo conobbi la prima volta grazie al maestro Luciano Bettarini (che insegnò canto ad Ettore Bastianini, Ferruccio Tagliavini ed infine ad Andrea Bocelli, tra gli altri). Bettarini passava l'estate a Ivrea, a trenta chilometri da Saint-Vincent e fu sua l'idea di andare a rendere omaggio al mitico baritono, un giorno in cui nessuno sapeva cosa fare. Fummo accolti con il tipico atteggiamento del piemontese educato, cortese ma diffidente, sempre pronto a difendersi in caso di attacco; mi sentivo un intruso, dico la verità. La casa era carina, non grande ma sistemata con cura. Nel soggiorno un grande pianoforte a coda e le pareti interamente tappezzate da fotografie e ritratti, la maggior parte con autografo: Jussi Bjoerling, Mario Del Monaco, Cristina Barbieri, Giuseppe Di Stefano, Herva Nelli, la Renata Tebaldi ed Arturo Toscanini. Non tardavi ad accorgerti che Toscanini era ovunque: ritratti, cammei, foto, busti, medaglioni, copertine di dischi. Su tutti dominava un quadro a olio che raffigurava di profilo il Maestro e dietro a lui, come un'ombra anch’essa di profilo, Giuseppe Valdengo. Nell'ombra di Toscanini, quel quadro diceva tutto (...) Un turbinìo di aneddoti, documenti, rivelazioni, e un fiume di insulti rivolti a tanti protagonisti del mondo operistico posti al di fuori, s'intende, dell'orbita toscaniniana: da Gianandrea Gavazzeni a Herbert Von Karajan, da Riccardo Muti a Claudio Abbado, nessuno escluso. Inutile elencare i nomi dei cantanti. Ne salvava pochissimi: Del Monaco, la Tebaldi, un pochino Di Stefano, Cesare Siepi, Tancredi Pasero, Aureliano Pertile... ma non andava oltre. Non sto a ripetere cosa diceva di Maria Callas, per lasciare intatta la sua memoria nel trentennale dalla scomparsa.
Era un uomo amareggiato, nonostante i grandi successi e la gloria acquisita, indubbiamente per meriti artistici e non per raccomandazione. Una solida formazione musicale (diplomato oboista), una bella voce di baritono lirico, piuttosto chiaro, dal colore che all'anziano Toscanini ricordava il prediletto Mariano Stabile, la stessa eleganza nel porgere, la stessa dizione scandita, persino molti accenti. Sapeva legare, sapeva cantare piano (memorabile resterà l'attacco di "Ma tu re, tu signore possente" nel secondo atto di "Aida"), sapeva modulare, aveva una bella figura slanciata, una faccia simpatica, non gli mancava nulla. Il carattere, però. Un caratteraccio. Non la mandava a dire. In un ambiente che della diplomazia (per non dire "ruffianeria") ha fatto addirittura un culto, un modus vivendi, Valdengo si muoveva male: sottolineava, lui musicista, gli errori dei colleghi più impreparati, spesso intervenendo con brutalità. Le prove del leggendario "Falstaff" con Toscanini dimostrano che, colto in fallo, rispondeva addirittura al Maestro, facendolo inferocire: "Fai meno recite e presentati più preparato!", "Eh Maestro, devo pure mangiare!", "Mangiare! Mangiare! Quella brutta parola..." urlava Toscanini. Aveva l'ossessione dei filmini, girava sempre con la telecamera, al punto tale da riprendere persino Siepi in bagno e Di Stefano, ubriaco, circuìto da un'assatanata Barbieri. Cosa che, ai diretti interessati, non piacque affatto.
Morto Toscanini, che lo plasmò a suo piacimento per le registrazioni storiche di "Aida", "Otello" e "Falstaff", Valdengo restò ancora in America e poi approdò in Italia, convinto di trovare una marea di contratti. Fu invece la più amara delle sue delusioni: il fatto di essere stato "il baritono di Toscanini" gli attirò invidie e maldicenze, un po' in tutto l'ambiente (...) Già verso il 1965 non se lo filava più nessuno, eccezion fatta per i modesti dischi dei fratelli Fabbri, un "Barbiere" col tenore Antonio Cucuccio (lui che aveva cantato con Bjoerling e Di Stefano!), un "Elisir" con un declinante Tagliavini... dischi registrati a Praga, sotto la neve, in condizioni da accampati e senza una lira. A pensarci bene ne aveva di ragioni per essere perennemente incavolato. Il carattere da battagliero si trasformò in depresso, brutta cosa. Andò via da Torino e si spostò nella villetta valdostana. Gli fu "regalata" da una coppia di svizzeri fanatici di Toscanini: "Quanto può pagarla, Maestro?" gli dissero e lui: "Un milione di lire (cinquecento euro)! , "Ecco le chiavi! La casa è sua!". Le cose andarono così (...) Piangeva spesso... povero, caro Valdengo: quante sere ad ascoltarlo, a sentirlo rievocare Toscanini di cui parlava con amore e con odio, in egual misura. L'ho visto ancora piangere da Bruno Vespa, pochi mesi or sono, in occasione della puntata dedicata a Toscanini. "Scusate se piango" , disse , "ma è un pianto di gioia!". Ora ha raggiunto il Maestro e se il Paradiso è il Paradiso, come noi tutti speriamo forse un po' stupidamente, beh... allora spero che lassù Valdengo incontri il suo fantasma e prima di abbracciarlo, gli dia una bella pedata sul sedere, liberatoria"
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Ciao, Maestro, domani brinderò al tuo compleanno, pensando ad una frase del tuo amato "Falstaff": "Tutto nel mondo è burla. L'uom è nato burlone".

Notre liberté valdôtaine

Un'immagine dell'inizio della campagna elettoraleQuesta sera all’Hostellerie du Cheval Blanc, alle ore 20.30, l'Union Valdôtaine Progressiste chiuderà la sua campagna elettorale. Sarò fra gli oratori della serata, che non avrà caratteristiche barbose da vecchio comizio, ma un mix – spero efficace – fra politica, spettacolo e festa popolare. Non è facile dosare i diversi ingredienti, ma quel che bisogna evitare, in un'epoca, in cui la rapidità è insita nella comunicazione, compresa quella politica, che la noia trionfi, senza però trasformare l'evento in semplice divertissement. Garantisco anche che non ci saranno scene da "culto della personalità", che non appartengono alla nostra cultura e sono modelli di gestione del potere che nulla hanno a che fare con il tanto sbandierato federalismo.
Non so bene che cosa dirò. Ho imparato che bisogna, pur preparandosi diversi filoni, cercare di parlare a braccio, perché alla fine è l'unica garanzia di spontaneità, che evita effetti soporiferi. Ma conta molto "guardare" la sala e gli umori che la percorrono, perché a seconda dei momenti la sensibilità di un uditorio cambia e con essa le possibilità di successo di chi parla.
Ad esempio quello che non funziona sono le citazioni troppo lunghe e oggi mi spiace, perché ne avevo trovata una bella sulla libertà, che non butto via, ma anzi inserisco qua come riflessione conclusiva prima del silenzio elettorale, che io rispetterò sul sito e via "Twitter", parlando d'altro dalla mezzanotte.
Mio zio, Séverin Caveri, scrisse nel 1950: "Il y a des hommes, qui manquent tout à fait du sentiment de la liberté. Ils jouissent de pouvoir se prosterner devant le plus fort, de faire des courbettes (in italiano "salamelecchi". n.d.r.). Il y a des persone qui font des comédie par nécessité, mais il y en a d’autres, qui trouvent un plaisir particulier de traîner dans l'abjection la plus servile. Ce sont les premières recrues de la dictature. Il y a toutes sortes de dictatures. Il y a la dictature d’un roi ou d'une coterie ou d'une classe sociale ou d'une alliance de classes sociales ou de la foule. Un système électoral ne suffit pas pour que l'on puisse dire qu'une vraie démocratie existe".
Non male vero? C'è chi non conosce il valore della libertà e ama essere servo e bearsi di questo stato di sudditanza.
E in un altro passaggio, risalente al 1951, scriveva: "L'Autonomie existe, parce que le peuple valdôtain a acquis la conscience de sono individualità. Ce fait est avant tout politique. Les prémisses de l'existence meme de notre liberté valdôtaine et des droits consacrés par le Statut Régional sont politiques. Le Valdôtains sauront conserver cette liberté et ces droits, tant qu'ils auront une conception politique de leur vie et de leurs problèmes. Ceux qui, avec un sourire béat, disent: "Nous ne faisons pas de la politique", ne se rendent peut-être pas compte, ne "réalisent pas", qu'ils se sont retirés, qu'ils se sont repliés sur des positions moins efficaces, du point de vue de la défense des droits communs".
Bello anche questo invito all'impegno civile, come elemento di base per mantenere la propria identità politica.
Per il resto che dire? Ormai non c'è altro, se non aspettare gli esiti delle urne.

Il tempo che fa

Un tornado nel vercellese, nella foto pubblicata da 'Nimbus'Chissà se il meteo ci piglierà e il "Ciclone Ginevra" - nome grazioso per una perturbazione - ci colpirà in queste ore. Ci mancava solo questo, a conferma di un periodo di maltempo e di variabilità, che ci ha "rubato" la primavera.
A fotografare la situazione questo passaggio tratto dal sito di "Nimbus" del mio amico Luca Mercalli: «mentre le regioni meridionali si trovano da settimane sotto venti di scirocco, in atmosfera frequentemente soleggiata, calda e asciutta (temperatura massima fino a 33.3 °C a Paternò, Catania, l'11 maggio, fonte "Sias Sicilia"), precipitazioni straordinarie continuano a interessare il Nord Italia e l'alta Toscana».
Tanto per capirci ecco un altro passaggio: «Al Nord-Ovest l'ultimo evento piovoso ha apportato, dalla sera di martedì 14 maggio al mattino di venerdì 17, un massimo di 264 mm sulle Alpi Biellesi (Trivero-Alpe Camparient, rete "Arpa Piemonte"), ma le temporanee pause nelle precipitazioni e la neve che al mattino del giorno 16 è scesa talora fino a 1500 mentri sulle alte valli alpine occidentali, hanno scongiurato deflussi pericolosi lungo la rete idrografica, salvo qualche locale dissesto (frane sulle colline di Castellamonte, Prealpi Canavesane)".
Da noi, purtroppo, va annotato come le piogge abbiano accelerato i movimenti della gigantesca frana di la Saxe, che domina una parte di Entrèves e La Palud, frazioni di Courmayeur.
Questa minaccia pone un problema per l'informazione, che proprio nella cittadina ai piedi del Monte Bianco è stata all'attenzione degli operatori turistici. Già normalmente le notizie meteo creano guai alle zone di montagna e non solo quando - può capitare - le previsioni sono sbagliate e i turisti restano a casa, ma anche quando si tende ad enfatizzare il cattivo tempo, come se le nevicate fossero chissà quale maledizione e non una normalità, connessa con la Natura e i suoi cicli, in certe stagioni. Ma in questo caso c'è di più: le informazioni sulla frana, se non ben centrate, rischiano di penalizzare il turismo a Courmayeur, specie in vista dell'estate. La percezione di un pericolo diffuso è certamente errata, essendo la frana del tutto localizzata, ma questa notizia va veicolata con la giusta risonanza.
E poi vi è un problema nuovo: un evento catastrofico non ancora avvenuto, ma che ha comportato danni diretti come l'evacuazione e il blocco di attività commerciali (e la ridondanza negativa anche su chi non c'entra niente nella zona), come può essere oggetto di risarcimento pubblico o di dilazione di pagamenti di vario genere?
Il tema è importante perché i cambiamenti climatici potranno moltiplicare fenomeni di questo genere da noi e altrove sulle Alpi.

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