March 2013

Noi la chiamiamo "Valle"

Uno scorcio della Valle rivisitatoScrivevo, due giorni fa, del libro di Lilli Gruber e di quel concetto di "Heimat", caro ai sudtirolesi e ai popoli germanici e mi sono chiesto se e come possa esistere un termine simile, legato al cuore dei valdostani e a quel legame così intenso con queste nostre montagne e all'insieme della cultura alpina che qui si esprime.
Nella situazione attuale, ma penso che possa valere anche per le definizioni passate del genere "Pays d'Aoste", la dizione "Regione autonoma Valle d'Aosta/Vallée d'Aoste" (come risulta ormai, con dizione bilingue, nella Costituzione italiana - su mia proposta - dal 2001) non scalda certo i cuori e lo dimostra il fatto che la stessa burocrazia regionale usa talvolta l'agghiacciante acronimo "RAVA" (che, tra l'altro, letto così non sarebbe altro che la rapa!). Per altro confesso di aver verificato con dispiacere come troppo spesso quell'aggettivo "autonoma", segno della diversità di un ordinamento giuridico, venga fatto cadere con eccessiva facilità.
Neppure ha avuto successo l'idea del poeta patoisant Jean-Baptiste Cerlogne, che nell'Ottocento cercò di teorizzare la "piccola patria", la Valle d'Aosta, e la "grande patria", l'Italia.
Molte altre strade non sono state battute e per un federalista l'uso di termini come "Nazione senza Stato", che piace a catalani e baschi, suonano male perché puzzano di centralismo giacobino lontano un miglio.
Una traccia valida la si trova all'atto della nascita, nel 1945, della Valle d'Aosta come "circoscrizione autonoma", rimasta valida fino all'entrata in vigore dello Statuto speciale. Lì il piccolo parlamentino regionale è definito "il Consiglio della Valle" e questa dizione è rimasta anche dopo il 1948 e con le successive riforme costituzionali.
Penso dunque che questa antica formula "Valle" ("forma concava del suolo fra due opposti pendii", dal latino "vallis" e, nel caso nostro, "Vallis Augustanae") sia, in fondo, il nostro modo per dire "Heimat".
Non a caso, vivendo a cavallo fra Seicento e Settecento, il grande storico valdostano Jean-Baptiste De Tillier intitolò il suo libro più celebre "Recueil contenant dissertation historique et géographique sur la Vallée et Duché d’Aoste". Il termine "Vallée" esprime qui tutta la sua plasticità e cioè una capacità di adattamento ai cambiamenti nel tempo.
Così nelle espressioni comuni «vado fuori Valle», «rientro in Valle» si ritrova il segno non solo di un riferimento geografico, ma di un posto nel quale si riconoscono gli affetti più profondi. Non caso. infatti, una delle canzoni più sentite (e cantate) in questi anni e stata scritta dal Canonico Jean Domaine sulla Valle d'Aosta come "Verda Vallaye", perché interpreta un idem sentire.

Per uscire dal limbo

L'incontro di EscherVerrebbe voglia, ogni tanto, di riprendere i celebri versi di Guido Gozzano, decontestualizzarli dalla loro epoca, sostituendo il suo nome con il mio e mettendolo alla rovescia per via della rima:

"Ma dunque esisto! O strano!
vive tra il Tutto e il Niente
questa cosa vivente
detta caveriluciano!"
.

Mi scuso con il poeta - amante e frequentatore della nostra Valle, specie di Ayas - per la goffa ricopiatura. Ma quel "Tutto e Niente", posto nell'oggi, mi sembra adattissimo a chi, superati i cinquant'anni, nato e cresciuto con punti di riferimento solidi e grandi certezze, si trova ad assistere ad un mondo che cambia in profondità e che ti costringe ad inseguirlo per non perdere il passo. Dove poi conduca esattamente la strada non è dato, allo stato, sapere.
Ma la rassegnazione non serve a nulla, serve coltivare le speranze. Ricordo di aver dato un esame all'Università sugli utopisti, cioè tutti quei pensatori che immaginarono nei loro libri delle società ideali, descritte in modo più o meno fantasioso. La parola "utopia" viene dal greco ed è formata dal termine "ou", che vuol dire "non" e da "topos", che è "luogo" e perciò diventa - termine assai immaginifico - "luogo che non esiste".
La parola si deve a Tommaso Moro che la adoperò come titolo dell'opera cinquecentesca in cui presenta il suo modello di una società perfetta, fondata sull'uguaglianza economica e giuridica fra cittadini. Ne seguirono altre, con Tommaso Campanella e Francesco Bacone e poi, più vicino a noi, personaggi singolari come Charles Fourier e François-Noêl-Babeuf (di cui fu segretario il valdostano Guillaume Cerise) e mi fermo qui per evitare un elenco.
Direi solo, da federalista, che nel filone degli utopisti ci stanno anche dei pensatori federalisti (come il bizzarro Pierre-Joseph-Proudhon) che hanno immaginato un cambiamento della società attraverso formule di governo alternative ai sistemi istituzionali esistenti.
Certo, valgono sempre dei giusti ammonimenti, come ha fatto Jacques Attali in una sola frase: "Y-a-t-il encore place aujourd'hui pour des utopies après tant et tant de crimes perpétrés en leur nom?" e basta pensare a certi esiti della Rivoluzione francese o del comunismo per farsene una ragione. Ma dalla profondità della storia (e si potrebbe tornare indietro persino fino a Platone) certi utopisti hanno avuto quella capacità immaginativa e prospettica che solo grandi menti possono avere. Insomma il "non luogo" può diventare "luogo" e agitare idee che finiscono per diventare realtà.
Per questo la politica è disegnare il futuro, costruendo anche delle utopie grandi e piccole che debbono concretizzarsi. Questa è la politica: troppo spesso in Valle d'Aosta ci facciamo investire, me compreso, dalle visioni della sola amministrazione, che è - senza impulsi e speranze - ben poca cosa.
Per questo, se vogliamo corrispondere a certe attese, senza essere sospesi ad aspettare che il futuro si limiti ad arrivare, tocca affrontare il problema di un progetto di largo respiro imbevuto, anche di sogno, senza vivacchiare nel limbo attuale.

"Chi controlla i controllori?"

Turbine nella centrale di MaenConosco l'obiezione: «Ma come fai a lamentarti di "Cva" - azienda elettrica regionale - se proprio hai dato la Presidenza della società ad Augusto Rollandin, ai tempi non confermato al Senato?».
Vero! Chi è causa del suo mal... Ma è anche vero che "il troppo stroppia", come sta avvenendo a "CvA" fra "assunzioni facili", turbine cinesi dubbie, prestiti intra-societari strani ("Casinò") e via di questo passo.
Chi dirige tutto questo? Chi controlla la controllata? Chi controlla i controllori?
Con un'interrogazione e una mozione ho posto alcuni problemi in Consiglio Valle, che sono "scoppiati" proprio dopo il ritorno del Presidente Rollandin in Regione e ne discuteremo a breve in Commissione.
Sarà una voce nel deserto, ma è bene farla sentire. Certo, al consigliere spetta un'attività ispettiva solo politica e non di altro genere, tuttavia preoccuparsi è salutare per tutti.
Buon ascolto.

I nuovi poveri

Persone che, al termine del mercato, cercano un po' di ciboQuando partecipo alle feste con i miei coscritti, mi impressionano sempre dei miei coetanei che hanno memorie freschissime della comune infanzia. Li invidio perché io non ho ricordi così fluenti, ma sono come degli spezzoni di un film che tornano alla mente solo se evocati in qualche modo.
Ci pensavo questa mattina, rievocando le mie nonne e episodi precisi che si incrociano. A Castelvecchio di Imperia, dove passai molte estati della mia infanzia, c'era a due passi da casa una chiesa gestita da preti che mi impressionavano per il loro incredibile abito talare. Erano padri camillani, che portavano sui loro abiti chiari delle enorme croci rosse e ricordo, come fosse oggi, che mia nonna materna, Ines, marchigiana tutta d'un pezzo, mi ammoniva: «Questi aiutano i poveri e i malati!».
Capitava che qualcuno di questi preti venisse a trovarci a Verrès e i loro mantelli, dove la croce rossa era gigantesca, mi parevano da bambino quelli di antichi crociati medioevali. Ma c'era un'altra congregazione religiosa, che veniva ogni tanto a casa per delle visite, quello delle suore giuseppine di Aosta. Le ricordo, composte e sorridenti nelle tonache austere, che raccontavano - e io ascoltavo silenzioso - della generosità e dello spirito caritatevole verso i poveri della mia nonna paterna, Clémentine, che non ho mai conosciuto.
"Povertà": una parola antica che sembrava destinata a scomparire negli entusiasmi dello Stato Sociale. E proprio ieri sera - e questo ha suscitato questo post - in una riunione politica uno dei presenti ha raccontato, con trasporto, di avere avuto conferma, proprio dalle suore di San Giuseppe di Aosta, di come sia cresciuta a dismisura qui in Valle la richiesta di aiuto materiale - ad esempio vestiti usati - da parte di famiglie in difficoltà. Ricordo di aver letto cifre analoghe per il "Banco alimentare", che fornisce roba da mangiare a chi ne ha bisogno.
Leggevo uno dei rapporti "Istat" più recenti che così descrive il fenomeno, da allora ancora peggiorato: "Nel 2011, il 28,4 per cento delle persone residenti in Italia è a rischio di povertà o esclusione sociale, secondo la definizione adottata nell'ambito della strategia "Europa 2020". L'indicatore deriva dalla combinazione del rischio di povertà (calcolato sui redditi 2010), della severa deprivazione materiale e della bassa intensità di lavoro ed è definito come la quota di popolazione che sperimenta almeno una delle suddette condizioni.
Rispetto al 2010 l'indicatore cresce di 3,8 punti percentuali a causa dall'aumento della quota di persone a rischio di povertà (dal 18,2 per cento al 19,6 per cento) e di quelle che soffrono di severa deprivazione (dal 6,9 per cento all'11,1 per cento)"
.
Il sociologo Michele Cioffi ha scritto sul tema "nuove povertà" righe illuminanti rispetto all'aridità dei dati: "Quando si parla di "nuova povertà" si intende un fenomeno che riguarda persone che si ritenevano fino a poco tempo fa relativamente protette e al sicuro (dal punto di vista economico e lavorativo) e per le quali era lontanissimo il ricorso a forme di aiuto di tipo assistenziale: insomma, sono persone "povere da poco tempo" e che certamente non se lo aspettavano. I "nuovi poveri" si sommano a coloro che - usando una definizione emersa nel corso del seminario - sono "poveri sempre", ovvero coloro che sistematicamente, da diversi anni, fanno ricorso a un qualche tipo di sostegno al reddito; tutto sommato - a quanto emerge da questa indagine - questi ultimi non sono stati particolarmente toccati dalla crisi economica. È invece su coloro che eloquentemente Antonella Meo (ricercatrice del Dipartimento di Scienze Sociali di Torino) ha definito "persone in corsa" che la crisi ha fatto sentire tutto il suo peso, ad esempio sui giovani che avevano acceso un mutuo per la casa e stavano per creare un nuovo nucleo familiare. Contemporaneamente v'è stata anche una "de-stabilizzazione degli stabili", cioè un aumento del rischio di povertà a causa della perdita del lavoro o dell'ingresso in un periodo di "cassa integrazione" per quelle persone che fino a poco tempo fa possedevano di un lavoro, appunto, stabile. (...) Sempre più giovani - specialmente precari -, donne e uomini maturi che vivono da soli e che hanno difficoltà reddituali, nonché coppie di giovani, oggi richiedono sostegno al reddito; insomma, pare sia in corso grande cambiamento rispetto al passato delle fasce di popolazione cadute nella trappola della povertà".
Sono elementi di preoccupazione e riflessione da non prendere sottogamba e la rete di solidarietà sociale, nelle forme più datate e in quelle più recenti, non esime le autorità politiche dalla ricerca di strumenti nuovi di intervento, la cui chiave è e resta nella maggior parte dei casi il lavoro.

Ora Guido è in cielo

Io con Guido durante la campagna elettorale del 1996Saluto Guido Dondeynaz, che ci ha lasciati dopo una malattia che non aveva spento la sua passione civile. Lo avevo conosciuto come sindacalista, poi - come avviene nei casi della vita - ci eravamo trovati in coppia come parlamentari valdostano nel corso della tredicesima Legislatura, che durò dal 1996 al 2001 con il susseguirsi di quattro Governi, uno di Romano Prodi, due di Massimo D'Alema ed uno di Giuliano Amato. Per me fu l'ultimo mandato parlamentare, che terminai prima da Sottosegretario e poi con un breve periodo di doppio mandato fra Roma e Parlamento europeo.
Era stata una campagna elettorale assai vivace la nostra, in cui - come capita in questi casi - si era cementata una complicità maggiore della precedente conoscenza. Poi ci fu il lavoro in comune con giorni di maggiore e minore sintonia, come capita anche alle coppie politiche, ma nei rapporti istituzionali eravamo sempre stato affiatati. Ma il tempo aveva aggiustato qualche spigolo e negli anni successivi, nelle parabole delle rispettive vite, era capitato di ricordare, come due vecchi coniugi, quegli anni delicati che avevamo vissuto assieme, lui al Senato ed io alla Camera.
Oggi lo ricordo con affetto e ricordo la sua testardaggine e la voglia di capire. Io, cresciuto con tanti "ayassin" per mio papà veterinario di quella vallata, ritrovavo in lui - pur urbanizzato in Aosta da tanti anni - il patois musicale di lassù e di quella repubblica particolare che è da sempre Saint-Jacques, cui non a caso - essendo villaggio di origine walser - andrebbe aggiunto "des Allemands".
Era un lettore onnivoro, usava da precursore le nuove tecnologie, amava in profondità la sua famiglia e spesso parlavamo dei suoi "ragazzi" e di sua figlia, di cui era fiero.
Aveva capito, in tempi in cui non ce ne accorgevamo, per il suo lungo lavoro di sindacalista alla guida della "Cisl" (utile anche nei rapporti romani), la centralità del tema del lavoro e di come il diritto al lavoro fosse una pietra angolare di una comunità (parola che gli piaceva molto) come quella valdostana.
Lo immagino che ci guarda sorridendo dal "suo" Monte Rosa, dopo aver attraversato i boschi che da casa sua conducono verso le cime più alte. Lassù, verso il cielo.

Scomode verità sul Casinò di Saint-Vincent

Giocatori di poker a Saint-Vincent Il "Casino de la Vallée" va male. Lo dicono i bilanci e non le parole. Ma la logica è quella del silenzio o meglio "dei silenzi", mai così evidenti di fronte ad una crisi che spaventa e a cui la Regione risponde, in sostanza, con un'alzata di spalle. E con una logica ben nota: ai vertici della Casa da gioco ci devono essere solo "pretoriani" del Presidente della Regione e professionalità o titolo di studio non sono elemento di distinzione.
Visto che i ricavi sono inferiori ai costi, è evidente che non mancherà molto alla resa dei conti e "pompare" denaro nella società non sarà facile in tempi di vacche magre. Esiste un "piano B", naturalmente smentito in Consiglio Valle perché non è gradevole parlarne in periodo elettorale, e si chiama riduzione del personale attraverso strumenti di legge, genere esodi incentivati o prepensionamenti, che possono anche passare - perché vedrete che arriverà - attraverso lo stato di crisi.
È quanto bolle in pentola negli altri Casinò italiani, dove l'argomento non è tabù perché non ci sono elezioni e, nel nostro caso, chi gestisce il Casino è di fatto il Presidente della Regione, unico - oltre al Papa - a godere di infallibilità.
Ma, guardando a Saint-Vincent e a molto altro, questa prerogativa scricchiola molto e i conti parlano da soli, senza bisogno di commenti.
Della Casa da gioco e delle illusioni per i giovani che frequentano corsi per croupier mi sono occupato in Consiglio. Alla vostra attenzione la registrazione dell'intervento.

Buona (e dolce) Pasqua!

Un uovo di Pasqua aperto"Pace". Questa è una parola importante, slogan pasquale per eccellenza, per cui è bene ricordarla, perché non sempre una cosa costante deve diventare ripetitiva e, come tale, perdere delle sue ragioni.
Giorgio la Pira, nell'epoca della mia infanzia, quando la "guerra fredda" incombeva sul Vecchio Continente, scriveva: «La pace è inevitabile; la pace e la distensione non hanno alternative: l'alternativa è solo la morte, l'apocalisse, la distruzione totale, il progetto antigenesi».
E nell'Ottocento lo scrittore francese Victor Hugo annotava: «La guerre, c'est la guerre des hommes; la paix c'est la guerre des idées».
Oltretutto oggi in circolo ci finiranno, con il cioccolato (con cui stamattina faccio colazione con il rito della "rottura" delle uova), sostanze che pare facciano miracoli tipo la feniletilamina, la serotonina, l'anandamide, i polifenoli, l'epicatechina. Giuro che sono tutte vere e, sgranocchiando il cioccolato, non ne abbiamo alcuna consapevolezza.
Per cui con queste premesse scientifiche strafocatevi una tantum e godetevi la festività.
Come segno di pace, nel piccolo.
Per cui non resta che una poesiola di un grande scrittore, Gianni Rodari, che scriveva per i bambini e per il bambino che resta per sempre in noi:

L'uovo di Pasqua.

Dall'uovo di Pasqua è
uscito un pulcino di gesso arancione
col becco turchino.
Ha detto:
«Vado mi metto
in viaggio e porto a tutti
un gran messaggio!»
E svolazzando di qua e di là,
attraversando
paesi e città
ha scritto sui muri, nel cielo e per terra:
"Viva la pace, abbasso la guerra".

Sono giunto al "Kindle"

I libri sono una delle mie passioni e ringrazio in particolare mio papà di avermi trasmesso il gusto onnivoro della lettura sin da ragazzino.
Entrare in una libreria o in una biblioteca è una gioia per chi ami il libro. Specie quando si sceglie un acquisto non c'è più nulla di bello che aggirarsi a compulsare i volumi alla ricerca di una illuminazione.
Mi riconosco in una frase, che può sembrare grottesca, di Ennio Flaiano: "Un libro sogna. Il libro è l'unico oggetto inanimato che possa avere sogni".
I sogni, almeno la frase per me ha questa lettura, sono quelli del lettore che, percorrendo le pagine di un libro, le filtrano in modo diverso a seconda della propria personalità, cultura, visioni, idee. Il libro è tridimensionale, evocativo, favoloso. Stai fermo e ti muovi, impari, incontri.

Registrazione Tribunale di Aosta n.2/2018 | Direttore responsabile Mara Ghidinelli | © 2008-2021 Luciano Caveri