March 2013

Siamo quel che mangiamo

Il filosofo tedesco Ludwig Feuerbach, nel 1862, aveva intitolato un suo libro "Il mistero del sacrificio o l'uomo è ciò che mangia" per dimostrare il legame fra psiche e corpo.
La frase è spesso usata per confermare, nelle teorie le più varie e talvolta le più bislacche, quanto la nostra alimentazione influenzi il nostro modo di essere. Penso che tutti noi abbiamo uno o più amici che sono variamente fissati fra diete, regole, precetti, comportamenti.
Ricordo, per chissà quale ragioni, come mio nonno Emilio, ormai ottuagenario, imponesse alle figlie che gli cucinavano i pasti il rispetto di strani equilibri alimentari: un "tot" di pasta, di olio, di formaggio e via di questo passo. Regole diverse, ma io non ho mai saputo il perché non avendolo conosciuto, le seguiva il nonno paterno René, anche lui sino a tarda età: ginnastica mattutina, bagni freddi, passeggiate, forse la terapia naturale del dottor Sebastian Kneipp.

Attenzione alla Storia

Una foto d'antan di piazza Chanoux, quando di chiamava ancora piazza Carlo AlbertoVerrebbe voglia di premettere una frase di Kahlil Gibran: "Se un albero scrivesse l'autobiografia, non sarebbe diversa dalla storia di un popolo". Tanto per dire che non voglio accendere nessuna polemica personale, ma che ci sono elementi su cui non si può derogare per principio.
Ettore Viérin, presidente del Consiglio comunale di Aosta, nel corso di una discussione su "Twitter" scrive: «Autonomia Vda frutto del momento storico, non della lotta antifascista».
Avendo, lui, sette anni fa lasciato l'Union Valdôtaine per aderire a Forza Italia - e penso che sia stato un caso piuttosto raro - la sua affermazione stupisce, perché chi viene dal Mouvement, pur se da sempre è stato attirato dalla destra, dovrebbe avere almeno un vago senso della Storia.
Non è che il Municipio di Aosta - l'Hôtel de Ville - si affacci dal dopoguerra su una piazza che si chiama "Emile Chanoux" per un caso. Ma per la scelta precisa di dedicare la piazza principale di Aosta a una figura cardine di antifascista militante che fu una delle spine dorsali della resistenza e poi della Resistenza in Valle d'Aosta.
Senza la reazione al fascismo, costruita con coraggio e pazienza sin dagli anni Venti e coltivata anche quando il fascismo pareva trionfante pure in Valle d'Aosta, la moderna autonomia speciale non esisterebbe. E' infatti in quegli anni e nelle discussioni che si concretizzarono nel mondo antifascista che si creò, senza dubbi di sorta, quell'humus culturale e politico su cui si è stata costruita la nascita dell'attuale autonomia speciale. Fa sorridere, se non amareggiasse per il ruolo istituzionale ricoperto, che Ettore Viérin pensi di poter scindere l'antifascismo da quello che lui chiama "momento storico", come se certi lunghi e complessi meccanismi fossero un effetto senza nessuna causa. Come se quel "momento" galleggiasse nel nulla e la dittatura fosse stata un accidente passeggero.
Libero di pensarla come vuole - ci mancherebbe! - e d'altra parte il suo partito attuale non ha mai fatto mistero di questi pensieri, avendo inglobato senza problemi quell'area di estrema destra di stampo neofascista che Silvio Berlusconi sdoganò e portò al Governo a suo tempo. Alcuni di questi in Valle sono stati a lungo antagonisti dell'area autonomista per poi avvicinarsi lentamente all'Union Valdôtaine (Viérin non a caso ha scritto di Augusto Rollandin, usando un linguaggio "automobilistico" che gli è consono, «che ha una marcia in più») e per teorizzare, infine, un autonomismo di destra, che è - specie in questa fase storica - un grazioso ossimoro ("figura retorica che consiste nel riunire in modo paradossale due termini contraddittori in una stessa espressione").
Per carità, un "Tweet" è un mondo riassunto in 140 caratteri, per cui si presta a successive spiegazioni e distinguo, e conosco Ettore da anni sapendo della sua buona fede. Ma quel che resta sconcertante è che in controluce si legga un messaggio ben noto: l'antifascismo come idea di sinistra e dunque che può dare allergie. L'antifascismo, che ha avuto specie nella Resistenza armata un forte ruolo dei comunisti che negare sarebbe stupido, è stato in Valle un fenomeno ancora più ricco del pluralismo di idee dimostrato altrove, dove già diversi filoni si incrociavano fra loro. Questo per l'esistenza in più proprio da noi di un comune denominatore che attraversava le diverse famiglie politiche valdostane: la ricerca di soluzioni che consentissero di avere una qualche forma, più o meno accentuata, di autogoverno per la Valle. Una speranza ovviamente in primis avversata dal fascismo e poi, nel dopoguerra, dai suoi eredi di area estrema e da chi era finito, con il trasformismo italiano, nell'area moderata in compagnia dei centralisti, adoratori dello Stato giacobino, di varia matrice.
So bene che ognuno può farsi la sua Storia, seguendo il proprio determinismo mentale, ma concepire l'autonomia attuale, omettendo l'antifascismo, è operazione ardita, come un albero senza radici, come l'albero della frase iniziale di Gibran.
Avendo Viérin, come collega in Consiglio comunale, Paolo Momigliano Levi, che lo storico lo ha fatto di professione, ne approfitti. Una ripassata ai fondamentali della storia contemporanea è sempre utile. Io lo faccio periodicamente e non è una logica polverosa di guardare al passato.

Difficile capire il MoVimento 5 Stelle

Gianroberto Casaleggio e Beppe GrilloUn gentile lettore mi scrive una mail e segnala, con molto garbo, che ho scritto raramente del "MoVimento 5 Stelle" e me ne chiede le ragioni, visto che effettivamente in questo spazio ho scritto nel tempo un po' di tutto. Anzi, colgo l'occasione per ringraziare i molti - spesso inaspettati - che mi dicono di seguire con regolarità questo nostro appuntamento.
In questo spazio, corro spesso dei rischi, perché annoto a caldo delle mie impressioni e spesso lo faccio in effetti su argomenti molto diversi, rischiando appunto una "tuttologia" che comporta assunzione di responsabilità, come sanno bene tutti quelli che fanno giornalismo. Qui poi siamo sullo spartiacque fra giornalismo e politica e dunque le possibilità di sbagliare crescono notevolmente, ma firmando con nome e cognome me ne assumo sempre la paternità, pensando a certo malvezzo presente nei social media, dove ormai si diffonde la pessima abitudine dell’anonimato con cui molti fanno i gradassi, anche se somigliano ai rapinatori in banca con una maschera di Carnevale sul volto.
E' vero, però, che sono stato piuttosto restio ad affrontare il tema riguardante questo nuovo movimento politico, che poi tanto nuovo non è, visto che è stato fondato nell'ottobre del 2009, ma va detto che queste elezioni politiche hanno segnato una clamorosa affermazione che li ha posti in un ruolo di centralità nella politica italiana, direi al di là di ogni ragionevole attesa. E anche qui in Valle d'Aosta il risultato è stato importante e testeremo ora, con le elezioni regionali, la tenuta su livelli così elevati.
Ciò detto, ho difficoltà a scrivere, anche e soprattutto dopo aver scartabellato nella "sacra scrittura" del Movimento, vale a dire il sito del fondatore, il comico genovese Beppe Grillo. Il leader dei "grillini" fa parte - con la sua irresistibile verve che bucò il video - dei personaggi televisivi con cui sono cresciuto. Avevo osservato con curiosità la sua trasformazione da uomo carico di "vis comica" in una sorta di predicatore, specie su temi ambientali ed economico-finanziari, ma mai avrei pensato che sarebbe diventato un leader indiscusso di un movimento politico come il "M5S". Ed invece questo partito è un soggetto con cui fare i conti, senza preconcetti, ma con molta cautela, sapendo del suo carattere dichiaratamente personalistico (anche se un ruolo eminente ce l’ha il suo spin doctor, Gianroberto Casaleggio, che è stato legato anche alla Valle d'Aosta e leggete a proposito questo articolo).
Dico questo, dopo aver letto i contenuti del sito di Grillo, dove si mischiano argomenti molto vari e posizioni spesso contraddittorie in questa sorta di agorà elettronica, che detta la linea con un centralismo democratico o autocratico, se preferite, perché non lascia spazi al dissenso. L'impressione è che la scrittura a più mani su diversi argomenti non consenta di "targare" con chiarezza questo nuovo soggetto politico, ma ora - sin dal delicato passaggio sulle nomine dei vertici delle Camere, con qualche scricchiolio nel voto a Palazzo Madama - il nuovo movimento si dovrà confrontare, se non si andrà subito ad elezioni, su temi reali e dunque, caso per caso, si capirà con esattezza la posizione sui singoli argomenti.
E' bene capire, in particolare e coi fatti, gli atteggiamenti verso l'autonomia speciale valdostana nel quadro incerto del futuro del regionalismo italiano.

Internet può essere un miraggio

I cavi di un router, porta casalinga verso il webQuando, come avviene in queste ore, sono in un Paese dove non è così agevole il collegamento via Web, allora rifletto - nel bene e nel male - su come sia serenamente diventato, come tanti, dipendente da uno strumento polivalente, nato dal nulla e che si è affermato nella vita di milioni e milioni di persone con quella rapidità caratteristica dei tempi che viviamo. Chissà quale ulteriore diavoleria si affaccerà negli anni a venire: mi turba quest'idea di protesi direttamente integrate nel corpo umano, ma non me ne stupirei affatto. La fantascienza, che spesso è fenomeno precursore di nuove frontiere del sapere, viene sempre superata dalla realtà.
Rispetto ad Internet, ho avuto sentimenti contraddittori. Agli albori mi ero innamorato della sua potenzialità in un progetto editoriale per la comunità valdostana, ma l'idea visionaria si impantanò per varie ragioni, ma quella principale fu l'assoluta mancanza o i limiti tecnologici della connettività di allora. A quella fase - grazie alla ricerca che fece passi da gigante specie nell'uso del doppino telefonico - seguì un periodo di altro dubbio: alla fine quanti sarebbero stati i valdostani realmente connessi, se non una sparuta élite?
In realtà il fenomeno - agevolato da quella intuizione del "Computer in famiglia" che ne diffuse alcune migliaia - si è ramificato anche in Valle con grande rapidità, anche se l'uso della Rete si limita in molti a funzioni basiche rispetto alle potenzialità. Lo zoccolo duro degli aficionados è diventato un gruppone e cresciuta la varietà dei soggetti - a nasometro e senza dati probanti, vista la secchezza di quelli "Istat" in materia - che oggi frequentano Internet e i suoi molteplici aspetti.
Questo obbliga, senza eccessi, a calibrare anche in politica la presenza sui social media per evitare i rischi feroci della sovraesposizione personale o l'impressione che quello strumento sia diventato la politica, mentre è, e resta appunto, uno strumento e non sto a perdermi in riflessioni sulla celebre - ma ormai francamente datata - espressione il "medium è il messaggio" di una trentina di anni fa del celebre sociologo canadese Marshall McLuhan, lo stesso che con "villaggio globale" aveva in sostanza precorso l'arrivo di Internet.
Oggi siamo tanti dentro la Rete, ma è come un mare che può essere quieto o agitato, pulito o sporco, pieno di vita o morto, dare libertà o chiuderti in trappola. Metafora materiale e immateriale della vita.
Ma soprattutto può essere un'illusione ottica: non sempre l'oasi che vedi esiste, perché in rete, come nel deserto, si creano - specie per la politica - dei miraggi.

Orizzonte 2030

La 'macchina del tempo' del film 'L'uomo che visse nel futuro'Mi è capitato, ma pensandoci veramente e non come artificio retorico da comizio, di riflettere sull'orizzonte 2030, quando il più piccolo dei miei figli - Alexis - voterà per la prima volta. A meno che, nel frattempo, almeno per le amministrative, non venga abbassato il diritto di voto a sedici anni per controbilanciare il voto sempre più in là negli anni degli anziani soverchianti. Laurent e Eugénie, invece, voteranno, rispettivamente, nel 2014 e nel 2016 e mi sembrano in attesa di capire come vada il mondo con sguardo disincantato e meno speranzoso di quanto avessi io alla loro età, frutto di un'epoca in cui eravamo ancora spinti dalla voglia di vivere del dopoguerra.
Così ho pensato a me settantenne (se ci arriverò, beninteso) e alla responsabilità attuale per quel traguardo che è distante e vicino nello stesso tempo e che riguardale generazioni che vengono dopo di noi e che dovranno vivere in una società impostata oggi.
So bene quanto immaginare il futuro sia difficile, ma ho sempre apprezzato il lavoro dell'Unione europea, deficitaria e fallimentare nel suo ruolo politica, ma attenta a capire come il mondo cambierà nei decenni a venire. Lavorando a Bruxelles dal 2000 sono a poche settimane fa, ho appreso come - con libri di diverso colore - vanno analizzati in profondità i cambiamenti e come si possa lavorare sugli scenari, sapendo certo che esistono varianti che agiscono per cambiare le previsioni. Quando ho avuto responsabilità politiche in Valle d'Aosta, ho cercato di portare qui questo metodo previsionale, abbandonato, dopo la mia uscita di scena da ruoli di responsabilità di governo locale, da una politica di corto respiro e di vecchia concezione, attenta ad interessi immediati e presa dalla fregola di un potere personalistico, che trasforma la politica in una macchina di clientela e di potere. Manca quella che, con un anglicismo viene chiamata "vision" con una parte di speranze e di sogni. Tutto, invece, è legato alle elezioni e a logiche di ristretti cerchi di fedelissimi - spesso scelti apposta per la mediocrità e obbedienza - e alla costruzione di rapporti che c'entrano poco con i sentimenti che dovrebbero nobilitare la politica,. D'altronde, "Les affaires ne reposent pas sur des sentiments", diceva Honoré de Balzac, che sapeva sondare l'animo umano.
Ho letto quel poco che ho potuto su questa mancanza di uno sguardo prospettico nel castelluccio mediocre dell'impianto datosi dalla Valle d'Aosta per il periodo di programmazione europea sino al 2020, la cui impostazione è stata affidata all'ultimo ad un consulente francese ed è frutto di una concertazione modestissima e dunque del tutto corrispondente ad una filosofia di breve respiro. Scelta errata e grave in tempo di crisi e di ristrettezze, quando bisognerebbe fare ragionare l'intera comunità sul suo futuro. Ma questa scelta sarebbe democratica e questo non piace se la logica dev'essere quella dirigistica e non insegue il bene comune ma altre parabole ben meno nobili.
Per questo bisogna voltare pagina e ad avere una "mission" (altro anglicismo): guardare al 2030.

La difficile distinzione fra cicala e formica

Una moderna rivisitazione della favola"La cicala e la formica" è una ben nota favola di Esopo, adattata anche da Jean de La Fontaine. La cicala incarna chi spreca il suo tempo e non mette nulla da parte, la formica è invece virtuosa e, mentre l'altra canta, o meglio frinisce, lei accumula le provviste per l'inverno.
Della favola esistono due versioni "bastiancontrarie" del geniale Gianni Rodari.





Eccole di seguito:

Alla formica
Chiedo scusa alla favola antica
se non mi piace l'avara formica.
Io sto dalla parte della cicala
che il più bel canto non vende, regala.

Rivoluzione
Ho visto una formica
in un giorno freddo e triste
donare alla cicala
metà delle sue provviste.
Tutto cambia: le nuvole,
le favole, le persone...
La formica si fa generosa...
E' una rivoluzione.

E' uno sguardo disincantato, quello di Rodari, che destruttura l'antico e spariglia: da un parte valorizzando il canto contro il grigiore e quella vena di cattiveria della formica e, nella seconda poesia, lavora proprio sulla spocchia della formica, trasformata da tirchia in generosa. Credo che sia un esercizio interessante quello di proporre punti di vista diversi e originali rispetto alla consueta narrazione.
Questo vale a maggior ragione in questo tempo di crisi, in cui certe distinzioni saltano. Mai come in questo momento si intaccano i risparmi e in generale questo avviene per le generazioni più anziane, che hanno potuto risparmiare in passato e oggi operano da "cassaforte" per i più giovani, che sono - malgrado loro - cicale a causa di lavori precari e sottopagati, della disoccupazione crescente o più semplicemente dall'impossibilità di mettere da parte dei soldi.
Siamo di fronte ad un paese in difficoltà. Non stupisce perciò che il presidente dell'Istat Enrico Giovannini abbia detto dell'Italia: «siamo di fronte ad un paese in difficoltà che soffre una crisi economica più grave di quella degli anni Trenta, che ha spinto le famiglie a ridurre drasticamente i consumi e l'insicurezza politica da questo punto di vista non aiuta».
Salta, obtorto collo, la distinzione fra cicala e formica.

Il perdono di San Bernardo

Le piste da sci a DubaiNel bel sito santiebeati.it c'è una scheda sintetica - tratta da "Avvenire" - di un Santo che mi è tanto simpatico, San Bernardo, che così recita: "Dal 1923 è patrono degli alpinisti, ha dato il suo nome a due celebri passi alpini e anche alla simpatica razza canina dotata di botticella per il salvataggio in montagna. E' san Bernardo di Mentone, che in realtà, però, non sarebbe nato nella località della Savoia, come si legge in una cronaca del XV secolo, ma ad Aosta intorno al 1020. Divenuto arcidiacono e, poi, Agostiniano, gli venne affidato l'incarico di ripristinare il valico detto "Mons Jovis". Si narra che per far ciò dovette lottare contro le pretese di un demonio e alla fine lo precipitò giù da una rupe. Di sicuro c'è che, partendo dall'abbazia svizzera di Bourg-Saint-Pierre, fondò un monastero in cima a quello che oggi è il Gran San Bernardo. A quota 2.470 metri è un posto di sosta e ospitalità per viaggiatori e pellegrini, nonché l'abitato più elevato d'Europa. Al santo viene attribuita anche la costruzione del cenobio in cima al Piccolo San Bernardo. Morì a Novara nel 1081".
Due precisazioni. La prima è che non a caso a farlo Santo è stato quel lombardo "Papa alpinista", Pio XI, che - quando era ancora solo Achille Ratti - scalava le nostre montagne. La seconda è che i cani San Bernardo la botticella al collo l'hanno avuta solo nell'iconografia e mai nella realtà.
Questa lunga premessa è per affidarmi alla bontà del Santo, che immagino estenda la sua protezione anche agli sciatori, per aver osato ieri mattina sciare "indoor" a Dubai.
Ho sciato su tutte le nevi della nostra Valle e non solo, cominciando da bambino, con esperienze straordinarie su diversi terreni. Ma è la prima volta che mi trovo in un capannone con temperatura -3 - con il deserto a pochi passi! - e con neve artificiale fredda e compatta con uno scenario finto alpino all'interno con una seggiovia, uno skilift e un sacco di giochi per bambini da snowpark. Ci sono anche maestri di sci, di non gran livello, vestiti di giallo, che fanno lezione, ed il personale agli impianti mi è parso in prevalenza sudcoreano. Per sciare vieni dotato di tuta, sci, scarponi con calze e i bastoni per una spesa di sessanta euro per sciare due ore. Devi comperarti i guanti e poi sei pronto ad un'escursione termica mica da ridere.
Capisco che può essere considerato "contro natura" e politicamente scorretto questo grosso frigo ai Tropici, che dimostra quella megalomania di cui Dubai trasuda e che la recessione ha ora, in parte, messo in crisi, ma è anche un'esperienza così bizzarra da essere indimenticabile.
Se San Bernardo mi perdona...

Il racconto di Lilli

Il libro di Lilli GruberValdostani e sudtirolesi hanno storie molto diverse, ma hanno in comune il fatto di essere due popoli alpini con un'identità propria forte e marcata. La loro ho imparato a conoscerla attraverso i colleghi del partito di raccolta, la Südtiroler Volkspartei, nelle lunghe frequentazioni romane ed a Bruxelles e anche nei numerosi incontri nella loro Provincia autonoma. Una volta a Merano mi arrischiai anche ad esprimermi ad un loro congresso in lingua tedesca e non saprò mai bene, non parlando quella lingua, con quale esatto esito, anche se i miei colleghi sembravano contenti del gesto.
Per questo ho letto con curiosità il libro di Lilli Gruber "Eredità", in cui, partendo da un diario di una bisnonna, - e non è una funzione letteraria - ha raccontato una saga familiare che si è intrecciata con un secolo di storia. È un libro interessante e per molti versi commovente: "Lilli la Rossa" per via dei capelli che portava in televisione, ma anche per la collocazione politica, dimostra una vena letteraria inaspettata e questo suo "viaggio" finisce per riconciliarla con il suo essere, perché così trapela dalle pagine del libro, sudtirolese e cittadina del mondo, senza quelle contraddizioni e il ribellismo di quand'era giovane.
In una frase, a pagina 19, spiega le ragioni del libro, ricordando la bisnonna Rosa: "Ho sentito di dover far voce alla sua storia, che è anche la storia tempestosa della regione in cui sono cresciuta. Oggi anch'io la chiamo la mia Heimat".
"Heimat" è una parola tedesca, che significa "patria", ma racchiude un significato molto più ampio. Non è solo il posto in cui si è nati, ma dove ci sono i propri affetti, dunque con un significato più intimo: è la propria casa, il luogo di origine, l'identità culturale, i ricordi e direi anche le speranze. E' in fondo quel che racconta la Gruber: dal dramma dell'annessione all'Italia all'arrivo del fascismo, dalla sirena hitleriana per molti sudtirolesi alla famiglia come cartina di tornasole del passato e del presente nel flusso della "grande storia".
C'è un passaggio esemplare, a mio avviso, della pacificazione attuale, pensando che la giornalista sudtirolese ha avuto anche una breve esperienza politica al Parlamento europeo.
Ecco il passaggio, che si riferisce ai significati del Brennero: "Queste vette non hanno più storie da raccontare, né tristi né gioiose, il passo è diventato il simbolo di un continente senza più frontiere, dove certe lezioni sono state apprese. Ma sarà poi così vero? A quasi un secolo dal crollo degli imperi centrali, una nuova e grave crisi economica, politica e morale minaccia oggi con i suoi sconvolgimenti la costruzione di un'Europa riconciliata".
E' una preoccupazione in cui mi riconosco pienamente e penso anch'io che rileggere il passato non sia un esercizio ozioso, ma un ammonimento prezioso per non ritrovarsi da capo.

Quella storia dei marò

«Prego, grazie, scusi, tornerò».
Così, con il ritornello, di una vecchia canzone di Adriano Celentano viene fotografata la figuraccia in mondovisione sul caso dei due marò italiani sotto processo in India. Peccato che da commedia all'italiana la vicenda rischi di trasformarsi in tragedia e, per altro, i morti - due pescatori indiani - ci sono già stati.
I fatti sono sono noti. Il 15 febbraio 2012 i due soldati, che sono a difesa di una petroliera italiana in zona infestata da moderni "pirati" con altri quattro "lagunari", sparano - secondo l'accusa - ventiquattro colpi di fucile contro un peschereccio indiano, uccidendo appunto due membri d'equipaggio.
Il Governo italiano ha sempre dichiarato che la petroliera, al momento della sparatoria, si trovava a circa trenta miglia nautiche fuori dalla costa indiana, dunque in acque internazionali. Pertanto, in questo caso, avrebbero dovuto essere applicate le leggi italiane, valide sulla nave oggetto di scorta armata.
La Marina Italiana ordina per questo al capitano della nave di non dirigersi verso il porto e di non far scendere a terra i militari italiani implicati nella sparatoria.

E Pasqua è già qui

Uova di PasquaLa frase di Albert Einstein è nota: "Quando un uomo siede un’ora in compagnia di una bella ragazza, sembra sia passato un minuto. Ma fatelo sedere su una stufa per un minuto e gli sembrerà più lungo di qualsiasi ora. Questa è la relatività".
Penso che sia così anche con il passare degli anni: più si è giovani e più il tempo sembra rallentato, più si invecchia e più accelera.
Ci pensavo rispetto all'approssimarsi di questa Pasqua, che tempo fa mi sembrava una boa distante in mezzo al mare e ora ci si è arrivati in fretta, come se qualche mese fosse stato saltato a piè pari.
Pasqua era interessante per una serie di ragioni. La più remota, cioè alla fine dell'estate scorsa, è che avevo fissato quel primo trimestre dell'anno per verificare se si sarebbe vista una luce in fondo al tunnel della crisi economico-finanziaria italiana. Per ora buio pesto. Anzi, il curioso fatto che il Lunedì dell'Angelo e Pasquetta sia anche il beffardo 1° aprile suona come un segno del destino...
Vi era poi, qualche settimana dopo, l'idea - quando balenarono le elezioni politiche anticipate - che «a Pasqua ci sarà un Governo». Oggi sappiamo di essere in braghe di tela e non per l'inizio della primavera, ma perché la politica italiana sembra essere diventata come quando nel gioco dell'oca si ritorna alla casella di partenza.
Poi ho guardato a Pasqua per capire cosa ne sarebbe stato di questa esperienza dell'azzardo di un nuovo Movimento politico in Valle d'Aosta: l'Union Valdôtaine Progressiste. Oggi, a mesi di distanza, sono sicuro che la scelta è stata giusta e che bisogna guardare avanti con speranza, perché si tratta di un elemento di rottura contro la sclerotizzazione della politica valdostana.
Questa settimana voglio sentirmi come quell'artista stralunato e laico che fu Cesare Zavattini in una sua breve poesia "E' Pasqua":

Anche il sole stamane è arrivato per tempo,
anzi con un leggero anticipo.
Anche io mi sento buono,
più buono del solito.
Siamo tutti un po' angeli oggi
mi pare quasi di volare
leggero come sono.
Esco di casa canticchiando,
voglio bene a tutti.

Per chi ha la fede - e dunque vive questa settimana con l'intensità dovuta - ecco i versi drammatici di "Pasqua" di David Maria Turoldo:

No, credere a Pasqua non è
giusta fede:
troppo bello sei a Pasqua!
Fede vera
è al Venerdì Santo
quando Tu non c'eri
lassù.
Quando non una eco
risponde
al suo grido
e a stento il Nulla
dà forma
alla Tua assenza.

Registrazione Tribunale di Aosta n.2/2018 | Direttore responsabile Mara Ghidinelli | © 2008-2021 Luciano Caveri