May 2013

Quel clima che cambia

Una delle recenti piogge primaverili
La Valle d'Aosta è stata una delle prime Regioni in Europa a definire uno studio sul cambiamento climatico e le sue conseguenze
Ho continuato, in vario modo, a seguire la materia, ritenendola decisiva - nei suoi aspetti concreti e per questo ho fatto un rapporto sulle zone montane nel "Comitato delle Regioni" - per il futuro nostro e delle prossime generazioni. Ora esce lo studio "Changements climatiques en Suisse - Indicateurs des causes, des effets et des mesures", pubblicato dall'"Office fédéral de l'environnement - Ofev" e dall'"Office fédéral de météorologie et de climatologie - MétéoSuisse".
Interessante la premessa: "En Suisse, les effets documentés ou attendus liés au réchauffement climatique concernent d'une part l'hydro et la géosphère (cycle de l'eau, glaciers, pergélisol, couverture neigeuse), avec des événements entraînant des dommages importants (températures extrêmes, sécheresses, fortes précipitations, crues, glissements de terrain et laves torrentielles) et les écosystèmes (flore et faune, forêts). D'autre part, le tourisme hivernal, l'énergie (en raison des pertes de production hydro-électrique et du recours accru à la climatisation), et la santé sont d'autres secteurs vulnérables. En effet, les périodes de canicule peuvent non seulement causer un stress thermique et des problèmes respiratoires ou cardiovasculaires sur la population à risque, mais aussi engendrer des baisses de performance au travail ("Ecoplan" et "Sigmaplan" 2007). D'autres secteurs, tels que l'agriculture, pourraient tirer profit d'un climat plus chaud, notamment en raison d'une période de végétation plus longue, pour autant que l'augmentation de température ne dépasse pas 2 - 3 °C d'ici à 2050. En effet, l'augmentation des vagues de chaleur et des périodes de sécheresse pourrait s'avérer problématiques pour l'exploitation des cultures et l'élevage du bétail".
Ammirabile la concretezza e vi consiglio di scorrere lo studio, che così viene sintetizzato nelle conclusioni: "Le présent rapport a montré comment les activités de l’homme en Suisse ont évolué, quelles quantités de gaz à effet de serre en ont émané et illustré avec une multitude d’exemples les effets du climat sur l'état de l'environnement naturel du pays. Des conséquences sur l'économie et la société sont également perceptibles, mais restent pour le moment confinées à des problématiques relevant de la santé et des besoins en chauffage. Il n'est par exemple pas encore possible de chiffrer les impacts des changements climatiques sur le tourisme hivernal et estival ou le rendement des récoltes, ou de déterminer les conséquences des changements de débit des eaux sur la production d'énergie. En revanche, avec l'inventaire national des émissions de gaz à effet de serre, l'évaluation de l'efficacité des mesures prises au niveau national pour réduire les émissions de gaz à effet de serre est possible. (...) Ce document a montré que les bases permettant de présenter les différents éléments de la chaîne de causalité - l'homme qui modifie le climat, les conséquences diverses, les activités destinées à limiter et maîtriser les changements - sont encore très hétérogènes. On relève pour le moment des données détaillées sur l'évolution des émissions de gaz à effet de serre et un dense réseau de mesure est en place pour collecter des données météorologiques, climatologiques et hydrologiques. De même, de bons exemples présentent les effets des changements climatiques sur l'écosystème. Les raisons pour lesquelles les conséquences des changements climatiques sur la société et l'économie sont moins bien documentées sont peut-être à chercher dans certains problèmes méthodologiques, ainsi que dans l'écart temporel qui sépare les causes des conséquences du réchauffement. Mais cette situation est probablement aussi due en partie au fait que l’on n'a long- temps pas accordé suffisamment d’importance à la détection précoce des tendances dans le domaine de la politique climatique. Il est pourtant indispensable de disposer de bases de décision appropriées pour juger des mesures à prendre. Il est donc important de mettre en place ou de développer la saisie systématique des données pertinentes là où des lacunes considérables subsistent".
Insomma: bisogna giocare la nostra partita contro il riscaldamento globale e studiare sempre meglio le conseguenze che il riscaldamento avrà sulla nostra Valle.

Casinò di Saint-Vincent: le ombre incombenti

Un particolare della Casa da gioco valdostanaPreoccupa molto il profondo rosso del Casinò di Saint-Vincent, che nel 2012 dovrebbe situarsi attorno ai 18 milioni di euro e nei primi quattro mesi del 2013 supera il milione di euro di perdita per ciascun mese. Sarebbe bene che il bilancio della Casa da gioco fosse approvato in fretta per evitare il sospetto che in questa campagna non se ne voglia parlare per proteggere chi, nel 2008, promise di essere il "salvatore" della Valle d'Aosta e del Casinò. Ma la "bacchetta magica" si è inceppata e non si può nascondere la verità dietro a mille alibi per negare la Caporetto ed il rischio di far saltare il banco.
Le inaugurazioni di questi ultimi anni al Casinò e al "Billia" sono state l'immagine plastica di un ponte fra management e politica con la presenza di un uomo solo, Augusto Rollandin, dominus assoluto e «non si muove foglia che lui non voglia» nel Casinò. Con un amministratore unico, Luca Frigerio, sempre sorridente a dispetto del disastro del Casinò, dove vi è una catena di comando inesistente. Vige, semmai, la logica «fuori i cattivi e dentro gli amici» e oggi, in periodo elettorale, vi è un clima di caccia alle streghe per chi non ascolti "la voce del padrone" e i suoi desiderata.
E' vero che c'è uno Stato biscazziere, che ci sono norme antiriciclaggio, che vi è una crisi europea e in parte mondiale dei Casinò, che certi giochi sono invecchiati, ma questo non vuol dire che non ci siano strade alternative percorribili. Ad esempio il poker è snobbato e lo è il gioco on line, ma in generale manca una strategia di sviluppo e si viaggia a vista. Rollandin ha detto che non ci sono piani di ristrutturazione in studio, mentre qualche mese fa a Sanremo c'è chi ha parlato di 250 esuberi nel nostro Casinò (circostanza su cui ho una persona presente pronta a confermarlo). Questo preoccupa, così come la crescente precarizzazione, in barba alle promesse di stabilizzazione per chi frequenti, ad esempio, i corsi da dealer.
Chi ha puntato solo sull'immobiliare e sul cemento, senza avere i soldi per farlo (per questo "Cva" ha dovuto prestare i soldi al Casinò!) e senza un piano industriale per rilanciare la Casa da gioco, deve fare i conti con un albergo nuovo nella struttura Billia che non decolla, se non con discutibili ospitalità (a detrimento di alberghi e ristoranti del paese) e con un centro congressi nuovo di zecca ma vuoto.
Nelle sale da gioco le cose vanno male, preoccupano insolvenze e problemi di recupero crediti, i lavoratori temono di essere spiati da chi dovrebbe garantire loro la sicurezza, l'uso dei "promoticket" gonfia i dati senza avere nuovi giocatori validi. Così ad essere "spennati" - e vittime della ludopatia - sono i valdostani, mentre si favoleggia di cinesi, russi, indiani...
Il paese di Saint-Vincent si sta impoverendo e non si vede la fine del tunnel. Paiono sovradimensionate le nuove sale previste, vista la riduzione già avvenuta dei dipendenti e la scarsa resa dei giocatori che vengono al Casinò.
Siamo contro tagli indiscriminati e contro la "fabbrica dei sogni", bisogna rilanciare la casa da gioco, aprendo a un vero marketing, a una mentalità e flessibilità utili e a giochi innovativi. Basta con il malessere e la preoccupazione dei dipendenti, che ci sia meritocrazia per chi è capace, ricentrando il dibattito sulla Casa da gioco e, per favore, basta con le bugie e i soliti "amici degli amici".
L'Union Valdôtaine Progressiste ha posto tanti problemi per una semplice "operazione verità".

L'alternativa

Per chi fa politica è inutile negare quanto la campagna elettorale sia un momento piacevole.
E' un'occasione per scrivere e per pensare e naturalmente per girare la Valle e per incontrare persone. Poi se lo fai senza essere candidato, come mi è capitato questa volta per mia scelta personale, ti godi ancora di più la situazione, senza l'assillo del voto e la competizione esterna e interna con gli altri candidati.
Oltretutto - e non suoni come scontato - l'idea di offrire, a fronte del disastro della situazione valdostana con una sola persona che domina tutto in violazione del sistema parlamentaristico dello Statuto d'autonomia, un'alternativa di governo rende leggeri. Soprattutto perché la "stuffia" ha raggiunto livelli altissimi e cresce il desiderio di cambiamento. Chi non vede questa situazione o ha gli occhi ricoperti di pelle di salame o è complice di un sistema non più concepibile. Che molti riflettano su come si possa passare dalla "collaborazione" al "collaborazionismo" e cioè diventare strumentali rispetto ad un metodo di governo che ha germi antidemocratici allarmanti.

L'Adunata alpina di Aosta, dieci anni fa

La fanfara degli Alpini aostani prima di partire per Piacenza«Sono arrivati in trecentomila ad Aosta, invadendo pacificamente una regione in cui vivono 120mila abitanti: è come se a Milano fossero improvvisamente giunti tre milioni di persone. Alla 76esima adunata dell'Associazione nazionale alpini c'erano tutte le ottanta sezioni italiane e le dicassette estere. Il fiume delle "Penne nere" ha cominciato a sfilare per le vie della città alle 8 del mattino, per finire solo tredici ore più tardi, alle 21».
Così Franco Brevini, giornalista esperto della montagna, scriveva sul "Corriere della Sera", commentando l'Adunata degli Alpini di Aosta di dieci anni fa. Naturale pensarci mentre a Piacenza in queste ore le "Penne nere" sfilano per l'Adunata di quest'anno e noi ricordiamo quell'edizione valdostana, che era in realtà la seconda, visto che già nel 1923 - in tandem con Ivrea - nel capoluogo valdostano si era svolta l'Adunata.
All'epoca ero parlamentare europeo e seguii la sfilata dalle tribune allestite in fondo a via Festaz nei pressi della Torre del Lebbroso, ma nelle ore prima era stato divertente girare per la città, piena come non mai di alpini festanti in quel mix fra organizzazione militare di ogni minimo particolare e l'allegra anarchia della bisboccia collettiva.
Proseguiva Brevini nel suo "pezzo": «di fronte a un evento così grandioso, che è sempre un avvenimento, la domanda è d' obbligo: cosa spinge ogni anno centinaia di migliaia di persone a partecipare all'adunata della "seconda naia"? Quello del reducismo alpino è un fenomeno imponente che non ha riscontro in alcun altro corpo militare. Forse una risposta va ricercata nel profondo radicamento di quest'Arma in un bacino relativamente omogeneo come quello della montagna. Grazie alla coscrizione territoriale, la gente di montagna sente le "Penne nere" come i "suoi" soldati. E non è un caso che tanta parte del repertorio dei canti popolari italiani provenga dalla prima guerra mondiale, che è stata una guerra alpina».
Sono d'accordo: questa è sempre stata la chiave del successo e della forte identità. Ormai l'esercito professionale ha cancellato quella particolarità ed è vero che in molti scenari di guerra internazionali le Truppe Alpine sono presenti a dispetto di chi a Roma, negli Alti comandi, non li ha mai amati, ma questo successo è accompagnato dal lento declinare della "force de frappe" e dell'"essere montanari".
Per cui l'Adunata, nel tempo, sarà destinata a riflettere la fine di quelle caratteristiche singolari che hanno forgiato gli Alpini, di cui tanti si parlerà fra qualche anno per i cento anni dalla Prima Guerra Mondiale.
Concludo con Brevini, che suona molto attuale: «forse l'adunata alpina ci dice qualcosa che sfugge alle indagini di mercato e alla banalizzazione televisiva. E' lo zoccolo duro del paese fatto di gente alla buona, operosa, seria, che magari parla dialetto e si industria, sopravvivendo come può alle mode, ai partiti, alle chiacchiere, alle manovre, alla demagogia. Insomma l'altra faccia del Grande Fratello. Dire oggi "viva gli alpini", vuol dire onorare l'Italia che può ritrovarsi numerosa senza sentirsi massa, l'Italia sobria e schiva che tira la carretta, con i piedi saldamente a terra, senza vergognarsi del suo vecchio cappello che ha più di un secolo».

Niente Bicamerale

Manifestanti, a Brescia, contro Silvio Berlusconi (foto repubblica.it)La "Convenzione per le riforme" sta per morire, prima ancora di essere nata. Malgrado lo stesso nuovo presidente del Consiglio, Enrico Letta, avesse detto durante la fiducia: «La Convenzione deve avviare i lavori sulla base degli atti di indirizzo del Parlamento. L'unico sbocco possibile è il successo». Aveva poi aggiunto: «tra diciotto mesi verificherò se il progetto delle riforme si avvia verso un porto sicuro. Se invece si impantana tutto ne trarrò le conseguenze». Pare che non dovrà farlo perché la "Bicamerale" - in una versione aperta ai non parlamentari - non ci sarà.
Personalmente - e penso che ciò valga anche per evitare rischi sulla nostra autonomia speciale - non ci piango sopra: i suoi eventuali diciotto mesi di lavoro sembravano una scelta legata più alla speranza di dare ossigeno ad una Legislatura senza maggioranze solide, vista la totale mancanza di un indispensabile spirito costituente.
Un'"aria riformatrice" dovrebbe essere un prerequisito prima di partire con un lavoro di modifica della Costituzione, che non è una bagattella.
La storia di questi organi non è mai stata brillantissima. La prima "Bicamerale", nota come "Commissione Bozzi", dal nome del suo presidente, esponente liberale, operò fra il 1983 e il 1985 con un membro valdostano, il senatore Pierre Fosson. Il lavoro si chiuse con un'infruttuosa relazione alle Camere.
La seconda Commissione bicamerale venne istituita nel 1992 e durò sino al 1994. Fu presieduta prima dal democristiano Ciriaco De Mita e poi dall'ex presidente della Camera Nilde Iotti (PDS) e io ne fui membro come deputato valdostano (le rendicontazioni penso diano il senso del mio impegno). La fine anticipata della Legislatura bloccò l'iter delle proposte.
La terza "Bicamerale", guidata da Massimo D'Alema, durò fra il 1997 e il 1998. Il membro valdostano fu il senatore Guido Dondeynaz, ma io intervenni alla Camera nel percorso delle riforme. Le proposte si incagliarono nel giugno del 1998, anche se quel testo di riferimento - nella parte del regionalismo - portò ad una riforma del Titolo V nella Legislatura successiva con qualche vantaggio, che seguii personalmente, per il nostro Statuto d'autonomia.
Ora, nel pieno di una situazione intricata con i grandi partiti in crisi a rotazione (dopo il Popolo della Libertà è il turno del Partito Democratico), ho l'impressione che siamo in un momento paradossale. Per ripartire ci vorrebbe una riforma profonda dello Stato, ma per realizzarla - tenuto conto dei precedenti che ho citato - è necessario un clima diversissimo, visto che oggi la Repubblica non funziona neppure nei suoi meccanismi fondamentali.
Il caso di Brescia di ieri, con Ministri del PdL che hanno partecipato ad un comizio di Silvio Berlusconi di fronte ad una piazza divisa fra sostenitori e contestatori, è segno dei tempi e in questo caso la crisi è tutta nella politica.

La Libertà

La libertà«Oh Liberté, que de crimes on commet en ton nom!»
Marie-Jeanne Roland de la Platière lo disse in una situazione delicata: pochi minuti dopo la sua testa rotolò per via della ghigliottina, inventata e adoperata con impegno durante la Rivoluzione francese.
A me vieni in mente ora, quando sento dei antilibertari per indole usare la retorica della libertà. Tento di rimettere "les pendules à l'heure".
Per una sintesi sulla parola "Libertà" leggete la lucida definizione di Norberto Bobbio sulla "Treccani". Ve ne propongo un pezzo: "Nonostante quel che è stato detto infinite volte circa la varietà e la molteplicità dei significati di "libertà", e quindi circa la difficoltà o addirittura la vanità di una sua definizione, i significati rilevanti nel linguaggio politico, che qui viene preso in particolare considerazione (ma non soltanto nel linguaggio politico, come vedremo tra poco), sono soprattutto due, e pertanto la determinazione del concetto o dei concetti di libertà non è, per quanto difficile, vana.
I due significati rilevanti si riferiscono a quelle due forme di libertà che si sogliono chiamare, con sempre maggiore frequenza, "negativa'" è positiva"
.
Così spiega: "Per "libertà negativa" s'intende, nel linguaggio politico, la situazione in cui un soggetto ha la possibilità di agire senza essere impedito, o di non agire senza essere costretto, da altri soggetti. (...) Per "libertà positiva" s'intende nel linguaggio politico la situazione in cui un soggetto ha la possibilità di orientare il proprio volere verso uno scopo, di prendere delle decisioni, senza essere determinato dal volere altrui. Questa forma di libertà si chiama anche "autodeterminazione" o, ancor più appropriatamente, "autonomia". "Negativa" la prima forma di libertà perché designa soprattutto la mancanza di qualche cosa (è stato notato che nel linguaggio comune "libero da" è spesso sinonimo di "senza di", tanto che il modo più comune di spiegare che cosa significhi che io ho agito liberamente consiste nel dire che ho agito senza...); "positiva" la seconda, perché indica, al contrario, la presenza di qualche cosa, cioè di un attributo specifico del mio volere, che è appunto la capacità di muoversi verso uno scopo senza essere mosso".
Tocca forse rileggerselo più di una volta per afferrare i passaggi posti in maniera così sintetica e notate il collegamento con "autonomia". E tuttavia questa parola "libertà" resta uno dei motori della nostra vita ed è, almeno per quel che mi riguarda, la bussola che mi ha orientato nelle mie posizioni politiche. Compresa - visto che c'è chi ne parla per propaganda politica in questo periodo, anche con un lessico gentile che spazia da "traditore" a "fantoccio" - la scelta di dar vita alla "rottura" nell'area autonomista con la nascita dell'Union Valdôtaine Progressiste.
Nulla di sconvolgente: anche in politica esiste una possibile applicazione del darwinismo e cioè anche un movimento politico può diventare inadatto al suo ruolo e essere superato da una versione più moderna e efficace, che maturi nello stesso ambito di idee e valori. Così quell'aggettivo "progressista" può riassumere una serie di speranze e rompere anche una serie di stratificazioni. Quella peggiore era una crescente e pervicace mancanza di libertà, quando un partito diventa espressione "ad personam" e non più coerente con il noto articolo della Costituzione. Si tratta dell'articolo 49: "Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale".
Proprio l'avverbio "liberamente" fa la differenza contro il rischio di chi profitti e pieghi i metodi democratici ad un uso personalistico, come se un partito fosse - loro malgrado per i tanti aderenti in buona fede - una Società per azioni sul mercato degli affari,
Ovvio, di conseguenza, liberarsi.

"Il coraggio, uno non se lo può dare"

L'amaro 'Ebo Lebo'Uno scrittore che amo, per l’intensità delle sue storie, è Marc Lévy, che ha scritto: "Le pire mensonge est de se mentir à soi-même". Penso che questo sia ancora più vero in politica, dove la bugia agisce in un ambito più vasto, perché in gioco c'è il rapporto con i cittadini.
Ci pensavo rispetto a questa storiaccia di chi oggi si fa bello nell'Union Valdôtaine di essere uno che «ha scelto di fare la battaglia interna» rispetto ai «cattivoni» («traditori» e «fantocci», come siamo stati definiti) che se sono andati, formando il nucleo dell'Union Valdôtaine Progressiste.
Io inviterei chi dice le bugie a fare attenzione, perché "io c'ero" e sono dotato, come altri, di una discreta memoria, che consente di ricordare per filo e per segno discorsi e incontri che hanno portato alla rottura. E, alla fine, alla scelta in corner di chi oggi si fa bello di essere "fedele", dopo averne detto peste e corna – per fortuna lo ha fatto dappertutto e con interlocutori diversi – di quel sistema politico che oggi si pavoneggia di voler cambiare dal di dentro.
Una scelta, per carità, del tutto legittima, ma forse incoerente con il filo dei pensieri - e sui pensieri ci tornerò alla fine - e con i comportamenti. Tanto da far pensare che si sia potuto assistere ad un "doppio gioco", in violazione di regole di rispetto reciproco e persino di quell'ottavo Comandamento che dice: «Non dire falsa testimonianza». Si riferisce quest'ultimo anche alla circostanza in cui si deformano i fatti e il mentitore adopera certe vicende per avere dei propri vantaggi. La confessione "ripulisce" rispetto alla propria coscienza, ma in politica, invece, non esiste un'assoluzione.
Smetto subito la parte dell'indignato, perché in fondo è meglio che sia andata così. L'area autonomista si è intasata nel tempo con persone che ricordo benissimo come manifestassero in passato il loro astio per certi ideali e valori. Facendoli poi propri con operazione di travestitismo da "Premio Oscar": oggi a sentirli sono autonomisti da venti generazioni, quando magari - ancora pochi anni fa - erano democristiani o socialisti. Contano purtroppo sulla smemoratezza di parte dell'elettorato, cui dovrebbe essere regalata - in aggiunta ai tanti premi di questi ultimi giorni, degni dell'albero della Cuccagna - anche una bottiglia del pregiato digestivo "Ebo Lebo" (quello con cui «digerivi anche la suocera»...) per poter reggere certe cose.
Ha scritto Ludwig Joseph Wittgenstein: "Si potrebbe fissare un prezzo per i pensieri. Alcuni costano molto, altri meno. E con che cosa si pagano i pensieri? Credo con il coraggio".
Ma come dice il Don Abbondio di Alessandro Manzoni: "Il coraggio, uno non se lo può dare".
Mi sembra un epitaffio adatto e lo scrivo con vivo dispiacere.

Fra attività ispettiva e "idem sentire"

Il sottoscritto durante la presentazione dei candidati UVPI politici non sono giudici e non mi infilo in una lezioncina sulla teoria della separazione dei poteri a partire da John Locke e da Montesquieu. Roba non tanto astratta, visto il calor bianco delle attuali polemiche berlusconiane sulla Magistratura.
Questo assunto, però, deve essere evidente e definito: nella dialettica politica ogni tema può essere oggetto di giudizio e soprattutto nell'attività parlamentare, compreso in Consiglio Valle, esistono strumenti ispettivi di vario genere che consentono di esercitare funzioni di controllo. Questo serve al politico per rimarcare, nel rapporto fra maggioranza e opposizione, quanto non funzioni o sia sbagliato, affidando il messaggio al giudizio dell'opinione pubblica anche nel suo ruolo di corpo elettorale. E' uno degli anticorpi di un sistema democratico.
E' vero che essendo il politico - in determinato ruolo elettivo - un "incaricato di pubblico servizio" deve rivolgersi alle autorità competenti quando individuasse, invece, nell'esame di qualche dossier delle ipotesi di reato, ma si tratta di casi rari e straordinari di cui mai abusare, perché non si fa politica con le carte da bollo.
Credo proprio che la forza della politica sia nella tensione civile della denuncia pubblica, che va accettata per quella che è. Se mi preoccupo degli investimenti della società elettrica "Compagnia valdostana delle acque - Cva", se denuncio il "buco" nell'esercizio della Casa da Gioco, se dico di «no» alla metropolitana di Aosta o al centro espositivo dell'Autoporto, lo faccio per tratteggiare delle scelte non condivisibili, mentre se c'è dell'altro non spetta alla politica intervenire.
Trovo, e in questa campagna elettorale ne ho avuto solo la conferma, quanto sia importante per il politico essere come un barometro dell'"idem sentire". Dovessi fare un breve repertorio di che cosa vedo emergere noto alcuni punti. Cresce la preoccupazione per la microcriminalità anche in Valle e molti interrogativi si fanno pressanti su 'ndrangheta e affini. Poi c'è la questione del lavoro, assolutamente pressante, dai problemi occupazionali alla crisi che soffoca le differenti attività produttive. Vi è poi il tema del "sociale", dalla sanità all'assistenza, reso pressante dal timore che lo "Stato sociale", nel nostro caso Regione, barcolli rispetto alla riduzione della spesa pubblica.
Sul tema "autonomia speciale" penso che si debba fare una riflessione. Non tutti hanno una piena consapevolezza di che cosa significhi la posta in gioco nei prossimi anni verso Roma e Bruxelles. La crisi economica coincide da sempre con rigurgiti centralisti e forse è uno dei casi in cui, oltre ad essere all'ascolto, spetta proprio alla politica un ruolo di "moral suasion" sui cittadini per far capire come tutti i problemi debbano avere come cemento proprio la "specialità".

Sapere per capire

La centralina dell'Arpa davanti alla 'Cas'Uno strano silenzio è calato, in questo periodo elettorale in cui si mira a rinviare certi nodi al dopo 26 maggio, sui problemi finanziari che la "Cogne acciai speciali" aveva manifestato nei mesi scorsi, in un quadro europeo delicatissimo per il settore e nel cuore di una crisi economica generale che continua a picchiare duro. Come sempre, pur nella delicatezza dei temi, specie quando si tratta della più grande impresa privata che opera in Valle con il maggior numero dei dipendenti, è sempre bene la massima trasparenza.
Ad aprile a rompere il silenzio c'era stata un'ampia conferenza stampa in cui, a nome della proprietà svizzera dello stabilimento, Roberto Marzorati aveva detto fra l'altro: «la spinta necessaria per arrivare in vetta è rappresentata da un sostegno che ci permetta di chiudere il piano degli investimenti. Un sostegno che un tempo sarebbe stato garantito senza difficoltà dal sistema bancario-finanziario, ma che oggi solo il decisore politico, visto l'irrigidimento delle banche, può offrire. Il mio appello è che l'impegno di noi tutti in "Cogne", insieme ai fornitori anche valdostani, non vada frustrato dall'immobilismo. Confidiamo che il sistema Valle d'Aosta continui a crescere insieme alle realtà positive della nostra Regione, sostenendole nei momenti difficili».
Insomma: pareva che il problema fosse trovare un aiuto finanziario della Regione. Un argomento delicatissimo in siderurgia, visto che è un settore - sin dagli albori dell'europeismo - soggetto a un forte controllo per evitare che gli Stati violino i cogenti principi di concorrenza. Per cui bisogna muoversi con grande circospezione, specie quando la competizione si fa più forte a causa della contrazione del mercato. Non mi pare che, almeno ufficialmente, siano pervenute risposte chiare e compatibili con le normative comunitarie.
Altrettanto delicato è stato in questi mesi, tenendo conto che la proprietà delle aree è pubblica, benché in locazione nella sua parte siderurgica, il tema ambientale. Vecchio argomento di vigilanza delle autorità preposte, reso ancora più necessario per quelle terribili verità (e anche la rete di omissioni che si svelano anche con recenti arresti) legate all'enorme area industriale di Taranto.
Non si tratta di fare paura agli aostani, ma di verificare per filo e per segno che gli obblighi siano sempre stati puntualmente svolti a tutela della salute di tutti, compresi i lavoratori. Ovviamente con la sanità pubblica non si scherza, sapendo che le falde acquifere della città sono sottostanti l'area industriale e vanno monitorate tutte quelle sostanze volatili in una città che si trova a due passi dalle attività produttive.
Insomma: non deve calare l'attenzione e bisogna che non ci siano distrazioni da parte di nessuno. Specie da parte del management, che invece pare occuparsi dei massimi sistemi in ruoli d'associazione, in genere di pertinenza di imprenditori e non di dipendenti.
E pensare che la posta in gioco, come mostrato dalla lotta per la sopravvivenza in corso in tutta Europa, non è per nulla banale e bisogna tutti cooperare.

Certi "j'accuse"...

Penso che in politica non si debba mai accettare di essere conformisti.
Il silenzio e la sottomissione non fanno parte della democrazia, che obbliga chi ci crede a porsi continuamente in discussione.
Ci pensavo rispetto alla sgradevole accusa di essere «traditore» che arriva, di tanto in tanto, nel corso della campagna elettorale da parte di chi guarda agli altri e ai loro supposti errori, perché è più facile che pensare ai propri.
L'auto-assoluzione è una pratica rassicurante. Pensavo poi alla curiosa combinazione di come dal latino "tradere" derivino termini che usiamo in modo così diverso.

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